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n. 11 NOVEMBRE
2002

Sommario

EDITORIALE
Superare indenni le provocazioni
La DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte)
Vecchie e nuove dinamiche

di CORINNA CRISTIANI

apep00010.gif (1261 byte) Anche i legami familiari vanno "curati"
di PAOLA DI NICOLA

apep00010.gif (1261 byte) La crescita personale a raggiera
di GREGORIO PIAIA

apep00010.gif (1261 byte) Una guida sapiente al bene
di LUIGI LORENZETTI

apep00010.gif (1261 byte) Amori senza Dio
di GIORDANO MURARO

apep00010.gif (1261 byte) La bellezza di ciò che continua
di VITTORIO FILIPPI

apep00010.gif (1261 byte) Sfogliando l’album di famiglia
di GIAN CARLO BLANGIARDO e MARTA BLANGIARDO

DOSSIER
Il "ritorno" alla famiglia
di GIORGIO CAMPANINI

SERVIZI
È il momento di "Biancaneve"
di BEPPE DEL COLLE
La televisione che corrompe
di GIORGIO VECCHIATO
La cinepresa tra le mura domestiche
di ORSOLA VETRI
Dalla viva penna degli scrittori
di HARMA KEEN

Gli esperti in redazione
di CRISTINA BEFFA

 

DOSSIER - ITINERARIO STORICO DI FINE MILLENNIO

IL "RITORNO" ALLA FAMIGLIA

di GIORGIO CAMPANINI
(docente f.r. di Sociologia)

La dura contestazione degli anni Settanta e Ottanta non ha scalfito più di tanto la famiglia italiana, che invece, ha saputo reggere alla sfida e salvaguardato una sua sostanziale "tenuta". Sono quindi tramontati quei teorici che, sull’onda dei movimenti giovanili, avrebbero voluto relegare la famiglia tra i residuati di un passato morto e sepolto. Ma riflettere sugli eventi di ieri è da sempre un sano antidoto contro reiterati errori. Questo annunciato "ritorno alla famiglia" esige tuttavia una più lucida presa di coscienza da parte dei pubblici poteri, specialmente nell’ambito delle politiche sociali, e un più forte e diretto impegno delle nuove generazioni ancora assoggettate a spinte privatistiche.
    

AGGREDIRE SENZA DARLO A VEDERE
 LE SFIDE FAMILIARI IN UN QUARTO DI SECOLO

Il venticinquennio 1977-2002, assunto come punto di riferimento per un tentativo di essenziale ricostruzione del percorso della famiglia italiana sullo sfondo del cambiamento della famiglia europea, può apparire del tutto causale, legato come è al fatto, interno alla rivista, del venticinquesimo di Famiglia Oggi. In realtà è proprio a partire dagli anni ’70 che si è verificato un processo di accelerata trasformazione della famiglia italiana; ed è appunto questo percorso che si cercherà qui di ricostruire, pur nella consapevolezza che 25 anni sono un periodo troppo breve per assicurare quella "distanza" dagli avvenimenti che è necessaria per la comprensione storica.

Giorgio Campanini.
Giorgio Campanini, qui ritratto nel suo studio di Parma, è da molti anni prezioso
consulente e collaboratore di
Famiglia Oggi. Tutt’ora continua a sostenere la direzione
mettendo a disposizione la competenza che lo distingue. Autore di volumi e attento osservatore
del fenomeno famiglia, lo studioso collabora pure con il Cisf e con il settimanale
Famiglia Cristiana
.

I mutamenti legislativi

Negli anni ’70 si susseguono, l’uno dietro l’altro, importanti mutamenti nella legislazione sulla famiglia (essi stessi indicativi di una trasformazione del costume che la legge ha per certi aspetti recepito e per altri aspetti accelerato). Proprio all’inizio del decennio, nel 1970, si verifica la dirompente introduzione del divorzio, seguita nel 1974 da un referendum popolare assai dibattuto e condotto con toni alquanto accesi da ambo le parti. L’esito finale (con il 59% di favorevoli alla conferma della legge e il 41% di contrari) attestava con chiarezza i mutamenti di costume nel frattempo intervenuti e preludeva alla progressiva trasformazione della "immagine" del matrimonio che i fautori del divorzio avevano invocato e i suoi avversari temuto: il matrimonio cessava di essere proposto dalla legge come un "patto per la vita" e diventava un "contratto" di fatto rescindibile in ogni momento sulla base della volontà anche di uno solo dei suoi contraenti.

