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n. 4 APRILE
2003

Sommario

EDITORIALE
Le idee da promuovere in famiglia
La DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) L’impegno politico dei giovani
di PAOLA DI NICOLA

apep00010.gif (1261 byte) La bussola per i tempi nuovi
di FRANCO MONACO

apep00010.gif (1261 byte) Un altro mondo è possibile
di SABINA SINISCALCHI

apep00010.gif (1261 byte) Storia della protesta giovanile
di EDOARDO BRUGNATELLI

apep00010.gif (1261 byte) Protagonisti di inizio millennio
di BENEDETTO VECCHI

apep00010.gif (1261 byte) Il passaparola efficace
di MONICA PICCINI e SANDRONE DAZIERI

DOSSIER
Un’occasione di sviluppo e di riscatto
di SERGIO SLAVAZZA (a cura di)

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Uniti sotto l’arcobaleno
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Parole contro l’"Impero"
di ROBERTO CARNERO
Chi governa la nostra esistenza?
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
La dura sfida tra avere o essere
di ALFREDO BODEO
Separati, ma fedeli al matrimonio
di PIERO PASQUINI
Infanzia tra bisogni e risorse
di ROSANGELA VEGETTI
Giocare insieme non solo per divertirsi
di MARIELLA CLEMENTE

CONSULENZA GENITORIALE
Con la porta aperta al dialogo
di EMANUELA CONFALONIERI

POLITICHE FAMILIARI
Il Libro bianco sul welfare
di FRANCESCO BELLETTI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Minoranze etniche crescono in Usa
di ORSOLA VETRI

LIBRI E RIVISTE

 

DOSSIER - LA GLOBALIZZAZIONE

UN'OCCASIONE DI SVILUPPO
E DI RISCATTO

a cura di SERGIO SLAVAZZA
(direttore dell'editrice Monti)

I contributi raccolti in questo dossier mostrano come la globalizzazione stia portando cambiamenti in tutti i campi. Per questo vanno affrontati con sapienza "cristiana". Da diversi Sud del mondo emergono le contraddizioni del fenomeno che pur essendo causa di povertà e miseria è contemporaneamente anche occasione di sviluppo e di riscatto. Perché tutto questo avvenga è necessario effettuare scelte concrete e quotidiane che siano alla portata di tutti i popoli. Intanto ci si interroga su quale possa essere il ruolo delle politiche pubbliche e internazionali, da un lato, e quello della società civile, dall’altro, per dare al più presto un volto umano all’economia e al mercato.
    

LA SFIDA DELLA GLOBALIZZAZIONE
UMANIZZARE L'ECONOMIA

Nel Dizionario della globalizzazione (Zelig Editore, 2002) alla voce "globalizzazione" si legge: «neologismo anglosassone col quale si definisce un insieme di fenomeni di elevata intensità e rapidità su scala mondiale, in campo economico, sociale, culturale e ideologico, tendenti a: superare le barriere materiali e immateriali alla circolazione di persone, cose, informazioni, conoscenze e idee; uniformare le condizioni economiche, gli stili di vita, e le visioni ideologiche, in particolare in conformità col modello occidentale metropolitano». Da queste poche righe, che pure non esprimono alcun giudizio etico-morale sul fenomeno, si comprende comunque quanto la globalizzazione sia pregnante e potenzialmente capace di trasformazioni non solo economiche ma anche culturali e financo antropologiche.

La globalizzazione unisce le persone, quanto le divide; è ormai sulla bocca di tutti e pronunciarla (nel bene e nel male) è diventato di moda: per alcuni rappresenta il mito della felicità e del benessere; per altri (i più!) è la causa stessa della loro miseria e infelicità.

Una cosa certa è che ormai tutti, su questa terra, viviamo all’interno della globalizzazione. Gli ormai fantomatici, e tuttora misteriosi, eventi dell’11 settembre ci hanno dimostrato e reso palese una grande verità, che ha infranto tante nostre certezze e sgretolato i nostri perbenismi: siamo "solidali" con ogni abitante del nostro pianeta; tutto ci riguarda; non possiamo fingere di ignorare ciò che accade a migliaia di chilometri da noi, salvo pagarne le conseguenze fin dentro le nostre case e le nostre esistenze.

La Tv e i nuovi media ci mettono in contatto istantaneo e, oserei dire, diretto con le miserie del mondo (carestie, povertà, guerre, sfruttamenti...) e nessuno può ormai trincerare la propria coscienza dietro un "pilatesco" non sapevo. La conoscenza diventa consapevolezza, e la consapevolezza richiama la responsabilità.

D’altra parte è più che dimostrato che le scelte politiche, economiche, commerciali, industriali adottate "dalle nostre parti" (capitalismo selvaggio, finanziarizzazione dell’economia, manipolazioni genetiche, consumismo esasperato, globalizzazione liberista,...) hanno diretta attinenza, spesso negativa, con le condizioni di sottosviluppo e di degrado dell’intero pianeta: inquinamento ambientale, conflitti armati, debito estero, esaurimento delle risorse naturali, perdita della biodiversità, malattie endemiche, sfruttamento minorile, tratta delle persone.

