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n. 11 NOVEMBRE
2002

Sommario

EDITORIALE
Superare indenni le provocazioni
La DIREZIONE

SERVIZI
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Vecchie e nuove dinamiche

di CORINNA CRISTIANI

apep00010.gif (1261 byte) Anche i legami familiari vanno "curati"
di PAOLA DI NICOLA

apep00010.gif (1261 byte) La crescita personale a raggiera
di GREGORIO PIAIA

apep00010.gif (1261 byte) Una guida sapiente al bene
di LUIGI LORENZETTI

apep00010.gif (1261 byte) Amori senza Dio
di GIORDANO MURARO

apep00010.gif (1261 byte) La bellezza di ciò che continua
di VITTORIO FILIPPI

apep00010.gif (1261 byte) Sfogliando l’album di famiglia
di GIAN CARLO BLANGIARDO e MARTA BLANGIARDO

DOSSIER
Il "ritorno" alla famiglia
di GIORGIO CAMPANINI

SERVIZI
È il momento di "Biancaneve"
di BEPPE DEL COLLE
La televisione che corrompe
di GIORGIO VECCHIATO
La cinepresa tra le mura domestiche
di ORSOLA VETRI
Dalla viva penna degli scrittori
di HARMA KEEN

Gli esperti in redazione
di CRISTINA BEFFA

 

GIOVANI E MATRIMONIO

La bellezza di ciò che continua

di Vittorio Filippi
(sociologo)

È cambiato l’approccio delle nuove generazioni nei confronti della vita di coppia. La paura dell’impegno vince sui diffusi ideali romantici.

Secondo i dati dell’ultima indagine Iard relativa all’approccio dei giovani alla famiglia e all’amore, questi sono decisamente in testa alla scala valoriale dei giovani italiani, raccogliendo le adesioni (percentuale di "molto importante") rispettivamente dell’86 e del 78% del campione. Sennonché questi picchi valoriali non attivano assolutamente nessuna reale ricaduta matrimonial-familiare. Lo stesso rapporto Iard, elaborando una specie di "indice di passaggio all’adultità" basato su cinque tappe emancipative, dice invece che la permanenza nelle famiglie di origine aumenta (un terzo dei 30-34enni vive ancora con i genitori), che la nuzialità si contrae (passando in quattro anni dal 32 al 24% nella coorte dei 25-29enni, ma perfino tra i 30-34enni quasi due quinti non hanno ancora convissuto) e che la natalità, consequenzialmente, si posticipa oltre i 30 anni, anche se nella coorte dei 30-34 anni nemmeno metà dei giovani ha ancora generato un figlio.

Se si prende la fascia giovanile più matura, quella tra i 30 e i 34 anni, risulta sposato (o convivente) il 59% del campione e con prole il 44%; tuttavia, alla domanda rivolta alla parte non coniugata e senza figli se è in previsione il matrimonio e un figlio, risponde in modo decisamente affermativo solo il 7 e l’8% rispettivamente. Ciò significa che, pur in quella fascia di età, quasi un quarto del campione Iard non sa o non pensa di sposarsi (o di convivere) e un 30% non sa o addirittura esclude di divenire genitore.

La considerazione dello stesso Iard è che «Si riscontra una forte resistenza a instaurare relazioni stabili, sancite o meno da vincolo matrimoniale: anche a molti di coloro che hanno superato i trent’anni sposarsi, come del resto convivere, appare una decisione difficile e troppo impegnativa, ancora prematura per gli oneri e le rinunce che comporta...».

Insomma i giovani percepiscono che il "metter su famiglia" trascina una serie di oneri, limiti e costi in termini di qualità della vita che fa impallidire l’appeal del progetto coniugalgenitoriale. In particolare il fattore tempo, letto nella difficile conciliazione tra tempo di lavoro e tempo familiare, rappresenta la variabile più minacciosa per la qualità della vita a due. Più in generale gli adulti coniugati – e in particolare le donne, che anche nelle nuove coppie subiscono una "doppia presenza" discriminante – vivono oggi una situazione assai impegnativa se non decisamente stressante: devono rispondere ad aspettative, responsabilità e impegni nei confronti dei figli, del coniuge, dei genitori, del lavoro, dei consensi socialmente richiesti come dimostra in modo perfino angosciante il regista D’Alatri nel film Casomai (2001). Tale realtà, è stato rilevato, finisce per comunicare alle nuove generazioni un’immagine di indesiderabilità di sé stessa, configurando il passaggio ad essa come una strettoia da rinviare il più possibile.

