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n. 12 DICEMBRE 2003

Sommario

EDITORIALE
Saper riconoscere il desiderio autentico
di DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Una valutazione etica serena
di SANDRO SPINSANTI

apep00010.gif (1261 byte) Approvare una legge non più rinviabile
di CARLO CASINI

apep00010.gif (1261 byte) Il concepimento come ossessione
di DARIO CASADEI

apep00010.gif (1261 byte) I cortocircuiti emozionali
di PIER LUIGI RIGHETTI e SERENA LUISI

apep00010.gif (1261 byte) Glossario essenziale
SALVINO LEONE (a cura di)

apep00010.gif (1261 byte) Censimento dei vari centri di Pma
di GIULIA SCARAVELLI

apep00010.gif (1261 byte) Individuare i limiti irrinunciabili
di ELENA MANCINI

apep00010.gif (1261 byte) Storia della procreazione
di ROMANO FORLEO

apep00010.gif (1261 byte) I valori ineludibili della persona
di SALVINO LEONE

DOSSIER
Salvaguardare i diritti del neoconcepito
di CARLO CASINI e MARINA CASINI

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Ma chi è davvero un figlio?
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Non più un vergognoso segreto
di SERENELLA PARAZZOLI
Un taglio netto col passato
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Verso una solidarietà di qualità
di SERENA GAIANI

CONSULENZA GENITORIALE
Un accanimento incomprensibile
di ARISTIDE TRONCONI

POLITICHE FAMILIARI
Per finanziare microprogetti familiari
di GIORDANO BARIONI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Nuovi nuclei familiari
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

RISVOLTI PSICOLOGICI

Il concepimento come ossessione

di Dario Casadei
(psicologo e psicoterapeuta, presso Ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Mirano - Ve)

La sentenza di sterilità è simile a un lutto e come tale va affrontata anche se coinvolge altre sfere come quella dell’intimità di coppia e dell’identità sessuale. Solo dall’armonia personale e relazionale si può intraprendere il trattamento della fecondazione assistita che prevede varie tappe fatte di speranze e angosce.
  

Se l’aborto rappresenta la "paura di volare", si può dire che la fecondazione artificiale è il "voler volare ad ogni costo", spesso affidandosi solo ai supporti esterni e così facendo correndo dei rischi di cui spesso non si ha la consapevolezza.

In un mio articolo in cui affrontavo le dinamiche psicologiche che portavano la donna all’Interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) comparai il desiderio di gravidanza e la gravidanza stessa alla "voglia di volare" e l’Ivg alla "paura di volare". Da appassionato del volo, nonché praticante, so quanto questo ti attiri e nel contempo quanto possa spaventare se non ben conosciuto, ma conosco anche in quale modo il desiderio ti possa portare a voler volare ad ogni costo tralasciando di considerare i relativi rischi, come il mito di Icaro ci insegna.

Sedersi al posto di comando di un aereo, effettuare tutte le procedure pre-volo, allinearsi in testata pista, iniziare la lunga rincorsa che ti porterà al decollo, trovare nella strumentazione di bordo e nelle sensazioni corporee la conferma che tutto procede per il meglio, sentire di essere adeguato a ciò, avere il conforto dei controllori di volo circa la possibilità del volo, sono sensazioni che ti portano a staccarti da terra con grande emozione e tranquillità.

Uscendo dalla parafrasi, se l’Ivg è la "paura di volare", la procreazione ad ogni costo è "voler volare ad ogni costo", spesso affidandosi solo ai supporti esterni e così facendo correndo rischi di cui spesso non si è nemmeno consapevoli.

Quindi quali gli effetti psicologici che la procreazione medicalmente assistita produce nella donna che si sottopone a queste procedure? Innanzi tutto è bene capire come si giunge alla Fma (Fecondazione medicalmente assistita), come si caratterizzerà la gravidanza, e come pure sarà vissuto l’eventuale insuccesso.

L’evoluzione e il processo in ambito sociale e tecnico hanno permesso che si passasse dal figlio frutto del desiderio sessuale al figlio "oggetto" della volontà cosciente.

I mezzi a disposizione, infatti, consentono di ostacolare il concepimento quando e come si vuole, garantendo la pianificazione di un futuro ideale, che può o meno includere i figli tra le priorità. La donna conserva in sé forte l’istinto di procreazione, per cui, ad un certo punto della vita, sente un intenso bisogno di vedere ampliato il suo nucleo familiare, quando avverte una sensazione di vuoto, sente che manca ancora una pedina per completare il suo rapporto di coppia. Ed è a questo stadio della vita che, nei casi sfortunati, ci si rende conto che la fertilità non è un dono offerto a tutti gli esseri viventi, anche se spesso lo si dà per scontato: si credeva di poterla padroneggiare inibendola, ora si è perso totalmente il controllo, perché ci si ritrova impotenti dinanzi alla perdita di essa. Si era consapevoli dell’esistenza al mondo di un tale "attentato" alla vita umana, ma mai che potesse essere diretto proprio contro se stessi.