Tutto ciò, invece che portarci a facili quanto sterili rimorsi di coscienza, dovrebbe convincerci di quanto è nelle nostre mani la possibilità della costruzione di un nuovo mondo "a misura di uomo" e indurci a ricercare percorsi per uno sviluppo giusto e sostenibile. Possibilità e percorsi che sono a nostra disposizione, a partire dalle più semplici scelte quotidiane: ricerca di uno sviluppo sostenibile, adozione di un consumo consapevole e critico, sostegno del commercio equo e solidale, creazione di gruppi di acquisto solidale tra enti e famiglie, utilizzo dei bilanci di giustizia, scelta di un turismo responsabile, valorizzazione della finanza etica, sviluppo delle cosiddette banche del tempo, promozione di scelte di nonviolenza, incentivazione di tutte quelle forme di privato sociale che costituiscono una rete fitta ed efficace di rapporti tra le persone, e così via.

La sfida della globalizzazione consiste dunque in questo: nella capacità e nel dovere di pensare, progettare, percorrere strade che portino a globalizzare la solidarietà, prima che meccanismi spietati e perversi calpestino l’uomo e la sua esistenza.

Per parlare di globalizzazione e per mostrarne le diverse facce, abbiamo interpellato dieci personaggi che, ognuno dal proprio punto di vista, ognuno dal suo ambito di lavoro e di vita, ne declina potenzialità e limiti, problemi e risorse.

Sergio Slavazza

DARE SPAZIO ALLE POLITICHE PUBBLICHE

di Alessandro Messina
(direttore di Lunaria)

Uno degli effetti rilevanti della globalizzazione, per come essa è stata vissuta finora, è stata la ridefinizione in senso riduttivo degli spazi di manovra delle politiche pubbliche. Questo risultato è stato finora richiesto e sostenuto dagli assertori delle misure neoliberiste attraverso due argomentazioni fondamentali: l’esaltazione delle capacità del mercato di garantire la massima efficienza; l’esasperazione delle inefficienze degli apparati statali.

Ma basta presentare pochi dati per sfatare alcuni dei miti che sono stati alimentati negli ultimi anni, tendenti a generare l’idea di uno Stato spendaccione e tartassatore. La spesa pubblica italiana in rapporto al Pil è pari al 47,4%, inferiore alla media dell’Unione monetaria, attestata al 47,9%. Se la depuriamo degli interessi passivi (causati soprattutto dal debito generato negli anni ’80, ora in leggera e preoccupante ripresa) ciò che la nostra pubblica amministrazione spende è ben al di sotto della media europea (41,9% contro 45,9%). I dati relativi a sanità e previdenza mostrano la piena sostenibilità dei sistemi pubblici, che inoltre assicurano una maggiore equità ed efficacia sociale rispetto ai modelli privati. Il prelievo fiscale e parafiscale dell’Italia risulta inferiore a quello di Francia, Belgio, Austria e dei Paesi scandinavi e di poco superiore alla media dei Paesi dell’Unione monetaria (42,4% del Pil contro 42,2%).

Dunque lo Stato può ancora avere un ruolo importante nell’assetto sociale ed economico del Paese. La sfida è quella di disegnare un nuovo modello di intervento dello Stato nell’economia, che parta da una visione integrata di solidarietà nazionale e globale, di tutela dei diritti e dell’ambiente, di ricomposizione delle forze di mercato all’interno di un quadro di regole certo e trasparente. E la paura delle inefficienze (e delle corruzioni) dell’amministrazione pubblica non deve frenare questa ricerca, nella convinzione che, per dirla con Federico Caffè, «l’entità dei costi sociali non pagati (dall’economia capitalistica) è tuttora ben più rilevante degli intralci creati da forme di regolamentazione pubblica».

Alessandro Messina

IL RUOLO DELLA SOCIETÀ CIVILE

di Marina Ponti
(
vicedirettrice Società civile campagna obiettivi di sviluppo del Millennio)

Nel settembre del 2000, i capi di Stato e di Governo di 189 Paesi hanno sottoscritto la Dichiarazione del Millennio. Tale documento sottolinea l’urgenza di affrontare sfide globali (come la povertà, il degrado ambientale, la sicurezza alimentare, la diffusione delle epidemie, la mancanza di accesso all’acqua potabile e molte altre) che mettono a serio rischio lo sviluppo, la sicurezza e la sostenibilità del nostro pianeta.

