Famiglia Oggi.

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n. 4 APRILE
2003

Sommario

EDITORIALE
Le idee da promuovere in famiglia
La DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) L’impegno politico dei giovani
di PAOLA DI NICOLA

apep00010.gif (1261 byte) La bussola per i tempi nuovi
di FRANCO MONACO

apep00010.gif (1261 byte) Un altro mondo è possibile
di SABINA SINISCALCHI

apep00010.gif (1261 byte) Storia della protesta giovanile
di EDOARDO BRUGNATELLI

apep00010.gif (1261 byte) Protagonisti di inizio millennio
di BENEDETTO VECCHI

apep00010.gif (1261 byte) Il passaparola efficace
di MONICA PICCINI e SANDRONE DAZIERI

DOSSIER
Un’occasione di sviluppo e di riscatto
di SERGIO SLAVAZZA (a cura di)

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Uniti sotto l’arcobaleno
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Parole contro l’"Impero"
di ROBERTO CARNERO
Chi governa la nostra esistenza?
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
La dura sfida tra avere o essere
di ALFREDO BODEO
Separati, ma fedeli al matrimonio
di PIERO PASQUINI
Infanzia tra bisogni e risorse
di ROSANGELA VEGETTI
Giocare insieme non solo per divertirsi
di MARIELLA CLEMENTE

CONSULENZA GENITORIALE
Con la porta aperta al dialogo
di EMANUELA CONFALONIERI

POLITICHE FAMILIARI
Il Libro bianco sul welfare
di FRANCESCO BELLETTI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Minoranze etniche crescono in Usa
di ORSOLA VETRI

LIBRI E RIVISTE

 

L’IMPEGNO SOCIALE D’OGGI

Un altro mondo è possibile

di Sabina Siniscalchi
(già segretario nazionale di Mani tese,
membro del Comitato etico di Banca etica)

Il primo successo ottenuto dai recenti movimenti di protesta è una forte presa di coscienza dei limiti insiti nella globalizzazione. Affidare la vita dei cittadini solo all’economia non assicura la giusta distribuzione dei beni.
  

Non è solo il rifiuto della guerra a unire le aggregazioni più diverse ma una profonda ricerca di pace. Perché tra i popoli e i Paesi si instauri finalmente una convivenza pacifica e tutti godano del necessario per vivere dignitosamente.

Nell’aprire l’incontro internazionale di associazioni, movimenti e Ong (Organizzazioni non governative) che si è svolto a Genova nei giorni precedenti il G8 del luglio 2001, la sociologa americana Susan George ha commentato: «Per la prima volta nella storia esiste un movimento mondiale che porta avanti delle rivendicazioni non legate ai propri interessi, ma agli interessi di tutti; un movimento che avanza richieste in favore e in difesa dell’umanità intera». In queste parole risiede il senso della partecipazione alle iniziative genovesi di tante organizzazioni della società civile italiana.

Genova è stata la prima grande occasione di presenza in Italia di un nuovo e composito movimento di base; una presenza non sempre unitaria a volte persino contraddittoria, ma sicuramente animata dal desiderio di portare all’attenzione dell’opinione pubblica e dei leader politici l’urgenza dei problemi mondiali, l’esigenza di maggiore giustizia sociale, la testimonianza di una diffusa solidarietà. Eppure, la manifestazione genovese, oscurata dalla violenza delle forze dell’ordine e dei black-block e insanguinata dall’uccisione di Carlo Giuliani, è stata considerata da molti una sterile protesta.

Questa incomprensione è sembrata farsi più acuta dopo la tragedia dell’11 settembre 2002 (Twin Towers): complici i mezzi d’informazione; alcuni intellettuali e politici hanno cercato di far passare l’idea che criticare la globalizzazione significasse disconoscere i valori della civiltà occidentale e che essere contrari a una nuova guerra equivalesse a prendere le parti dei terroristi; è stata veicolata la farneticante equazione: no-global uguale ad antioccidentali, pacifisti uguale ad antiamericani.

Questo tentativo è stato smascherato dai messaggi, dai contenuti e dallo stile di tutte le mobilitazioni che si sono succedute in Italia dopo Genova: la marcia Perugia-Assisi del settembre 2001, la più numerosa degli ultimi dieci anni, il Forum sociale europeo del novembre 2002 che ha visto riunite a Firenze migliaia di persone in rappresentanza di associazioni, reti e gruppi, e infine la straordinaria mobilitazione per la pace del 15 febbraio scorso. In questi eventi italiani, come nel World Social Forum che per tre anni consecutivi si è celebrato a Porto Alegre, la società civile, accanto alla protesta contro la guerra, l’ingiustizia e la mancanza di democrazia, ha avanzato idee e strategie alternative, dimostrando che un altro mondo non solo è possibile, ma è già in costruzione (1).

