Famiglia Oggi.

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n. 5 MAGGIO
2003

Sommario

EDITORIALE
Il fascino suggestivo della festa
La DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Le nozze, queste sconosciute
di ANDREA SALVINI

apep00010.gif (1261 byte) Il sacramento del matrimonio
di ANDREA GRILLO

apep00010.gif (1261 byte) Foto di coppia per ricordo
di LUCETTA SCARAFFIA

apep00010.gif (1261 byte) Un viaggio rivelatore
di DOMENICO BARRILÀ

apep00010.gif (1261 byte) I futuri sposi e l’abitazione
di MARINA LAZZATI e MARCO LIVA

apep00010.gif (1261 byte) Il ruolo dei "giullari del principe"
di DOMENICO SECONDULFO

DOSSIER
Marce nuziali in celluloide
di ENZO NATTA

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Cosa rimane nel costume di oggi?
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Sogno romantico che diventa business
di ROSANNA BIFFI
Sentimenti che scadono
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Il legame indissolubile
di SERENA GAIANI
Due modelli ben definiti
di FABIO PIANCASTELLI
Madri in terra straniera
di EMANUELA DI GESÙ

CONSULENZA GENITORIALE
Un falso senso di libertà
di ARISTIDE TRONCONI

POLITICHE FAMILIARI
Un’occasione perduta
di DANIELE NARDI e PIETRO BOFFI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Aspirare a soldi e bellezza
di ORSOLA VETRI

LIBRI E RIVISTE

 

CONSULENZA GENITORIALE - PANICO E FUGA ALLA VIGILIA DELLE NOZZE

Un falso senso di libertà

di Aristide Tronconi
(psicologo)

Mandare a monte un matrimonio, pochi giorni prima della sua data, è un atto che avviene più frequentemente tra coloro che stanno per sposarsi in chiesa. Il riflesso religioso, oltre che sociale della cerimonia, genera maggior ansia. Ma chi prende queste decisioni solitamente distrugge senza sapere cosa ricostruire.

Un uomo e una donna sono sull’altare per unirsi in matrimonio. Al momento di pronunciare il fatidico sì, da una vetrata poco lontana qualcuno grida «No».

Si tratta di una delle scene finali del film Il laureato (The graduate) del 1967. Benjamin, interpretato da D. Hoffman, ha capito di amare Elaine (K. Ross) e non vuole che sposi un altro. Per questo motivo la induce a interrompere il rito e a uscire con lui dalla chiesa. Assieme alla fuga finale è questa l’immagine che è entrata nella storia del cinema e che ha ispirato tanti altri sceneggiatori e registi. Un finale tra il tragico e il comico, sicuramente trasgressivo, del tutto insolito e inaspettato, che lascia a bocca aperta non solo gli ospiti convenuti per la cerimonia, ma anche lo spettatore.

Qualcuno potrebbe pensare alla fuga di Ben ed Elaine come a un atto di libertà, di rottura con le tradizioni e con le regole, ma M. Nichols, il regista de Il laureato, ebbe modo di precisare, a proposito degli ultimi tre minuti del film: «I due giovani stanno seduti sull’autobus, frastornati e totalmente consapevoli di non aver risolto alcunché. Non sanno che diavolo dirsi».

Forse non sempre un gesto di protesta, da solo, porta a dei risultati. Occorre che mentre si rifiuta una determinata cultura o alcune convenzioni si sappia qual è l’alternativa che si ha in mente. Il distruggere per il distruggere lascia un senso di vuoto poiché, senza saperlo, si elimina anche qualcosa di sé. Non a caso Ben ed Elaine non sanno cosa dirsi, sono dominati più da un senso di perdita che non dall’entusiasmo o dalla gioia di poter costruire, con la fuga, una esperienza più autentica e coerente. 

