Famiglia Oggi.

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n. 3 MARZO
2003

Sommario

EDITORIALE
Correre l’avventura della paternità
La DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) L’esperienza dell’"attesa" nel padre
di ANGELA MARIA DI VITA e ALUETTE MERENDA

apep00010.gif (1261 byte) Essere genitore, quando...?
di MARTA BLANGIARDO

apep00010.gif (1261 byte) Costruire spazi coerenti
di VITTORIO FILIPPI

apep00010.gif (1261 byte) Padri per forza in fuga
di EMANUELA BITTANTI

apep00010.gif (1261 byte) Portare moglie e figlio nella mente
di GINO SOLDERA e MARA FRARE

apep00010.gif (1261 byte) Non basta nascere per vivere
di FRANCO CHECCHIN

DOSSIER
Per averti ho persino pregato
di GIORGIO CONCONI

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Un pericolo in agguato
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Contro la guerra senza se e senza ma
di CRISTINA BEFFA
Lo sguardo disilluso dei bambini
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
La strada è in salita ma percorribile
di MAURIZIO QUILICI
Giovani consapevoli
di CLOTILDE PUNZO
La colomba della pace porta luce
di PIETRO MANCA

CONSULENZA GENITORIALE
La solitudine di Frankenstein
di ARISTIDE TRONCONI

POLITICHE FAMILIARI
L’affidamento condiviso in Parlamento
di MARINO MAGLIETTA

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Pochi figli con tanti giocattoli
di ORSOLA VETRI

LIBRI E RIVISTE

 

RESPONSABILITÀ DISATTESE

Padri per forza in fuga

di Emanuela Bittanti
(psicoterapeuta presso l’Asl Città di Milano)

Rifiuto, scarsa chiarezza, impreparazione, sofferenza psicologica. Sono tante le cause che determinano situazioni familiari complicate. Ma la coppia non va lasciata sola. Va anche apprezzato lo sforzo paterno per adeguarsi a un compito non facile.
  

Nel mezzo secolo ormai trascorso, che ha avuto inizio col secondo dopoguerra, come è noto, è entrato progressivamente in crisi il modello tradizionale della famiglia, tenuta insieme da ragioni produttive e riproduttive, rigidamente organizzata sulla base della trasmissione ereditaria, a dominanza paterna, con la moglie-madre in condizione subalterna e con la prole in condizione di sudditanza fino alla maggiore età.

Per ragionare sui modi giovani di essere padri oggi, è indispensabile tenere presenti due elementi che direi principali, tra le trasformazioni del contesto sociale a partire dagli anni Settanta: il cambiamento del ruolo femminile e la procreazione come possibile scelta; sullo sfondo, la problematica dell’esplosione demografica, come fattore generico e generale di dissuasione nei confronti della procreazione. E ancora, la prole non si connota più primariamente come forza lavoro, e non rappresenta più un’assicurazione di assistenza per la vecchiaia, prevista da altre forme di tutela sociale.

Il venire meno delle ragioni e delle costrizioni sociali ed esteriori, ha rimandato agli individui, femmine e maschi, di rifondare il patto coniugale e familiare sui valori della scelta e degli affetti, sull’autenticità delle emozioni, che spingono però anche a un disvelamento delle ragioni dei contratti e degli impegni, che vengono mantenuti fino a quando rispondono in qualche modo al bisogno e al desiderio. Ciò reca con sé maggiore precarietà e caducità di legami ma contemporaneamente offre agli individui un’opportunità straordinaria: scoprire il piacere della creatività di quelle azioni che costruiscono lo scambio e il dono reciproci.