Le file del movimento si sono via via ingrossate e arricchite di nuove diversità, includendo invece di escludere realtà tra loro molto differenti, che hanno imparato a riconoscersi, a dialogare, a condividere esperienze e impegno sociale, ideali e progetti.

Alla manifestazione per la pace di Roma era presente l’intero universo sociale e culturale italiano: associazioni e sindacati, studenti e pensionati, religiosi e non credenti, partiti politici e disobbedienti, intellettuali e casalinghe, Rete di Lilliput e Social Forum, no-global e new-global (2).

A Roma, si è finalmente colmata la distanza tra movimento e pubblica opinione, si è saldata la frattura tra manifestanti e gente comune. Il motivo unificante non è stato soltanto il rifiuto di una nuova guerra, ma un più profondo desiderio di pace.

Si è fatta strada la convinzione che il terrorismo non può essere sconfitto dall’invasione militare dell’Iraq, ma da una nuova politica mondiale che abbia come fine supremo la pacifica convivenza tra popoli e Paesi.

Si esigono risposte diverse da quelle militari, si confida nei negoziati allargati a tutte le controparti, si chiedono iniziative concrete per riformare un sistema mondiale che produce squilibri sempre più acuti e contraddizioni sempre più laceranti.

Si percepisce l’assurdità di una ricchezza crescente, più grande che in qualsiasi altro periodo della storia umana, che, tuttavia, non allevia la sofferenza di metà della popolazione mondiale: due miliardi e ottocentomila persone costrette a vivere con meno di due dollari al giorno(3).

Ci si scandalizza di fronte al fatto che tre multimiliardari hanno un reddito che equivale al prodotto nazionale lordo di 49 Paesi, dove vivono nella miseria 600 milioni di uomini, donne e bambini.

Si contesta il fatto che cibo e acqua vengano sprecati, quando un miliardo e trecento milioni di persone non hanno acqua potabile e ottocento milioni di individui soffrono di malnutrizione e fame.

Ci si interroga sull’efficienza delle istituzioni finanziarie internazionali: Banca mondiale e Fondo monetario internazionale che, a parole, dicono di voler sconfiggere la povertà e, attraverso la globalizzazione, favorire la crescita economica di tutti i Paesi.

Nei fatti, le politiche perseguite da queste istituzioni e dai Governi più ricchi che ne condizionano le decisioni, penalizzano fortemente i Paesi e le categorie più deboli, contribuendo ad accrescere la povertà e l’esclusione sociale.

Denunce e timori

Già a partire dagli anni Ottanta, le Ong impegnate nei Paesi in via di sviluppo, hanno cominciato a denunciare i danni causati dai tagli alla spesa pubblica in settori vitali come la sanità e l’istruzione, imposti ai Paesi indebitati per risanarne i bilanci; vent’anni di queste politiche – denominate di aggiustamento strutturale – hanno prodotto scuole senza maestri e presidi sanitari senza medicine, riducendo l’aspettativa di vita, aumentando la mortalità infantile e materna, acutizzando l’analfabetismo e l’abbandono scolastico.

Ci si preoccupa di fronte allo smantellamento dei diritti dei lavoratori, al declino delle politiche pubbliche in favore dell’occupazione, al comportamento socialmente irresponsabile di molte aziende, che provocano precarietà e impoverimento dei lavoratori e delle loro famiglie, fino all’estremo scandalo dello sfruttamento della manodopera minorile.

Si criticano le iniziative dell’Organizzazione mondiale del commercio che, in nome della liberalizzazione piena dei mercati, aprono la strada alla privatizzazione di beni e servizi fondamentali per il benessere umano, come le medicine, l’acqua potabile e l’istruzione.

Si temono i rischi di una finanza cresciuta in modo abnorme: ogni giorno 2 mila miliardi di dollari vengono scambiati nei mercati finanziari, ma non servono a sostenere investimenti produttivi ed economia reale e, cosa ancora più vergognosa, riciclano i profitti illeciti derivanti dalla vendita di armi e droga, dal traffico di esseri umani, dai paradisi fiscali; per questo si diffida degli speculatori che, svincolati da ogni controllo, mettono in crisi valute forti ed economie solide, com’è accaduto qualche anno fa nel Sud-est asiatico, distruggendo in pochi mesi la ricchezza economica costruita in decenni.

Si evidenziano le inadempienze e le incoerenze dei responsabili politici: il mancato rispetto degli impegni assunti dai Governi in occasione delle Conferenze mondiali sullo sviluppo degli anni Novanta(4), in materia di tutela dell’infanzia, dell’ambiente, dei diritti umani, delle donne.