La Dichiarazione contiene anche otto obiettivi di sviluppo: sradicare l’estrema povertà e la malnutrizione; garantire l’istruzione primaria a tutti i bambini e a tutte le bambine; promuovere l’equità di genere e combattere le discriminazioni; ridurre di due terzi la mortalità infantile; migliorare la salute riproduttiva; ridurre della metà la diffusione di malattie quali Aids, malaria e altre; assicurare la sostenibilità ambientale; sviluppare una partnership globale a favore dello sviluppo. Questi impegni di per sé non dicono nulla di nuovo. Ciò che li rende innovativi e potenzialmente rivoluzionari è che tutti sono affiancati da un target temporale: il 2015. Sono ambiziosi, ma realizzabili. La comunità internazionale possiede tutte le risorse necessarie per far sì che per tale data questa sfida diventi una realtà concreta. Il nodo da sciogliere è la mancanza di volontà politica dei Governi. Gli anni Ottanta sono stati definiti "il decennio perduto" in termini di sviluppo e gli anni Novanta quelli "delle promesse mancate". Il progresso globale attuale rispetto agli obiettivi è insufficiente su tutti i fronti. Se questa tendenza continua, nessuno degli obiettivi del Millennio sarà raggiunto in tempo.

Nord e Sud hanno compiti diversi da svolgere, ma complementari e fondamentali: gli obiettivi del Millennio possono essere raggiunti solo se tutti i soggetti compiono la loro parte.

La grande sfida sta poi nel creare e mantenere l’attenzione dell’opinione pubblica e della società civile attorno agli obiettivi, fino al loro raggiungimento. Un compito importante sarà quello di promuovere a livello nazionale dibattiti sul "come" si possono raggiungere gli obiettivi, e cioè sugli strumenti e sulle politiche che favoriscono tale processo. La comunità internazionale non può raggiungere nessuno di questi obiettivi senza creare alleanze strategiche. Le Nazioni unite devono collaborare con la società civile perché, come dice il segretario generale Kofi Annan: <<Il successo richiede solidarietà>>. In tutto il mondo le organizzazioni della società civile portano avanti campagne finalizzate a rendere i Governi sempre più responsabili rispetto ai loro cittadini; esse sono indispensabili per dar vita a movimenti di pressione politica dal basso. Ecco perché il ruolo della società civile è cruciale non solo nel fare campagne a favore del raggiungimento degli obiettivi del Millennio e nel monitorare i risultati e le politiche attuali, ma per nutrire con contenuti e proposte innovative, il dibattito politico nazionale e internazionale sullo sviluppo.

Marina Ponti

CONTRO GLI AUTOMATISMI DEI MERCATI

di GIOVANNI COLOMBO
(
presidente nazionale della Rosa Bianca)

Vedendo i cambiamenti in corso vengono i brividi. L’emancipazione dei popoli e la permanenza del modello di vita occidentale non possono conciliarsi. Il nostro modello di vita non può essere condiviso da tutti, perché il pianeta non dispone delle risorse energetiche necessarie. Gli esclusi dal banchetto delle nazioni fanno ressa alla porta, e c’è chi riesce a penetrare nella sala sfarzosa suscitando nei commensali sgomento e irritazione. Questa inconciliabilità è la ragione vera di tutte le guerre, soprattutto di quelle preventive. «La buona coscienza è finita per sempre, e l’opulenza non può durare senza crimine» scriveva profeticamente dieci anni fa Ernesto Balducci.

La globalizzazione economica in atto accentua questa situazione di squilibrio. Essa è contrassegnata dalla rapidità degli scambi di capitali finanziari, dal diffondersi di tecnologie digitali sempre più sofisticate, dall’affermarsi di strategie volte a rimuovere ogni vincolo ai movimenti di capitale, alla delocalizzazione degli investimenti produttivi in aree dove il costo del lavoro e le tutele sindacali e legali sono infinitamente inferiori a quelle dei Paesi sviluppati. Attualmente non ci sono istituzioni mondiali che possano svolgere una funzione di regolazione. Le vicende riguardanti il Fondo monetario, la Banca mondiale, il Wto sono emblematiche. Nate tutte da una fondamentale intuizione di John Maynard Keynes nelle discussioni di Bretton Woods al termine del secondo conflitto mondiale, e intese dal geniale economista britannico come strumenti per creare un nuovo ordine economico più democratico e attento ai bisogni dei soggetti più deboli, esse costituiscono un clamoroso esempio di eterogenesi dei fini. Se infatti da un lato hanno parzialmente realizzato lo scopo di costituire una sorta di guida globale dell’economia, dall’altra questo governo non ha nulla di democratico, ma è retto da una specie di burocrazia tecnocratica, composta in gran parte da persone che in passato hanno lavorato per qualche multinazionale e continuano a comportarsi come lobbisti. Ma la globalizzazione non è una maledizione biblica o un fenomeno naturale al pari dei monsoni e o dei territori, ma è piuttosto il frutto di scelte ben precise. Quindi resta il problema cruciale di costituire quel governo mondiale dell’economia che oggi non c’è, governo che sottragga la sorte delle persone e delle imprese dagli automatismi della tecnologia e di mercati finanziari divenuti autoreferenziali.

