Famiglia Oggi.

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n. 2 FEBBRAIO
2003

Sommario

EDITORIALE
Il dono della maternità: immaginario e realtà
La DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Di mamma non ce n’è una sola
di MARIATERESA ZATTONI e GILBERTO GILLINI

apep00010.gif (1261 byte) Gli errori di una madre delusa
di ANNA OLIVERIO FERRARIS

apep00010.gif (1261 byte) L’amore che fa crescere il figlio
di GIOIA VIOLA BARTOLO

apep00010.gif (1261 byte) Incoraggiare il benessere di contatto
di FULVIO SCAPARRO

apep00010.gif (1261 byte) Il bambino prigioniero
di FRANCA DO

apep00010.gif (1261 byte) Nove mesi di utile comunicazione
di ORIANA FRANCESCHIN

apep00010.gif (1261 byte) Mantenere alto il valore della vita
di DARIO CASADEI

DOSSIER
Una crudeltà di antica data
THE SOCIETY FOR THE PREVENTION OF INFANTICIDE (a cura di)

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
L’esasperato culto del corpo
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Viaggio nella narrativa infantile
di LODOVICA CIMA
Gli ebrei e l’arte di raccontare la Storia
di HARMA KEEN

MATERIALI & APPUNTI
Prendersi cura della vita
di EMANUELA DI GESÙ
Il paziente è sempre l’interlocutore "primo"
di FRANCO FASOLO

CONSULENZA GENITORIALE
Una non veritiera cascata di coccole
di SERENA CAMMELLI

POLITICHE FAMILIARI
Ingiusta discriminazione salariale
COMMISSIONE EUROPEA (a cura della)

LA FAMIGLIA NEL MONDO
L’usanza tribale dei matrimoni precoci
di ORSOLA VETRI

LIBRI E RIVISTE

 

RISCOPRIRE LA COMUNITÀ

Di mamma non ce n’è una sola

di Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini
(psicopedagogisti)

Una certa cultura maschilista ritiene che mamma e bambino soli, bastino a loro stessi e di conseguenza fa sì che si creino nelle famiglie queste accoppiate indissolubili e dannose per entrambi. Ma i piccoli dovrebbero essere considerati, come un tempo, un bene comune da amare all’interno di una rete di affetti.
  

Ci si permetta di dirlo con passione e con forza: una neo mamma non può stare contigua al suo neonato ventiquattro ore su ventiquattro! Prendiamo le distanze dall’idillio che ci porta a pensare che madre e neonato costituiscano una sorta di simbiosi autocentrata e autosufficiente, una sorta di incantamento per cui il neonato "basta" alla madre e la madre "basta" al neonato, così che l’unica cosa utile sarebbe, salvo qualche aiuto sporadico, rispettare la loro privacy e cioè: lasciarli soli nel loro tranquillo appartamento. Per dare consistenza al nostro assunto, conduciamo l’analisi in due momenti: riguardo agli studi sull’attaccamento che ci guidano alla costruzione della "madre responsiva" e riguardo alla rivisitazione e ricostruzione della "comunità delle madri".

La letteratura parla di "madre responsiva" e noi possiamo perfino associarci a tale dizione, se è chiaro che anche il padre nella nostra cultura acquisisce caratteri di responsività e se è altrettanto chiaro (lo diciamo con un tantino di polemica per quei genitori che si privatizzano i figli, investono a tal punto su di loro da identificarsi con la riuscita e il benessere del figlio, per poi sentirsi soli e colpevolizzati!); se è altrettanto chiaro, dunque, che briciole di genitore responsivo sono o possono essere a portata di mano per i nostri figli in tanti altri adulti (educatori, insegnanti, amici, parenti prossimi).

Come possiamo definire meglio i caratteri benefici della responsività? Per farlo in maniera concreta, ci permettiamo tre primi piani su una banalissima situazione all’interno del primo anno di vita, guardando alla moviola le risposte materne.

Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini.