La funzione della genitorialità non coincide puntualmente con la nascita di un bambino: essa è connessa a un iniziale atto creativo prodotto dalla genitalità, che, come la genitorialità, richiede un lungo processo di elaborazione delle relazioni affettive primarie: la genitalità – e la genitorialità – si fondano su una pulsione di scambio (Fornari, 1975), sul riconoscimento pieno della differenziazione dei sessi, su un reciproco dare e ricevere. Nell’atto dello scambio è implicito il riconoscimento della mancanza di qualcosa, all’origine del desiderio di ricevere e di donare. Quando nella coppia i ruoli sessuali sono distinti e complementari, e prevale la dimensione dello scambio e del dono reciproco, il figlio diventa la testimonianza del legame, e amato in quanto prodotto dell’alleanza e della collaborazione, come oggetto altro da sé.

Immutata resta oggi l’aspirazione a costruire legami amorosi e affettivi – lo dicono i giovani e i giovanissimi, interpellati sulle loro aspettative – nella coppia e nella famiglia, in una ricerca che talvolta si fa ossessiva e disperata. In questa ricerca possono prevalere magari le ragioni della coppia sulla scelta genitoriale, perché la coppia sembra poter meglio garantire l’illusione della fusionalità, del rifugio e della sicurezza regressiva.

In questo contesto così mutato, mi pare che i riflettori illuminano oggi, molto più che in passato, il nucleo familiare nel suo insieme, e ora, anche il padre. Sembra proprio venuto il momento di parlare dei padri, lasciati un po’ in ombra – quando non duramente attaccati – dal protagonismo femminile degli ultimi 20 anni.

Si possono trovare varie situazioni in cui si manifestano difficoltà, più o meno palesi, più o meno facili da riconoscere, ad assumere appieno o parzialmente le responsabilità che il ruolo paterno comporta.

Una difficoltà iniziale potrebbe essere esemplificata da casi di esplicito rifiuto della paternità, per esempio quando la compagna, non solo adolescente, ha una gravidanza non prevista e viene lasciata sola a districare la situazione, oppure quando il maschio prolunga una condizione di rapporti multipli con l’altro sesso, o magari anche un rapporto privilegiato che viene trascinato però indefinitamente con grande riluttanza a intraprendere la via dell’esito matrimoniale, o del maschio che si accompagna prevalentemente a donne già sposate, o del maschio che teorizza variamente l’impossibilità di "mettere al mondo bambini al giorno d’oggi". Fuga dalla responsabilità, o incompiuto, doloroso arresto nel processo di conquista di una condizione adulta della vita e della mente?

L’inizio della crisi

C’è un’area, nella quale si rivelano le ambivalenze delle motivazioni e degli investimenti affettivi del giovane padre sulla funzione genitoriale, rappresentata dai casi di separazione, soprattutto quando avviene nei primissimi anni di vita del bambino, in cui è evidente che si ingigantiscono le difficoltà connesse alla necessità della ristrutturazione dei ruoli della coppia, a seguito della nascita di un figlio.

Spesso, quasi contestualmente alla nascita del figlio comincia una relazione extraconiugale del giovane padre, che non si vede bene se è effetto o causa della crisi del rapporto di coppia. Sono per lo più situazioni riconducibili a una incapacità a riconoscere e a continuare ad amare, nella madre del proprio figlio, la compagna che si era creduto di poter scegliere. Di fatto la crisi della coppia è una copertura della fuga dal ruolo di padre.

Sovente si tratta di giovani maschi del tutto impreparati ad affrontare l’impegno della paternità e incapaci di ristrutturare la relazione di coppia che richiede di includere un terzo. Sono padri che si rendono latitanti nei confronti del figlio. In alcuni casi, dopo anni di separazione, e a seguito di eventi di vita che hanno indotto cambiamenti nell’assetto psicologico personale, si può assistere alla ricomparsa del padre che intraprende la ricerca e il recupero del figlio. Sono situazioni penose, che lasciano solitamente strascichi molto pesanti nella vicenda emozionale e personale della donna e del figlio, e anche nella relazione madre-bambino.

