Famiglia Oggi.

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n. 3 MARZO
2003

Sommario

EDITORIALE
Correre l’avventura della paternità
La DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) L’esperienza dell’"attesa" nel padre
di ANGELA MARIA DI VITA e ALUETTE MERENDA

apep00010.gif (1261 byte) Essere genitore, quando...?
di MARTA BLANGIARDO

apep00010.gif (1261 byte) Costruire spazi coerenti
di VITTORIO FILIPPI

apep00010.gif (1261 byte) Padri per forza in fuga
di EMANUELA BITTANTI

apep00010.gif (1261 byte) Portare moglie e figlio nella mente
di GINO SOLDERA e MARA FRARE

apep00010.gif (1261 byte) Non basta nascere per vivere
di FRANCO CHECCHIN

DOSSIER
Per averti ho persino pregato
di GIORGIO CONCONI

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Un pericolo in agguato
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Contro la guerra senza se e senza ma
di CRISTINA BEFFA
Lo sguardo disilluso dei bambini
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
La strada è in salita ma percorribile
di MAURIZIO QUILICI
Giovani consapevoli
di CLOTILDE PUNZO
La colomba della pace porta luce
di PIETRO MANCA

CONSULENZA GENITORIALE
La solitudine di Frankenstein
di ARISTIDE TRONCONI

POLITICHE FAMILIARI
L’affidamento condiviso in Parlamento
di MARINO MAGLIETTA

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Pochi figli con tanti giocattoli
di ORSOLA VETRI

LIBRI E RIVISTE

 

OLTRE LE COMODE CERTEZZE

Costruire spazi coerenti

di Vittorio Filippi
(sociologo)

Per capire lo stato dell’arte è necessario non sottovalutare i mutamenti avvenuti negli ultimi decenni. Messo a riposo il vecchio ruolo paterno non si vede emergere il nuovo. Lo stereotipo ottimista e il reale assente oscillano in attesa di trovare una chiara identità.
  

La paternità, finora ritenuta un tema scontato e naturale su cui non c’è granché da dire, diventa un argomento di dibattito. Negli Stati Uniti, dove il 40% dei bambini (che arrivano al 60% nel caso degli afroamericani) vive senza padre e dove l’80% dei cittadini pensa che la crisi della paternità sia il più serio problema sociale della nazione, Stephen Baskerville, autore di un saggio sulla politica della paternità, non solo ricorda il dramma di una società "senza padri", ma denuncia le storture di un sistema giudiziario (le family court) che non aiuta né le famiglie né i figli.

In Francia Le Nouvel Observateur dedica il suo ultimo numero speciale all’avventura della paternità. Un’avventura, scrive il periodico, che parte già dall’Impero romano quando Valeriano I pose l’obbligo di nutrire ed educare il figlio generato, riducendo l’onnipresenza del padre. Il discorso sul declino del padre, simbolicamente visto nella democratizzazione sociale che non tollera più le figure autoritarie, corre nel tempo e non può essere banalizzato negli slogan.

È vero però, come scrive Jacques Attali, che «se la natura fa le madri, la società fa i padri»: ciò ha fatto sì che, storicamente, si siano prodotte due conseguenze. La prima è che la cultura ha sempre offerto l’intelaiatura – anche simbolica e perfino mitologica – per sorreggere l’autorità del padre. In secondo luogo, mutamenti socioculturali ed evoluzione della paternità hanno sempre avuto robuste connessioni.

«Ritengo, per esperienza personale, che il taglio del cordone ombelicale da parte del marito debba essere incoraggiato (...) perché rappresenta un gesto di altissimo valore simbolico, che mette a fuoco nella mente del padre il suo diritto di riprendersi il figlio dopo che si è stabilito il ciclo previsto dalla natura, oltre che i suoi doveri di responsabilità. Il seme che egli ha affidato alla donna è germogliato, ha raggiunto lo sviluppo completo e ora ritorna a lui, piccola pianta da custodire».