Forse non tutto il male viene per nuocere. Siamo arrivati al punto in cui l’esistenza umana si giustifica solo se concorre all’incremento della produzione e del profitto. Però lo sviluppo tecnologico, riducendo sempre più la quota dei lavori necessari, fino a raggiungere, come dicono le statistiche in una proiezione globale, il 20% degli abitanti del pianeta, costringerà tutti a restringere i tempi non produttivi e a recuperare il tempo esistenziale, che non è il tempo del produttore e del mercante. Che l’essenza dell’uomo si realizzi nel lavoro è un dogma della civiltà industriale occidentale che però sta "falsificandosi" all’interno del proprio esercizio. Il mito dell’homo faber, infatti, deperisce in virtù dello stesso sviluppo tecnologico. Forse è tempo di riportare a galla altre dimensioni della vita. Per umanizzare l’economia è necessario che l’uomo si pensi non più come "uomo economico" ma come persona integrale.

Giovanni Colombo

CONIUGARE INSIEME LOCALE E GLOBALE

di ANTONIO NANNI
(
membro del direttivo Acli e del Cem)

Nell’epoca della globalizzazione e del meticciamento, la vecchia e gloriosa paideia non basta più. Bisogna fare i conti con una situazione complessa che richiede analisi approfondite e creatività nelle proposte. Potremmo utilizzare la metafora della "modernità liquida" (Voglia di comunità, Laterza, Roma-Bari 2002) con cui Bauman, sociologo ebreo-polacco, caratterizza la fase odierna di quest’epoca dell’incertezza. Stiamo vivendo un processo di liquefazione, per cui tutto ciò che una volta era solido ora tende a fondersi, a fluidificarsi. Nella nostra società si vede bene come ognuno abbia un problema di ormeggi, di punti fermi per evitare di restare in balia delle onde. Nel tempo del pluriverso, del meticciamento, della globalizzazione si finisce per essere quel che non si vuole. Il cittadino, sta implodendo e si ritrova a vivere sulla propria pelle, in solitudine, la fatica di abitare le contraddizioni di questa società.

Stiamo passando da una modernità pesante a una modernità leggera. Ma questa maggiore libertà di movimento, viene pagata con una maggiore insicurezza: il passaggio dallo stato solido allo stato liquido non è esente da rischi.

La realtà ci dimostra che l’individuo rimane solo con le sue paure e privo di ogni tipo di sostegno. Oggi stiamo assistendo alla vendetta del nomadismo sul principio della territorialità e dell’insediamento. I tre elementi che indicano simbolicamente l’oggetto del desiderio di tanti individui sono il telefono cellulare, il computer portatile e la valigetta 24 ore. Con questo equipaggiamento il cittadino della società liquida si sente forse più libero, ma è anche diverso. Bauman sostiene che: <<Nel nostro mondo sempre più globalizzato viviamo tutti in una condizione di interdipendenza e, di conseguenza, nessuno di noi può essere padrone del proprio destino (...) il privilegio di vivere in una comunità richiede un prezzo da pagare (...). Qualunque strada si scelga, da una parte si guadagna e dall’altra si perde. L’assenza di comunità significa assenza di sicurezza; la presenza di una comunità, quando si verifica, finisce ben presto con il significare perdita di libertà>>.

In un saggio specificamente dedicato allo studio delle conseguenze della globalizzazione sulle persone, (Dentro la globalizzazione: le conseguenze sulle persone, Laterza, Roma-Bari 2001), Bauman scrive che la mobilità è oggi il nuovo e principale fattore di stratificazione sociale. Nell’era della globalizzazione, alcuni gruppi sociali riescono a diventare globali, mentre altri sono inchiodati alla propria località. Sono i "globali" a fissare le regole del gioco della vita, quelle regole, quasi sempre non scritte, che i "locali" sono tenuti a subire. Restare "locali" in un mondo globale è dunque segno di inferiorità e, al contempo, causa una nuova sofferenza: quella di chi, essendo costretto a vivere in un luogo, si avvede che oggi i luoghi del locale stanno perdendo la loro capacità di generare senso, di attribuire significati all’esistenza. Di qui le tendenze al neotribalismo e al fondamentalismo di cui abbiamo triste conferma dalle cronache.

Per la globalizzazione qualsiasi rete densa e fitta di legami sociali, e in particolare una rete profondamente radicata nel territorio, è un ostacolo da eliminare. La globalizzazione stressa i luoghi e li fa evaporare. È così che essa può avanzare indisturbata con la forza di un rullo compressore inarrestabile. Tuttavia, lo sviluppo del processo di globalizzazione non ha determinato la scomparsa del locale. Non solo ciò non è avvenuto, ma anzi si sono registrati fenomeni di localismo. Il locale non va però vissuto come nicchia, come spazio da difendere e preservare. Questa dimensione territoriale diventa infatti un luogo sicuro di fronte alla crescente incertezza della società globalizzata. Si deve evitare allora la tentazione di concepire il localismo quale ideologia che considera il locale come alternativo al globale.

