Famiglia Oggi.

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n. 12 DICEMBRE
2002

Sommario

EDITORIALE
Dare prospettive per un futuro migliore
La DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Puntelli stranieri alle famiglie italiane
di MAURIZIO AMBROSINI

apep00010.gif (1261 byte) Garantire sempre gli affetti
di ALESSANDRO CASTEGNARO

apep00010.gif (1261 byte) L’orizzonte etico della cura
di FLAVIO BATTISTON

apep00010.gif (1261 byte) Aiutanti domiciliari cercasi
di
LIVIO CORAZZA

apep00010.gif (1261 byte) In attesa di miglioramenti
di CARLA PANIZZI

apep00010.gif (1261 byte) Le strade della servitù di passaggio
di ANGELA CAPELLI

apep00010.gif (1261 byte) Donne invisibili nella case lombarde
ROSANGELA VEGETTI

DOSSIER
Visite a domicilio
di GIORGIO CONCONI

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
L’Italia è una terra promessa
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Minoranze in Tv: criminali o disperati?
A CURA DEL CENSIS
Un bambino cresciuto in fretta
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Amati e curati come persone
di MARCO DE CASSAN e SERENA GAIANI
Volgere in avanti lo sguardo
di MANUELA FOGLIAZZA
Sulle ali di un sogno
di PIETRO MANCA

CONSULENZA GENITORIALE
Anche i vecchi sanno giocare
di SERENA GAIANI

POLITICHE FAMILIARI
Custode solitaria dei suoi figli
di PAOLA DI NICOLA

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Evitare in tribunale un secondo trauma
di ORSOLA VETRI

LIBRI E RIVISTE

 

DOSSIER - DUE STORIE "EXTRACOMUNITARIE"

IN CERCA DI UNA VITA MIGLIORE

di MARTINA GHERSETTI
(giornalista)

Sylvia dall’Europa dell’Est: «Non vedo l’ora di ritornare a casa. E ci ritorno male, senza soldi, senza poter raccontare molto di buono.

Mi chiamo Sylvia ho cinquantaquattro anni, non è stato facile, per me, lasciare la mia famiglia. Avevo bisogno di guadagnare, e dove vivevo non c’era più lavoro per me. Così sono partita da Tulcea, città rumena sul delta del Danubio, con il visto turistico, pagando milleduecento dollari. Avevo ancora qualche soldo con me. Ero con un’amica, che mi aveva detto che in Italia si stava bene, lei c’era già stata.

Il viaggio è stato lungo, in pullman, attraverso l’Ungheria, l’Austria, fino ad arrivare a Udine. Ci hanno fatto scendere dietro la stazione dei treni. Io ho preso un biglietto per Pordenone, perché qui avevo un’altra amica, una che ha un lavoro regolare. Quest’amica mi ha accompagnato al centro di ascolto della Caritas, per tre notti mi hanno trovato un posto dove dormire, in uno dei centri di prima accoglienza.

Nei giorni seguenti è arrivata l’occasione di andare ad assistere un signore che non poteva più abitare da solo. Dovevo vivere nella sua casa, fare qualche lavoro, tutto per cinquecento mila lire al mese. La figlia del signore mi ha procurato un permesso turistico valido per altri tre mesi, con la promessa di fare le carte per il permesso di lavoro. Invece non ha concluso nulla.

Un giorno è arrivata la telefonata di un architetto, che aveva bisogno di qualcuno per assistere la madre. Io ero molto contenta, così potevo andarmene, cambiare casa. Perché lì il signore non mi lasciava in pace. Voleva che andassi a letto con lui. Io l’ho detto alla figlia, e lei ha minimizzato la cosa. Suo padre non stava bene, diceva una cosa per l’altra o probabilmente scherzava. Così lo giustificava la figlia e non voleva capire il mio problema. Io non ho mai ceduto, ma lui era sempre più insistente, avevo paura. Così la nuova proposta di lavoro mi sembrò una liberazione.