Così si leggeva alla metà degli anni Sessanta su un manuale uscito in Italia dedicato ai padri. Le righe riportate contengono due aspetti che sottolineano il cambiamento culturale incipiente in quegli anni. Da un lato una paternità concepita tradizionalmente in modo alquanto "proprietario"; dall’altro la novità della presenza del padre al parto, partecipe di un momento unico da cui si era sempre escluso.

Il mondo perduto

In effetti in quegli anni dominava ancora la visione culturale della famiglia detta tradizionale, nucleare e asimmetrica. Una famiglia in cui i ruoli uomo-donna sono assolutamente distinti: al padre competeva il sostentamento economico e i rapporti con il mondo esterno. Alla madre invece toccavano i compiti di accudimento dei figli e più in generale la gestione dell’affettività domestica.

È in particolare il sociologo americano Talcott Parsons a teorizzare tale distribuzione dei ruoli. Per Parsons e il suo approccio funzionalista, nelle moderne famiglie nucleari «il ruolo della donna adulta continua a essere saldamente ancorato, principalmente, ai problemi interni alla famiglia, come moglie, madre e incaricata del governo della casa, mentre il ruolo del maschio adulto è principalmente ancorato al suo impiego e, attraverso questo, alle sue funzioni di fonte di status e di reddito della famiglia, al mondo professionale» (Parsons, Bales 1974).

A dare man forte a questa visione della famiglia vi erano pure le teorie della carenza materna e quella della funzione simbolica del padre. La prima enfatizzava la prevalenza affettiva della diade madre-figlio, per cui – come sostenevano i pediatri dell’epoca – compito del padre era di occuparsi dell’ambiente materno e di curarlo.

La seconda teoria, che si rifà allo psicanalista Jacques Lacan, attribuisce al padre una funzione essenzialmente simbolica, pensandolo come rappresentante della "legge", in particolare di quella originaria che proibì in un tempo primordiale l’incesto. Così facendo Lacan rinforza la dualità dei ruoli genitoriali, vedendo il padre come il rappresentante dell’autorità ma marginalizzandolo nelle sue funzioni ludiche e affettive.

Certamente il padre procacciatore di risorse (breadwinner) e fonte di autorità e la madre incaricata dei ruoli espressivi non erano messi in discussione nella famiglia degli anni Cinquanta e primi Sessanta, in cui la natalità era elevata, la coppia era solida e il matrimonio attraeva i giovani.

Come si dirà in una delle prime ricerche sui giovani, condotta nel milanese quarant’anni fa, la famiglia come istituto non viene discusso, per cui tutti pensano a sposarsi.

Anzi, concludono i funzionalisti, una paternità così concepita – che rifletteva naturalmente il primato sociale del maschio – era un modello duraturo e universale. Come dirà Parsons: «Anche se... dovesse accadere che la donna coniugata media venga ad avere un qualche tipo di impiego, sembra assai improbabile che l’equilibrio relativo di cui si è detto sopra possa venire turbato».

Contrariamente alle tranquille sicurezze dei funzionalisti, le cose iniziarono a cambiare presto. Infatti gli anni Settanta o meglio il periodo 1965-1985 rappresentò il momento storico in cui – come scrive Evelyne Sullerot – vi fu la «cancellazione dei padri», generata da sconvolgimenti demografici, giuridici e degli stessi ruoli sociali dei padri.

Si può solo accennare come in quegli anni la denatalità e la denuzialità comincino a delinearsi come nuove tendenze sociodemografiche, mentre la legge sul divorzio (1970) e il nuovo diritto di famiglia (1975) introducono novità giuridiche di enorme rilevanza. Ma sono anche gli anni della contestazione giovanile, del femminismo e della donna che entra nel mercato del lavoro.

Ma è l’idea stessa di famiglia che cambia nella mentalità collettiva: come sintetizzano i coniugi Beck «la struttura interna della famiglia ristretta con il suo ordinamento fondato sul genere si spezza sulla parità e libertà, che ora non si arresta più neanche dinanzi alle porte del privato» (1996).

