Famiglia Oggi.

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n. 6/7 
GIUGNO-LUGLIO
2003

Sommario

EDITORIALE
Il valore di una vita cominciata tanto tempo fa
La DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) L’incerta identità dei nuovi anziani
di SERGIO TRAMMA

apep00010.gif (1261 byte) Meditazioni sul vecchio che saremo
di MARIATERESA ZATTONI GILLINI

apep00010.gif (1261 byte) L’anziano è risorsa o peso?
di PATRIZIA TACCANI

apep00010.gif (1261 byte) Nella rete dei rapporti sociali
di CARLA FACCHINI

apep00010.gif (1261 byte) Consumatori ragionevoli
di CENSIS (a cura del)

apep00010.gif (1261 byte) Per non scalfire un patrimonio
di LUIGI COLOMBINI

apep00010.gif (1261 byte) Cittadinanza attiva dai capelli grigi
di GIUSY COLMO

apep00010.gif (1261 byte) L’anzianità, una stagione di crescita
di GIORDANO MURARO

DOSSIER
Vivere l’età intera
di GIORGIO CONCONI

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Rapporti familiari rovesciati
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Uno schermo che fa compagnia
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Per un’etica dell’adozione
di DONATA MICUCCI
Una missione da vivere
di SERENA GAIANI

CONSULENZA GENITORIALE
Impotenti di fronte a uno "straniero"
di GIANNI CAMBIASO

POLITICHE FAMILIARI
Sostenere la famiglia si può
di MARCO ESPA

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Se la mamma va in guerra
di ORSOLA VETRI

LIBRI E RIVISTE

 

CONSULENZA GENITORIALE - UN LEGAME DIRETTO E PERSONALE

Impotenti di fronte a uno "straniero"

di Gianni Cambiaso
(psicoterapeuta)

I figli hanno personalità e attitudini proprie ma spesso non corrispondono ai desideri dei genitori che fanno fatica a riconoscerli e accettarli. L’intervento di un nonno, che osserva e giudica dalla giusta distanza, può aiutare a trovare la via per capirsi e comunicare.

Quando li vidi per la prima volta non feci fatica a immaginare come i genitori di Gianni dovessero essere persone che si erano "fatte da sé"; il piglio sicuro, la forte stretta di mano, l’abbigliamento impeccabile stonavano quasi con la richiesta di aiuto che li aveva portati da me.

Raccontarono di venire entrambi da famiglie numerose e non troppo abbienti, dove erano stati costretti a crescere in fretta e a imparare a cavarsela. Avevano fatto dell’autonomia e dell’indipendenza il proprio stendardo, con l’idea di trasmettere anche ai figli gli stessi valori. Marta, la primogenita, era in effetti cresciuta con la stessa grinta dei suoi, la capacità di imporsi un obiettivo e perseguirlo senza lasciarsi abbattere da nulla, una "testa dura" che ora si avviava a conseguire, con grande orgoglio dei suoi, la laurea in Giurisprudenza.

Tutto secondo copione, quindi, se non fosse stato per Gianni, un adolescente schivo e fragile che in famiglia avevano soprannominato "l’adottato" per sottolineare scherzando la sua diversità dagli altri componenti del nucleo. Mentre me ne parlavano cercando a stento di sdrammatizzare, intuivo in quei genitori tutta la difficoltà e l’impotenza di trovarsi di fronte a una specie di "straniero" che si esprimeva in un linguaggio sconosciuto. Forse per la prima volta, come ripeterono più volte, «non sapevano proprio cosa fare»... la loro sicurezza era messa decisamente a dura prova.

Al colloquio successivo portarono anche Gianni; i colori chiari e i lineamenti sottili gli conferivano un’aria eterea, quasi distaccata. Mentre i suoi parlavano concitati, lui si distraeva osservando i quadri dello studio. Di tanto in tanto alzava le spalle e minimizzava le preoccupazioni dei suoi, affermando con schietta tranquillità che non lo interessava far carriera, né avere «le ore invase da amici e impegni». Era sinceramente difficile capire quali canali di comunicazione potessero essere aperti tra loro, per trovare dei punti di contatto.

Al momento di fissare l’incontro successivo scorsi Gianni fissare per un lungo momento la mia carta intestata. «Già... ci chiamiamo con lo stesso nome», commentai.

«Io mi chiamo come mio nonno!», rispose. E lo disse con una luce diversa negli occhi, accendendosi di una fierezza e di un coinvolgimento che gli erano stati estranei per tutto il colloquio. Istintivamente scelsi di non rischiare di perdere quello spiraglio e proposi di invitare anche il nonno all’incontro successivo.

Una persona diversa

Il signor Gianni aveva il viso solcato dalle rughe di chi con la vita ha dovuto un po’ combattere, uscendone né vincitore, né sconfitto, ma con la serenità di chi sa di aver fatto del proprio meglio. Gli occhi scrutatori erano gli stessi del nipote.

Stupito ma per nulla infastidito dell’invito parlò del ragazzo con affetto e profonda stima. Ne dipinse tratti e caratteristiche differenti da quelle evidenziate dai genitori. Mi raccontava una persona diversa, lui vedeva una persona diversa rispetto al ragazzo conosciuto dal figlio e dalla nuora.

In effetti quel giorno non vidi l’adolescente demotivato che era stato portato da me la volta precedente: questo Gianni era più vivace e sorridente, sicuro di sé e interessato a ciò che di lui veniva detto.

In modo intelligente i genitori non intrapresero una contesa su chi tra loro e il nonno avesse "più ragioni", ma si fermarono e osservarono, forse per la prima volta, quell’altra coppia che ora lì davanti a loro interagiva.