Tre risposte esemplari

Ecco, un piccolo che infila il dito nella bocca della mamma, con un comportamento esplorativo da una parte (Che ci sarà in questa cavità? Sarà come la mia? Mi morderà?) e di intimità dall’altra (Sono così sicuro di te da avvicinarti con gesti speciali, da fidarmi, da esserti "dentro"). Cosa farà la madre?

1 Poniamo che una prima madre sia presa da suoi pensieri invasivi, forti, che la concentrano altrove, è centrata su di sé, quasi non percepisce il ditino che le esplora la bocca; il piccolo riceve una non-risposta; un momento dopo, però, la stessa madre afferra il ditino, ci gioca, prende l’intera manina, lo invita a ripetere il gesto anche quando lui ritira la manina, lo sollecita, lo esalta: «ecco, la mia manina bella...». Questa seconda risposta è piuttosto esagerata, sovradeterminata, intrusiva e incoerente; un simile comportamento materno induce nel piccolo un comportamento insicuroambivalente. Al piccolo non resterà che chiedersi: ma sono veramente interessante per la mamma? Come fare per attirarla, attivarla, trattenerla?

2 Prendiamo in esame una seconda madre: quel ditino che le esplora la bocca le dà un senso di fastidio, le sembra inopportuno; probabilmente si racconta qualcosa che ha a che fare con l’igiene, con il momento (è ora di pappa, di nanna...) fatto è che non ci gioca, forse dice con fare irritato: "non fare così" e intanto distanzia il ditino (e quindi il sé del bambino), rifiutando l’iniziativa del piccolo, mirando all’efficienza delle cure, ma molto poco al calore. Il suo comportamento induce nel bambino un comportamento insicuro-evitante. Al piccolo non resterà che stare un po’ sulle sue, stare ritirato, freddino, come se si dovesse accontentare delle risposte "efficienti" della mamma e non dovesse anche aver bisogno di risposte calde, giocose, inutili.

3 Prendiamo in esame una terza madre: ospita quel ditino nella sua bocca con gioia, ci gioca, lo succhia, fa finta di morderlo, è tutta presa dal gioco, ride, grata e divertita quando il piccolo risponde con gridolini di gioia alle sue risposte: lo scambio comunicativo potrebbe trascriversi con un «Che bello! Ci sei! Ci sono!». Il suo comportamento induce nel bambino un comportamento sicuro: il bambino sa di essere interessante, di "saper raggiungere" la madre con le sue iniziative, diventa competente nelle relazioni e quindi nell’esplorazione del sé e del mondo.

La terza madre è responsiva, è infatti disponibile alle iniziative e quindi al sé del bambino, lo "accoglie dentro", nel senso che trova dentro di sé le emozioni del piccolo, e per questo è capace di restituirgliele con immediatezza sì, ma anche come specchio e filtro; specchio perché più il piccolo si percepisce "sentito" dalla madre, più è accolto tra gli umani, si permette le sue emozioni e "sa" a chi appartiene, e filtro perché una simile madre lo aiuterà a trattenere le emozioni e le iniziative buone, lascerà cadere i momenti "no", per conservargli una riserva buona del sé. Ancora, la madre responsiva reagisce in maniera supportiva e cooperativa, favorendo risposte del bambino verso l’autonomia e l’esplorazione.

Con i nostri primi piani abbiamo accennato agli studi sul sistema motivazionale dell’attaccamento (a partire da Bowlby, a Ainsworth, Main, Solomon, Bartolomew, Attili, Liotti), sistema a base innata, poiché ogni piccolo dell’uomo è attrezzato ad agire in modo da assicurarsi la cura (che per lui significa la sopravvivenza) di un adulto: segnali come quello del pianto, con tutte le sue straordinarie tonalità, attivano l’adulto caregiver che "risponde" soccorrendolo.

