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n. 8 
AGOSTO/SETTEMBRE
2003

Sommario

EDITORIALE
La pace è un bene di famiglia
di LEONARDO ZEGA

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Cittadini come "padroni di casa"
di GIOVANNI MORO

apep00010.gif (1261 byte) Educarsi alla conflittualità
di GIORGIO CAMPANINI

apep00010.gif (1261 byte) Pedagogia della pace in famiglia
di MARIATERESA ZATTONI E GILBERTO GILLINI

apep00010.gif (1261 byte) La coerenza tra mezzi e fini
di LAURA FORMENTI

apep00010.gif (1261 byte) La guerra dentro di noi
di ARISTIDE TRONCONI

apep00010.gif (1261 byte) La democrazia nasce in casa
di GIORGIO CONCONI

apep00010.gif (1261 byte) Ricomporre la convivenza solidale
di RENATO MARTINO

DOSSIER
Prendersi cura della pace in terra
di
LUIGI LORENZETTI

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Rincuorati dalla democrazia
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Storie per non dimenticare
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Glossario minimo sulla pace
di CLAUDIO RAGAINI
Tanti inviti al dialogo
di ROBERTO CARNERO
La frammentazione dell’esistenza
di SERENA GAIANI

CONSULENZA GENITORIALE
Una continua ricomposizione
di SERENA CAMMELLI

POLITICHE FAMILIARI
Razionalizzare i servizi alla famiglia
di PIETRO BOFFI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Un Paese che invecchia
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

EDUCARE ALLA DEMOCRAZIA

Cittadini come "padroni di casa"

di Giovanni Moro
(sociologo politico, presidente della Fondazione per la cittadinanza attiva)

Non mancano gli spunti di riflessione sulle novità emergenti anche in uno scenario di crisi istituzionale. Il punto di partenza, comunque, è sicuramente la visione tradizionale della partecipazione alla cosa pubblica.
  

L’attivismo civico ha molte e differenti forme, che vanno dal volontariato ai movimenti di base, dai gruppi di auto-aiuto ai servizi di comunità.
I protagonisti di queste iniziative vi dedicano tempo e risorse per accrescere il bene comune.

Il tema dell’educazione alla democrazia si presta a molte diverse trattazioni a seconda dell’angolatura utilizzata o dello spettro di fenomeni preso in considerazione; e questo con riguardo a entrambi i termini della formula. Il concetto di educazione si può riferire ad attività didattiche o scolastiche, ad attività formative estese nel tempo e nello spazio (ad esempio di educazione permanente), a specifiche tecniche di addestramento (per esempio alle procedure di deliberazione), a più generali processi di socializzazione. D’altra parte, il concetto di democrazia può riferirsi alla vita delle istituzioni, alla partecipazione elettorale, all’attività dei partiti, alle nuove forme di impegno civico. Secondo alcuni, la democrazia stessa può essere definita come un "regime dell’apprendimento" (Carlo Donolo) e in questa luce il tema di cui ci stiamo occupando acquista un significato generale: a educare alla democrazia è la democrazia stessa.

Tenendo conto di questa complessità, cercheremo di offrire spunti di riflessione sul problema di educare alla democrazia in un’età di crisi delle istituzioni e in un contesto, quello italiano, che proprio con riferimento al rapporto tra cittadini e democrazia ha rilevanti specificità; ma anche alla luce di novità significative come l’emergere di forme inedite di iniziativa civica.

È giusto prendere come punto di partenza quella che potrebbe essere intesa come visione tradizionale, o standard, dell’educazione alla democrazia. Essa – con le molte semplificazioni che sono inevitabili in questi casi – potrebbe essere riassunta nei seguenti punti.

La democrazia è essenzialmente il processo attraverso il quale il popolo sovrano concorre a definire gli indirizzi della cosa pubblica formando le assemblee legislative e (direttamente o indirettamente) i responsabili dell’esecutivo.

Tale concorso si realizza attraverso l’esercizio del diritto di voto nelle elezioni.