Di conseguenza la cosiddetta "famiglia lunga del giovane adulto" e il dmariage rappresentano, per i giovani, due sistemi difensivi che li mettono al riparo da quel passaggio alla coniugalità-genitorialità che dovrebbe rappresentare una tappa fondamentale nel processo di adultizzazione. Sistemi difensivi che vedono la connivenza dei genitori nella misura in cui trasmettono ai figli una "relazione preoccupata" che veicola l’idea di una società, fuori delle rassicuranti mura di casa, minacciosa e difficile da affrontare senza una mediazione parentale.

Il film di D'Alatri Casomai (2001) è un'efficace parabola delle difficoltà matrimoniali.
Il film di D’Alatri Casomai (2001) è un’efficace parabola delle difficoltà matrimoniali.

I contestatari e gli edonisti

Una diffusa vulgata sulla storia dei giovani sintetizza la diversità generazionale nello slogan delle tre emme e delle tre esse. Le tre emme simboleggiavano i valori delle generazioni degli anni Cinquanta, e più in generale della precontestazione: gli ideali della moto (o della macchina), del mestiere, di una moglie (o di un marito). Sono, in altri termini, gli obiettivi di chi voleva crescere in fretta, divenire presto adulto in un Paese che pure aveva voglia di diventare "adulto". Le tre esse fotografavano invece i giovani "edonisti" degli anni Ottanta, che puntavano ai soldi, al successo e al sesso nell’Italia ormai opulenta.

La differenza tra le due "formule" è evidente: nella seconda appare scomparsa la tensione alla coniugalità, sostituita appunto dalle conseguenze di quella rivoluzione sessuale che arrivava ad affermare che «chi dorme due volte con la stessa donna è parte del sistema».

La realtà è però un po’ più complessa. È vero che per molto tempo il matrimonio fu tranquillamente considerato una meta scontata e naturale, per cui il celibato e il nubilato erano fortemente stigmatizzati. Così nell’Italia agricola dei primi del Novecento le donne arrivavano al matrimonio tra i 21 e i 25 anni, e i maschi tra i 26 e i 30. L’affettività, per ovvi motivi, non era propriamente il motore dei matrimoni, che si attivavano in base alle necessità del podere, delle braccia-lavoro richieste, delle bocche da sfamare. «Non accennerò l’uso inurbanissimo e immoralissimo di concertare i matrimoni de’ giovani, consultando non le reciproche inclinazioni, ma il molto oro o gli antiquissimi sangui», scrive nel suo ottocentesco Galateo Melchiorre Gioja. E il bon ton dei sentimenti sottolineava che «Le cose del cuore non possono essere fatte soltanto per calcolo; ma la costituzione di una famiglia è istituto così serio e grave da non poter essere pensato senza un certo calcolo».

Una sintesi del clima in cui ci si approcciava al matrimonio si evince da ciò che scrive Mantea in Le buone usanze, un altro manuale edito nel 1916: «nei nostri tempi e nei nostri paesi, una giovinetta tende per istinto e bisogno alla vita coniugale».

Istinti e bisogni saranno i due motori culturali che, sempre più stancamente, trascineranno il senso del fare matrimonio fino agli anni Cinquanta. Questi sono, notoriamente, anni di nuzialità elevata che si estendono anche alla prima parte del decennio successivo, e che fa scrivere nel 1964, quando si avviano le prime ricerche sociologiche, che «il senso della famiglia, cioè il desiderio di un’unione legale, è quasi costante nei giovani». Perfino l’età al matrimonio cala e aumenta la proporzione delle donne che contraggono il matrimonio: la famiglia nucleare diventa il modello "normale" a cui tutti "devono" mirare, così come "normale" è il modello della donna che fa la casalinga a tempo pieno.

Tuttavia già c’era, in questo trionfante richiamo del matrimonio sui giovani, qualche segnale di cambiamento culturale. Ad esempio, demograficamente, l’elevata nuzialità celava una diminuzione netta della fecondità. E più in generale, cominciava quel sommovimento sociale che attraverso i giovani segna anche una svolta complessiva della società italiana. In questo un ruolo forte lo ebbero i gruppi dei pari – a loro volta prodotti dalla scolarizzazione di massa – che diedero forma alla crescente differenziazione tra giovani e adulti.