La vicenda degli anni successivi – in relazione non tanto al numero dei richiedenti il divorzio, ancora ridotto, ma alla mentalità che si sarebbe formata – avrebbe dimostrato che non si sarebbe trattato di una semplice "sanatoria" di situazioni personali ma di un vero e proprio mutamento di prospettiva: veniva meno quella saldatura fra "etica cattolica" ed "etica laica" che già nell’Ottocento e poi nel primo Novecento aveva consentito di contrastare la spinta divorzista, anche quando la presenza dei cattolici nelle aule parlamentari era pressoché inesistente e si affermava un nuovo modo di concepire il matrimonio, all’interno del quale l’indissolubilità tendeva a diventare una sorta di optional lasciato alla totale discrezione dei singoli.

Importanti mutamenti intervenivano anche nell’ambito della legislazione sul matrimonio, con le incisive modificazioni introdotte dal nuovo diritto di famiglia (1975) e con l’istituzione dei consultori pubblici, che a partire proprio dallo stesso anno ’75 andavano ad affiancarsi a quelli privati, quasi tutti di ispirazione cattolica, avviati dal 1946 grazie all’esperienza pionieristica di sacerdoti attenti e sensibili, come don Paolo Liggeri, fondatore dell’Istituto "La Casa" di Milano.

Pur con tutti i loro limiti – successivamente evidenziati da una prassi caratterizzata da un forte tasso di "sanitarizzazione" dei consultori pubblici – queste nuove realtà rappresentavano in qualche modo la presa di coscienza che la situazione della famiglia – il suo benessere o il suo malessere, la sua tenuta o la sua crisi, la sua capacità o inettitudine educativa – aveva una rilevanza pubblica.

Ma si trattava di una coscienza ancora parziale ed embrionale, come veniva posto in evidenza dal difficile avvio delle politiche familiari: gli anni ’70 e ’80 sono infatti quelli dell’analisi dei problemi (come quella compiuta negli anni ’80 dalla Commissione istituita dal ministro del lavoro Carlo Donat Cattin e guidata da Ermanno Gorrieri), ma non ancora dall’avvio di lungimiranti politiche sociali per la famiglia: eredità, questa che il XX secolo ha lasciato al XXI.

A completare il quadro dei rilevanti mutamenti legislativi interveniva, nel 1978, la nuova legislazione sull’aborto, fortemente permissiva (in verità nella sua pratica applicazione piuttosto che nelle sua formulazione originaria) ed essa pure convalidata a grande maggioranza (solo il 32% di favorevoli all’abrogazione, nel contrastato referendum del 1981). A poco a poco, nell’immaginario collettivo, quella che avrebbe dovuto essere una "drammatica scelta", dettata da condizioni di grave necessità, diventava una pressoché indiscriminata possibilità di abortire. La vita nascente passava dall’area protetta della legislazione all’area dei comportamenti lasciati all’esclusiva scelta dei singoli (più propriamente, in questo caso, della sola donna, data la sostanziale esclusione dell’uomo dall’intero processo).

Se la posizione radicalmente libertaria in materia del Partito radicale era stata massicciamente rifiutata nel referendum del 1981, essa diventava a poco a poco vincente nel costume e nella prassi.

Vignetta.

Dalla legge al costume

L’insieme di mutamenti legislativi cui si è fatto riferimento determinava profonde trasformazioni nell’immagine complessiva di matrimonio, di famiglia, di apertura alla vita, imboccando la strada alla "nuova famiglia" che si sarebbe delineata sul finire del Novecento e che occupa gli scenari italiani, e sostanzialmente anche europei, dei primi anni Duemila.

Il nuovo volto della famiglia italiana, a partire da allora, sarebbe stato segnato da un accentuato processo di privatizzazione: essa, e il forte individualismo che ne consegue, può essere certamente considerata la più adeguata chiave di lettura del mutamento.