Le elezioni sono animate dai partiti, libere associazioni di cittadini che si formano per affinità di ideali e/o di interessi e che si impegnano a raccogliere il consenso degli elettori attorno a proposte e strategie di indirizzo della vita pubblica.

Educazione alla democrazia è pertanto quell’insieme di attività volte a trasferire ai cittadini le motivazioni e le conoscenze necessarie a essere parte di questo processo.

I soggetti coinvolti in queste attività sono diversi: istituzioni pubbliche come la scuola o il sistema della informazione; i partiti stessi; soggetti della società civile come le associazioni laiche o religiose, i sindacati, le associazioni professionali, le associazioni con specifici campi di interesse.

Tale modello – questo ci pare il necessario punto di partenza – è che esso conosce delle insuperabili difficoltà di applicazione, a causa di fattori intervenuti tanto nella dimensione nazionale quanto in quella globale. Consideriamo alcuni di questi fatti.

Un primo argomento di riflessione riguarda senza dubbio l’insieme delle condizioni che caratterizzano oggi il discorso sulla democrazia. Tali condizioni, da qualunque parte le si guardi, non possono non definirsi critiche.

C’è innanzitutto una crisi degli Stati nazionali e delle istituzioni rappresentative a essi collegate e della loro capacità di essere il principale punto di riferimento della vita democratica. Le istituzioni locali e quelle transnazionali, che hanno eroso le prerogative dello Stato, non hanno la stessa natura di luoghi di espressione della sovranità popolare e spesso – come nel caso delle istituzioni transnazionali – non rispondono nemmeno ai criteri elementari delle istituzioni rappresentative: nessuno, ad esempio, ha eletto il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

C’è, poi, la crisi dei partiti e del loro ruolo di canali di partecipazione dei cittadini alla formazione della rappresentanza e di esercizio di poteri di influenza sull’orientamento della vita pubblica. In tutto il mondo i partiti perdono iscritti e tendono a modificare la propria funzione, da strumenti di promozione della partecipazione alla vita pubblica a pure e semplici agenzie elettorali, i cui caratteri sono sempre meno differenziati.

C’è, ancora, una evidente crisi di fiducia nelle leadership politiche, sia sul versante delle qualità morali (capacità di individuare e perseguire l’interesse generale), sia su quello delle capacità tecniche (conoscenza della realtà e degli strumenti e delle strategie per governarla in coerenza con le indicazioni del popolo sovrano).

C’è, infine, un fortissimo decremento della partecipazione elettorale dei cittadini. Fino a qualche anno fa l’Europa poteva vantarsi di eleggere i propri Parlamenti o i propri esecutivi con una amplissima partecipazione dei cittadini e poteva rimproverare agli Stati Uniti di eleggere forse la persona più importante del mondo, il suo presidente, affidando di fatto questa scelta a meno della metà degli elettori. Oggi questa tendenza all’astensionismo elettorale è, seppure in misure diverse, un male comune; il che, naturalmente, non lo rende un mezzo gaudio.

Il caso italiano

Va poi considerata la specificità della situazione del nostro Paese. Guardando al lungo periodo e ai processi sociali e istituzionali più che alle dinamiche politico-partitiche, si può parlare di un vero e proprio "caso italiano", ossia di un insieme di condizioni specifiche, legate alla storia e all’identità del Paese, che incidono sui processi democratici e in particolare su quelli di inclusione dei cittadini nel processo politico.

Di queste condizioni due ci sembrano particolarmente interessanti, anche perché in netta contraddizione reciproca.

La prima è la tradizione di "politicizzazione della società" che il nostro Paese ha conosciuto a partire dalla fine dell’Ottocento, soprattutto grazie ai grandi movimenti popolari e alle loro espressioni di base. Ci riferiamo naturalmente al movimento cattolico e al movimento operaio: realtà fatte di partiti, ma anche di cooperative, associazioni, sindacati, che hanno costruito il tessuto sociale del nostro Paese. Il fatto che ciò si sia, alla fine, trasformato in un’attitudine patologica alla lottizzazione e all’invasione dell’autonomia della società non cambia il significato di lungo periodo di questa condizione.