Tale sistema ha tre caratteristiche: ricerca e mantenimento della vicinanza fisica (fonte di nutrimento e di calore); uso della figura di attaccamento come rifugio (per essere confortato e consolato in caso di paura, disagio e insuccesso) e come base sicura (da cui esplorare il mondo, grazie al fatto che la base c’è, è assicurata). A seconda delle risposte a questi suoi bisogni fondamentali (non dimentichiamo che la madre responsiva è – fortunatamente! – non una singola persona, ma un po’ la somma delle risposte positive che il bambino riceve!), egli si costruisce degli schemi di comportamento che a loro volta si adattano, cioè sono risposte a queste risposte. Questi schemi, fissati in un periodo così "sensibile", tendono a essere costanti (dalla culla alla tomba, dice Bowlby), a diventare – per così dire – comportamenti "spontanei".

Nei nostri primi piani abbiamo visto l’attaccamento insicuro-ambivalente, quello insicuro-evitante e quello sicuro. C’è anche un quarto schema comportamentale, secondo le ricerche di Main e Solomon (1986): l’attaccamento disorganizzato/disorientato, in presenza di una figura di attaccamento gravemente inadeguata, maltrattante, che ha problemi psichiatrici o che ha subito gravi traumi o abusi. Una simile madre – come osserva Grazia Attili – è spaventata e spaventante: non sapendo proteggere sé stessa, essendo ancora assorbita da un trauma o da un lutto gravissimo, non ha spazio per il bambino, non sa proteggerlo, in una parola lo "spaventa" (ovviamente non consapevolmente) innescando strategie di cut off e cioè di autoannullamento, insensibilità, stereotipie, assenza di emozioni, ritiro e dissociazione, fino ad arrivare a una sorta di "fuga bloccata", il freezing: il piccolo si fa immobile, si ritira, per esporre il meno possibile il suo sé, per proteggersi da solo.

Allargare il campo

Ritorniamo ai nostri primi piani e facciamo alcune sottolineature per limitare possibili equivoci (e correlati i sensi di colpa, troppo facili, oggi, nella nostra temperie culturale). Prima sottolineatura: non basta una risposta ambivalente o rifiutante per produrre un attaccamento insicuro! Occorrono milioni, anzi miliardi di gesti di tale marca; anzi anche nell’attaccamento sicuro sono presenti risposte inadeguate del genitore; anzi ancora: una fenomenologia di ricordi infantili in cui madre e padre appaiano assolutamente perfetti e senza ombre, non depone a favore di un attaccamento sicuro; colui che ha ricordi definiti e precisi sia positivi sia negativi (e ha qualcosa da rimproverare ai genitori) è probabilmente sul terreno di un attaccamento sicuro. Il fatto è che il piccolo, nelle sue risposte, fa un bilancio, in cui si adatta al comportamento prevalente del caregiver.

Seconda sottolineatura: tale bilancio (vivaddio!) non è fatto su un adulto solo, ma sugli adulti di riferimento che stanno attorno al piccolo; un genitore inadeguato o "maltrattante" può essere egregiamente supplito dall’altro genitore, se – poniamo – è accettante e sereno. E non c’è solo l’altro non bypassabile genitore: ma ci sono anche i nonni, gli zii, le madri e via via gli insegnanti, gli educatori. La vita, quando può, obbedisce al criterio del meglio, per cui il piccolo può costruire la sua "figura di attaccamento" come un mosaico prezioso di tutte le interazioni in cui è immerso.

Torniamo ancora ai nostri primi piani per osservare che i moduli comportamentali espressi come risposte all’accudimento diventano man mano Modelli operativi interni (Moi) cioè acquistano per così dire significati che hanno una forza previsionale; è come se il bambino, poi l’adolescente, poi l’adulto dicesse «ecco chi sono io», «ecco che cosa posso aspettarmi dagli altri». E così via via anche le esperienze future si incanalano nel déja vu, «lo sapevo già», «me l’aspettavo». Ad esempio, il bambino con attaccamento insicuro-ambivalente sa già che deve mettercela tutta per centrare su di sé "la madre", si deve tener aggrappato a lei per esserci, ed è solo dalle sue risposte che egli sa di essere degno di essere amato; e più queste risposte sono altalenanti, più egli non può staccarsi e più si sente bisognoso di approvazione; il bambino con attaccamento insicuro-evitante sa già che dovrà bastare a sé stesso, che dovrà farcela da solo, dovrà stringere i denti anche quando vorrebbe cercare aiuto e protezione, poiché sa che, al momento del bisogno, non gli verrà nessun aiuto da nessuno; il bambino con attaccamento sicuro, invece, sa di poter contare su qualcuno di benevolo, in caso di bisogno, qualcuno che non lo respingerà e non lo condannerà schiacciandolo sui suoi errori e nel medesimo tempo egli sa che è libero di poter contare su sé stesso, di essere autonomo, perché la sua autonomia è ben vista e rinforzata dalla sua figura di attaccamento.