Tanto l’introduzione del divorzio quanto la depenalizzazione dell’aborto, infatti, non possono essere letti che in questa ottica: la fedeltà coniugale, da un lato, e il rispetto per la vita dell’altro diventano, appunto, fatti privati: sono i singoli che decidono se essere o meno fedeli al patto contratto, se continuare o meno il processo vitale avviato con il concepimento; la società si limita a dettare alcune regole minimali (per divorziare occorre seguire una determinata procedura, per abortire bisogna accettare alcuni passaggi), limitandosi di fatto a un ruolo quasi soltanto notarile, di presa d’atto delle scelte dei singoli.

Ne deriva, indubbiamente, anche una valorizzazione dell’autonomia dei singoli e si rifiuta quel conformismo sociale in nome del quale sono stati in passato tenuti forzatamente in piedi matrimoni divenuti ormai privi di senso (oppure si è ricorsi all’aborto clandestino mantenendo una sorta di perbenismo di facciata).

Resta tuttavia il fatto che per questa via si sono a poco a poco dissolti gli ultimi vincoli che legavano la famiglia alla società: coloro che, oggi, corrono la grande avventura della famiglia e della paternità-maternità sanno ormai di essere lasciati soli a decidere del loro futuro, in un salto senza rete né protezioni. Si sollecita e si valorizza la forza, ma nello stesso tempo si dimentica e si abbandona a sé stessa la debolezza.

Sempre in ordine al mutamento del costume vanno segnalati anche i radicali cambiamenti in due sfere strettamente legate alla famiglia, e cioè quelle della sessualità e della femminilità (l’una e l’altra, del resto, oggetto di una serie di interventi legislativi, da quelli sulla liberalizzazione degli anticoncezionali a quelli relativi ai diritti sociali e al lavoro della donna).

Vignetta.

La permissività sessuale

Per quanto riguarda la sessualità, l’eredità del passato era legata a una vera e propria "doppia morale": larga permissività per la componente maschile, forte controllo sociale per quella femminile. L’inarrestabile cammino in direzione dell’eguaglianza fra i sessi ha portato a superare questa dicotomia; non, tuttavia, nel senso di un uso responsabile della sessualità da parte di uomini e donne, ma nel senso di una larga e diffusa permissività sessuale per entrambi. Punto di partenza del movimento di "liberazione sessuale" era la fine delle discriminazioni fra i sessi, in nome di una sessualità del tutto liberata da troppo pesanti condizioni sociali. Ma questi condizionamenti sono rimasti, e si sono anzi accentuati, seppure in direzione esattamente contraria: se in passato esisteva per la donna il "tabù" della verginità, oggi si è imposto il tabù della "non verginità", e non poche inchieste sociologiche rivelano lo sconcerto, l’imbarazzo, la sensazione di estraneità che avvertono le ragazze di oggi per il solo fatto di non avere ancora avuto rapporti sessuali.

Assai più dell’obbedienza, la castità non è più una virtù (se mai lo è stata, in verità, se si fa riferimento non alle prediche dei moralisti ma alla concretezza della prassi). Resta tuttavia il fatto, per certi aspetti dirompente rispetto alla storia passata che il modello vincente non è quello di una sessualità al "femminile", fatta di verecondia e di rispetto all’altro, ma una sessualità al "maschile", passeggera e predatoria. Ragazze e ragazzi hanno quasi del tutto uniformato i loro sistemi di valori e in parte, eccettuate piccole ma significative minoranze, i loro comportamenti; ma non nel senso di un uso autenticamente responsabile della sessualità, come attestano per un verso la diffusione dell’Aids, per un altro verso gli aborti precoci delle minorenni.

La conseguenza più importante e significativa di questa vera e propria "rivoluzione" (sessuale) è che il matrimonio non rappresenta più, in teoria per tutti e in pratica per una larga componente femminile come era avvenuto sino a un recente passato, il luogo eminente di esercizio della sessualità – quello rispetto al quale gli altri "luoghi", come i rapporti prematrimoniali e l’adulterio, sono ora un apprendistato, ora un’evasione – ma semplicemente uno dei luoghi; e per di più, per il facile accesso al divorzio, un luogo fluttuante e passeggero.