È giusto aggiungere che questa tradizione è stata raccolta e rinnovata dagli stessi movimenti che sono sorti anche in Italia dopo il movimento del ’68 e che, con uno sguardo d’insieme, possono essere definiti "nuovo attivismo civico".

L’Italia è per tradizione una società le cui dinamiche politiche tendono a coinvolgere tutti i cittadini e tutti i livelli della vita pubblica e, spesso, anche privata. Non va dimenticato che fino a pochi anni fa non partecipare alle elezioni politiche era considerato una specie di peccato sociale e che, dal punto di vista legale, era un comportamento che veniva registrato e stigmatizzato pubblicamente.

La seconda condizione, del tutto opposta alla prima, è quella di un’ostilità più o meno dichiarata alla presenza dei cittadini nella vita pubblica. In un Paese in cui tutti lamentano la scarsità di senso civico, quando un cittadino si muove ed esercita attività anche molto semplici che riguardano l’interesse generale, accade di frequente che esso venga perseguito. L’elenco di casi di imputati per eccesso di cittadinanza raccolto qualche anno fa da "Cittadinanzattiva" è impressionante: preti multati per avere riverniciato le strisce pedonali di fronte alla parrocchia, studenti sospesi per avere chiesto al preside informazioni sullo stato di attuazione dello statuto degli studenti, avvocati perseguiti dal proprio ordine professionale per aver lavorato gratis per persone indigenti, genitori multati per aver cancellato scritte razziste dal muro della scuola dei figli o per aver utilizzato un terreno demaniale abbandonato per costruire un campo di calcio aperto a tutti, associazioni civiche denunciate e processate per aver svolto attività di verifica della qualità di servizi pubblici come gli ospedali, e via elencando.

Il significato di questi fatti è univoco: nella cultura pubblica italiana l’esercizio di attività di interesse generale è un monopolio della pubblica amministrazione, e chiunque si azzardi a svolgerle di propria iniziativa compie un atto che fa riferimento all’usurpazione di pubblici poteri.

Grazie a una lunga campagna di pressione e alla sensibilità di Governo e Parlamento, nel 2001 è stata raccolta e inserita nella riforma "federale" della Costituzione una proposta formulata all’interno del mondo dell’attivismo civico, diventata ora il quarto comma dell’art. 118 e il cui testo recita: «Stato, Regioni, Province, Città metropolitane e Comuni favoriscono la libera iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà».

Si tratta, naturalmente, di una buona, anzi di un’ottima, notizia. Ma essa si inscrive comunque in una tradizione ambivalente della cultura pubblica italiana, che è ciò che qui ci interessa rilevare.

Organizzazioni di tutela

Tra le varie condizioni che vanno tenute in conto per cogliere i nuovi termini della questione dell’educazione alla democrazia, la più importante è l’emergere di nuove forme di attivismo civico. Tale attivismo civico o cittadinanza attiva può essere definito come esercizio di poteri e responsabilità dei cittadini nella vita quotidiana della democrazia.

L’attivismo civico ha molte, differenti forme, come ad esempio le organizzazioni di volontariato, i gruppi di auto-aiuto, i movimenti di base, le organizzazioni di tutela, i servizi di comunità, i gruppi di tutela, le coalizioni e i network. Queste organizzazioni vanno dal livello locale a quello globale e possono avere dimensioni, consistenza ed estensione spaziotemporale estremamente diverse.

Le organizzazioni di cittadinanza attiva operano per la tutela dei diritti e la cura dei beni comuni nell’ambito delle politiche pubbliche: ambiente, esclusione sociale, salute, educazione, cultura, sicurezza, sviluppo locale, cooperazione internazionale, diritti dei consumatori. La loro azione investe le diverse fasi del policy making (formazione dell’agenda, progettazione della politica, decisione, messa in opera, valutazione) e comporta l’esercizio di specifici poteri: produrre informazioni e interpretazioni della realtà, usare i simboli per cambiare la coscienza comune, assicurare la coerenza delle istituzioni con la loro missione, cambiare le condizioni materiali, promuovere partnership.