Fu il papà a proporre allora al nonno di portare Gianni con sé a pescare quell’estate, «si sarebbero fatti compagnia». L’idea sembrò la verbalizzazione di un desiderio comune rimasto a lungo latente e inespresso.

Solo per un attimo mi domandai se non ci fosse il rischio che il ragazzo leggesse in questa una mossa espulsiva del padre, un suo alzare bandiera bianca davanti alla fatica di riuscire a capirlo e forse accettarlo. Ma vedendo l’emozione che si disegnava sui volti di tutti, mi dissi che quello era il primo vero tentativo di imparare la lingua dell’altro, accogliendone le diversità e anche aiutandole a esprimersi.

Si parla spesso dei "compiti evolutivi" degli adolescenti che devono imparare a staccarsi e a differenziarsi dai propri genitori per poter trovare la propria identità. A volte però ci si dimentica di mettere in evidenza come un passaggio così importante non debba necessariamente essere vissuto come uno strappo, come nei casi di ragazzi fortemente trasgressivi che attraverso atteggiamenti eccessivi di vario genere introducono delle marcate distanze con la propria famiglia d’origine.

Più costruttivo e meno doloroso, invece, può considerarsi il tentativo dei ragazzi di trovare dei modelli diversi cui ispirarsi e che non sempre sono rintracciabili nei Vip del momento. È a questo punto che la presenza dei nonni può fare la differenza.

Intanto perché sono per lo più persone che, vuoi per esperienza, vuoi per ruolo, hanno la possibilità di osservare da un punto di vista privilegiato il nucleo familiare a cui appartengono figli e nipoti. Dove per punto di vista privilegiato voglio intendere una postazione né-del-tutto-dentro, né-del-tuttofuori, che consente di entrare o uscire a seconda della necessità.

Vicinanza e complicità

Oggi inoltre la condizione lavorativa della donna-madre fa sì che fin da piccoli i figli trascorrano molto tempo con i nonni e ciò consente l’instaurarsi di un legame diretto e personale, non mediato dalla generazione di mezzo o relegato alla ritualità delle visite festive. Un legame che, se ben coltivato, può consentire una vicinanza complice scevra dalla necessità del controllo genitoriale, e una distanza che non porti con sé sensi di colpa o rimorsi.

In adolescenza, poi, aver la possibilità di trasferire in parte l’investimento affettivo dai genitori ai nonni, consente di fare quel passo di cui si parlava contenendo le lacerazioni. Il modo di star dentro e star fuori dalla famiglia. Creare un’alleanza con qualcuno capace di guardare con occhio critico quegli stessi adulti che all’adolescente cominciano proprio a non andar giù, senza perdere però il legame affettivo con loro.

La "nonnità" però richiede un certo sforzo per risultare al tempo stesso leggera e funzionale. Richiede lo sforzo di accettare di fare un "salto in alto" nell’albero genealogico delle generazioni, ridefinendo i confini dei rapporti con i propri figli. Ciò significa imparare a trovare la giusta distanza, segnata da quel sottile confine che c’è tra l’essere vicini e l’essere invadenti e tra lasciare libertà e diventare trascuranti. È l’arte dell’essere flessibili mediatori tra le generazioni. Seppur complesso forse questo compito è possibile proprio in funzione di quel patrimonio storico che i nonni, soli, portano con sé e che consente loro di leggere gli eventi e i comportamenti all’interno di una cornice di significati più ampia. In una società poi in cui le famiglie si moltiplicano e ricompongono ma diminuisce il numero di figli (e quindi, nelle generazioni successive, di zii e di cugini), il rapporto nonni-nipoti si arricchisce di una singolarità che non gli apparteneva fino a qualche anno fa, dove c’erano pochi nonni e molti nipoti; non è strano oggi trovare anche un unico nipote con quattro nonni.

Quando i confini sono fragili

Certo molto diverso è lo scenario in cui, fin dalla nascita del nipote, i nonni (più frequentemente la nonna) tendono a sostituirsi ai propri figli nell’accudimento del bambino in una dimensione competitiva e svalutante. Problematiche sono quelle situazioni in cui i confini generazionali sono fragili e indefiniti, in cui una mamma si sente perennemente criticata e messa sotto esame dalla propria madre, sempre prodiga di regole camuffate da consigli. Ricordo una madre di quattro figli che ancora alla nascita del quarto non riusciva a sottrarsi alle invadenze della propria madre, che aveva avuto lei come unica figlia, e che ogni volta le spiegava che cosa si doveva o non si doveva fare per far crescere un bambino e non faceva che sottolinearle tutti i suoi errori perché «lei che era stata una mamma, sapeva bene come si tirano su i figli...!».

Perché un rapporto nonni-nipote sia costruttivo e funzionale ai compiti evolutivi del bambino è fondamentale che i suoi genitori siano usciti da un ruolo di sudditanza filiale nei confronti dei propri genitori e che si riconoscano e si vedano riconosciute competenza adulta e capacità genitoriali. Quando viceversa esistono ancora dei conti in sospeso, quando il proprio processo di distacco e di autonomia è rimasto incompiuto, quando si è ancora in attesa di un riconoscimento o di un risarcimento da parte dei propri genitori, allora molto elevati sono i rischi che un figlio venga strumentalmente, anche se spesso inconsapevolmente, triangolato in un "gioco" perverso (il più delle volte "a perdere"). E così i legami, invece di rappresentare trama di affetti e solide corde su cui appoggiare la propria crescita in una costruttiva dialettica tra le radici di una solida appartenenza e le istanze personali di crescita e di autonomia, si trasformano nei legacci avviluppanti di una fitta e vischiosa ragnatela.

Gianni Cambiaso








 

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