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n. 8 
AGOSTO/SETTEMBRE
2003

Sommario

EDITORIALE
La pace è un bene di famiglia
di LEONARDO ZEGA

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Cittadini come "padroni di casa"
di GIOVANNI MORO

apep00010.gif (1261 byte) Educarsi alla conflittualità
di GIORGIO CAMPANINI

apep00010.gif (1261 byte) Pedagogia della pace in famiglia
di MARIATERESA ZATTONI E GILBERTO GILLINI

apep00010.gif (1261 byte) La coerenza tra mezzi e fini
di LAURA FORMENTI

apep00010.gif (1261 byte) La guerra dentro di noi
di ARISTIDE TRONCONI

apep00010.gif (1261 byte) La democrazia nasce in casa
di GIORGIO CONCONI

apep00010.gif (1261 byte) Ricomporre la convivenza solidale
di RENATO MARTINO

DOSSIER
Prendersi cura della pace in terra
di
LUIGI LORENZETTI

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Rincuorati dalla democrazia
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Storie per non dimenticare
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Glossario minimo sulla pace
di CLAUDIO RAGAINI
Tanti inviti al dialogo
di ROBERTO CARNERO
La frammentazione dell’esistenza
di SERENA GAIANI

CONSULENZA GENITORIALE
Una continua ricomposizione
di SERENA CAMMELLI

POLITICHE FAMILIARI
Razionalizzare i servizi alla famiglia
di PIETRO BOFFI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Un Paese che invecchia
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

DOSSIER - PARLARNE NON BASTA

PRENDERSI CURA
DELLA PACE IN TERRA

di LUIGI LORENZETTI
(direttore di Teologia morale)

È tempo di prendersi cura della pace e non per una moda ma una necessità e un dovere. Soprattutto per le persone che intendono vivere responsabilmente l’oggi della storia. Sono tante le personalità che nel corso dei secoli si sono adoperate perché la giustizia, la solidarietà e l’amore prevalessero su ogni altra cosa nelle collettività del mondo. Spesso le loro iniziative sono andate oltre ogni aspettativa, altre volte non hanno ottenuto i risultati sperati. Ma la pace esige pazienza, generosità, costanza. Per realizzarla non bisogna arrendersi, mai, anche quando tutto sembra inutile. Del resto, annodare gli innumerevoli fili che legano gli uomini fra di loro, non è opera di un giorno solo.
    

COME RAGGIUNGERLA?
GIUSTIZIA È L’ALTRO NOME DELLA PACE

La parola pace evoca molteplici significati, ma nessuno la esprime compiutamente: bene, valore, virtù, atteggiamento, speranza, felicità, benessere, dono, responsabilità. Prima di qualsiasi teoria anche sublime, la pace (o la sua mancanza) è un’esperienza tra le più profonde della persona e della città umana; un’aspirazione e un desiderio tra i più elevati dell’animo dell’individuo e della collettività umana; un ideale mai in pari con la realtà. Eminenti pensatori, laici e religiosi, hanno tentato di identificarla e si sono scontrati con i limiti di ogni definizione. Quella più celebre è di s. Agostino: «La pace è tranquillità dell’ordine» (tranquillitas ordinis). Tuttavia nessun ordine costituito – si obietta – è tranquillo, perché è sempre un ordine da costituire. Molti secoli dopo, Tommaso d’Aquino la descrive come il traguardo finale che chiude in pienezza l’incessante movimento tra essere e dover essere. Tutte le creature – spiega – tendono all’unione perfetta (pace, beatitudine, felicità) con sé stesse, con Dio, con la società e con l’universo. La pace si apre, così, su orizzonti infiniti: interiore/esteriore, umana/religiosa, personale/sociale, particolare/cosmica, storica/escatologica, ideale/reale. Non sono realtà diverse, è sempre l’unica pace che si esprime in luoghi diversi.