La prospettiva deve essere invece quella del "glocale" intesa come possibilità di valorizzare la dimensione locale come nodo del globale. Il locale, infatti, rimane il luogo in cui i processi vengono percepiti, vissuti. Ecco allora che in un mondo globalizzato e interdipendente il locale può avere un peso. Coniugare il locale e il globale, ecco l’origine del termine "glocalismo" coniato da Robertson (Globalizzazione. Teoria sociale e cultura globale, Asterios, Trieste 1999), non solo è possibile, ma è necessario se si vuole governare la globalizzazione.

Antonio Nanni

ATTINGERE ALLA SAPIENZA CRISTIANA

di Savino Pezzotta
(segretario generale della Cisl)

La globalizzazione dell’economia e della finanza è ormai una realtà; sono sotto gli occhi di tutti gli effetti dei rapidi progressi legati alle tecnologie informatiche; ma essa non può prescindere da un profondo "discernimento etico", altrimenti si appalesa come una mannaia per le piccole comunità, che hanno bisogno di solidarietà. Il processo di globalizzazione così come può rafforzare i legami di unità tra i popoli, può anche causare l’aumento delle differenze tra ricchi e poveri e della concorrenza ingiusta. Il sindacato, pur stimandone i valori positivi, guarda con inquietudine agli aspetti negativi veicolati da questo fenomeno.

Il fenomeno della globalizzazione reca con sé, non solo grandi speranze, ma anche profondi interrogativi circa le conseguenze dei cambiamenti in atto, le eque relazioni fra gli Stati; le competizioni economiche e le rivalità tra popoli e nazioni.

Una delle preoccupazioni provocate dalla globalizzazione sta nel fatto che essa è divenuta rapidamente un fenomeno culturale. Il mercato, come meccanismo di scambio, è il veicolo di una nuova cultura.

Molti osservatori hanno colto un carattere intrusivo della logica di mercato, che riduce sempre più l’area dell’azione pubblica. Il mercato impone il suo modo di pensare e di agire e imprime sul comportamento la sua scala di valori. Le persone che ne sono soggette considerano la globalizzazione come un’inondazione distruttiva, che minaccia le norme sociali.

Per "sopravvivere" all’interno della globalizzazione occorre avere dei punti di riferimento molto chiari, una bussola precisa: dobbiamo continuare ad affermare che il valore inalienabile della persona umana è fonte di diritti, anche per quanto riguarda l’ordine sociale. La persona deve essere sempre un fine e mai un mezzo, un soggetto e mai un oggetto.

La globalizzazione non può essere pertanto un nuovo tipo di colonialismo. Deve invece rispettare la diversità delle culture che, nell’ambito dell’armonia universale dei popoli, sono le chiavi d’interpretazione della vita. Il mondo globalizzato è sempre più ricco di conoscenze ma povero di sapienza. Siamo sommersi dalle informazioni, vi è un’accentuata moltiplicazione delle fonti di informazione e di comunicazione ma vi è uno scarso senso del destino ultimo dell’umanità.

Gli uomini hanno dovuto da sempre fare i conti con il rischio: il rischio di epidemie, di cattivi raccolti, di uragani, di siccità. Una volta, si trattava, però, di rischi in gran parte esterni, non soggetti a controllo. Ora, invece, il rischio ci viene principalmente da ciò che noi stessi abbiamo creato: il surriscaldamento del pianeta, l’inquinamento, l’instabilità dei mercati, le conseguenze imprevedibili dell’ingegneria genetica. Ciò genera un’angoscia profonda di fronte al futuro; non sappiamo se ci attende la guerra o la pace, la prosperità o la povertà. In questo contesto i cristiani, in particolare, non possono offrire solo conoscenze asettiche, ma un vero e proprio coinvolgimento, che prenda significato dalla sapienza cristiana circa il destino ultimo dell’umanità.

Savino Pezzotta

CON LA "FIONDA" DELLA SPERANZA

di Adriano Sella
missionario saveriano in Brasile

Come afferma il sociologo François Houtart: la globalizzazione è un processo essenzialmente economico, attivato dalla società capitalista neoliberale, basato su appoggi politici, militari e culturali, che ha il solo scopo di aumentare l’accumulazione di ricchezza, tramite la globalizzazione del mercato, ossia, la trasformazione del mondo in un grande mercato "libero". Le conseguenze di questa globalizzazione sono estremamente preoccupanti per l’umanità: distruzione dell’economia, intesa come mezzo per garantire una base di benessere fisico e culturale a tutti gli uomini.

Di fatto, mai come in questi anni si sono avuti tanti poveri e una così grande disuguaglianza sociale; distruzione della natura, sfruttata per ottenere vantaggi economici, senza badare ai disastri ecologici, climatici e al consumo irreversibile delle risorse naturali; distruzione sociale su diversi fronti: sfruttamento dei lavoratori, inflazione, debito estero, esportazione dei capitali nei paradisi fiscali; distruzione culturale attraverso la strumentalizzazione dell’educazione, dei mezzi di comunicazione, della filosofia e perfino della religione, mirante a legittimare il processo capitalista e gli obiettivi del neoliberalismo; distruzione della politica, che vede diminuita la propria funzione di rappresentanza e di partecipazione democratica, in funzione di un asservimento all’economia e ai poteri finanziari.