Si ritiene inaccettabile che, di fronte ai crescenti investimenti in operazioni belliche, si diminuiscano le risorse e gli interventi a favore dello sviluppo umano e la salvaguardia dell’ambiente: i fondi per la cooperazione con il Sud del mondo sono oggi al minimo storico e ammontano a meno del 10% delle spese mondiali per armamenti. Secondo gli studi preparati dall’Onu, basterebbero 54 miliardi di dollari per garantire a tutti gli abitanti del pianeta beni fondamentali come il cibo, l’acqua, l’istruzione primaria, la sanità di base, oggi se ne spendono 500 miliardi per produrre armi.

Si sta ancora aspettando di veder destinare allo sviluppo il dividendum di pace che doveva liberarsi con la fine della guerra fredda, ora una nuova corsa agli armamenti pregiudica pesantemente questa scelta.

Nella Conferenza mondiale di Monterey del marzo 2002 dedicata a "Finanza e sviluppo", il Governo americano ha promesso di aumentare i suoi aiuti ai Paesi poveri di 5 miliardi di dollari l’anno, nel contempo, lanciando la più grande campagna di riarmo dai tempi del Vietnam, ha programmato di aumentare le spese militari di 120 miliardi di dollari all’anno per un periodo di cinque anni portando il bilancio alla difesa nel 2007 a 451 miliardi di dollari.

Garantire i diritti

L’incontro dei G8 di Genova, che è costato qualcosa come 400 miliardi di vecchie lire, pur avendo un’agenda molto densa, non è giunto a nessuna risoluzione concreta su debito, disoccupazione, ambiente, criminalità internazionale, povertà mondiale.

L’unica decisione condivisa è stata l’accoglimento parziale della proposta del segretario generale dell’Onu di costituire un fondo per la lotta alle malattie, ma il finanziamento concesso pari a 1,3 miliardi di dollari è del tutto insufficiente e ammonta a meno di un terzo di quanto richiesto da Kofi Annan, benché corrisponda solo a una piccola percentuale di quanto l’Italia ha deciso di spendere per costruire una nuova portaerei.

La società civile considera urgente la costruzione di un apparato istituzionale mondiale, di un sistema multilaterale di Governo che serva a prevenire i conflitti, scovare i criminali internazionali, garantire i diritti umani fondamentali, proteggere beni globali come l’ambiente e le culture, assicurare la stabilità economica e la giustizia sociale. Per questo guarda con apprensione al progressivo disconoscimento, soprattutto da parte del Governo americano, di importanti accordi internazionali già negoziati.

Dopo aver definitivamente respinto la ratifica, già negoziata dal suo predecessore, del trattato di Ottawa per la messa al bando delle mine terrestri, lo scorso luglio il presidente Bush ha affossato la proposta dell’Onu di una Convenzione per limitare il commercio internazionale di armi leggere e, poco prima, si era opposto al rafforzamento del controllo sull’applicazione della Convenzione, adottata nel 1975, che proibisce la produzione e il possesso di armi biologiche.

Segnali inquietanti

È soprattutto a causa degli Stati Uniti che molti accordi, già ratificati dalla maggioranza degli Stati, rimangono inapplicati, come nel caso del Protocollo di Kyoto o del mandato della Corte penale internazionale.

È un segnale inquietante che, se da un lato mina la costruzione di un sistema di diritto globale a garanzia della sicurezza e dello sviluppo sostenibile, dall’altro dimostra il senso di dominio unilaterale che caratterizza i comportamenti e le decisioni della Grande potenza.

Questa visione di potere infinito sta paurosamente prendendo il sopravvento sul dovere di confrontarsi con gli altri, sul bisogno di riconoscersi in un sistema di regole condiviso, sulla necessità di rafforzare l’Onu: la scelta estrema sarà rappresentata dalla dichiarazione di guerra all’Iraq, anche in assenza di una Risoluzione del Consiglio di sicurezza.

Non si vogliono negare altre responsabilità: quelle dell’Europa incapace di prendere posizioni forti e unitarie, giocando un ruolo decisivo nelle più scottanti vicende internazionali o quelle dei Paesi in via di sviluppo che dissipano risorse umane ed economiche in conflitti fratricidi. È, tuttavia, innegabile che la mancanza di

un sistema di Governo internazionale e la debolezza politica e finanziaria delle Nazioni unite siano imputabili soprattutto ai Paesi più potenti.

Di fronte a una situazione mondiale drammatica, bisogna riconoscere che il movimento di contestazione, venuto alla ribalta in occasione della Conferenza di Seattle del 1999, ha avuto un primo, evidente successo: la presa di coscienza dei difetti e dei rischi della globalizzazione.