Prendersi cura della pace su questa terra. La speranza cristiana si volge, con fervida attesa, alla pace della città celeste, ma sarebbe sbagliato pensare che giustifichi estraneità o indifferenza verso la pace/non pace della città terrena. Tra l’una e l’altra, tra la realtà penultima e ultima c’è un nesso profondo: sono distinte ma non separabili. Così, ogni forma di pace terrena (individuale, familiare, sociale) rinvia, a sua volta, a una realtà più profonda: è immagine e richiamo di un’altra pace.

«La pace terrena, frutto dell’amore del prossimo – affermano i padri del Concilio Vaticano II – è immagine ed effetto della pace di Cristo, che promana dal Padre» (GS, n. 78). In breve, pace terrena e pace trascendente (religiosa) si esigono reciprocamente, c’è un rapporto come di causa ed effetto. Come l’albero non può non produrre i suoi frutti, così la pace religiosa non può non tradursi e rendersi visibile nella storia umana.

La pace allora e, ancora più, la non pace sulla terra interpellano i credenti di ogni tempo. «È nostro compito rendere ragione della speranza che è in noi (cfr. 1Pt 3, 13) e assumere la fatica fiduciosa di orientare la storia al suo traguardo, contro ogni pronostico disperato e con la conseguente consapevolezza che fino all’ultimo le tracce del male renderanno la pace incompiuta» (Cei, Educazione alla pace, n. 18).

Nel corso più che bimillenario della sua storia, la grande tradizione cristiana non ha posto (né poteva) ai margini il tema della pace: non è certo un aspetto secondario ma la sostanza stessa del messaggio biblico di salvezza, che è appunto di pace. Non è riuscita, tuttavia, almeno in certi periodi storici, a impedire una riduzione spiritualistica e privatistica, come se la pace riguardasse esclusivamente il rapporto dell’anima con Dio, il mondo dell’aldilà che è semplicemente da attendere alla fine della storia. Un convinto e convincente insegnamento a prendersi cura della pace per questa nostra terra è venuto – quarant’anni fa, ma sembra oggi – da Giovanni XXIII. La famosa enciclica sociale Pacem in terris (1963) si dedica interamente alla pace in terra (o nelle terre), la definisce nei suoi tratti caratteristici, indica coraggiosamente le vie che vi conducono e le condizioni che la rendono possibile nella storia nel suo faticoso cammino verso il compimento oltre la storia.

I quattro pilastri

In una successione di cerchi, che si allargano fino al mondo intero, Giovanni XXIII insegna come assicurare il bene/valore della pace nelle relazioni tra gli esseri umani (prima parte); tra i cittadini e la comunità politica (seconda parte); tra le diverse comunità politiche; tra le comunità politiche e la comunità mondiale (terza parte).

I quattro nomi della pace in terra. La pace sociale, più che un dato è un compito: è un edificio che si costruisce su solidi basamenti. Fuori metafora, è la società – dalla più piccola (la famiglia) alla più grande (comunità mondiale) – ordinata o, meglio, da ordinare secondo verità, giustizia, amore e libertà. «La pace rimane solo suono di parole se non è fondata su quell’ordine che il presente documento – afferma Giovanni XXIII – ha tracciato con fiduciosa speranza: ordine fondato sulla verità, costruito secondo giustizia, vivificato e integrato dalla carità e posto in atto dalla libertà» (PT, n. 167). I quattro grandi valori (pilastri) sono i nomi della pace, le strade che vi conducono. La pace, nel privato e nel pubblico, non può rinunciare a nessuno dei suoi nomi, ne resterebbe sfigurata, incompleta o addirittura impossibile.

La pace è verità (senza verità non c’è pace). Non è in questione una qualche verità dottrinale, ma la verità della persona (chi è), della sua dignità, della sua unità multidimensionale (spirituale/corporea, individuale/sociale, immanente/trascendente). Riconoscere la dignità della persona, di ogni persona a qualunque etnia, cultura, religione appartenga, è il principio base della relazione umana, sia nel micro come nel macrosociale. Dall’uguale dignità degli esseri umani deriva la fondamentale uguaglianza: «Non ci sono esseri umani superiori per natura ed esseri umani inferiori per natura; ma tutti gli esseri umani sono uguali per natura» (PT, n. 89).