Non meno incisive le trasformazioni intervenute nella condizione femminile e, di riflesso, sulla famiglia.

Al modello antico della divisione dei ruoli (lavoro "esterno" per l’uomo, lavoro "casalingo", o comunque legato alla casa, della donna) si è sostituito il modello moderno della famiglia a doppia carriera: modello certamente ricco di potenzialità ma anche carico di ambiguità, nella misura in cui sull’accettazione astratta di questo modello non corrisponde un parallelo mutamento di mentalità.

Più specificamente, "ruolo maschile" e "ruolo femminile" erano stati pensati e vissuti sulla base della distinzione fra lavoro extradomestico e lavoro domestico. Ma nel momento in cui la donna è uscita di casa non si è verificato il parallelo rientro nella casa dell’uomo: di qui – sullo sfondo delle inadeguate politiche sociali e degli insufficienti servizi a disposizione delle famiglie – potenziali fenomeni di tensione se non di crisi.

Quella che avrebbe potuto e dovuto essere per la famiglia un’occasione di ricchezza rischia di diventare un problema. Il "doppio lavoro" cui la donna rimane di fatto assoggettata avrebbe richiesto una precisa ridefinizione dei ruoli, che tuttavia non vi è stata se non in minima parte: sarà, questo, uno dei terreni sui quali negli anni Duemila si deciderà la sorte della famiglia.

Resta il fatto che il ruolo relativamente ridotto che nella vita della donna di oggi ha l’esperienza della maternità (pochi figli, tendenzialmente concentrati attorno ai trent’anni) e insieme il prolungamento della durata media della vita, e dunque del lavoro, hanno posto su nuove basi, più paritarie e potenzialmente più ricche, il rapporto uomo-donna. L’abbattimento delle antiche barriere giuridiche, l’avvenuto riconoscimento della parità (se non del tutto ancora delle "pari opportunità"), ma soprattutto l’elevato grado di scolarizzazione femminile (a partire dagli anni ’90, come noto, il numero delle studentesse universitarie ha superato quello dei colleghi maschi, giusto a un secolo di distanza dal timido ingresso in alcune facoltà universitarie delle prime piccole "pattuglie" femminili): tutto questo ha determinato profondi mutamenti nelle relazioni fra i sessi, anche nella famiglia. La ricerca di un nuovo equilibrio sarà uno dei problemi del futuro.

Data l’irreversibilità del processo che ha portato al pieno inserimento della donna nella vita lavorativa e sociale, e posta l’improponibilità del "ritorno a casa" pur vagheggiato dai riemergenti gruppi conservatori, il problema che si porrà nel prossimo futuro in ordine al rapporto fra donna e famiglia sarà quello di un saggio contemperamento delle responsabilità extradomestiche e di quelle domestiche, con il determinante contributo di una nuova immagine di uomo. Sotto questo aspetto il futuro del rapporto fra donna e famiglia passa, un poco paradossalmente, dall’uomo.

Vignetta.

Contestazione dell’istituzione

Negli stessi anni ’70 del Novecento si sviluppava quel vasto movimento di azione e insieme di pensiero che va sotto il nome di contestazione giovanile, o semplicemente di Sessantotto (in relazione ai suoi inizi, più precoci in altri Paesi che non in Italia). Nel suo progetto di rifondazione globale della società, questo movimento non si limitava a contestare l’uno o l’altro aspetto dell’istituto familiare (e dunque la sua stabilità o il suo orientamento al servizio della vita), ma lo negava in sé e per sé, finendo per rifiutare gli istituti stessi del matrimonio e della famiglia, considerati espressione di una società borghese destinata a scomparire per lasciare il posto a una società più giusta e più libera. La contestazione giovanile aggrediva la famiglia come struttura, per la sua stessa natura, intrinsecamente repressiva: in questa linea, contestazione giovanile e contestazione femminista si saldavano fra loro e cercavano un raccordo, rivelatosi poi di fatto irrealizzabile, con il movimento operaio.