L’ordine patriarcale

La famiglia, pluralizzando e complicando le sue forme, si accentrerà sempre di più sulla diade madre-figlio. Infatti da un lato le famiglie monogenitoriali (per divorzio o per procreazione extramatrimoniale) enfatizzano la presenza femminile, dall’altro viene ovunque scardinato il monopolio maschile di breadwinner (visto il contributo lavorativo delle donne), nonché il suo ruolo di "autorità" domestica ormai decisamente rifiutato dal femminismo e dalla contestazione del ’68 e dintorni. Sul piano simbolico veniva colpita la paternità sui tre livelli detenuti nell’ordine mitico maschile e patriarcale: la secolarizzazione ridimensiona il ruolo di Dio Padre, la democratizzazione politica quella dell’"uomo pubblico" o di potere, la democratizzazione sociale quella del marito-padre (e della cultura patriarcale di origine greco-romana) posto nello spazio sempre più egualitario dei rapporti familiari.

Tuttavia la paternità, pur rosa sul piano fattuale da denatalità e denuzialità e soprattutto svuotata su quello cultural-simbolico, trova uno spazio d’azione davvero inedito recuperando sensibilità e stili genitoriali fino a quel momento tipici delle madri. Queste ultime, d’altro canto, assorbite da un mondo del lavoro ancora decisamente strutturato al maschile, non solo si appropriano di ruoli esterni e pubblici, ma richiedono spesso una redistribuzione del tutto nuova dei compiti coniugali e genitorial-educativi.

Come s’è detto, nel ventennio 1965-1985 il ruolo paterno si scolora e perde le sue certezze. Nel 1963, Alexander Mitscherlich scrive, profeticamente, un libro intitolato Verso una società senza padre, che in Italia apparirà dieci anni dopo sul traino della contestazione (Feltrinelli, 1973).

Tuttavia il ruolo paterno, spogliato delle sue tradizionali posizioni di controllo e di autorità (il Padre padrone nell’autobiografia di Gavino Ledda, Loescher, 1978), vede aprirsi uno spazio nuovo. Questi "nuovi padri" – spesso stereotipati dai massmedia – assumono competenze sempre più amorevoli, ludiche e amicali (il cosiddetto paternage) per cui la nuova forma assunta dalla paternità è sempre meno normativa e sempre più affettiva. Un "padre materno" – come lo chiama la psicanalista Simona Argentieri – che tenta di conciliare – come fa Il Re Leone di Walt Disney – possenza temibile e intimità affettiva (1999).

Insomma tanti padri finalmente giocosi e accudenti, che scoprono il fathering intimo dopo tanti secoli di distaccata durezza. Tuttavia, come si diceva, l’immagine è edulcorata e stereotipata.

Innanzitutto perché, storicamente, i "nuovi padri" non sono così nuovi, dato che già alla fine del Settecento erano emerse figure paterne particolarmente coinvolte nella cura dei figli (un riferimento forte lo fornisce diacronicamente la tradizione cristiana con la figura di san Giuseppe, amorevole nella cura di Gesù Bambino).

In secondo luogo le ricerche empiriche sulle nuove famiglie non offrono un’immagine così moderna di paternità. Dice infatti l’ultimo rapporto Iard – nel capitolo dedicato alle giovani coppie – che «sono le madri, dai tre quinti ai due terzi dei casi, a occuparsi in prevalenza dei figli piccoli (sotto i dieci anni), soddisfacendone i bisogni primari, seguendoli nei compiti, accudendoli se ammalati, acquistando per loro abiti e biancheria e portandoli a scuola; circa la metà li segue regolarmente quando vanno a letto, li accompagna al nido, alla scuola materna o elementare e alle visite mediche». Invece dice lo studio, «solo una minoranza di padri si responsabilizza in misura preponderante alla cura dei bambini: superano il 10% solo in relazione all’accompagnamento a scuola e al gioco». Conclude lo Iard: «La responsabilizzazione nei compiti genitoriali risulta più elevata per le madri rispetto ai padri: è da sottolineare tuttavia che la partecipazione al lavoro di cura da parte di questi ultimi va aumentando rispetto alle generazioni passate; essa riguarda soprattutto le attività più gratificanti, quali il gioco, mentre appaiono ancora in maggioranza latitanti relativamente a quelle più impegnative dal punto di vista della continuità nel tempo» (Buzzi, Cavalli, De Lillo, 2002).