Vi sono anche altre situazioni in cui circostanze esteriori o interiori legate alla storia delle relazioni primarie con i genitori, in particolare riguardanti il rapporto irrisolto del giovane padre con il proprio padre, compromettono la funzione del ruolo paterno. Dall’osservatorio del Centro di psicologia del bambino e dell’adolescente (Cpba) di Milano (vedi Famiglia Oggi n. 11/2001, pag. 34) prendo alcuni casi.

Ruoli cambiati

Una giovane coppia chiede una consulenza psicologica per il piccolo che da qualche tempo ha difficoltà di addormentamento, si sveglia frequentemente, prolungando un pianto nervoso che impensierisce i genitori. Pure durante la giornata, all’asilo nido, ha eccessi di rabbia a cui fanno seguito momenti di apatia, se non richiamato e "tenuto" dalle educatrici. I genitori stanno emergendo da un difficile periodo di dissesto economico ed emotivo, a seguito del fallimento dell’attività lavorativa del padre, coinciso con la nascita del bambino. Nei primi mesi di vita di Paolo, il padre disoccupato aveva agio di accudire il piccolo, trascorrendo con lui tutta la giornata, mentre la madre aveva ripreso il lavoro dopo appena due mesi dal parto.

Nel corso dei colloqui emergerà con dolore il risentimento della moglie nei confronti del marito, poiché questi ha «avuto la fortuna di fare da mamma a Paolo, stava in casa con lui tutta la giornata. Tra noi si sono invertiti i ruoli». La signora pensa che Paolo stia manifestando l’angoscia di perdere il papà, «mentre io so che i bambini, quando vanno al nido piangono perché non vogliono separarsi dalla mamma!». Il marito cerca, con pazienza accondiscendente, di consolare la moglie, sottolineando la causa di forza maggiore che lo ha spinto a occupare il ruolo della mamma. Il marito diventa sempre più tenero e comprensivo assumendo un tono materno e consolatorio nei confronti della moglie, che accredita d’essere stata da lui derubata di una funzione che lo ha pienamente soddisfatto.

La questione, in questo breve esempio, è che entrambi i genitori sono convinti di essersi scambiati i ruoli; e mentre il marito sente di aver acquisito qualcosa, la moglie si sente tradita per essere stata derubata. Quanto pesano in questa vicenda le storie personali, o una cultura diffusa e pervasiva che accredita l’inevitabile confusione di ruoli materni e paterni come prodotto dell’emancipazione femminile? Possiamo pensare che la vicenda fallimentare abbia davvero privato il padre delle sue caratteristiche di ruolo, e lo abbia messo in fuga dalle responsabilità di protettore della coppia madre-bambino, che si sia impossessato di un ruolo che non gli appartiene: così si incontrano il senso di colpa del giovane padre, con la rabbia infantile della giovane madre. Oppure possiamo pensare che questa giovane coppia sia stata messa a dura prova dalle circostanze avverse della vita e che, nell’ecosistema culturale, non abbia trovato sufficiente sostegno per il valore delle risorse personali mobilitate per far fronte alla crisi e sufficiente rassicurazione per la colpa della temuta appropriazione indebita.

Confusione generazionale

Un’altra coppia viene al Centro perché il figlio di 5 anni non vuol più andare all’asilo, e quando accetta di andare, rifiuta di mangiare con tutti gli altri bambini. Emerge dai colloqui una relazione di coppia tesa, della quale nessuno dei due è consapevole, con un conflitto costante intorno agli atteggiamenti e alle scelte educative nei confronti del bambino.

La signora sottolinea la sua difficoltà a farsi ascoltare dal figlio, in quanto depositaria unica del rispetto delle regole e dei divieti: elenca situazioni in cui davanti alle obiezioni del bambino non sa cosa rispondere «perché lui è molto più avanti della sua età e riesce sempre ad aver ragione».

