Famiglia Oggi.

Logo San Paolo.
Sommario.

Numeri precedenti.        

Cerca nel sito.       

n. 5 MAGGIO
2003

Sommario

EDITORIALE
Il fascino suggestivo della festa
La DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Le nozze, queste sconosciute
di ANDREA SALVINI

apep00010.gif (1261 byte) Il sacramento del matrimonio
di ANDREA GRILLO

apep00010.gif (1261 byte) Foto di coppia per ricordo
di LUCETTA SCARAFFIA

apep00010.gif (1261 byte) Un viaggio rivelatore
di DOMENICO BARRILÀ

apep00010.gif (1261 byte) I futuri sposi e l’abitazione
di MARINA LAZZATI e MARCO LIVA

apep00010.gif (1261 byte) Il ruolo dei "giullari del principe"
di DOMENICO SECONDULFO

DOSSIER
Marce nuziali in celluloide
di ENZO NATTA

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Cosa rimane nel costume di oggi?
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Sogno romantico che diventa business
di ROSANNA BIFFI
Sentimenti che scadono
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Il legame indissolubile
di SERENA GAIANI
Due modelli ben definiti
di FABIO PIANCASTELLI
Madri in terra straniera
di EMANUELA DI GESÙ

CONSULENZA GENITORIALE
Un falso senso di libertà
di ARISTIDE TRONCONI

POLITICHE FAMILIARI
Un’occasione perduta
di DANIELE NARDI e PIETRO BOFFI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Aspirare a soldi e bellezza
di ORSOLA VETRI

LIBRI E RIVISTE

 

SOCIETÀ & FAMIGLIA - NOSTALGIA DI RITI SFARZOSI

Cosa rimane nel costume di oggi?

di Beppe Del Colle
(professore associato di Sociologia, Università di Verona)

Le cerimonie nuziali dei personaggi reali erano, sino a pochi anni fa, la favola che faceva sognare milioni di persone. Questi eventi spettacolari, stanno perdendo il loro fascino confermando, così, una crisi più generalizzata dell’istituzione del matrimonio.
  

Non ci sono più "nozze regali"? Il giornalismo di una volta aveva i suoi specializzati in cerimonie nuziali di re, regine, principi, principesse. L’impareggiabile Paolo Monelli – se non ricordiamo male – andò per La Stampa a Westminster per le prime nozze principesche del dopoguerra, fra Elisabetta e Filippo di Edimburgo. Il mondo tornava a sorridere, a commuoversi, a fantasticare, dopo i dolori, i lutti, le rovine materiali e morali della guerra. Era giusto riempire le pagine con quel fatto.

A Westminster tornò il Gotha degli inviati speciali per lo sposalizio di Carlo e Diana. Non tutti i giornali del mondo vi erano stati ammessi, ovviamente. Fra gli accreditati, come era giusto per prestigio e tiratura, ci fu Famiglia cristiana: ci rappresentò a quella cerimonia una cara collega, che oggi non c’è più. Al ritorno era ancora estasiata, ci disse che aveva indossato un cappello che si era comprata a Londra, poiché nessuna donna sarebbe stata ammessa in chiesa a capo scoperto. Lei non amava cappelli e cappellini, ma aveva fatto un’eccezione perché lo spettacolo lo meritava.

I vecchi del mestiere ricordano altri precedenti sfarzosi, a modo suo una belle époque davvero: Baldovino e Fabiola, Alberto di Liegi e Paola Ruffo di Calabria (bellissima, un raggio di sole italiano nel grigiore belga), Ranieri di Monaco e Grace Kelly (niente male nemmeno lei).

Nostalgie? No, quei matrimoni celebrati con tanta pompa, davanti a file di invitati ufficiali i cui Governi spendevano grandi somme (alle spalle dei rispettivi contribuenti) per perpetuare uno stile di presenza diplomatico-mondana essenziale nell’Ottocento, al tempo degli Imperi, dei Regni, delle Alleanze, degli Equilibri, delle terribili differenze sociali, ma destinata a dissolversi in pochi decenni nel mondo nuovo post-nucleare, post-coloniale e post-matrimoniale (si può dire così, date le usanze di oggi?); quei matrimoni, dicevamo, suscitano ora sentimenti e giudizi ben diversi, meno ipocriti. E gli inviati speciali non si sprecano più a Westminster. Bastano i corrispondenti locali.