In pratica, stiamo parlando di azioni quali creare e animare centri per l’accoglienza degli immigrati; organizzare servizi di strada per il recupero di tossicodipendenti, alcolisti, emarginati; promuovere affidamenti e adozioni di minori abbandonati; impedire la cementificazione lottando contro l’abusivismo edilizio; creare doposcuola per i ragazzi a rischio di abbandono scolastico; sperimentare nuove forme di educazione civica nelle scuole; promuovere il commercio equo e solidale e controllare il rispetto di principi etici da parte dei fornitori delle aziende che operano nel Terzo mondo; eliminare, se necessario materialmente, le barriere architettoniche che impediscono una vita normale ai disabili; dare assistenza legale, psicologica e materiale alle vittime dei reati; trasferire soldi, macchine e competenze ai Paesi in via di sviluppo; promuovere forme conciliative di gestione dei conflitti nel vicinato o nei servizi; organizzare corsi di formazione ai cittadini residenti in aree a rischio per conoscere e prevenire calamità e catastrofi; opporsi alle dimissioni forzate dagli ospedali di malati non autosufficienti; lottare per l’accesso ai farmaci indispensabili per i malati cronici; controllare e migliorare la sicurezza degli ospedali; attivare azioni legali contro le clausole vessatorie di contratti come quelli bancari o quelli assicurativi.

A compiere queste azioni sono cittadini comuni, i quali decidono di investire tempo, risorse, conoscenze ed energie in misura variabile ma comunque significativa, con motivazioni che vanno dal desiderio di giustizia alla solidarietà, dal cambiamento della realtà alla voglia di contare e di essere protagonisti, dal desiderio di stare insieme ad altri in modo più autentico alla voglia di conoscere la realtà "in diretta", senza mediazioni. Di solito queste motivazioni si trovano variamente mescolate tra loro nelle persone.

A questa realtà (e a questo tipo di cittadini) può essere attribuito l’aggettivo "nuovo", per una serie di ragioni. Essa non ha lo spirito di appartenenza né l’adesione a una visione generale della società che caratterizza(va) l’adesione ai partiti; opera in modo concreto su fenomeni legati alla vita delle persone: salute e malattia, inquinamento, barriere, istruzione; e mira a incidere nella dimensione visibile e tangibile della realtà; è concentrata su temi, obiettivi e interessi specifici, ma tende a cogliere di essi il significato generale, ossia il le-game con l’orizzonte dei beni comuni, senza quella schizofrenia tra l’altezza degli ideali e la bassezza degli interessi che a torto o a ragione è percepita come elemento distintivo della politica tradizionale.

La cosa più importante da notare, però, è che, mentre la tradizionale partecipazione politica, come abbiamo detto, è in netto calo, la partecipazione civica è in crescita significativa. Essa non investe certo la maggioranza dei cittadini – parliamo di una quota che va dal 10 al 15% della popolazione nei Paesi industrializzati – ma ne coinvolge comunque una quantità estremamente rilevante, quale forse nemmeno i partiti nei loro momenti d’oro hanno potuto esibire.

Modifica dei confini

Quali conseguenze si possono trarre circa l’educazione alla democrazia dalle considerazioni fatte fin qui? La principale ci sembra essere che l’emergere dell’attivismo dei cittadini nelle politiche pubbliche, al di là ma non contro istituzioni e procedure tradizionali, ha implicato (al proposito si può ormai usare il passato) una modifica dei confini della demo-crazia. Ciò ha comportato il ricomprendere in essa ambiti di intervento sinora ritenuti secondari o tecnici (come le politiche pubbliche), attori finora non considerati tali (i cittadini non come elettori, ma come parte attiva del policy making), strumenti finora non ritenuti parte della "cassetta degli attrezzi" della politica democratica (come la produzione di carte dei diritti "dal basso", le attività di "audit civico" sulla qualità dei servizi pubblici, le attività di prevenzione e conciliazione dei conflitti svolte dai cittadini).