Il marito esprime atteggiamenti e osservazioni sul bambino ispirate alla più totale tolleranza e "comprensione" per i rifiuti, per le inadempienze alle richieste della mamma, dettate secondo lui da eccesso di rigore e di aspettative. La signora parla della propria famiglia di origine, dominata da un padre esigente e severo, che anteponeva sempre il dovere al piacere. Il marito, ultimogenito dopo tre sorelle, racconta di una condizione famigliare pregressa dominata dalla madre e dalle sorelle di lei, di cui ricorda la disponibilità e il calore.

Il papà ha molto spazio nella vita del suo bambino, che accompagna e va a prendere all’asilo, che porta con sé anche quando esce con gli amici, che lascia intendere essere per lui una sorta di compagno-confidente. È evidente dal suo atteggiamento che si propone di prolungare una condizione di infanzia protetta e idealizzata, rivissuta attraverso l’identificazione col piccolo figlio, in uno stato di illusorio soddisfacimento dei bisogni e di controllo delle relazioni che rievoca al padre la condizione di unico maschietto al centro di un universo femminile soggiogato dalla virilità.

È una situazione molto diversa dalla precedente, in cui la difficoltà ad assumere un ruolo paterno responsabile ha diverse origini e in cui la confusione generazionale e il bisogno di controllo onnipotente delle relazioni da parte del piccolo è di ben maggiore entità.

Nostalgici del potere

Capita poi anche di incontrare un’altra categoria di padri, rappresentata da quelli che si potrebbero chiamare nostalgici del potere: si tratta di giovani padri con un atteggiamento rigido, impettito, un po’ da duri, che ostentano di essere stati trascinati alla consulenza psicologica dalla moglie, che spesso intercalano "ai miei tempi" – ancorché molto recenti – che teorizzano la necessità della durezza, del rispetto per le regole fin dall’inizio, per la disciplina, che svalorizzano ogni psicologizzazione dei problemi come equivalente di lassismo e di debolezza, che hanno un’attitudine un po’ sprezzante e vistosamente protettiva nei confronti della moglie e del figlio. In realtà sono assai poco presenti in casa, mantengono la consuetudine di passare il tempo libero con gli amici, sono molto critici dei costumi "del giorno d’oggi". Spesso, nonostante la loro dichiarata difesa dell’autoritarismo, appaiono, soprattutto nelle parole della moglie, ben poco capaci di interventi autorevoli nei confronti del piccolo, che giustificano in tutto in quanto piccolo, perché non sopportano di sentirlo arrabbiato o deluso; poco tollerano il pianto, e quando sentono minacciata la loro presunta autorità, incanalano volentieri il senso di impotenza nell’uso – e talvolta abuso – della forza fisica.

Il rapporto con il figlio, soprattutto se maschio, è per lo più mediato dai giochi di forza, che la moglie sottolinea sommessamente come eccessivi e fonte di disagio per il bambino. Con le figlie femmine, questi padri sono spesso eccessivamente "appiccicosi", inorgogliti dai vezzi della piccola. Sono incoerenti perché trovano prestigio nel concedere tutto quello che il figlio vuole, e sono incapaci di assumersi le conseguenze di un chiaro no, perché secondo loro non è ancora arrivato il momento di dire no.

Solitamente la moglie-madre ha un atteggiamento passivo e rassegnato, quando non sentimenti di inferiorità, nei confronti di questo marito padre che manifesta francamente una personalità un po’ primitiva, che si esprime nella incapacità di collocare nel tempo le generazioni e di operare una distinzione tra sé e il piccolo che volentieri chiamano "ragazzo" anche quando non ha più di due anni. Sono in genere padri e coppie piuttosto giovani, che non sembrano avere particolarmente problematizzato la questione della genitorialità, per i quali la procreazione è consequenziale al desiderio e alla potenza sessuale. Così, sotto l’apparenza di una dichiarata, irrinunciabile rigidità autoritaria, celano immaturità e fragilità che privano i bambini della necessaria protezione da parte di un padre "grande" e autorevole.