L’eclisse delle nozze blasonate significa anzi conferma qualcosa. Conferma l’eclisse del matrimonio tout court, di là dalle cifre, dalle statistiche in calo, dalle distinzioni fra riti civili e funzioni religiose. Nell’estate del 1806 Ugo Foscolo terminò I sepolcri e ai primi di aprile dell’anno dopo scrisse all’amica Isabella Teotochi Albrizzi annunciandole che le aveva spedito un involto "franco" contenente il "carme" finalmente stampato dal tipografo Bodoni di Parma. Quel poema destinato a restare famoso conteneva due versi che ci dicono di quale stima fosse circondato il matrimonio nella società europea già "moderna", post-illuministica e napoleonica: «Dal dì che nozze, tribunali ed are /diero alle umane belve esser pietose».

Un fondamento della civiltà

La citazione aulica, tanto più efficace in quanto brevissima, è necessaria per far capire che cosa intendiamo dire. Era cultura corrente, due secoli fa, ritenere il matrimonio, insieme alla giustizia e alla religione (anzi al primo posto, forse esagerando per ragioni di metrica) un fondamento della civiltà umana. Nel disordine primigenio, l’età della pietra, della forza bruta, di Caino e Abele, sopravvengono l’ordine, la misura, la regola, una gerarchia che collega il presente con l’eterno, l’aldiqua e l’aldilà.

In questa gerarchia è soddisfatto anche il femminismo: la donna cessa di essere oggetto di preda, diventa una persona cui il maschio si lega con un contratto, o un sacramento. Non importa il rito, non conta lo sfarzo – quando ci può essere – non contano le modalità, l’abito, la tradizione, la festa della tribù, il "viaggio", la prima notte al suono delle chitarre amicali, la dote. Ma il poeta aggiunge un tocco in più: dice che «nozze, tribunali ed are» hanno insegnato agli uomini (già "umane belve") a esser pietosi verso sé stessi e il prossimo anche dopo la morte: i "sepolcri", appunto.

Allora, questo è il nodo e qui ci tocca saltare. Che cosa è rimasto, nel costume di oggi, di quella grande e lunghissima concezione del matrimonio come sinonimo di civilizzazione? Certo, il rito (civile o religioso) quando ancora è voluto e praticato; certo una qualche misura di fasto – l’abito bianco della sposa, scuro dello sposo – le foto e il filmino "di ricordo", il pranzo, il "viaggio di nozze". Ma il divorzio lo ha desacralizzato (anche in senso civile), le libere abitudini sessuali lo hanno privato dell’identificazione con l’eros, lo "stare con" sempre più diffuso ne ha diminuito la sostanza legata alla durata, al tempo, alla stessa trasmissione della vita considerata come un pegno di continuità nei sentimenti, negli affetti, negli interessi comuni.

Quando i pittori del Rinascimento volevano dare una sensazione di gioia ai loro committenti, inventavano con pennelli e colori le nozze degli dèi pagani. Ma il Vangelo, cioè l’annuncio della Buona Novella, comincia con le nozze di Cana, cioè con la nobilitazione di una consuetudine festosa, conviviale («Non hanno più vino...») a occasione di rivelazione, a inizio di una missione destinata più di ogni altra a legare l’aldiqua con l’aldilà, il concorso dell’uomo (che si sposa, che forma una nuova famiglia, che dà vita a nuove vite) all’opera della Creazione.

Chi ha nostalgia e rimpianto, oggi, per le nozze d’antan? Sempre meno persone, per ragioni di età e di "progresso". Forse c’è ancora da qualche parte la ragazzina che sogna per sé la cerimonia all’altare, con indosso un abito lungo e bianco, e a fianco un "principe azzurro", e come speranza un amore che duri fino alla morte. Lasciamola sognare. Non fa male a nessuno.

Beppe Del Colle








 

Your browser doesn't support java1.1 or java is not enabled!

 

Famiglia Oggi n. 5 maggio 2003 - Home Page