Così alla fine degli anni Sessanta il tasso di nuzialità inizia a flettere, ma è negli anni Settanta che la svolta si conferma (è in particolare il 1975 l’anno che marca il mutamento segnando anche la ripresa dell’età media al matrimonio nonché del celibato e del nubilato), passando dai 419 mila matrimoni del 1972 ai 312 mila di dieci anni dopo. In termini di tasso di nuzialità si passa quindi dal 7,7 per mille del 1972 (ma il picco fu raggiunto con l’8,2 nel 1963) al 4,7 attuale (2001), pari a 270 mila matrimoni. L’età media al matrimonio, calcola l’Istat, supera i 31 anni per i maschi e i 28 per le femmine.

Che il matrimonio, per i giovani, sia un orizzonte che sfuma o si allontana nel tempo, è segnato in modo statisticamente puntuale dalla riduzione degli indici di primonuzialità, e in modo più rilevante per i maschi; comunque lo stesso calo della fecondità è dovuto alla contrazione della nuzialità avutasi a partire dalle generazioni di donne nate nel 1957.

Rimane da chiedersi se, come succede in diversi Paesi europei, la denuzialità non sia compensata dall’aumento delle convivenze more uxorio e dei giovani che vivono soli.

Per quanto riguarda questi ultimi l’Italia – a differenza del Nord Europa – presenta una assai scarsa presenza del fenomeno (1% nella fascia dei 15-24enni e 5% nella fascia 25-34, ma questi ultimi sono per lo più separati o divorziati), anche se è indubbio l’incremento nel tempo. Lo coglie empiricamente la stessa ricerca Iard, rilevando la singleness specie tra i giovani di classe medio-alta residenti in zone urbane del centro-nord.

Anche le convivenze appaiono un fenomeno limitato: interessa il 40% delle giovani coppie in Svezia e il 20 in Francia, ma in Italia si scende al 3%. Piuttosto va notato che la convivenza, più che un’alternativa radicale al matrimonio, appare semplicemente un periodo di prova.

Alla fine degli anni Novanta i matrimoni preceduti da una convivenza interessavano il 5% delle coppie, che diventano tre volte tanto nei matrimoni più recenti al centro-nord, con un allungamento della durata e soprattutto dell’incertezza sul futuro della coppia. In questo caso il matrimonio, più che fondare la coppia, tende a perfezionarla ex post (spesso dopo la nascita del figlio).

A conferma che il matrimonio non è, come si diceva precettisticamente un secolo fa, né un istinto né un bisogno, una ricerca effettuata in Veneto per conto della Regione sulle coppie sposatesi tra gli anni Cinquanta e il 1990, coglie lo spostamento degli obiettivi per i quali si fa famiglia.

Infatti le coppie formatesi prima del 1955 indicavano l’accudimento di mariti e figli come scopo principale dell’unione; alla fine degli anni Ottanta l’adesione a tale visione matrimoniale coinvolge appena una neocoppia su dieci, mentre si diffonde un significato del matrimonio che vuole la famiglia nicchia di felicità, motivo di senso, luogo del dialogo (90% dei consensi).

Così, sintetizzando un percorso storico lungo alcuni secoli, si è passati dal matrimonio senza amore (combinato per interessi prevalentemente economici) a quello per amore e infine, e siamo all’oggi, a un amore perfino senza matrimonio, segno evidente della vittoria di Afrodite, dea della passione e del piacere, su Era, dea del matrimonio e delle nascite. Rimane il fatto che i giovani, nel loro difficoltoso e incerto approccio al matrimonio, ben rappresentano gli eredi di quella rivoluzione dell’amore romantico che, come nel romance, ha combinato sentimentalismo, sensualismo e individualismo affettivo.

La cultura dell’amore

È ormai assodato che i giovani vivono un contesto culturale pesantemente contraddistinto dal soggettivismo, dalla reversibilità delle scelte, dalla differenziazione tra ambiti privati e ambiti pubblici.

Come nota il sociologo anglopolacco Bauman, viviamo una modernità – che chiama fluida o liquida – in cui l’unica scelta razionale è quella di «perseguire la gratificazione e al contempo evitare le conseguenze, e in particolare le responsabilità che tali conseguenze implicano». Se ciò è vero e se la società "eticamente neutra" (o adiaforica) ritiene indifferente prendersi responsabilità di coppia, allora con facilità il matrimonio diviene, agli occhi dei giovani, solo una sovrastruttura ingombrante, perché copre ciò che realmente conta: i sentimenti, l’amore, la comunicazione, l’intimità.