La pace è giustizia (senza giustizia non c’è pace). Il riconoscimento dei diritti umani, la loro effettiva promozione, in ogni parte del mondo, sono le grandi vie che conducono alla pace sulla terra. La molteplicità dei diritti (civili, politici, sociali, religiosi ed economici), non è altro che la traduzione del diritto umano (al singolare), a essere riconosciuto come soggetto e riconoscere l’altro, ogni altro, come soggetto. Inoltre, i diritti umani sono legati ai doveri (PT, n. 28): si vuol dire che non sono comprensibili in una concezione individualista o, all’opposto, collettivista della persona; lo sono unicamente nell’idea di persona che è individuale (unica) e, insieme, relazionale, sociale, comunitaria.

La pace è amore (senza amore non c’è pace). Non può esserci pace quando le relazioni umane (interpersonali e sociali), sono vissute nel timore, diffidenza, sfiducia nell’altro e negli altri popoli. L’amore presuppone e va oltre la giustizia, e apre alla speranza di una nuova condizione dell’umanità. «È lecito sperare che tra gli uomini e i popoli regni non il timore ma l’amore: il quale tende a esprimersi nella collaborazione leale, multiforme, apportatrice di molti beni» (PT, n. 129).

La pace è libertà (senza libertà non c’è pace sociale). Si tratta dell’effettiva possibilità di essere arbitri responsabili del proprio destino sia come persone (singole e associate), sia come popoli. All’opposto, la pace muore quando subentra sopraffazione, dominio, imposizione dell’uno sull’altro (singolo e popolo). Nella prospettiva della libertà-liberazione, l’umanità si apre al futuro di «una famiglia umana» non più formata da «popoli dominatori e popoli dominati» (PT, n. 42).

Sviluppo e solidarietà

Due altri nomi. In tempi più recenti, la pace è stata di nuovo tenuta a battesimo e, accanto ai nomi che aveva, ne ha preso altri due per qualificarsi nell’era della mondializzazione segnata dallo squilibrio e dal drammatico divario tra i popoli del Sud e quelli del Nord: il mondo del benessere e quello del malessere, il mondo della fame e quello dell’abbondanza. I due nuovi nomi della pace sono una forte denuncia del disordine mondiale e, insieme, urgente istanza per la costruzione di un giusto ordine mondiale.

La pace è sviluppo (senza sviluppo non c’è pace). Il «nome nuovo della pace è lo sviluppo» (Paolo VI, Populorum progressio, n. 87). Il sottosviluppo dei popoli è il grande problema storico, la grande sfida epocale alla quale l’umanità deve rispondere. Paolo VI, già nel 1967, ammoniva i popoli ricchi: «La loro avarizia inveterata non potrà che suscitare il giudizio di Dio e la collera dei poveri con conseguenze imprevedibili» (PP, n. 49). Alla «collera dei poveri» non si risponde riempiendo di armi gli arsenali. «Quando tanti popoli hanno fame, quando tante famiglie soffrono la miseria... ogni corsa estenuante agli armamenti diventa uno scandalo intollerabile» (PP, n. 50). È davanti a noi il grande obiettivo di realizzare uno sviluppo sostenibile in grado di coniugare crescita economica, giustizia sociale e rispetto dell’ambiente.

La pace è solidarietà (senza solidarietà non c’è pace). «Il nome nuovo della pace è la solidarietà» (Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, n. 39). La solidarietà, che si apre al mondo intero, esige di non procurare il bene nazionale o continentale a danno e a spese del bene di altri popoli e nazioni; in positivo, di realizzare il proprio bene nella realizzazione del bene dell’altro. La solidarietà non è un qualcosa in più, è semplicemente la base dei rapporti tra gli umani a ogni livello; è la regola alla quale devono convertirsi l’economia e la politica.