Tuttavia, il disincanto nei confronti del capitalismo neoliberale è oggi sempre maggiore e le resistenze popolari stanno aumentando sempre più. La stessa globalizzazione neoliberale poi, mostra crepe su diversi fronti: essa considera il libero mercato come regolatore massimo dell’economia, motore di efficienza e gestore di una adeguata distribuzione del reddito; in realtà sta collocando, in modo assoluto, l’interesse lucrativo di pochi individui, al di sopra dell’interesse collettivo che è il bene comune. L’individuo è collocato prima dell’umanità intera; il tornaconto personale sopra il bene di tutti.

Dobbiamo denunciare il fatto che la globalizzazione neoliberale sta disumanizzando il pianeta, riducendolo a un grande mercato, dove tutto diventa merce, generando così, il fenomeno della "cosificazione" del pianeta, in cui tutto può essere assimilato a una cosa, sfruttabile e utilizzabile per lucrare sempre di più. Si tratta di un materialismo globalizzato, ateo e fondamentalista, freddo e senza cuore. Come affrontare allora il "gigante" moderno del neoliberismo che pare incarnarsi in un pensiero unico, ossia, nel solo sistema e modello di vita apparentemente possibile nella società di oggi? Con la "fionda" della speranza. Non c’è mutamento e trasformazione del modello sociale senza la speranza che un altro mondo sia possibile, poiché la speranza è il motore della storia del possibile.

Adriano Sella

IN ARMONIA AL SERVIZIO DELLA PERSONA

di Renato Kizito Sesana
(padre comboniano, presidente di Amani)

Come dico nel mio ultimo libro La Perla Nera, scritto con Stefano Girola per le Paoline (2002), la globalizzazione è un fenomeno preoccupante per il Sud del mondo, che sta subendo una rapina delle proprie risorse biologiche, ecologiche, umane. Vi sono compagnie multinazionali che cercano di impossessarsi di risorse, che invece appartengono a tutti.

Eppure è un fenomeno dal volto cangiante, che ha molte caratteristiche e conseguenze, che bisogna saper avvicinare e influenzare, da prospettive diverse.

Innanzitutto dobbiamo lavorare con la globalizzazione, utilizzando al meglio quelle forze oggettive che possono essere messe al servizio di tutti. Per esempio, chi in Africa lotta per la giustizia sociale, può trovare in Internet una possibilità di ricerca, educazione e promozione che non ha eguali, in un continente dove biblioteche e documentazioni sono piuttosto rare. E questo è solo un esempio: il progresso tecnologico può essere usato in mille modi diversi, al servizio della giustizia e della pace.

Contemporaneamente bisogna lavorare contro la globalizzazione, facendo tutta quella analisi critica che è necessaria per smascherare i modi con cui essa crea e incrementa povertà, dipendenza, sfruttamento, disuguaglianza e per contrastare con azioni politiche e pubbliche concrete tutti quegli attori che traggono profitto dalle conseguenze negative della globalizzazione selvaggia.

Infine bisogna lavorare per la globalizzazione, cioè per una globalizzazione che sia al servizio della persona. È il compito più difficile, ma anche il più entusiasmante; bisogna avere il coraggio di sognare un futuro diverso, nuovo, e nello stesso tempo esercitare capacità organizzative che possono promuovere delle strategie per un cambiamento sociale e internazionale duraturo.

Occorrono insieme visione e competenza tecnica.

Noi cristiani siamo per una globalizzazione dal basso, guidata dai poveri, e non dai ricchi che fanno gli interessi del Nord del mondo. Uno sviluppo che sia veramente umano e sostenibile dipende da relazioni umane che siano in armonia con gli altri e con il mondo circostante e non da strutture tecniche, economiche o politiche imposte dall’alto.

L’Africa con la sua tradizione che mette l’armonia al centro di tutto, ci può davvero aiutare a trovare la strada per una globalizzazione che sia davvero umana.

Renato Kizito Sesana

LA PACE È LA NOSTRA BANDIERA

di Fabio Salviato
(presidente della Banca etica)

In queste ultime settimane sui balconi delle case delle nostre città, vengono esposte le bandiere arcobaleno della pace: il loro numero aumenta di giorno in giorno. Si tratta di un segnale chiaro che i cittadini vogliono lanciare: la maggioranza del popolo italiano vuole la pace e rifiuta la guerra. Noi uomini di pace abbiamo il dovere di far sapere come si sta organizzando questo movimento diverso, quale modello e sistema economico intende abbracciare, quali scelte concrete e quotidiane è disposto a sostenere. Se da una parte l’ideologia del comunismo è definitivamente tramontata, dall’altra anche l’ideologia del capitalismo, della massimizzazione del profitto e del liberismo dimostra di aver clamorosamente fallito: un modello che costringe moltissime persone a "sopravvivere" con meno di 2 dollari al giorno, un sistema che costringe milioni di bambini a lavorare per 6 giorni alla settimana per 9 ore al giorno, e altri milioni di bambini a essere coinvolti in decine di conflitti locali, non può essere considerato un sistema e un modello economico di successo.