Qualcosa si muove

I responsabili politici e istituzionali, anche italiani, cominciano ad ammettere che la globalizzazione non è una panacea, come si millantava fino a poco tempo fa. Proprio grazie alle critiche della società civile, si inizia a capire che affidare la vita dei popoli e dei cittadini solo all’economia non è una cosa saggia, perché l’economia segue propri criteri, legati alla ricerca del profitto e agli interessi degli investitori, ed essi non sono affatto una garanzia per il bene collettivo. Si comincia ad accettare l’idea che il mercato mondiale è asimmetrico e non funziona secondo quella libera concorrenza che, in modo sano, potrebbe assicurare la crescita economica di tutti i Paesi.

Fino a qualche anno fa i toni erano di irriducibile ottimismo: nel 1998, celebrando i primi tre anni di vita della Organizzazione mondiale del commercio, l’allora direttore generale Renato Ruggiero, divenuto poi ministro, sosteneva che «L’economia senza frontiere rappresenta un fattore di uguaglianza, nel senso che la diffusione della tecnologia tende a creare ovunque pari opportunità, prevedendo l’avvento di un’era di capitalismo senza contrasti». I suoi successori sono più cauti, riconoscendo che la liberalizzazione del commercio, anche se è importante per la crescita economica, deve andare di pari passo con altre riforme.

Il mercato mondiale è più dinamico e la tecnologia sempre più avanzata, ma i problemi sociali rimangono enormi, in alcune situazioni, non solo non sono risolti da questi traguardi, ma ne risultano accentuati: Internet rimane inaccessibile per 2 miliardi di persone che non dispongono di elettricità e questo aggrava la loro condizione di esclusi.

La globalizzazione, per essere davvero utile allo sviluppo e al benessere di tutti i Paesi e di tutti i popoli, dev’essere governata. Anche questa visione è ormai condivisa dai più: il capitalismo selvaggio e sfrenato, infatti, comincia a fare paura anche ai ricchi, perché speculazioni e frodi possono colpire ovunque e chiunque; nonostante i dogmi del liberismo li aborriscano, sono dunque indispensabili regole e controlli.

Anche su questo versante, le organizzazioni della società civile sono un passo più avanti dei responsabili istituzionali: per ognuno dei problemi individuati, hanno messo a punto soluzioni, hanno maturato posizioni comuni, in un percorso di "globalizzazione dal basso", che è cresciuto di pari passo con la globalizzazione economica e finanziaria.

Spesso queste strategie sono mutuate dall’impegno che le associazioni portano avanti nei vari settori sociali, a fianco dei poveri e degli emarginati; l’azione di pressione politica mantiene un forte legame con l’azione di solidarietà: ne trae impulso e, nel contempo, la rinvigorisce.

Il nuovo movimento

Le associazioni non si riconoscono più in un cliché che le vuole soccorritrici dei deboli, reti di salvezza per coloro che non ce la fanno, erogatrici di servizi a buon mercato; ormai sono diventate veri e propri soggetti politici, interlocutori delle istituzioni, depositarie di conoscenze ed esperienze utili a migliorare il mondo.

Il nuovo movimento mondiale riesce a coagulare, attorno agli stessi obiettivi politici, realtà che operano in Paesi e in settori diversi: dalla cooperazione allo sviluppo, all’ambiente, dalla difesa dei diritti umani alla tutela delle minoranze culturali.

Significativa a questo proposito è la frase iniziale della dichiarazione di Porto Alegre del 2002: «Siamo diversi donne e uomini, adulti e giovani, popoli indigeni, contadini e urbani, lavoratori e disoccupati, senza casa, anziani, studenti, persone di ogni credo, colore, orientamento sessuale. L’espressione di questa diversità è la nostra forza e la base della nostra unità. Siamo un movimento di solidarietà globale, unito nella nostra determinazione di lottare contro la concentrazione della ricchezza, la proliferazione della povertà e delle ineguaglianze e la distruzione della nostra terra. Stiamo costruendo alternative».

Ogni iniziativa politica, ogni campagna è ormai considerata terreno d’impegno comune ed è sostenuta dalle diverse espressioni del movimento, è successo con Jubilee 2000, la campagna per chiedere, in coincidenza con il Giubileo, la cancellazione del debito dei Paesi più poveri.

È accaduto per l’azione che ha rivendicato il diritto dei Paesi con gravi emergenze sanitarie a produrre e distribuire farmaci essenziali, senza subire ricorsi da parte delle multinazionali farmaceutiche davanti all’Organizzazione mondiale del commercio. E prima ancora con l’approvazione del Trattato per la messa al bando delle mine che è stato il frutto della Campagna mondiale, insignita del Premio Nobel per la Pace nel 1997.

Ogni volta che una di queste iniziative è andata a buon fine, trasformandosi in norma internazionale e in impegno delle istituzioni, non si è trattato semplicemente di un successo per il movimento, ma di una vittoria per l’umanità intera.

Sabina Siniscalchi








 

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