In altri casi ancora il padre può essere in difficoltà ad accreditare la sua presenza autorevole per una condizione di fragilità che deriva da un precario stato di salute psichica o fisica personale. La sofferenza psicologica in particolare è molto mal tollerata dal padre – ancora meno tollerabile che per la donna o per il bambino – perché in qualche modo sentita come manifestazione di una condizione di vulnerabilità emotiva e di inferiorità, che nonostante tutti i cambiamenti intercorsi, non sono ancora riconosciute nell’immaginario collettivo come accettabile qualità dell’essere maschio. Può essere il caso di episodi depressivi intercorrenti nella vita maschile, o di malattie fisiche, magari anche lievi e passeggere, che provocano però una notevole carenza di ruolo e uno squilibrio, oltre che nell’immagine narcisistica del padre, nella regolazione affettiva di tutto il nucleo familiare. Sono eventi che vanno rapidamente a incidere sull’immagine di Sé che il giovane padre deve perfezionare, e che rivelano quanto poche ancora siano le alternative allo stereotipo dell’equivalenza virilità-prestanza fisica, testimoniando la fatica di dare spazio a qualità adulte come il coraggio individuale e la capacità di mantenere distinti i bisogni e i ruoli di ogni componente della famiglia.

Non accreditare stereotipi

Questi esempi di vita mi sembrano rappresentare alcune difficoltà che giovani padri – apparentemente anche molto coinvolti nel loro ruolo – di fatto incontrano nel compito specifico di garantire protezione e tutela alla coppia madre-bambino e di porsi come presidio del processo di separazione-individuazione del piccolo, promuovendone l’uscita dalla relazione fusionale e simbiotica con la madre, e dunque avviando il figlio a incontrare i limiti della realtà familiare e sociale.

Quando ci interroghiamo su fenomeni di così vasta risonanza emotiva, antropologica e culturale, come quello della funzione paterna oggi, fenomeni che si collocano in un intreccio di vicende interiori personali, relazionali e sociali, credo che si debba fare molta attenzione per non accreditare stereotipi e banalizzare le questioni, finendo per rinforzare proprio lo stereotipo da cui si vorrebbe prendere le distanze.

Forse bisognerebbe fare uno sforzo per decentrare il nostro punto di vista, e attivare una "neutrale" attitudine di ascolto e di interesse, per vicende di vita che richiedono "generosa" attenzione. Intendendo la generosità come la qualità propria dell’atto generativo e creativo, che è quella di donare, e dunque anche di donare senso e significato alla sfida e alla fatica intrinseche nei ruoli genitoriali.

In caso contrario, ogni cambiamento diventerebbe soltanto sinonimo di crisi, nel senso peggiorativo del termine, cioè di perdita definitiva e di incapacità di ricostruire un nuovo equilibrio, con conseguenze di disfacimento e di disgregazione.

Sempre dall’osservatorio del Centro, rileviamo una presenza notevolmente maggiore di padri, coinvolti per propria iniziativa, o che comunque facilmente si lasciano sollecitare a essere presenti nelle consultazioni per i loro bambini, anche molto piccoli. Talvolta però può capitare che la consultazione inizi per richiesta della madre, partendo da un disagio del bambino, e che le sollecitazioni al coinvolgimento del padre non abbiano successo, perché la madre fa fatica a rinunciare al ruolo che la tradizione le assegna di monopolio delle vicende affettive ed educative dei figli. Si tratta spesso di donne per le quali il disagio del figlio è un pretesto inconscio per affrontare una insoddisfazione nella relazione coniugale. Accettare di coinvolgere il padre, implicherebbe per loro dover riconoscere la prevalenza del problema di coppia. Quando poi si riesce a far comparire il padre, e a valorizzare la sua presenza nel rapporto con il figlio, si scoprono risorse di attenzione e di esperienza che sono di forte aiuto nel riequilibrio e nel riordino delle relazioni familiari. Sembrerebbe che, in assenza di una cultura sociale di riconoscimento e di valorizzazione della funzione affettiva paterna, i padri da soli stentino a prendere lo spazio di loro competenza.