Tutto ciò avviene nella circolarità; le "risposte" del bambino non solo si adattano ai comportamenti delle figure di attaccamento, ma a loro volta le costruiscono, in un’incessante interazione reciproca che soltanto la vita poteva inventare. E la Vita non si arresta, non si cristallizza e non si immobilizza (a meno che non ce la mettiamo tutta per bloccarla). Anche le più recenti riflessioni sull’attaccamento provano che i Moi, sia pure ben stabilizzati a partire dalle prime esperienze infantili, possono modificarsi. Quando? Quando appaiano all’orizzonte relazioni di marca diversa (anche una buona relazione di coppia può modificare comportamenti ansiosi o rifiutanti di uno dei due!). Questo, ovviamente, vale sia per il bambino nel suo esercitare da bambino, sia per il bambino che è dentro di noi, sia per l’adulto che si espone alla cura. Stiamo dicendo, e con forza, che "madre responsiva" si diventa, persino a partire dalle situazioni più inadeguate. Ma, "madre responsiva" non si diventa da sola, nel chiuso del proprio appartamento, come stiamo per mostrare.

Ripensando ai vecchi contesti

Il nostro punto di vista sugli studi riguardo all’attaccamento infantile ci ha forse fatto venire qualche sospetto (salutare) nell’affermazione che «di mamma ce n’è una sola». A dire il vero, l’affermazione di cui sopra – che ha tutti i tratti del luogo comune che si impone da sé – veniva proclamata in un contesto in cui sottolineava giustamente l’appartenenza privilegiata del neonato alla sua madre biologica. Riportiamo alla mente un contesto di famiglia allargata (quando la sposa entrava nel clan di lui e la coppia godeva di una privatissima ma unica stanza matrimoniale e tutto il resto era in comune), un contesto di cascina, o di cortile o, perfino, di strada di paese in cui si conoscono tutti. Ebbene, in simili contesti i piccoli erano un bene comune, senza che questo venisse proclamato a parole; se il bambino combinava qualche guaio, veniva redarguito dagli adulti presenti; così come, se faceva sfoggio di qualche capacità, aveva un naturale "pubblico" adulto che gli batteva le mani. Il piccolo non era al centro, ma "al seguito" della madre, sia perché nella grande cesta poteva essere portato, poniamo, nel mezzo dell’aia, sia perché, man mano che cresceva si intruppava con un gran numero di coetanei.

In simile contesto, risulta efficace l’affermazione «di mamma ce n’è una sola»; affermazione cui non vogliamo togliere – ovviamente – validità su un piano biologico, psicologico ed etico, ma che oggi, detta in modo assoluto, rischia di contribuire a fraintendere i compiti materni.

C’è in effetti un fraintendimento (soprattutto di marca maschile) che rischia di avere conseguenze dolorose: la madre è percepita come una sorta di pozzo che trae da sé stesso tutto il necessario per il bene del bambino. Come abbiamo scritto in un nostro manuale per la formazione dei genitori: «Nessuna donna è, per il fatto che diventa madre, una sorta di pozzo da cui trarre amore costante, rifornimento autonomo, autoproduzione di calore e cure materne. Nessun uomo che diventa padre può affacciarsi al pozzo e "giudicare" quanta acqua c’è e caso mai darsi i compiti – disperanti (per ambedue) – di supplire in qualche modo ai deficit di riserve»1. L’idea della madre-pozzo è difficilmente messa in discussione da certo romanticismo post-moderno così frammentato e contraddittorio da immaginare una madre istintivamente felice con il suo neonato da chiuderla nel suo appartamento, ben protetta e sicura, magari con tutti i supporti tecnologici del caso.