In tal caso, dice il filosofo personalista svizzero De Rougemont, l’amore così come oggi vissuto e concepito «è la negazione pura e semplice del matrimonio che si pretenderebbe fondare su di esso».

Giddens parla a questo proposito di "relazione pura", intendendo con tale espressione un rapporto di coppia in cui la forza del legame sarebbe sempre meno data da criteri esterni o sociali, quanto piuttosto da criteri squisitamente interni legati alla capacità intrinseca del rapporto di garantire a ciascuno dei partner identità e buone gratificazioni emotive, perlomeno nel breve periodo.

Mancano, in questa visione, una progettualità comune, nonché il senso profondo e non solo strumentale della relazione. E comunque sul piano dell’intesa sessuale i risultati delle ricerche sembrano non confermare del tutto il discorso sulla "relazione pura", dato che i giovani relativizzano il ruolo della qualità sessuale nella vita di coppia (e piuttosto sottolineano la centralità dell’indipendenza economica per il successo del rapporto a due).

Anche per Luhmann c’è un bisogno enorme di relazioni intime per ridurre la grande complessità sociale odierna e per costruire personalità stabili. Solo che oggi i rapporti amorosi divengono autonomi, autoreferenziali, per l’indebolimento ("regressione") delle risorse sociali esterne che facevano al tempo stesso da sostegno e da controllo incanalando così gli stessi conflitti. In mancanza di ciò la stabilità va cercata solo nelle risorse personali, e l’unico limite al conflitto rimane il tempo in cui ci si accorge di non amare più. Lo stesso Luhmann sembra però non trovare una risposta al quesito che pone: «I rapporti intimi possono essere liberalizzati fino al limite di un’autoregolazione autonoma? Possono sussistere per sé senza appoggio sociale, collegati con l’ambiente solo con processi che non corrispondono alla loro propria essenza, al loro particolare modo di elaborare l’informazione?».

Lo stare in coppia è un fatto importante per le nuove generazioni.
Lo stare in coppia è un fatto importante per le nuove generazioni.

Infine anche per i coniugi Beck oggi l’amore è "caotico" perché da un lato è sganciato dalla morale, dalla religione e dalla famiglia, e dall’altro è isolato da ogni controllo e supporto esterno. Il paradosso è che dell’amore c’è un bisogno enorme, dato che i legami sociali sono ormai irrilevanti; ma d’altro canto è un amore fragilissimo, perché lasciato alla soggettività dei due e alla faticosa rinegoziazione continua.

Certamente questi autori citati non colgono alcune positività che pure oggi persistono nel fare coppia: tuttavia rimane vero che, come scrivono i Beck, l’amore diventa al tempo stesso più importante e più difficile che mai.

Una ricerca empirica (vedi Filippi V., "Amarsi è impresa temeraria", Famiglia Oggi, n. 5, 2001) svolta su 110 coppie venete che frequentavano i corsi di formazione al matrimonio – con l’intenzione quindi di formalizzare anche religiosamente la loro unione – ha prodotto risultati ambivalenti. Sono infatti emersi tempi lunghi e indefiniti di fidanzamento (o di frequentazione), dato che per un quarto delle coppie il matrimonio non era ancora vicino, nonostante il corso frequentato; la comunicazione presenta livelli elevati di qualità solo per una coppia su due; l’intesa sulla religiosità e anche sugli aspetti economici risulta alquanto contenuta; troppo grandi sono le visioni fusionali e iperromantiche; è ampia la lontananza psichica dai parenti e soprattutto dal figlio; risultano assenti le coppie modello a cui ispirarsi e nemmeno quella genitoriale lo è; anzi dai genitori non si è ricevuto molto in termini di storia familiare e soprattutto di equilibrio psicologico; infine i ritmi di vita rappresentano la minaccia più sentita per la vita di coppia, mentre è carente il set di regole comuni nonché quella flessibilità che risulta necessaria per affrontare i problemi che si presenteranno.