Il nome preferito. I sei nomi appartengono alla pace (sono i suoi nomi), la designano, la identificano. La pace non può rassegnarsi a perderne qualcuno, ne uscirebbe sfigurata nel privato e nel pubblico. Un nome, tuttavia, potrebbe essere preferito all’altro, e non è difficile osservare che la coscienza collettiva, oggi, mette al primo posto la giustizia sociale che s’impone, in modo esponenziale, a partire dal suo rovescio: le ingiustizie di cui è vittima grande parte dell’umanità. I discorsi sulla/della pace di questi ultimi decenni evidenziano l’insostituibilità della giustizia, fino a diffidare della pace considerata strumentale allo status quo: «Vogliamo la giustizia e non la pace».

Così si comprende che il termine pace è sempre accompagnato dalla parola giustizia (binomio pace-giustizia) e, più recentemente, da un terzo termine ambiente. L’ecumenismo mondiale, infatti, insiste da tempo (Basilea ’89, Seul ’90, Canberra ’91) sul trinomio giustizia, pace e salvaguardia del creato, incontrando largo consenso di persone, associazioni e movimenti.

L’intollerabile disuguaglianza

Un mondo di non pace in terra. Il discorso della pace non indulge al mito dell’armonia perfetta, non evade dalla dura realtà dei conflitti, tensioni e contraddizioni che accompagnano il cammino dell’umanità di ogni tempo. A quarant’anni dalla Pacem in terris (1963-2003), sono accaduti eventi epocali e lo scenario, che si è aperto, mostra un mondo di non pace. «La divisione in blocchi è in gran parte un doloroso ricordo del passato, ma la pace, la giustizia e la stabilità sociale mancano ancora in buona parte del mondo. Il terrorismo, il conflitto in Medio Oriente e in altre regioni, le minacce e le contro-minacce, l’ingiustizia, lo sfruttamento e gli attacchi alla dignità e alla santità della vita umana, sia prima sia dopo la nascita, sono sconfortanti realtà della nostra epoca». È l’analisi descritta dal Messaggio della 37a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (n. 2).

È il mondo della non pace: intollerabile disuguaglianza tra Nord e Sud del mondo; sconvolgenti migrazioni forzate; rapporto conflittuale di etnie, di culture e religioni diverse; espansione del mercato economico/finanziario neoliberista; terrorismo e ritorsioni del medesimo stampo; cultura bellicista che intende fare giustizia causando altre e più gravi ingiustizie.

Come fare giustizia? La pace vera non può arrendersi all’ingiustizia e alla violenza: non c’è pace senza giustizia. Ma come fare giustizia? Come dare soluzione umana e civile ai conflitti e alle controversie tra i popoli? Come conciliare l’irrinunciabile giustizia e l’irrinunciabile precetto della non violenza? Il comandamento della non violenza vale solo nel privato o anche nel pubblico? La difesa (legittima) non vale forse anche per gli Stati? La guerra è una via alla giustizia? Sono domande che attraversano la storia delle società organizzate e arrivano fino al nostro tempo, che le ripropone in tutta la loro gravità. È normale, tra i cattolici, la diversità di pensiero sulla liceità/illiceità della guerra? Perché la dottrina del Concilio Vaticano II non è riuscita a creare una mentalità concorde nel variegato mondo cattolico? Il magistero del Papa e dei vescovi è da collocarsi (e relegarsi) nell’ambito della profezia? Va certamente ascoltato e rispettato, ma una cosa – si conclude – è quello che sarà possibile in altri tempi, tutt’altro è la politica che deve fare i conti con la realtà. Qualcuno sostiene che l’insegnamento del Concilio Vaticano II, in tema di guerra, sia in una logica di continuità con l’antica dottrina della guerra giusta. In ogni caso, a questa dottrina si fa ancora ricorso in maniera strumentale.