La simmetria padre-madre è insomma ancora più un sogno che una realtà. Mentre il primo mescola, confusamente, aspetti e comportamenti tradizionali e innovativi, per quanto riguarda le madri, invece, è stato notato che nessuna delle loro classiche prestazioni di ruolo «sembra essersi trasferita in misura significativa al padre o ad altri soggetti, mentre si sono aggiunte funzioni tradizionalmente paterne e anche la maggior parte dei nuovi compiti genitoriali».

Ciò introduce l’osservazione circa i padri assenti sia in senso soft che in senso hard. Il primo aspetto rimanda a una marginalità psicologica, a una lontananza emotiva dalla vita quotidiana dei figli. Ciò è sintetizzato nel fatto che oggi, sempre più spesso, il padre davanti alle richieste del figlio risponde sbrigativamente: «parlane con tua madre». Solo pochi decenni fa le madri utilizzavano la forza dell’autorità paterna semplicemente minacciando di "dirlo al papà". L’autore Robert Bly (2000) sostiene che oggi negli Stati Uniti i padri parlano non più di dieci minuti al giorno con i figli, mentre nella Russia di un secolo fa si dedicava anche un paio d’ore alla conversazione con i figli. Per tale tipo di conversazione la lingua russa usa un concetto che in italiano potremmo tradurre con "discorso dell’anima".

Ma oltre allora a un "discorso dell’anima" che manca o è carente, ci sono assenze paterne di tipo fisico e materiale.

In Italia, dove – dice l’Istat – nell’88% dei casi di separazione i minori vengono affidati alla madre, la latitanza dei padri si coglie nel fatto che il 21% di loro vede i figli meno di una volta al mese a soli due anni dalla separazione. E tale percentuale sale con il passare degli anni rompendo dolorosamente i rapporti padri-figli. La cosa si complica e si aggrava se il padre vive con un’altra, specie se questa ha un figlio da un precedente matrimonio. Come osservano Marzio Barbagli e Chiara Saraceno «il modello tradizionale di padre, che ne privilegia la responsabilità di mantenimento rispetto a quella di accudimento e di sostegno relazionale delegata alla madre, non fornisce ai padri un tipo di attaccamento ai figli sufficientemente forte per superare le difficoltà psicologiche, ma anche logistiche e relazionali, create dalla separazione» (1998).

Tesi interpretative

Si dice che quando Jean Marie Portalis, coautore del Codice civile napoleonico, scrisse che «la maternità è certa, la paternità non lo sarà mai», abbia sospirato un "ahimè" pensando a sé stesso. Oggi la paternità esce da tali e tanti scuotimenti da essere davvero incerta in senso lato. A ciò si aggiunga, a complicare ulteriormente il quadro, la diffusione delle cosiddette procreazioni assistite. Le conseguenze – etiche, culturali, giuridiche, sociali – sono enormi e imprevedibili. Ad esempio, qual è il posto del donatore dei gameti nella filiazione? La domanda ci porta al concetto di plurigenitorialità, dato che la genitorialità tende a dissociarsi tra le figure del genitore e del pater familias, tra rivendicazione biologica e impegno parentale: in altre parole, tra dimensione biologica, sociogiuridica ed educativa. Non a caso, Le Nouvel Observateur usa l’espressione – certamente difficile da accettare psicologicamente – di paternité négociée, di una paternità quindi, come si diceva, estremamente incerta sul piano ontologico.

Alcune chiavi di lettura servono allora a capire la direzione, il senso di marcia dell’esser padri oggi.

Una prima tesi, peraltro assai accreditata, dice che la differenziazione tradizionale tra paternità e maternità è andata via via sfumando, lasciando il posto alla omnicomprensiva nozione di genitorialità. Lo scenario culturale richiamato è quello – in un certo senso "androgino" – in cui i ruoli di genere diventano flessibili e sempre negoziati, focalizzati sull’egualitarismo e sulla comunicazione. Insomma una combinazione e interpenetrazione di competenze maschili e femminili, in cui ciò che conta non è più essere buoni padri normativi e buone madri affettive, ma buoni genitori tout court, senza specializzazione di sorta.