Mi sono presentata, ma era un tranello. L’architetto era un poliziotto. Mi ha portata in Questura. Lì mi hanno preso le impronte delle dita, proprio come se fossi una criminale. Non ci potevo credere. Mi hanno fatto le foto, hanno preso il numero del mio cellulare. E mi hanno dato un pezzo di carta che mi diceva che potevo stare ancora quindici giorni in Italia.

I miei documenti erano scaduti, ma io non ero una criminale. Mi hanno fatto sentire come una ladra. Io invece volevo solo lavorare, avere un posto onesto. Dopo quindici giorni ho dovuto ritornare in Questura. Mi hanno detto che entro altri quindici giorni dovevo tornare in Romania. Come è possibile dopo tutti questi sacrifici? E poi io non ho neppure i soldi per il viaggio di ritorno. A loro non importava, mi hanno detto che dovevo partire dalla Romania sapendo già dove andare a lavorare, ma non mi hanno spiegato come si fa.

In Italia mi sono trovata male in quella casa, dove c’era quel signore che non mi lasciava in pace. Però ho incontrato anche persone che mi hanno aiutata. La mia amica, quella che mi ha accompagnata in Caritas, dove si sono dati da fare per me. Poi altre persone si sono comportate bene, per loro ho fatto qualche servizio in casa, e mi hanno pagata bene, a ore.

Però essere trattata come un criminale mi ha fatto sentire troppo male. Non so se ritornerò. Adesso non vedo l’ora di andare via».

Maria Esther dal Perù

«Vengo da Trujillo, una città commerciale che si trova nel Nord del Perù, a circa cinquecentottanta chilometri da Lima (...).

Sono stata allevata da uno zio, fratello di mio padre, era un idraulico, come prima di lui lo era stato mio nonno. Questo zio è stato il mio punto di riferimento, mi è sempre stato vicino, anche se non aveva nessun obbligo nei miei confronti. I miei genitori mi avevano abbandonata da piccola, assieme a mia sorella. Ognuno di loro si era rifatto poi una famiglia, mia madre sempre nella stessa città, mio padre viaggiava per il Perù, con un camion e, quando si fermava, stava a Lima.

Questa è stata la grande sofferenza della mia vita: non ho mai accettato il fatto di essere stata lasciata, ho rincorso mio padre non so quante volte. Scappavo dalla casa dei nonni paterni per andarlo a trovare, magari solo per vederlo poche ore , quando ritornava a casa tra un viaggio e l’altro. Affrontavo un lungo percorso salendo sul camion di un altro zio, passando dal suo mezzo all’autobus, così per tutti i cinquecentottanta chilometri che si devono percorrere per raggiungere Lima (...).

Mio marito era un commerciante, comprava e vendeva merci di diverso genere, i suoi affari non avevano un andamento costante: aveva tra le sue clienti una signora benestante, con dei parenti in Italia, a Verona, che cercavano personale per un ristorante. Lui ha pensato che avrei potuto andarci io, e subito abbiamo deciso che era un’occasione da non perdere per i nostri figli. Mio marito mi ha messo praticamente in mano il biglietto per il viaggio.

Sono partita nel giugno del 1991: l’aereo è arrivato a Roma, mi sono arrangiata a raggiungere il centro. Ricordo che appena uscita dalla stazione Termini tutta la tensione che avevo accumulato negli ultimi tempi si è sciolta, sono scoppiata a piangere come non avevo fatto fino a quel momento. Ai figli in Perù mi ero sempre mostrata allegra, piena di speranze. Anche se con tanta fatica.