La guerra non è via alla giustizia. «È irrazionale pensare (alienum est a ratione) che la guerra moderna possa essere utilizzata come strumento di giustizia» (PT, n. 127). Così, per la prima volta il magistero cattolico nega che ci sia un collegamento ragionevole tra guerra e giustizia; e dà inizio a una nuova tradizione: non esiste una guerra giusta, meno che meno santa; è sempre un male; la ragione e ancora più la fede non si prestano più a legittimare la guerra. Il Concilio Vaticano II, come si sa, abbandona deliberatamente la tradizionale dottrina della guerra giusta, perché è divenuta strumentale e funzionale a ogni politica di guerra e, soprattutto, perché non è più applicabile alla guerra moderna: «Bisogna considerare la guerra con mentalità completamente nuova» (GS, n. 80). La guerra moderna è, per così dire, un’altra cosa rispetto a quella antica; non solo – come è ovvio – quella condotta con armi nucleari, chimiche e batteriologiche, ma anche con le armi cosiddette convenzionali. Queste ultime non sono lance e frecce, ma bombe ad altissimo e incontrollabile potenziale distruttivo di persone, gruppi umani e territori.

La guerra moderna sovverte radicalmente il concetto di proporzionalità e coinvolge inevitabilmente e fatalmente le popolazioni civili e le loro terre. «Bisogna averla provata la sensazione di angoscia che attanaglia chi viene a trovarsi nella condizione di obiettivo inquadrato dal mirino di un’arma carica. Se poi quest’arma l’ha in mano qualcuno che non si vede e che non può guardare negli occhi la vittima, allora c’è da uscire di testa. Tanto più se l’arma appartiene al genere dei dispositivi bellici capaci di lanciare missili a chilometri di distanza o di sganciare grappoli di bombe da 10.000 metri di altezza. Ultimamente gli americani hanno sperimentato per la prima volta ordigni di 7 tonnellate, in grado di distruggere tutto per un raggio di 500 metri (tranquilli – aggiunge con tragica ironia – siamo sempre all’interno delle armi convenzionali). Naturalmente congegni di tale potenza – conclude – non prendono di mira singoli uomini: sarebbe uno spreco. Sparano, come si dice, sui bersagli strategici, che però sono sempre opere di uomini, da uomini usate e abitate» (F. Pasetto, Pacifismo profetico e pacifismo politico, Edb, Bologna 2002, p. 61).

Una tragica illusione

Per configurare ulteriormente – se ce ne fosse bisogno – il mostro-guerra, si consideri il gigantesco dispiegamento bellico per terra, mare e aria che – al di là di ogni ragione difensiva – costituisce smisurata potenza, impiego scandaloso di immense energie umane e scientifiche. È una tragica illusione: la difesa della pace non viene di certo dai nuovi modelli di difesa militare e della scandalosa corsa agli armamenti.

Difendere le cause giuste in modo giusto. La coscienza collettiva ha fatto (o sta facendo) un chiaro salto di qualità: le cause giuste, o ritenute tali, vanno affidate a modalità giuste. Tra i segni di speranza di un futuro umano, «va pure annoverata la crescita, in molti strati dell’opinione pubblica, di una nuova sensibilità sempre più contraria alla guerra come strumento di soluzione dei conflitti tra i popoli e sempre più orientata alla ricerca di strumenti efficaci ma "non violenti" per bloccare l’aggressore armato» (Evangelium vitae, n. 27). In questa prospettiva, l’Occidente presenta una situazione paradossale: da un lato, la coscienza collettiva ha maturato una forte e convinta contrarietà alla guerra, come non era mai accaduto in altro periodo della storia; dall’altro, ritorna una politica che considera la guerra uno strumento normale per fare giustizia; a parole è l’estremo rimedio, in realtà è il primo, il più preparato, il più qualificato: giusto, necessario, inevitabile, asimmetrico, intelligente, preventivo. È la strategia della menzogna, che va smascherata con coraggio e senza timore di irrisioni ed etichettature: antiamericani, gente di sinistra, anime deboli. La pace, da parola debole, ha diritto di proporsi come parola forte; e la guerra, da parola forte, deve diventare parola debole anzi uscire da ogni vocabolario civile.