«Non si tratta di una conclusione – continua M. Nichols – perché per Benjamin molte scelte rimangono aperte», forse anche quella di lasciare, a sua volta, Elaine. Io penso che sia un falso senso di libertà che può indurre determinate persone a cambiare repentinamente idea a pochi giorni, se non a poche ore, dal momento della celebrazione nuziale. Non mi riferisco, ovviamente, a coloro che per scelta preferiscono la convivenza, ma a coloro che avevano deciso di sposarsi secondo un rito religioso, ne avevano seguito i preparativi e condivise le varie fasi, ma che all’ultimo non se la sono più sentita di proseguire.

Non so se per il clamore suscitato o per altri motivi, ma di rotture matrimoniali avvenute all’ultimo minuto, io mi ricordo solo quelle che prefiguravano la cerimonia religiosa, con vestito bianco, fiori sull’altare, organista e diversi convitati. Non ho memoria di riti civili infranti. Forse l’atto sacramentale può indurre più timore dell’atto civile. Innanzi tutto viene invocata una presenza, ossia quella di Dio, che è infinitamente più potente e temibile di quella del sindaco: di fronte a Lui gli sposi si giurano fedeltà e continuità.

Secondariamente è una cerimonia con riflessi pubblici e sociali più evidenti. Non a caso molte persone, pur non essendo praticanti o addirittura credenti, vogliono sposarsi comunque in chiesa. Ha più il sapore di festa, di atto solenne e manifesto. È qualcosa che entrerà a pieno titolo nell’album di famiglia.

Mi ricordo che nel paese dove sono nato ogniqualvolta si celebrava un matrimonio un buon numero di abitanti faceva una corsa al sagrato della chiesa per assistere all’uscita degli sposi, al lancio dei confetti, per scambiare impressioni e pettegolezzi con gli altri convenuti. Era un avvenimento che coinvolgeva un po’ tutti, non solo gli amici e parenti. Anche se il gesto di radunarsi aveva più motivazioni sociali e psicologiche, di fatto la partecipazione della comunità parrocchiale nei momenti in cui si celebra un sacramento è auspicato dall’atto liturgico stesso, che prevede la partecipazione e il coinvolgimento dei credenti.

Una solennità che fa paura

Ma i motivi per cui molti preferiscono seguire il rito religioso piuttosto che civile, sono paradossalmente gli stessi che li portano, a volte, a fuggire. Quel clima di solennità, di impegno pubblico, di responsabilità, quel giuramento di fedeltà e continuità può risultare per alcuni altamente ansiogeno.

Possiamo dire che il sentirsi bloccati nell’atto di dar seguito alla scelta intrapresa è una delle manifestazioni dell’ansia. Talvolta si palesa sotto forma di inibizione, impedimento, tal altra sotto forma di paura, nervosismo, irrequietezza. Di fatto colui che decide di non sposarsi più è anche colui che si sente alle strette e pensa di non avere a disposizione altra possibilità che quella di azzerare tutto e ricominciare da capo; sente che non può andare oltre il portone della Chiesa, diventato per lui il simbolo dell’entrata in un mondo che ha perso i connotati della desiderabilità e della gioia.

Improvvisamente l’unione coniugale gli appare come una sorta di incatenamento, di obbligo morale, di condanna a una vita monotona o troppo onerosa. Il sacerdote, la comunità parrocchiale, i parenti assumono via via nella mente del fuggiasco i connotati che di solito si riservano ai giudici del tribunale: persone che ti scrutano, che sospettano, che sono lì solo per verificare la misura del tuo impegno e della tua onestà.

Ma ciò che viene immaginato essere all’esterno di sé stessi, in realtà sta all’interno: è nella mente di quel fidanzato o di quella fidanzata che si affollano sospetti e giudizi. Forse è proprio esattamente il contrario di quanto immagina, ossia che il sacerdote, i parenti o gli amici sono lì per giudicarlo, quando in realtà possono essere proprio loro quelli disponibili e in grado di aiutarlo o di aiutarla, di mettersi con lui, o con lei, a chiarire e ad approfondire i motivi della sua ansia.