Siamo convinti che da questo profondo cambiamento nella definizione operativa di democrazia si possa prendere le mosse per una ripresa di attenzione e di pratiche circa l’educazione alla democrazia. Che ciò sia possibile lo testimoniano, tra l’altro, la miriade di esperienze compiute o in corso in Italia e che riguardano ambiti specifici (come ad esempio l’ambiente, la lotta alla mafia, la tutela dei consumatori), ma guardando ai loro significati più generali.

Il background di queste esperienze – svolte nelle scuole così come nelle Università della Terza età, nell’ambito di attività delle organizzazioni civiche o per iniziativa di enti locali – è che il modo migliore di educare alla democrazia è praticarla, evitando ogni atteggiamento omiletico così come ogni discorso ideologico. Era, in fondo, questo lo spirito (poi decisamente tradito) con cui, alla fine degli anni ’50, fu introdotta l’Educazione civica nelle scuole italiane.

Linee d’azione

Questo impulso a una nuova considerazione della educazione alla democrazia richiede, a nostro parere, che vengano sviluppate due linee di azione.

La prima riguarda le autorità politiche e amministrative e la generalità dei cittadini. Si tratta di elaborare e mettere in opera una politica pubblica – ossia un insieme di programmi di azione, di norme, di risorse – volta a promuovere l’educazione alla democrazia. L’obiettivo, qui, dovrebbe essere quello di costruire un ambiente favorevole allo sviluppo dell’attivismo dei cittadini, in termini di accoglienza e fiducia nei loro confronti, di riconoscimento della loro presenza e di promozione di un loro ruolo attivo nel policy making, rimuovendo gli ostacoli che lo impediscono o lo rendono estremamente difficile.

La seconda linea di lavoro riguarda i soggetti che, a vario titolo, sono direttamente coinvolti nell’educazione alla democrazia: insegnanti, educatori, operatori sociali e di comunità, organizzazioni civiche. Si tratta in questo caso di diffondere progetti innovativi (ce ne sono, ad esempio, nel campo dell’educazione civica nelle scuole superiori), di raccogliere e pubblicizzare buone pratiche, di collegare attività nazionali con la dimensione internazionale, di cumulare le conoscenze esistenti su temi di estrema rilevanza come quello delle competenze e dei know-how dei cittadini.

Siamo convinti che tutto questo – facendo sì che i cittadini siano messi in condizione di guardare la vita pubblica non più come "ospiti", ma come "padroni di casa" – possa anche consentire una ripresa di interesse e di energia nei confronti dei processi democratici di tipo tradizionale, che oggi godono davvero di scarsa considerazione, ma che restano un presupposto non prescindibile anche delle innovazioni a cui ci siamo riferiti. Non ci si può illudere che a risolvere questo problema possa bastare la educazione alla democrazia, ma sarebbe ugualmente sbagliato sottovalutare il contributo che da essa potrebbe venire.

Giovanni Moro
    

BIBLIOGRAFIA

  • Cittadinanzattiva, Seminari di introduzione alla cittadinanza attiva. Sussidio per i partecipanti, a cura della Scuola di Cittadinanza attiva, Roma 2001.
  • Donati Pierpaolo, La cittadinanza societaria, Laterza, Bari 2000.
  • Donolo Carlo, Il sogno del buon governo. Apologia del regime democratico, Anabasi, Milano 1992.
  • Moro Giovanni, Manuale di cittadinanza attiva, Carocci, Roma 1998.
  • Oppo Anna (a cura di), La socializzazione politica, Il Mulino, Bologna 1980.
  • Skocpol Theda, Fiorina Morris (a cura di), Civic Engagement in American Democracy, Brookings Institution Press and Russell Sage Foundation, Washington-New York 1999.








 

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