Uscire dall’ombra

Nelle parole di molti padri si legge una sorta di ritrosia e di paura di invadere lo spazio e le prerogative materne. Sono le situazioni in cui si misura quanto una certa divulgazione culturale, per altro di una cultura scientifica di non dissimile orientamento, sulla centralità del ruolo materno e sulla rilevanza della relazione diadica per la crescita psicologica del bambino, continui a influenzare potentemente il costume, e quanto non favorisca da parte degli stessi padri l’affermazione del proprio fisiologico potere. Se è noto che nella storia della crescita mentale del piccolo, il padre è un oggetto di investimento successivo all’oggetto primario rappresentato dalla madre, è forse meno considerata la funzione che hanno le fantasie, gli affetti, e le rappresentazioni delle modalità relazionali della madre nei confronti dei propri genitori e del proprio padre, e l’importanza dello spazio che nella mente della madre è riservato alla relazione e ai sentimenti nei confronti del padre del bambino. «La sua (della madre) più generale capacità di elaborare le ansie del bambino sarà profondamente influenzata dal padre e dai suoi reali affetti che si introdurranno, potremmo dire "di nascosto" nella diade e ne condizioneranno in parte il destino» (Mancia, 1994). Mi sembra particolarmente suggestiva questa immagine del padre che comincia a manifestarsi dall’ombra, venendo in luce gradualmente e progressivamente, presenza mediata e offerta al figlio dalla madre, quando anche la madre abbia a sua volta avuto in dono l’esperienza – e la rappresentazione mentale – della relazione con un oggetto paterno sufficientemente buono, a fondamento di una relazione coniugale sufficientemente buona.

In questo può avere origine quella ritrosia paterna, che tante volte si incontra, a manifestarsi sulla scena degli affetti familiari, in assenza di autorizzazione e di riconoscimento mediato? Soprattutto da che sono venute meno le autorizzazioni e le giustificazioni sociali esteriori del potere del padre? Come se la presa di possesso affettivo del ruolo di padre evocasse una fantasia di appropriazione indebita e di invasione di campo, o comunque rinviasse alla necessità di una investitura ufficiale del padre, da parte della madre, suo dono per il figlio.

Oggi la presenza del padre comincia a manifestarsi sempre più precocemente, fin dal momento della nascita in sala parto; si esprime in una maggiore partecipazione all’accudimento del bambino anche molto piccolo, continua attraverso la partecipazione alla organizzazione di momenti di vita del figlio, favorita anche dagli impegni extracasalinghi della donna. Più che in passato, e con una diversa consapevolezza del valore della loro presenza, i padri partecipano a incontri di discussione sui problemi della crescita dei figli, anche se ancora un po’ talvolta come presenza silenziosa. Non è così raro, quando ve ne sia lo spazio e le condizioni di sollecitazione, sentire padri parlare con rammarico della loro passata, sofferta mancanza di padre, e del desiderio, non sempre solo compensatorio, di dare al proprio figlio occasioni diverse di confronto e di relazioni affettive.

Nella stessa storia della psicologia clinica dello sviluppo, della fisiologia e della patologia psicologica, all’interno della stessa psicoanalisi, si assiste a una sorta di percorso ondivago di orientamenti diversi di teoria e di ricerca, dalla rilevanza iniziale data da Freud al complesso di Edipo e dunque alla relazione triangolare di genitori e bambino, ai successivi orientamenti di Melanie Klein e di Winnicott che hanno spostato l’attenzione sugli stadi precoci dello sviluppo e dunque sulla relazione diadica madre-bambino, con una relativa eclissi del ruolo del padre. Quasi che la crescita psicologica dell’essere umano, rappresentata da un intreccio di movimenti interiori, relazionali e sociali, si collocasse in una dimensione così complessa da dover essere progressivamente sdipanata, focalizzando l’attenzione prevalentemente sulle relazioni diadiche, piuttosto che sulla triangolarità e sulla dimensione del gruppo.