La seconda visione propende per una paternità talmente svuotata delle proprie specificità d’un tempo da convergere se non modellarsi in modo pedissequo sulla figura materna. Un "mammo" che segnerebbe il perfezionamento del parricidio sociale e sarebbe speculare a una nuova aggressività femminile (nella carriera come altrove). Padri che, divenuti co-madri o perfino vice madri, produrrebbero a livello psicologico e sociale conseguenze gravi e devastanti. Infatti, per prendere le parole di Pietropolli Charmet (1991), nella famiglia di oggi ci sarebbe «una considerevole eccedenza di valori materni che la predispone più alla saturazione dei valori primari di appartenenza che a garantire un’efficace trasmissione etica».

Una terza tesi, infine, coglie il tentativo di una "riscossa dei padri" sia a livello giuridico (ad esempio i permessi per la cura dei figli, l’affidamento congiunto), sia a livello di movimenti per i diritti dei padri stessi (un elenco di tali movimenti e associazioni si trova in Internet, nel sito: www.maschiselvatici.it).

La cosiddetta rivolta dei daddies – che inizia fin dagli anni Cinquanta negli Stati Uniti – non sembra mirare tuttavia a un ritorno antistorico all’improponibile passato del padre padrone, ma piuttosto a un riconoscimento del ruolo espressivo dei padri e delle loro responsabilità genitoriali, anche al di là del matrimonio. Ad esempio diverse associazioni di padri puntano a essere effettivamente vicini ai figli dopo la separazione, senza subire marginalizzazioni da parte dei giudici e dei servizi sociali (sulle difficoltà frapposte dalle ex mogli agli ex mariti, si vedano i dati presentati in: www.ancoragenitori.it).

Rischio erosione

Va constatato come la paternità subisca oggi un oggettivo processo di erosione leggibile su più piani. Tale processo di erosione trova almeno due grandi motori di fondo. Il primo, universalistico, si connette all’offuscamento dei connotati dell’identità maschile. Per lo psicanalista Claudio Risé, la crisi del maschio ha le sue profonde radici nella secolarizzazione (la morte di Dio Padre), nell’industrializzazione (che "sequestra" i padri nel lavoro impedendo loro di trasmettere ai figli il «sapere istintuale e simbolico maschile»), nel consumismo che crea e appaga continuamente i bisogni, imponendo così l’indiscutibile principio femminil-materno della soddisfazione sistematica dei bisogni (veri e superflui che siano).

D’altronde la crisi e la decomposizione della famiglia così come la si intende tradizionalmente – instabilità, deistituzionalizzazione, nuove modalità di vita affettiva comune (i living arrangement) – producono quasi obbligatoriamente il ripiegamento sull’unico rapporto familiare storicamente certo, quello madre-figlio.

Tuttavia famiglie e società senza padri o con padri insignificanti e fragili, connotate da una cultura confusamente postpatriarcale, non sono prive di costi sociali. Non si tratta qui di soli aspetti simbolici o archetipici, ma di sofferenze concrete. Per David Blankenhorn (1995), un’"America senza padri" comporta violenze domestiche, gravidanze adolescenziali, violenza giovanile, abusi sui bambini, povertà infantile. Di qui la necessità di reintrodurre una ben definita e certa autorità paterna in famiglie responsabilizzate da forti vincoli di coniugio (la necessità non è solo quindi di padri, ma di padri regolarmente sposati: per Blankenhorn ciò ridurrebbe abusi e violenze dentro e fuori le famiglie).

Gli Stati Uniti, dove diciassette milioni di bambini vivono senza alcuna figura paterna, oggi sono un Paese dalle enormi disuguaglianze di reddito ma scarso di differenze e gerarchie simboliche. Sono una società orizzontale, piatta, senza padri, composta da fratelli e sorelle in lotta solo per il denaro. In una società fatherless come questa si diventa tutti "figli" (e a lungo, come insegna la realtà italiana) ai quali non si dice mai di no, una società quindi infantile, disimpegnata e perversa a cui sembra rivolgersi il neocapitalismo della new economy. Il film emblematico è American Beauty del regista Sam Mendes, in cui un padre fallito reagisce alle frustrazioni abdicando al proprio ruolo e adottando il comportamento dei figli.