Non farsi giustizia da sé. Tale principio non vale soltanto nei rapporti tra le persone e i gruppi umani all’interno di una società organizzata, ma anche tra gli Stati. Occorre, di certo, istituire organismi sovranazionali che abbiano il potere politico, giuridico e militare di riconoscere il diritto dei popoli e di ristabilirlo qualora fosse violato; occorre però non ignorare l’esistenza, non più virtuale ma effettiva, di tali organismi internazionali (in primo piano l’Onu), che vanno migliorati e resi ancora più efficienti. Il quadro internazionale, già oggi esistente, rende illegale e ingiustificato il «farsi giustizia da sé».

No all’uso della forza

La Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite codifica e vincola i popoli delle Nazioni Unite. «I membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite» (art. 2, par.

4). Si proibisce, cioè, l’uso della forza nelle relazioni tra gli Stati, perché il monopolio della forza, per mantenere o ristabilire la giustizia e la pace, è attribuito alla stessa Organizzazione. In questa direzione va il pensiero cattolico. «È la guerra "il mezzo più barbaro e più inefficace per risolvere i conflitti". Il mondo civile dovrebbe bandirla totalmente e sostituirla con il ricorso ad altri mezzi, come la trattativa e l’arbitrato internazionale. Si dovrebbe togliere ai singoli Stati il diritto di farsi giustizia da soli con la forza, come è già stato tolto ai privati cittadini e ai corpi intermedi» (Cei, La verità vi farà liberi, Catechismo degli adulti, n. 1.037).

Non si deve, però, pensare che si tratti di un semplice cambio di titolare della guerra: dallo Stato nazionale al sovrastato mondiale. Quando ogni altro mezzo diplomatico e politico è fallito, il ricorso alla forza delle armi può essere legittimo, ma questo non significa fare guerra. Negli ultimi decenni, nel pensiero giuridico laico e nel magistero cattolico, è venuto al centro il concetto di ingerenza o intervento umanitario. Questo prevede, come estremo rimedio, il ricorso alla forza delle armi che, tuttavia, si distingue nettamente dalla guerra non solo per i fini e le motivazioni ma anche per le modalità di realizzazione in quanto è circoscritto negli obiettivi e resta finalizzato a disarmare l’aggressore, impedendo il verificarsi dei cosiddetti rischi collaterali.

È questo il punto più avanzato, nel pensiero cattolico, circa il ricorso alla forza delle armi. Non è superfluo, però, riconoscere che vere e proprie guerre recenti sono state presentate falsamente come azioni di polizia internazionale.

Ascoltare la storia

È insensato l’antico assioma: «Se vuoi la pace, prepara la guerra»; è sensato, invece, quello nuovo: «Se vuoi la pace, prepara la pace». I filosofi e i teologi, che per secoli si sono dedicati a stabilire le condizioni della guerra giusta, sono chiamati a impegnarsi più fruttuosamente alla riflessione sulle condizioni della pace giusta: verità, giustizia, amore, libertà, sviluppo, solidarietà. Sono i nomi della pace, le vie che vi conducono. È questo il messaggio che Giovanni XXIII ha rivolto a tutti, credenti e non credenti, quarant’anni fa e che ora merita di essere riscoperto in tutta la sua importanza e attualità: è destinato «a ogni persona di buona volontà», in particolare alla Chiesa pellegrina nel mondo.

L’ascolto della storia si basa su un duplice presupposto: la storia ha un senso ed è guidata dalla Provvidenza. L’agire di Dio nella storia, lungi dall’esautorare, interpella ogni essere umano, la sua libertà e la sua responsabilità. Gli eventi della storia non sono semplicemente dei fatti da constatare per lamentarci o consolarci; sono un appello, un’opportunità, una sfida che interpella l’immaginazione, la ragione e la fede per farci costruttori e non fatalisticamente spettatori della storia umana e cosmica. Discernere i segni dei tempi conduce a cogliere le concrete possibilità che la storia offre anche in avvenimenti ambigui, né del tutto buoni, né del tutto cattivi, e che presentano la difficoltà di distinguere chi ha ragione e chi ha torto.