Negli anni ’70 cominciano ad apparire molte ricerche di orientamento sistemico sulle relazioni familiari, anche se prevalentemente centrate sulla psicopatologia grave e sull’età adulta, e meno sui primi anni della vita. Anche la più recente teoria dell’attaccamento, secondo alcuni autori, non sfugge alla centralità dello studio della relazione privilegiata madre-bambino; si colloca tuttavia in quel filone di studi innovativi, che privilegiano lo studio per così dire "dall’esterno" e in vivo, nel qui e ora delle situazioni costruite a scopo osservativo, in luogo dello studio centrato prevalentemente sulle rappresentazioni mentali.

Il triangolo primario

In questo senso, appare di particolare interesse un filone di ricerca coltivato da pochi anni all’Università di Losanna, intorno alla realtà delle prime relazioni triadiche di padre, madre e bambino, nell’ambito del quale le ricercatrici hanno cominciato a condurre osservazioni, attraverso una situazione di gioco denominata "gioco triadico di Losanna" (Lausanne Triadic Play, Ltp), sulle configurazioni relazionali due+uno, in cui giocano prima madre e bambino, mentre il padre è in posizione periferica, quindi padre e bambino, mentre è la madre in posizione periferica, poi il gioco a tre e infine la situazione in cui i due genitori parlano insieme e il bambino si trova un po’ all’esterno (Fivaz-Depeursinge, Corboz-Warnery, 2000).

Sembra trattarsi di una situazione che permette di approfondire la comprensione degli stili relazionali precoci del triangolo primario, indicando la solidarietà e la cooperazione tra i genitori come un solido inquadramento per il piccolo, e anche il ruolo propulsivo del bambino in fase di sviluppo, che coinvolge i genitori e stimola la sintonizzazione del loro intervento, manifestando precocemente una competenza triangolare.

Al di là della ricchezza dei contenuti che vengono raccontati in questo bel libro, l’aspetto che qui può essere interessante sottolineare, riguarda il significato della scelta dell’oggetto di studio, ovvero il triangolo primario, e non solo la relazione diadica madre-bambino, cominciando a portare alla luce non solo il peso della fantasia e della rappresentazione dell’immagine del padre mediata dalla relazione con la madre, ma tutto il peso della presenza e della relazione col padre fin dai primi mesi della vita.

I padri di cui abbiamo parlato, se per certi versi possono sembrare un po’ in fuga rispetto alla responsabile funzione di presidio delle distinzioni generazionali, di garanti della legge e dei divieti, sembrano anche molto coinvolti nell’impresa di revisione affettiva del loro ruolo, particolarmente se sollecitati a farlo. Si tratta tuttavia di compito che non può essere affrontato nella solitudine della relazione di coppia, o nella realtà della famiglia nucleare. È nell’ambito delle istituzioni culturali ed educative e nella dimensione collettiva del vivere sociale, che è necessario perseguire, solidalmente e collettivamente, una cultura sensibile e generosa verso i tentativi e gli errori, le paure e le ansie, le regressioni e le esagerazioni, insite nella ricerca della verità e della autenticità degli affetti, particolarmente nel caso del padre, il cui ruolo è così fortemente connotato in senso culturale.

Emanuela Bittanti

   

BIBLIOGRAFIA

  • Fivaz-Depeursinge E., Corboz-Warnery A., Il triangolo primario, Raffaello Cortina, Milano 2000.

  • Fornari F., Il Minotauro, Rizzoli, Milano 1977.

  • Fornari F., Genitalità e cultura, Feltrinelli, Milano 1975.

  • Mancia M., Dall’Edipo al sogno, Raffaello Cortina, Milano 1994.

  • Winnicott D.W., Colloqui con i genitori, Raffaello Cortina, Milano 1993.








 

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