Certo, a una simile madre si va "a far visita" per complimentarsi su come cresce bene il neonato, si regalano tutine ecologiche, magari ci si complimenta con il neopapà così generoso nel "farle la notte" di tanto in tanto, accudendo lui il neonato per lasciarla riposare (vedremo le metamorfosi del neopadre nel prossimo numero di Famiglia Oggi).

Ma già il linguaggio lo denuncia: "farle la notte" (come: farle la spesa, provvedere al suo posto al cambio dei pannolini) è soltanto un modo per aiutarla, magari per "ripararla", per sostituirsi perché, povera!, non ce la fa. Se fosse un "vero" pozzo (lo spontaneismo è duro a morire, nella nostra cultura che autentica soltanto ciò che avviene senza sforzo) sarebbe sazia e felice in quell’angolo di paradiso terrestre ricreato tra madre e bambino! Fino a che custodiamo nel nostro immaginario questa pervicace idea della madre-pozzo, complice un certo inconsapevole maschilismo di uomini che pensano la propria madre come la loro inesauribile e spontanea amante (nel senso di «colei che ama senza riserve»), non riusciremo a fare un salto culturale e a rispondere ai reali bisogni di quel "bene" che sono i figli.

E così – è un esempio estremo, ma di cui siamo stati testimoni – nessuno pare allarmarsi se la madre-pozzo si acconcia così bene a fare da pozzo, da colei che sola è responsabile del benessere del bambino, da chiedere a tutti coloro che entrano in casa per vedere il neonato di indossare pantofole preparate e... la mascherina. Tutti pensano a qualche stranezza o a qualche esagerazione e nessuno sente il grido disperato di questa madre-pozzo che sta pensando nel suo delirio di essere l’unica responsabile della salute totale del neonato!

Non pensarsi pozzo, ma canale entro cui scorre il bene vitale del bambino, canale che semplicemente "trasporta" l’acqua buona, è un sollievo, secondo la nostra esperienza. La madre che si pensa canale non sente il macigno della totale responsabilità verso il bambino su di sé soltanto, sente anzi il diritto-dovere di rifornirsi, di mettersi in contatto con altri canali, di sentire la responsabilità condivisa. Abbiamo visto molte madri sollevate dall’idea di "essere soltanto" canali. Solo così si permettono una vicinanza buona, possono accogliere con gratitudine che «di mamma ce n’è una sola», perché la contiguità non fa più paura. Anzi, si può perfino guardare "l’acqua che passa" ed esaminarla, vederne gli aspetti un po’ inquinati non come propria "cattiveria" (le madri che fanno del male ai loro bambini si sentono già prima spaventosamente "cattive") ma come realistiche comuni inadeguatezze che nessuno ha in tasca la chiave magica per riparare. «Non dovrò essere io – pensa la madre-canale – a risolvere magicamente tutto ciò che non è andato tra generazioni, non mi è chiesto di sanare tutte le falle; e nel medesimo tempo posso permettermi di essere grata di ciò che passa, permettendo anche al piccolo di divenire, a sua volta, canale».

In altre parole, il figlio di una madre-pozzo rischia di diventare (essere percepito) come un semplice predatore, uno che prende, ingoia, fagocita per sé; e così la madre che lo mette al centro non può non percepirsi "sacrificale". Il figlio di una madre-canale a poco a poco diventerà a sua volta canale: rifornisce a sua volta la madre (la madre responsiva di cui abbiamo parlato) e si permetterà di apprendere a essere canale per altri; è – per così dire – "al seguito", non al centro: e nessuno gli chiederà di essere coattivamente "felice" per compensare la madre! Già, ma come essere madre-canale in rete? La metafora ci guida a comprendere che nessuno è canale in proprio e che, se la rete non è alimentata o se è sconnessa, non "serve" essere canali! Ma per non ricadere in un nuovo idillio che postula una rete così rifornita che basta connettersi, occorre precisare: non stiamo postulando un ritorno all’immediato passato, alla strada con le sedie fuori dall’uscio, all’aia tra comari e nemmeno stiamo dicendo che la rete vada inventata ex novo.