La Chiesa grande soggetto di pace. Giovanni XXIII ha voluto che la questione pace in terra fosse posta al centro della vita della Chiesa e della sua missione, come analogamente aveva fatto Leone XIII per la questione operaia (Rerum novarum), e Giovanni Paolo II per la questione "vita" (Evangelium vitae). La Chiesa, nelle sue diverse dimensioni (a cominciare dalla famiglia piccola chiesa), è chiamata a essere grande soggetto della pace in terra. In riferimento al Suo Signore, può e deve configurarsi come Chiesa a servizio degli altri, dei poveri e degli oppressi in primo luogo; Chiesa delle donne e non soltanto degli uomini; Chiesa libera dal potere e coscienza critica della politica estera ed economica del suo Paese; Chiesa che dialoga e collabora con i popoli, le diverse culture e religioni; Chiesa che insegna e coerentemente agisce, unitamente a tutti gli uomini e donne di buona volontà, per una storia di pace e giustizia per tutti, in particolare per gli ultimi, per gli sconfitti della storia, per le vittime della non pace, dell’ingiustizia, dell’odio e della violenza: sono loro i primi soggetti e destinatari della pace.

Pace testimoniata. La Chiesa, quale popolo di Dio nella storia, è chiamata ad annunciare, a denunciare e, soprattutto, a testimoniare. La testimonianza è la via privilegiata che manifesta e rende in qualche modo visibile il Signore della storia. «Testimoni operosi e credibili di Cristo "nostra pace" (Ef 2, 14), gli consentono di manifestarsi come Salvatore presente nella storia fino a quando giungerà il compimento completo e definitivo». (Cei, Catechismo degli adulti, n. 1.165).

Sono i testimoni, in primo luogo, che rivelano il senso e le vie della pace in mezzo ai conflitti; sono loro che visibilizzano la forza pubblica del Vangelo della pace, ne mostrano la capacità critico-profetica nei confronti del cosiddetto realismo e della rassegnazione disperata agli eventi tragici della storia umana. La vita di questi credenti mostra la fecondità storica del Vangelo, la sua capacità di generare stili di vita, parole e gesti, che non possono essere irrigiditi in una dottrina, definita una volta per tutte, ma costringono i cristiani a una comprensione sempre nuova del tema della pace.

Non si tratta di costruire una teologia della pace, definita anch’essa una volta per tutte, dove ciascuno può trovare legittimazione ai propri comportamenti, ma di custodire questo delicatissimo rapporto tra urgenze del Vangelo ed evento della storia, per discernere, nella drammaticità dei conflitti, le parole e i gesti della pace (cfr. M. Toschi, Storia della Chiesa, in L. Lorenzetti, a cura di, Dizionario di teologia della pace, Edb, Bologna 1997, pp. 120-121).

La pace invocata. La costruzione della pace in terra delinea «un compito immenso»: l’essere umano si sente impari, si sperimenta creatura che fa appello al Creatore, a Dio. «È questa un’impresa (la pace sociale) tanto nobile e alta, che le forze umane, anche se animate da ogni lodevole buona volontà, non possono da sole portare a effetto. Affinché l’umana società sia uno specchio, il più fedele possibile del Regno di Dio, è necessario l’aiuto dall’alto» (PT, n. 168). L’insegnamento di Giovanni XXIII, a questo punto, cede il posto alla preghiera al Signore crocifisso e risorto. La pace è collocata, così, al cuore della cristologia (del Cristo crocifisso e risorto) e dell’eucaristia, dove la Chiesa celebra la suprema donazione di Gesù di Nazareth, e così impara a vivere nella «logica del dono di sé e non nel dominio e del possesso (cfr. Mc 10, 32-45); e in tale cammino scopre una giustizia nuova e superiore che trasforma radicalmente le dinamiche di ogni rapporto umano, fino a chiedere forme di amore inattese e impensabili» (Cei, Educazione alla pace, n. 17).