Questa volta, dunque – all’interno di un quadro teorico che si rifaceva al marxismo, alla Scuola di Francoforte, alla psicanalisi e trovava il suo punto di riferimento in Marcuse – non era dunque in discussione questo o quell’aspetto dell’istituto familiare ma la famiglia stessa, e più particolarmente l’atto che la fondava, il matrimonio. La liberazione degli uomini e soprattutto delle donne, si affermava, non avrebbe potuto che passare dal superamento del matrimonio e dalla sua sostituzione con rapporti liberi, spontanei, fluttuanti.

Le "comuni familiari", esperimentate su vasta scala negli anni ’70 ma destinate a una rapida corrosione e a un pressoché totale fallimento, venivano proposte come alternativa alla famiglia tradizionale, come luogo di rapporti liberi e spontanei, rimessi alla volontà e ai desideri dei singoli, incunabolo di una nuova società a misura d’uomo.

Si diffondeva in quegli anni una vastissima letteratura – destinata ben presto a giacere polverosa nelle biblioteche – sulla "morte del padre", sulla "fine della famiglia", sulla "società senza padre", e così via. Al di là di differenze anche sensibili di impostazione, ciò che accomunava le diverse componenti di questo movimento di pensiero era l’abolizione della famiglia e del matrimonio come condizione necessaria per la demolizione delle vere strutture ideologiche della società borghese: la rivoluzione non avrebbe dovuto nascere dall’alto, e cioè dal cambiamento delle strutture politiche ed economiche, ma dal basso, dal mutamento dei rapporti intercorrenti nella sfera del privato, primi fra tutti quelli facenti riferimento all’area della sessualità.

Trasgressivi stili di vita

La "liberazione sessuale" veniva presentata come il vero volto della "liberazione politica". In realtà, esauritosi il movimento, si doveva constatare che le strutture della società erano rimaste sostanzialmente immutate: la rivoluzione sessuale falliva in quanto rivoluzione sociale.

A questo insuccesso teorico si accompagnava tuttavia un diffuso e radicato successo sul piano pratico, sia pure limitatamente all’area della sessualità. Sull’onda del Sessantotto venivano posti in essere una serie di comportamenti, di stili di vita, di mode – dalle minigonne al topless – presentati all’inizio come trasgressivi e diventati poi diffusi e ripetitivi. Grazie anche all’introduzione e all’uso precoce degli anticoncezionali, iniziava l’era della sessualità facile e della banalizzazione del sesso.

Quello svuotamento del matrimonio che i teorici della contestazione avevano indicato come obiettivo da raggiungere attraverso il superamento dell’istituzione veniva in gran parte, e surrettiziamente, avviato con la moltiplicazione delle relazioni affettive e sessuali che, ripetendosi e moltiplicandosi, finivano per far perdere il suo senso profondo al matrimonio.

Esso non era più unicum, ma semplicemente uno dei tanti momenti – a fatica, non sempre, divenuto istituzionale per le pressioni dell’ambiente – di una vita affettiva e sessuale che cominciava assai prima e continuava anche dopo, nella forma della relazione extraconiugale o di successivi matrimoni. L’istituto che era stato oggetto delle aggressioni frontali della contestazione giovanile – il matrimonio – veniva in questo modo non formalmente abbattuto, ma piuttosto a poco a poco corroso. Non stupiscono, in questo contesto, le recenti spinte all’equiparazione al matrimonio delle unioni di fatto e delle stesse relazioni omosessuali: privata di significato l’istituzione, le varie forme di relazione si pongono inevitabilmente tutte sullo stesso piano.

Vignetta.

Corsi e ricorsi storici

Il venticinquennio apertosi con la contestazione frontale dell’istituto familiare sembra tuttavia concludersi con una sorte di "ritorno" alla famiglia. Da più parti si segnalano sintomi di "neofamilismo di ritorno", visto ora come una rivincita postuma della società borghese, ora come necessaria inversione di rotta dopo le ubriacature sessantottine. In realtà il discorso è assai più complesso e merita un adeguato approfondimento.