A Roma ho trovato per caso delle ragazze peruviane, che mi hanno aiutata a chiamare la signora che avrebbe dato il lavoro – io non parlavo una parola d’italiano. Poco dopo ho preso il primo treno per il nord e ho raggiunto una bellissima località sul lago di Garda, dove ho fatto tutta la stagione estiva in un ristorante. Finiti i mesi caldi, mi sono trovata senza lavoro: siccome non sapevo cosa fare, ho telefonato a una sorella che abitava in Italia, una sorella che non avevo mai conosciuto, era la figlia più piccola di mio padre, sua madre aveva poi sposato un italiano. Il numero di telefono me lo aveva lasciato mio padre prima di partire.

Queste due donne mi hanno detto di andare da loro, in provincia di Pordenone: dopo due mesi ho trovato lavoro in una famiglia, mi avevano promesso di mettermi in regola, ma non l’hanno mai fatto. Con loro sono rimasta sette mesi.

Poi ho trovato un’altra famiglia che aveva bisogno di me, per assistere una signora anziana. La signora mi ha detto che dovevo ritornare a casa, in Perù, assicurandomi che quello era l’unico modo per essere assunta regolarmente. Ma io non avevo soldi, mandavo tutto a casa. Allora lei mi ha messo in mano il biglietto di andata e ritorno. Così ho rivisto i miei figli dopo un anno, poi ho atteso due mesi ed è arrivato il mio contratto di lavoro, ho potuto fare le carte all’ambasciata per lasciare il Paese, per ritornare a lavorare in Italia.

Purtroppo dopo sei mesi la signora anziana è morta. Poi ho trovato un’altra signora da assistere, con lei sono rimasta sei anni.

Ogni due anni sono ritornata a casa. I miei figli hanno continuato a studiare, vivono da soli, nella casa che ho comperato con i miei risparmi, nel quartiere nel quale sono vissuta. Sono molto affezionata alle mie radici. Mio marito si è formato un’altra famiglia. I miei figli sono vicini a mia sorella, a mia madre. Il figlio maggiore studia all’università, il piccolo sta finendo dei corsi di informatica, il secondo è diventato esperto di computer, ha fatto corsi anche per imparare ad assemblarli e ha iniziato a fare dei lavoretti.

Ho avuto la fortuna di essere a casa due anni fa, per assistere mio zio, che è morto nei mesi in cui ero a Trujillo. Avevo sempre chiesto a Dio di concedermi questa grazia, di stare vicino a lui nel momento del bisogno, come lui era stato accanto a me, quando ero bambina. La malattia di mio zio è stata anche un modo per avvicinare, finalmente, mio padre. Siamo stati molto insieme, abbiamo parlato, lui mi ha spiegato le sue ragioni, io sono riuscita a dirgli quanto mi era mancato.

Poco tempo dopo la morte di mio zio, anche a mio padre hanno trovato lo stesso male. In pochi mesi se n’è andato. Non sono riuscita a stargli vicino nell’ultimo periodo, i parenti non mi aggiornavano sulle sue condizioni, per non farmi preoccupare. Un giorno ci siamo parlati per telefono, a lungo ero felice di esserci riuscita, ancora una volta. L’ultima: pochi giorno dopo mi hanno telefonato per dirmi che era morto.

Sono una persona timida, non ho fatto molte amicizie, in questi anni. Si può dire che ho una sola amica, una signora friulana più vecchia di me: l’ho conosciuta perché facevamo assistenza alla stessa persona. Con lei ho visitato un po’ l’Italia. Siamo state a Roma, a Firenze. Abbiamo fatto lo stesso mestiere, ci capiamo anche per questo. Se la gente qui non è molto espansiva, la cosa non mi dispiace: in fondo mi assomiglia. Mi sono trovata bene nelle famiglie in cui ho lavorato, e loro con me penso, visto che ci teniamo in contatto, sono diventata quasi una parente, per loro. Non sono mai rimasta senza lavorare: c’è sempre stato un passaparola, non appena finivo di lavorare in una famiglia ce n’era subito un’altra pronta ad accogliermi». (Queste due storie sono raccontate in Donne a colori, edizioni Concordia Sette).

Martina Ghersetti








 

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