Cercare soluzioni costruttive

La pace è affidata alle mani dell’uomo e all’invocazione a Dio, che solo può convertire il cuore dell’uomo. «Questa è la pace che chiediamo a Dio con l’ardente sospiro della nostra preghiera. Allontani egli dal cuore degli uomini ciò che la può mettere in pericolo; e li trasformi in testimoni di verità, di giustizia e di amore fraterno. Illumini i responsabili dei popoli, affinché accanto alle sollecitudini per il giusto benessere dei loro cittadini, garantiscano e difendano il grande dono della pace; accenda la volontà di tutti a superare le barriere che dividono, ad accrescere i vincoli della mutua carità, a comprendere gli altri, a perdonare coloro che hanno recato ingiurie; in virtù della sua azione, si affratellino tutti i popoli della terra e fiorisca in essi e sempre regni la desideratissima pace» (PT, n. 161).

Nella consapevolezza di una realtà che trascende l’uomo, il primo atteggiamento è quello di disporsi a riceverla. Si comprende, così, il ruolo della preghiera che non è qualcosa di aggiunto alle tante cose da fare, non è l’ultimo rimedio a cui si ricorre quando tutti gli altri si sono esauriti; non è nemmeno mettere un suggello per garantire successo alle iniziative umane. La preghiera porta a vivere la storia personale, familiare e sociale nell’orizzonte della Provvidenza; dispone a entrare nel progetto di Dio. La preghiera non si risolve in un tirare Dio dalla nostra parte, ma nel mettere noi dalla sua, e Dio che si è rivelato in Gesù di Nazareth, non è certo dalla parte di chi pretende di uccidere in suo nome; è dalla parte di quanti coltivano pensieri e azioni di pace, di quanti non si ritirano sdegnosamente di fronte alle tensioni e alle contraddizioni, ma le assumono con coraggio, e con speranza cercano le opportunità che aprono a una soluzione costruttiva.

Pace sperata. «Un altro mondo è possibile» non si costruisce con le buone intenzioni né unicamente con l’impegno del singolo. È necessario individuare e favorire le mediazioni storiche con le quali quel progetto può camminare: le Istituzioni internazionali, che vanno richiamate al loro statuto e ruolo originario, contestando la loro filosofia liberista, il potere di condizionamento sulle economie deboli, la scarsa democratizzazione e trasparenza nelle scelte generalmente più favorevoli ai Paesi più ricchi e ai loro pilastri finanziari; le Organizzazioni non governative (Ong) che sanno collocarsi democraticamente in maniera dialettica con gli organismi democraticamente eletti; i Movimenti di protesta e di proposta; in breve, la Società civile, nelle sue diverse espressioni, nel suo diritto-dovere all’informazione e alla partecipazione.

Sperare e impegnarsi per un altro mondo possibile (o altrimenti detto globalizzazione dal volto umano, sviluppo sostenibile) appare impresa improba e faticosa. La tentazione di arrendersi al cosiddetto realismo culturale, economico e politico sembra vincente. Ma non siamo senza la speranza di «una famiglia umana» non più formata da «popoli dominatori e popoli dominati» (PT, n. 42). I segni di questa speranza ci sono, vanno individuati e assecondati: il risveglio delle coscienze; la nascita di un’opinione pubblica globale, favorita anche dal movimento antiglobalizzazione, che costringe i grandi della terra ad ascoltare la voce dei Paesi poveri e le urgenze umane del pianeta intero; il diritto internazionale che passa gradualmente dalla concezione di patto tra Stati sovrani all’idea di urgenze della famiglia umana; il moltiplicarsi di associazioni di volontariato di ogni tipo che già realizzano e, nello stesso tempo, propongono su più larga scala una convivenza nuova dove il «ciascuno per sé» si collega al «ciascuno per l’altro», singolo e popolo.

Luigi Lorenzetti








 

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