Le "madri del parco" sono una risposta al bisogno di aiuto.
Le "madri del parco" sono una risposta al bisogno di aiuto.

Lanciare dei fili

Occorre un salto culturale, è vero; ma, se non chiudiamo gli occhi, qualcosa si sta muovendo. E non tanto e non solo grazie al motore della necessità (l’asilo nido o la Tagesmutter per la madre che lavora), perché ciò che nasce soltanto sull’appello della necessità e dell’urgenza non soddisfa mai appieno il bisogno profondo degli umani. La nostra non è e non può essere un’indagine sociologica (di cui non siamo competenti) ma un "lanciare fili davanti a sé", che dovrebbe essere proprio di una comunità matura.

Qualcosa si muove: nostra figlia, al suo secondo figlio, dice con estrema naturalezza «le madri del parco hanno detto, hanno fatto...». Questo gruppo di madri che si trova nel piccolo parco del quartiere si passa perfino le informazioni su come è la tal scuola materna o elementare, su come organizzare un pomeriggio, su come organizzare un pic-nic di compleanno, su come difendersi dai pidocchi.

"Le madri del parco" sono già una piccola nuova edizione della comunità delle madri (incluse le nonne, le zie, le baby sitter, secondo quanto abbiamo detto sulla madre responsiva): marginale, avventizia, senza contorni rigidi, sì, ma rispondente a quel sentirsi in una rete che affiora grazie al bambino; il quale – anche per questo! – è un bene sociale, mai del tutto privatizzabile. C’è di più: una signora "rientrata" nel suo matrimonio dopo un’esperienza extraconiugale, ci raccontava come in due mattine la settimana all’oratorio, ritrovasse la gioia di essere madre, la piccola di due anni "al seguito". Alla mia improvvida domanda se andava in questo luogo come utente o come volontaria, la giovane madre rispose: «Tutti e due! Siamo un gruppo di madri del paese, abbiamo una stanza all’oratorio che di mattina è disoccupato. Il don ci ha dato le chiavi; ci siamo organizzate con un po’ di giochi per i bambini e un fornelletto per farci il caffè». Ecco una nuova edizione della "comunità delle madri": non un posto dove mollare il bambino per qualche oretta (cosa del resto sacrosanta), ma un posto dove incontrarsi tra madri. Il parco o una stanza in parrocchia sono i moderni cortili, l’aia che accoglie, dove si può fare (vivaddio) anche pettegolezzo.

Sono segnali che sta rinascendo in nuovi modi ciò che non è bypassabile per una maternità sana: il collegamento tra donne, la condivisione, il passaparola, perfino un’intimità versione femminile (che non esclude, anzi forse sostiene, l’intimità vera di coppia!) dove ci si scambia ciò che succede "dentro", ciò che può essere condiviso perché proprio e nel contempo non totalmente privatizzato.

Ci si permetta di ritrovare un archetipo di simile comunità delle madri nell’incontro di due donne incinte, Maria ed Elisabetta, un nucleo in qualche modo originario dell’incontro di donne che si rivelano ciò che è proprio delle madri. Ascoltiamo l’evangelista Luca: «Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo» (Lc 1,41-44).

Ebbene, che cosa si scambiano queste madri? Il sentirsi riconosciute reciprocamente, l’altra "viene a me", cioè ha desiderato l’incontro, l’abbraccio, il condividere. Per questo una può "esclamare a gran voce" la gioia di sentirsi madre insieme: «benedetta tu!». Il fatto di essere incinte è riconosciuto come una benedizione non privata (nessuna benedizione può essere privata), un concentrato di significati. Infatti il bambino si muove nell’utero: ma non è – nello scambio della comunità delle madri – un puro movimento fetale: è un movimento di esultanza, un sussultare di gioia. Soltanto le madri ne sono interpreti, cioè sanno dar voce al bambino. Quando? Quando – il testo lo suggerisce – una ha udito il saluto dell’altra: il saluto, infatti, è giunto ai miei orecchi e il bambino ha esultato; il saluto, lo scambio tra madri abilita a interpretare il bambino; in una parola, le abilita a dar loro un futuro.

Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini
    
  

L’ESAGERATO OTTIMISMO DEI CORSI PRE-PARTO

Non voglio screditare la puericultura né certa psicologia. Come ogni donna che ha avuto dei figli ho diligentemente seguito (con il primogenito) un corso di preparazione al parto e al dopo-parto e ho educatamente ascoltato le indicazioni che al momento della dimissione dalla clinica mi venivano date da medici e infermiere. Nulla da eccepire nei loro discorsi se non un’unica considerazione: ci sono o ci fanno? Mi spiego, l’ottimismo che pervade i discorsi relativi al rientro a casa col bambino fa parte di un progetto finalizzato a far sì che in tal modo tutto vada bene oppure chi lo predica è convinto che sia così? Perché appare subito chiaro, sin dai primi giorni, che non ti è stata detta tutta la verità. Da qui due strade: o ci invade il senso di colpa per non essere in grado di creare quel clima ovattato di felicità che ci avevano descritto o ci autoconvinciamo che va tutto bene e che si è felici così anche se inutilmente sfinite, isteriche e sfiduciate («non potrò mai farne un altro»). Intendiamoci la gioia della maternità, per me, è stata immensa anzi la più bella nella vita ma sin dall’inizio ho capito che "tale gioia" non poteva andare tutta sulle spalle di una stanca, benché giovane, donna: dovevo condividerla.

Le sollecite infermiere, soprattutto dopo la mia terza gravidanza, snocciolavano senza alcun ritegno sacre indicazioni, attribuendole ai dettami dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), e invitavano ovviamente ad allattare unicamente al seno («è un alimento naturale e il latte prima o poi viene a tutte») e "a richiesta", anche 12 volte al giorno se il bambino lo avesse voluto, minimo per sei mesi (se no, non serve a niente), ma meglio ancora sino all’anno. Ho sentito dire di tenerlo il più possibile con noi magari nel marsupio mentre cuciniamo e facciamo i mestieri e se fosse possibile, di notte, nella culla accanto al letto. Ho sentito coetanee a cui era stato detto che potevano tenere il neonato nel letto di notte vicino al seno pronto per attaccarsi nel momento esatto in cui lo desiderasse. Il tutto per creare l’importante legame affettivo tra mamma e neonato.

Voglio credere alla buona fede di chi studia e ricerca ma ho idea che spesso non si vada sul campo a vedere come stanno le cose. Io, sia per carattere e grazie all’entourage che mi circonda, ho saputo adattare le indicazioni a me stessa e, lo dico, ad alcune mie esigenze: per esempio ho allattato al seno fin quando l’ho ritenuto necessario poi mi sono affidata al biberon che con mia grande sollievo poteva essere somministrato da chiunque (papà, nonna, zia, tata) e sono andata, pur avendo un neonato a casa, al cinema, in piscina, a sciare in giornata... e lo confesso sono stata anche dieci giorni a Cuba con mio marito (viaggio completamente gratuito: come potevo rifiutare?) quando la mia secondogenita aveva cinque mesi. Come ho fatto a partire e abbandonarla? Ho chiesto consiglio, tormentata dai dubbi, all’anziana pediatra che, dopo aver saputo che la bambina sarebbe rimasta con il fratello maggiore e i nonni che già l’avevano tenuta per interi pomeriggi, ridendo mi ha risposto: «Signora non si offenda, ma sua figlia nemmeno se ne accorge. Vada e si riposi!». Al rientro abbronzata e riposata ho avuta l’accoglienza più bella: il sorriso illuminato e festoso di Natalìa in braccio al nonno come a dire: «Ah ecco dove era finita la mamma».

 

NOTE

1 Gillini G., Zattoni M. (1994), Benessere in famiglia. Proposta di lavoro per l’autoformazione di coppie e di genitori, Queriniana, Brescia 2000, VII ed., riveduta e ampliata, p. 20. (torna all'articolo)








 

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