Si tratta ora di trovare un nuovo modello di sviluppo.

All’orizzonte si profilano interessanti proposte: Ramesh Diwan – professore americano di origine indiana – ha recentemente teorizzato un sistema economico basato sul pensiero di Gandhi, chiamato appunto "Economia gandhiana". Diwan pensa a uno sviluppo di un’economia locale che si basi sulla centralità della comunità e della famiglia, nel rispetto assoluto della persona, dei vincoli ambientali, recuperando il concetto di sobrietà, di condivisione, di rapporto relazionale, consolidando le reti sociali, e unendo, nell’azione quotidiana di lavoro, i sentimenti quali l’amicizia, l’affetto, l’amore.

La finanza etica e in particolare la Banca popolare etica condivide e sposa l’economia gandhiana. L’interrogativo che molti si pongono è: come posso concretamente sostenere quotidianamente un’economia di pace, un’economia "altra", un’economia gandhiana?

L’approccio di Banca etica è un approccio di sperimentazione reale, sul campo, che, attraverso i suoi 1300 finanziamenti, autentico laboratorio di ricerca applicata, può iniziare a offrire ai cittadini indicazioni concrete per orientare le proprie scelte quotidiane. Eccone alcune.

Noi occidentali siamo dei grandissimi consumatori di energia; la causa principale delle guerre in Afghanistan e in Iraq è da attribuire al controllo dei pozzi di petrolio, la principale fonte di energia che fa girare la nostra economia: più dell’85% dell’industria mondiale dipende dal petrolio.

Dopo aver issato la bandiera della pace, installiamo sulle nostre case un pannello solare, acquistiamo una stufa a legna ad alto rendimento, privilegiamo l’acquisto di un motorino elettrico, di un’auto a idrogeno, andiamo in bicicletta, camminiamo di più, cerchiamo di consumare energia pulita e rinnovabile. Le nostre città sono sempre più inquinate: attiviamoci promuovendo iniziative come l’aumento delle piste ciclabili, l’estensione delle zone interdette al traffico, il rimboschimento delle città, per renderle più verdi, più vivibili, più respirabili e meno rumorose. Acquistiamo prodotti del commercio equo e solidale, delle cooperative sociali; prodotti biologici, vestiti e mobili usati, lavatrici e frigoriferi ecologici. Costituiamo una rete di centri socio-commerciali dove trovare tutti questi e molti altri prodotti. Se la bandiera della pace è la nostra bandiera, si chiameranno "centri arcobaleno". Per l’edilizia cerchiamo di utilizzare i criteri della bioedilizia e della bioarchitettura. Cerchiamo di riciclare il più possibile, carta, vetro, lattine, umido; facciamo pressione affinché vengano utilizzati meno imballaggi possibili per confezionare i prodotti.

Sviluppiamo dove possibile i Gas (Gruppi di acquisto solidale) e le banche del tempo che mettono in rete disponibilità, saperi e professionalità e contemporaneamente creano reti sociali. Utilizziamo positivamente il nostro tempo libero: basta con il turismo di massa mordi e fuggi. Durante il tempo libero e le vacanze fermiamoci, utilizziamo il turismo solidale che ci permetterà di riconciliarci con noi stessi, e di approfondire anche tematiche storico-culturali.

L’informazione è uno dei nostri punti deboli, il movimento non riesce a comunicare sia internamente che esternamente soprattutto nei confronti di tutti quei cittadini interessati a conoscere le alternative possibili. Esistono decine di riviste che stentano a coordinarsi. Lavoriamo per creare dei comitati di "cantastorie": persone, gruppi, comitati, associazioni disponibili a comunicare, a informare, a girare in lungo e in largo la propria regione. Contribuiamo a far crescere una rete locale di radio e Tv, facciamo decollare riviste dai contenuti socio-economici come il mensile Valori (Cooperativa editoriale etica).

Il mondo della musica, della cultura, dello spettacolo, dell’arte, non resti a guardare: si organizzi, elabori delle proposte concrete; gli artisti potrebbero fare molto soprattutto per dare segnali incoraggianti ai giovani. Sviluppiamo poi le forme di sport popolare.

Nel campo economico e finanziario impariamo a mettere i nostri risparmi in Banca popolare etica o nelle Mag (Mutue autogestite); acquistiamo i fondi etici di Etica Sgr (Società gestione risparmio), l’unica società in Italia che propone fondi etici utilizzando una metodologia e dei criteri stabiliti da ricercatori della società civile europea.

Non emarginiamo gli anziani ma coinvolgiamoli a tutti i livelli: la loro saggezza, la loro esperienza, sarà molto importante per costruire una nuova economia, per consolidare le reti di quartiere, per progettare il futuro. Potrei citare ancora centinaia di altre proposte delle quali Banca etica è il crocevia.