Nell’Economico di Senofonte, un’opera del IV secolo a.C., un piccolo proprietario terriero che ha sposato una giovane con quindici anni meno di lui le chiede: «Perché ti ho sposata e perché i tuoi genitori ti hanno data a me?». La risposta, scontata, sarà: «Per la casa e per i figli».

Cosa si risponderebbe oggi a una simile domanda? L’attuale cultura postmoderna e perfino post-romantica non saprebbe dire granché, se non un generico riferimento all’amore. Il matrimonio appare sempre più sullo sfondo, sempre più posticipato perché sentito tremendamente faticoso e zeppo di impegni, come si diceva all’inizio. Ma appare anche povero o addirittura privo di una trama familiare da seguire e da vivere: è, per imitare il linguaggio dei filosofi, un "matrimonio debole" che mette insieme timori e incertezze.

In una delle primissime ricerche sociologiche sui giovani, fatta a Milano da Baglioni nei primi anni Sessanta, si scriveva: «la famiglia... come istituto non viene discusso, per cui tutti pensano con serietà a sposarsi»; e inoltre: «la società... appare come un sistema comprensibile in cui chi è intelligente e onesto si può inserire nel posto giusto». La ricerca venne edita nel 1962, e i giovani di allora, dopo aver sfiorato il ’68, sono oggi quasi degli anziani. Lette quarant’anni dopo, le cose scritte appaiono addirittura rovesciate o quasi: la "naturalezza" del matrimonio non sembra esistere più, mentre la società – soprattutto – non appare certo comprensibile, giusta e friendly.

Come s’è visto, la nuzialità è in netto calo dagli anni Settanta – spartiacque culturale della società italiana – anche se è storicamente vero che quella che è stata definita come "epoca d’oro del matrimonio" copre appena un secolo, dal 1870 al 1970. Prima infatti, e fino all’Ottocento inoltrato, il matrimonio era una scelta non certo generalizzata (nel Seicento in molte città italiane arrivava a essere celibe il 60% dei nobili), dato che esigeva delle risorse materiali o delle strategie ripartitorie sulle proprietà che non erano alla portata di tutti.

Ma non si tratta certo, oggi, di un semplice ritorno al passato dopo un secolo generoso di matrimoni. Il paradosso è che lo stare in coppia, è oggi assai più centrale che nel passato, quando tanti compiti venivano assunti dalla famiglia allargata, dalle parentele e da altre cerchie del sociale.

Il fatto è che oggi, in un’epoca di "matrimonio debole" la coppia non è più necessariamente visibilizzata – socialmente, giuridicamente e religiosamente – nel matrimonio (e tantomeno nel fidanzamento, termine oggi notoriamente démodé). La coppia, nella sua sostenibile leggerezza, si reifica nelle situazioni più diffuse e comuni del vivere, ma più nella sperimentazione continua che nel desiderio di istituzionalizzazione.

Per di più, vedendo anche ciò che succede in altri Paesi, la scelta di stare insieme convivendo si potrebbe articolare in futuro in differenti moduli o livelli: la convivenza more uxorio, il Pacs (Pacte civil de solidarité, vedi Famiglia Oggi, n. 2, 2000, pp. 48-54) alla francese o qualcosa di simile (come la "convivenza registrata" tedesca), il matrimonio vero e proprio, il "matrimonio rinforzato" (il Covenant Marriage che si trova in alcuni Stati degli Stati Uniti). Quattro formule che rimandano a diverse visioni del far coppia, che transitano dalla informale convivenza all’esigente "matrimonio rinforzato". È curioso rilevare che sia il Pacs che il Covenant Marriage rimandano a una pubblicizzazione forte del rapporto di coppia. Il primo, varato tre anni fa, norma alcuni aspetti della vita della coppia non coniugata dando una cornice legale alle condizioni di aiuto materiale reciproco volute dai partner. Il Covenant Marriage invece, avviato pure tre anni fa dalla Louisiana, seguita poi da Arizona e Arkansas (e oggi altri venti Stati americani lo stanno considerando), rinforza l’impegno matrimoniale esigendo una formazione a monte e il ricorso al marital counseling in caso di difficoltà di coppia. D’altronde, dice un sondaggio Gallup, metà degli americani tra i 20 e i 30 anni pensa ormai che occorra rendere il divorzio più difficile, per non degradare la famiglia in un banale living arrangement dato che un quinto dei neomatrimoni si rompe presto, entro i cinque anni (tanto da essere chiamati starter marriage).