Se non si opera una distinzione tra il dentro e il fuori, tra ciò che appartiene al mondo del fantastico rispetto a ciò che appartiene al mondo del reale, può succedere che si attribuisca ad altri qualcosa che invece nasce da sé stessi. È inevitabile che, se non c’è un’opera di correzione del proprio modo di percepire la realtà, uno si senta braccato e costretto ad allontanarsi da un luogo e da persone diventate improvvisamente insopportabili perché temibili.

Da qui può derivare quel senso di libertà che uno pensa di conquistarsi buttando tutto all’aria. Ma come ho detto prima, si tratta di una falsa libertà in quanto il sollievo è solo momentaneo e il problema è semplicemente rimandato. Una volta cioè che sono passati alcuni giorni, quell’individuo si ritrova con lo stesso problema, con lo stesso conflitto, con lo stesso dubbio se vale la pena o no, nella vita, legarsi a qualcuno in modo stabile, se vale la pena o no, cominciare una storia dove il presentarsi come marito o moglie, padre o madre, vuole anche dire assumersi delle responsabilità ben precise.

Mi ricordo ancora oggi l’incredulità mista a dolore di una cara amica quando mi disse che non si sposava più. Avevano, lei e il fidanzato di allora, terminato il corso prematrimoniale, fatto sistemare la casa, fissato le date delle nozze, depositato la lista dei regali presso il negozio, ordinato le bomboniere, scelta la chiesa e gli invitati, quando lui, senza una ragione particolare, le disse che non se la sentiva più.

Non volle più vederla, né incontrare i genitori di lei che, disorientati, lo tempestavano di telefonate, per avere almeno una giustificazione formale della sua decisione. Non seppe mai il perché di quel gesto, ne riusciva lei stessa a formulare ipotesi su cosa potesse essere successo. Si conoscevano da molti anni, erano fidanzati affiatati che si volevano bene; la voglia di sposarsi era maturata da entrambi senza che i parenti di lui o di lei premessero per affrettarne i tempi.

Un interrogativo irrisolto

La disperazione di questa mia amica era anche dovuta, oltre alla perdita di una persona che sinceramente amava e nella quale credeva, al fatto di non riuscire a spiegarsi quanto accaduto. Mille interrogativi sul perché, si alternavano a intensi sensi di colpa, quasi che dovesse cercare in lei la causa di tale gesto; però non riusciva a trovare quali fossero state le sue mancanze: forse una parola sbagliata, un comportamento avventato, un’incomprensione o qualche bisticcio. Passò intere settimane a tormentarsi e a setacciare tutto ciò che aveva detto e fatto quando erano ancora insieme, nulla di convincente però le era saltato all’occhio. Poco alla volta il dolore si attenuò e la pretesa di sapere diminuì. Poiché disponeva di ottime risorse personali, le capacità di recupero non tardarono ad attivarsi e nel giro di qualche mese ritrovò la disponibilità a frequentare nuovamente gli amici e ad accettare senza più tormentarsi quanto le era successo.

Alcuni anni dopo ha trovato un altro ragazzo e con lui di recente si è sposata, non senza avere dei momenti di intensa ansia, in particolare durante i preparativi per le nozze. Dentro di lei è rimasto lo stesso interrogativo di allora, anche se la mancata risposta non le procura più alcuna sofferenza. Dell’ex fidanzato, l’unica notizia che le è arrivata tramite amici, è che ha continuato la vita di sempre: lo stesso lavoro, la stessa casa, gli stessi luoghi di ritrovo, qualche ragazza ma nulla di impegnativo. Del matrimonio programmato e mandato in aria non ne ha voluto parlare con nessuno: è stato accantonato, forse per sempre, in un angolo buio della sua mente.

Aristide Tronconi








 

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