Il "ritorno" alla famiglia appare, in una prima prospettiva, come uno dei tanti momenti dei "corsi e ricorsi" cui la storia ci ha abituato. Dopo tutte le rivoluzioni avvengono correzioni di tiro e movimenti di assestamento. Negli anni ’90, infatti, si poteva constatare con mano da un lato il fallimento delle alternative alla famiglia e in particolare delle "comuni familiari" o delle varie forme di "famiglie collettive" in quegli anni esperimentate; dall’altro lato gli esiti devastanti di certo libertarismo, quali la violenza endemica sino al terrorismo, l’infantilismo ideologico, la facile evasione nell’alcolismo e nella droga.

Nello stesso tempo emergeva con sempre maggiore chiarezza che l’idealizzata "società senza padre", che avrebbe dovuto segnare la piena liberazione delle generazioni giovanili, non era una società anarchica e ingovernabile, destinata di per sé stessa, solo apparentemente con esiti paradossali, a produrre nuove spinte autoritarie.

L’eccesso di libertarismo finiva per produrre nuove spinte autoritarie. La stessa liberazione della donna perseguita essenzialmente per la via della sessualità accentuava la deresponsabilizzazione del maschio (del maschio partner e padre) e condannava la donna a una profonda e nuova solitudine.

Superare l’alternarsi delle culture

Questo "ritorno" non può tuttavia significare un puro e semplice recupero del passato: troppo radicali sono stati i cambiamenti perché si possa pensare di tornare agli antichi modelli. Assoggettata a una serie di sfide, la famiglia ha risposto nelle modalità duttili e flessibili che, da sempre, le sono proprie e che le hanno consentito di superare indenne l’alternarsi delle culture.

Alle mancate politiche sociali ha risposto riducendo il numero dei figli; alla disoccupazione giovanile ha risposto con una più prolungata permanenza dei figli adulti nel nucleo familiare di origine; alla carenza dei servizi sociali ha risposto mobilitando le energie di altri membri della famiglia per la cura dei piccoli e degli anziani, e così via. La storia della famiglia (come, del resto, quella delle civiltà) è sempre una storia di sfide e risposte, e in questo consiste appunto il mutamento.

La nuova sfida che si annunzia – forse la più impegnativa della stagione della modernità – è quella della globalizzazione e delle conseguenze che essa porta con sé: l’accentuata flessibilità del lavoro, la forte mobilità residenziale, la precarietà delle relazioni di vicinato, la marcata tecnologizzazione della vita (sino a raggiungere, con le varie forme di procreazione assistita, il cuore stesso della vita). Ma non vi è ragione di ritenere che, come è avvenuto ieri, così anche domani la famiglia non sia in grado di affrontare e risolvere i nuovi problemi.

La Chiesa e i valori

La famiglia non può essere lasciata da sola a fronteggiare queste sfide e chiede di essere sostenuta tanto sul piano del costume quanto su quello delle politiche sociali.

Sul piano del costume, la Chiesa cattolica è rimasta sostanzialmente isolata nella salvaguardia dei valori fondamentali del matrimonio e della famiglia, quasi si trattasse di valori "cattolici" e non di autentici valori laici. Né si è sempre eluso il rischio di fare apparire l’azione della Chiesa a favore delle famiglie – già a partire dal fondamentale documento dell’episcopato italiano del 1975 su Evangelizzazione e sacramento del matrimonio – come una sorte di battaglia di retroguardia, quasi che la famiglia appartenesse a un passato da difendere e non a un futuro da costruire.

Abbastanza deludente è il bilancio dell’impegno realizzato dalla scuola pubblica (e, in verità, anche dalla scuola non statale) nell’ambito di una formazione dei giovani alle loro responsabilità, anche in campo affettivo e sessuale, dato che spesso si è confusa l’educazione sessuale con la fisiologia dell’apparato riproduttivo e con la presentazione delle tecniche di prevenzione del concepimento.

Ancor più inquietante appare il panorama proposto da tutte le strutture mass mediali (anche da quelle che sono di proprietà dei teorici difensori della famiglia), costantemente orientato in senso anti-familistico e proponenti inaccettabili modelli di relazione fra uomo e donna.

È tuttavia possibile in questo ambito un’inversione di tendenza, soprattutto se non mancherà la spinta di un’opinione pubblica sin qui assente e amorfa.