Rimane solo da chiedersi se, in un sistema socioeconomico che adotta la flessibilità come unica parola d’ordine, che esalta solo gli obiettivi a breve termine e che spinge verso il continuo camaleontismo, sia possibile ricostruire uno spazio per paternità che sono per definizione coerenti, normative e durature.

Se, come scrive Richard Sennett (1999), «il capitalismo a breve termine minaccia di corrodere il carattere», di sicuro allora la paternità è un rapporto umano ad altissimo rischio di corrosione antropologica. Come già si può constatare.

Vittorio Filippi
    

CRESCONO GLI OMICIDI FAMILIARI

L’ultima rilevazione sugli omicidi familiari, fatta dall’Eurispes (Istituto studi politici economici e sociali), in questa sede è meritevole di qualche riflessione.

I fatti di cronaca nera che anche in Italia registrano l’uccisione di figli si sono susseguiti con tale ritmo da porre qualche interrogativo. L’Eurispes calcola che gli omicidi in famiglia siano stati 128 nel 2001, 116 dal primo gennaio al 30 novembre 2002 e sottolinea come essi superino quelli di relazione: 40 i secondi nel 2001; 45 i secondi nel 2002.

Tra il 1975 e il 1995 cinquanta ragazzi hanno ucciso entrambi i genitori e fra il 1995 e il 2000 altri 30 hanno commesso lo stesso delitto. Inoltre, in tutti i tipi di omicidi sono più gli uomini che le donne a uccidere.

Le uccisioni di figli e figlie al di sotto dei dieci anni sono stati 21 in due anni. Sono il 63% dei 33 omicidi rubricati come frutto di uno stato d’animo alternato da depressione o panico; 17 infanticidi sono stati compiuti dalle madri.

Sono invece 232 (il 70,5% del campione) gli omicidi familiari e di relazione motivati dalla passione come gelosia, rivalità, onore.

Inoltre, 90 omicidi su 232 sono stati di tipo compassionevole, ossia la vittima viveva una situazione di malattia fisica o mentale tale che l’omicida ha creduto di liberarla con la morte.

 

BIBLIOGRAFIA

  • AA. VV., L’aventure de la paternité, in "Le Nouvel Observateur", Décembre-Janvier-Février 2003.

  • AA. VV., Maschio-femmina: nuovi padri e nuove madri, a cura di Virgilio Melchiorre, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 1992.

  • Argentieri S., Il padre materno da San Giuseppe ai nuovi mammi, Meltemi, Roma 1999.

  • Attali J., Dictionnaire du XXI° Siècle, Fayard, Paris 1998.

  • Barbagli M., Saraceno C., Separarsi in Italia, Il Mulino, Bologna 1998.

  • Baskerville S., The Politics of Fatherhood, in "Political Science and Politics", December 2002.

  • Beck U., Beck E., Il normale caos dell’amore, Bollati Boringhieri, Torino 1996.

  • Blankenhorn D., Fatherless America: Confronting Our Most Urgent Social Problem, Basic Books, New York 1995.

  • Bly R., La società degli eterni adolescenti- Red, Como 2000.

  • Bonvecchio C., Martignoni G., Risé C., La questione maschile, Barbarossa, Milano 1998.

  • Buzzi C., Cavalli A., De Lillo A. (a cura di), Giovani del nuovo secolo. V rapporto Iard sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna 2002.

  • Maggioni G. (a cura di), Padri dei nostri tempi. Ruoli, identità, esperienze, Donzelli, Roma 2000.

  • Parsons T., Bales R. F., Famiglia e socializzazione, Mondadori, Milano 1974.

  • Pietropolli Charmet G., (a cura di), L’adolescente nella società senza padri, Unicopli, Milano 1991.

  • Sennett R., L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale, Feltrinelli, Milano 1999.

  • Sullerot E., Quels pères? Quels fils?, Fayard, Paris 1992.








 

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