Spesso ci guida il "buonsenso", una qualità sempre più difficile da trovare in un mondo che sta perdendo la testa e la bussola. L’uomo si sente il protagonista dell’universo, ma dovrebbe ricordarsi che se immaginassimo la vita della terra, che è di 5 miliardi di anni, racchiusa in un solo anno di 365 giorni, potremmo dire che l’uomo moderno è comparso su questo pianeta solo negli ultimi secondi dell’ultimo minuto dell’ultimo giorno.

La nostra vita, vista da questa prospettiva è un attimo, un soffio, un istante, un lampo, non ce lo dobbiamo dimenticare, e allora pensiamo seriamente di costruire una nuova era di pace e di solidarietà.

Fabio Salviato

ATTENERSI AL CODICE DI COMPORTAMENTO

di Luca Mattiazzi
(direttore Etica Sgr)

Non ci si può limitare a globalizzare i capitali, i prodotti, i brevetti, bisogna globalizzare anche il rispetto dei diritti umani, i trattati contro le armi chimiche e nucleari, la riduzione dei gas serra. Il processo di globalizzazione dei mercati può essere positivo se si sviluppa in un’ottica di ascolto, di scambio con il territorio e con le popolazioni locali, se contribuisce alla crescita economica del tessuto sociale nel quale si realizza.

I nostri fondi di investimento etici (denominati "valori responsabili"), lanciati sul mercato a partire dal febbraio di quest’anno, intendono promuovere anche le imprese che si impegnano a globalizzare le loro attività in modo sostenibile: imprese come Merloni Elettrodomestici, candidata a entrare nel portafoglio dei fondi, che ha esportato in Russia il modello del distretto industriale italiano contribuendo alla nascita di nuove imprese locali e creando occupazione senza stravolgere gli equilibri sociali. Merloni, per esempio, è anche la prima multinazionale italiana ad aver firmato un Codice di condotta con i sindacati, con il quale si impegna al rispetto delle norme sul lavoro minorile, al rispetto dei principi di libertà sindacale, di organizzazione dei lavoratori e di difesa delle pari opportunità in tutti i Paesi nei quali è presente con i suoi stabilimenti. Il codice di condotta viene applicato anche ai fornitori che, in caso di gravi violazioni, rischiano la risoluzione del contratto.

Luca Mattiazzi

COMPRARE DAI PICCOLI PRODUTTORI

di Paolo Pastore
(direttore di TransFair Italia)

Il movimento di Seattle e Porto Alegre ha portato anche le aziende a introdurre codici di condotta sociale a garanzia del consumatore.

Dalla sottoscrizione di regolamenti, all’adozione di indici e parametri "etici", di controllo fornitori o di riduzione dell’impatto ambientale fino alla conversione in beneficenza di parte degli utili a beneficio del Sud del mondo. Comportamenti debitamente pubblicizzati e diffusi dai mezzi di comunicazione: peccato che a questi messaggi delle "multinazionali buone" manchi un elemento fondamentale: l’accento viene posto sul prodotto (queste aziende non producono armi, non producono sostanze nocive per l’uomo o per l’ambiente...), ma non sul processo, cioè sul lavoro di quelle migliaia di persone di cui, semplicemente, non si parla.

Le "multinazionali dell’etica" parlano dei prodotti ma non delle condizioni in cui sono lavorati; non parlano dei salari con cui sono pagati i lavoratori nelle catene di sfruttamento dell’appalto e del subappalto; non parlano di condizioni sindacali minime garantite.

Anche le dichiarazioni etiche possono far parte del marketing: il consumatore vuole prodotti più puliti? Ecco che l’azienda dichiara di non inquinare l’ambiente. Il consumatore non vuole vedere le scarpe cucite dai bambini? E la multinazionale dello sport dichiara di non impiegare minori nei propri laboratori. Il consumatore si tranquillizza, fino al prossimo allarme sociale.

Dichiarare e far controllare da terzi che invece i propri lavoratori vengono pagati in maniera equa, significa sconfessare i criteri su cui si fonda il proprio profitto.

C’è allora un altro cammino di "conversione" che le piccole e medie aziende che hanno scelto il marchio di commercio equo e solidale stanno percorrendo: TransFair infatti è un marchio che impegna a comprare direttamente dai piccoli produttori di Africa, Asia e America latina; ad anticipare il pagamento della merce, per favorire gli investimenti; a stabilire rapporti contrattuali di medio periodo perché questi piccoli produttori hanno bisogno di poter contare su entrate sicure; impegna chi compra a pagare il "giusto" e il giusto non è solo quello che serve a retribuire dignitosamente chi, nelle piantagioni di cacao, caffè, tè o tra i filari di arance suda ogni giorno, ma anche per generare benessere sociale e garantire i servizi di uno Stato che non c’è.

Far indossare quel marchio a un determinato prodotto, implica dunque una serie di fatti che, a piccoli passi e senza faraonici investimenti, stanno cambiando il modo di fare la spesa di milioni di consumatori in tutta Europa e il comportamento, il modo di "fare mercato", di decine di aziende.

Paolo Pastore








 

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