Pur sapendo che siamo in un contesto culturale "neutro" nei confronti del matrimonio e più in generale dell’impegno di coppia (se non addirittura scettico), sono possibili degli interventi che rilancino e rafforzino tale impegno, tenendo sempre presente il fatto che il matrimonio, in un senso antropologicamente profondo, non è l’istituzionalizzazione di una coppia, ma quell’istituzione che fissa diritti e doveri derivanti dal coniugio e dalla filiazione nell’interesse della più ampia "chiarezza" della società.

Occorre però partire dalle trasformazioni dei giovani, che vivono ormai da trent’anni una grande sperimentazione affettiva e relazionale all’insegna al tempo stesso della libertà dell’innamoramento e della dipendenza dalle famiglie di origine. Ciò da un lato anticipa i comportamenti affettivi e sessuali, dall’altro ritarda, posticipandoli, altri momenti di scelta e di impegno formale.

La loro autonomia dentro le famiglie e in un contesto sociale decisamente "libertario" permette di vivere tranquillamente questa fase della vita, mentre d’altro canto tante tappe di passaggio verso l’età adulta divengono sempre meno visibili e significative.

La coppia, l’essere in coppia, è una realtà al tempo stesso diffusa e anticipata, fonte di identità e di riduzione delle tensioni e delle complessità esterne, terreno di sperimentazione centrato sulle affinità emotive, più che su altre vicinanze o progettualità. Su questo terreno pratico in cui i giovani sono molto più allenati dei loro padri e fratelli maggiori a vivere la coppia, si può pensare una possibile pedagogia sociale al matrimonio, pur sapendo che la famiglia si fa oggi timidamente.

I percorsi che portano i giovani a pensare al matrimonio, osando così fare una "promessa di eternità", sono oggi assolutamente privatizzati: tuttavia scuole, parrocchie, associazioni familiari potrebbero riportare i giovani in una dimensione più collettiva, lasciandoli meno soli e confusi e risvegliando le risorse di autonomia e selettività di cui dispongono.

Se infatti si passa dall’attuale overdose di semplici informazioni a un reale rapporto educativo, possiamo porre dentro le esperienze familiari, scolastiche (l’educazione all’affettività di cui si parla) e associative la possibilità che i giovani si misurino, nel concreto e non solo nell’amour-passion, con l’esperienza della vita a due e delle dinamiche correlate.

Negli Stati Uniti, Paese dove lo sbando della famiglia si rivela un vero e proprio problema di tenuta sociale, la Florida ha già iniziato a porre dentro i curricula scolastici la marriage education, mentre in California si organizzano simulazioni in cui lo studente, in coppia, deve imparare a condividere le decisioni circa il budget familiare, i lavori domestici o una crisi come la disoccupazione del partner.

Certamente bisogna fare i conti con gli adulti, che spesso non sono credibili figure di riferimento specie proprio nel vivere la coppia e la famiglia, talvolta ridotte, scrive il filosofo Natoli citando il film American Beauty (1999), a una mera "contiguità di solitudini".

Non si tratta di trasformare gli adulti in perfetti modelli di vita familiare, ma di avere politiche pubbliche per la famiglia – e i Paesi del Nord Europa le hanno rese possibili – che sollevino il carico pesante gestionale e di cura che grava sulle generazioni di mezzo rendendo la vita coniugale e genitoriale più affascinante per i giovani oltre che per gli sposi.

Si tratta insomma di rendere "amichevole" il matrimonio, permettendo di viverlo gioiosamente nel suo impegno e liberamente nei suoi vincoli. Essendo il matrimonio un registro fondamentale del sociale e della sua connettività profonda (il matrimonio come fatto esclusivamente intimo è un nonsenso antropologico oltre che storico), occorre non lasciarlo ipocritamente alla sua presunta naturalezza, alla sua supposta facilità (basta amarsi!), alla sua intoccabile privatezza (l’aveva già notato il sociologo berlinese Simmel: la passione individualizza la società).

Se, come scriveva il poeta Rilke, «c’è tanta bellezza in tutto ciò che comincia», c’è una bellezza forse maggiore in ciò che sa continuare rinnovandosi: solo che, per apprezzarla, occorre una pedagogia tutta da costruire.

Vittorio Filippi

 

BIBLIOGRAFIA
  

  • Baglioni G., I giovani nella società industriale, Vita e Pensiero, Milano 1962.

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