Egualmente negativo può essere considerato il bilancio delle politiche sociali del venticinquennio 1977 - 2002. Se positivi interventi legislativi sono stati attuati a sostegno della maternità e per la salvaguardia del lavoro femminile, pochissimi passi sono stati compiuti in direzione dell’equità fiscale e dunque per una più giusta tassazione delle famiglie con figli a carico, ancora oggi in Italia – a differenza di quanto avviene in quasi tutti i Paesi europei – fortemente penalizzate. Sono stati frequenti, nell’ultimo quarto di secolo, gli "annunci", ma pressoché assenti i fatti concreti.

Vignetta.

Gli attori del cambiamento

Dando per scontato il mantenimento, nella sostanza, dell’attuale quadro legislativo, e considerati i processi assai lenti di cambiamento del costume, gli interventi di politica familiare appaiono l’ambito nel quale potrà manifestarsi nel prossimo futuro l’attenzione alla famiglia da parte dei pubblici poteri, nazionali e locali.

I processi di cambiamento intervenuti nell’ultimo quarto di secolo esigono, da parte di quanti credono ancora nell’istituto familiare, una serie di interventi a favore della famiglia, in parte correttivi dei guasti del passato, in parte orientati a far fronte alle nuove sfide che gli esiti ultimi della modernizzazione, e in particolare il fenomeno della globalizzazione, pongono alla famiglia.

Si profilano pertanto i ruoli, diversi ma complementari, di tre importati attori.

Primo attore sono i pubblici poteri, latamente intesi, sia in quanto produttori di legislazione (e specificamente di interventi aventi come oggetto la famiglia), sia in quanto responsabili di scelte politiche direttamente o indirettamente sulla famiglia, sia infine come "produttori di cultura".

Si tratta di decidere se spingere ancora in direzione del riconoscimento dei veri o presunti diritti individuali o di farsi invece carico dei diritti sociali, a partire da quelli della famiglia. Dall’uno o dall’altro orientamento dipenderà l’avvio di atti legislativi, di interventi di politica sociale, di promozione della cultura che assumano come punto di riferimento i singoli individui o piuttosto il "soggetto-famiglia".

Secondo attore sono le agenzie educative, dalle scuole alle chiese. Si tratterà anche qui di decidere se proporre come modello l’uomo singolo o invece l’uomo in relazione (e con specifica attenzione a quella particolare relazione fra uomo e donna che fonda la società e assicura la sua permanenza nel tempo).

La scelta è fra la proposta di modelli ispirati a una mentalità di esasperata privatezza o richiamantisi invece a una cultura della responsabilità, del dono di sé, del servizio agli altri e alla vita.

Terzo – ma il più importante e alla fine quello decisivo – attore è la stessa famiglia. Dalla sua consapevolezza, dalla sua capacità di servizio, dalla qualità della vita di relazione che sarà capace di instaurare al suo interno dipenderanno la salvaguardia e la promozione dei più alti valori di cui la famiglia è portatrice o la sostituzione di essa con forme le più diverse di precari, instabili e fluttuanti rapporti, secondo gli stili di vita cari alla cultura individualistica e radicale.

Il futuro è dei giovani

Da quanto asserito derivano modelli e stili di vita sostanzialmente anti-familiari perché fondati soltanto sugli individui considerati come singoli; di lì modelli e stili di vita alternativi, fondati su relazioni stabili e durature, vissute nella fedeltà e aperte al servizio alla vita nelle sue varie forme.

È quasi ovvio ribadire che è su questo terreno si deciderà il destino della famiglia nel XXI secolo. Riflettere sulla storia di ieri aiuta a comprendere la realtà di oggi ma non fornisce garanzia alcuna sul futuro.

Il futuro, e specificamente il futuro della famiglia, è nelle mani degli uomini e delle donne della nuova generazione.

Giorgio Campanini
   

BIBLIOGRAFIA

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  • Barbagli M., Kertzer D.I. (a cura di), Storia della famiglia italiana, 1750-1950, Il Mulino, Bologna 1992.
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  • Pati L., Pedagogia familiare e denatalità. Per il recupero educativo della società fraterna, La Scuola, Brescia 1999.
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  • Vecchio G., Profilo storico della famiglia. La famiglia italiana tra Ottocento e Novecento, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 1999.








 

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