Ammettere che qualche difficoltà ci sia è già un atto di grande coraggio, ma soprattutto l’intolleranza che questo limite fisico e biologico possa ridurre un diritto umano a una mera utopia, spinge a voler approfondire la questione, forse con ancora un briciolo di speranza che qualche specialista confermi l’esistenza di una capacità riproduttiva.

L’iter diagnostico che la donna segue è lungo, faticoso e stressante, e tra paura e ottimismo, giunge al termine degli esami, ricevendo una "diagnosi di sterilità"!

La perdita viene assimilata a un vero e proprio lutto, che la donna elabora dentro di sé, per la perdita della possibilità di realizzare il proprio desiderio di gravidanza e di maternità; ma è un lutto che non prevede rituali che lo celebrino, simboleggia una morte astratta, che comunque arreca tanto dolore.

L’identità sessuale è, poi, uno degli aspetti maggiormente colpiti. I sentimenti di colpa per questa "menomazione" possono condizionare la donna la quale può alternare momenti di dolore, momenti di rabbia, sentimenti di disistima e concludere il suo excursus emotivo con l’autocommiserazione; una donna racconta: «... io alterno fasi di speranza a momenti di grande tristezza. Oggi, per esempio, sono un po’ giù dopo l’ennesima notizia della gravidanza della mia amica...».

Di conseguenza la donna si isola, secondo quel meccanismo psicologico di autodifesa, cercando, piuttosto, la compagnia di altre donne senza figli con le quali condividere gli stessi pensieri e trovare il conforto di non essere l’unica a soffrire della stessa pena.

Molti autori, soprattutto psicologi, ritengono che per ottenere un ottimo risultato dalla terapia dell’infertilità, sia necessario provvedere anche al passaggio dal ruolo coniugale al ruolo genitoriale. In che modo? Facendo sì che ritrovino sé stessi, per aver poi la facoltà di dedicarsi a un’altra persona. Da qui nasce l’idea di un counselling supportivo, che miri a conferire ai membri della coppia coraggio e sicurezza nelle proprie capacità, spostando l’obiettivo della loro esistenza dal bambino, che ancora non c’è, verso qualcosa che esiste e che in quel momento assume molto più valore: loro stessi, presi singolarmente e come coppia. Questa procedura li aiuta a convertire l’esperienza di "morte" del corpo e del desiderio in un momento vitale della coppia in sé, riproducendo una nuova armonia relazionale.

Affrontato e verificato tutto ciò, la donna può ritenersi coscientemente pronta per iniziare il trattamento di fecondazione artificiale, tenendo bene a mente che anche l’iter terapeutico comporta un notevole stress, dovuto all’esecuzione di esami sgradevoli e di esito incerto, alla consapevolezza delle basse percentuali di successo, alla tolleranza dei farmaci prescritti, i costi del trattamento, la pianificazione delle assenze dal lavoro, l’eventuale trasferimento temporaneo in altre città e anche delle problematiche etiche riferite agli embrioni, al loro impianto e ancor più alla loro crioconservazione/utilizzazione/distruzione. È evidente lo sforzo da compiere per vivere uno stile di vita totalmente mutato.

Non posso non focalizzare la mia attenzione sulla tappa cruciale dell’intero programma, che risulta essere la più delicata sul versante psico-emotivo e che dovrà prestare la maggior attenzione alla dignità e alla riservatezza di ciascuno: l’inseminazione, quando si dà la possibilità di concepire senza l’incontro dei due, palesando la scissione tra sessualità e procreazione. Credo non si riesca a immaginare quello che ella provi in questa circostanza, ma riferendomi alla psicologia applicata alla medicina e quindi basata sull’evidenza, posso certamente ipotizzare una grande speranza ma anche grandi angosce.

Ad ogni modo, l’idea del concepimento diviene un’ossessione, per cui sensazioni e stati di benessere o malessere vengono sempre associati allo stato gravidico o al fallimento della terapia, tanto che la donna ne risulta quasi dipendente, con risvolti nelle attività quotidiane.

Il periodo di attesa che va dall’"intervento" al giorno della risposta si carica, dunque, di tensioni emotive. Nel giorno fatidico il livello di ansia si alza; due possono essere le risposte: il successo o il fallimento ed entrambe genereranno uno shock emotivo.

Dinanzi all’insuccesso il dolore è indescrivibile. Riemergono sconforto, rabbia e depressione, viene rievocato il lutto per la perdita, perdita non più teorica ma concreta di un figlio, mentre la speranza cede il posto alla sfiducia.

Se i fallimenti sono ripetuti, si rischia di danneggiare ulteriormente la sfera intima della donna, che svilupperà maggiore presenza di sintomi depressivi per i continui insuccessi e per l’influenza del trattamento farmacologico sul sistema endocrino.

Sentirsi dare una risposta positiva in un primo tempo crea una gioia immensa, forse addirittura euforia, poi pian piano riaffiorano tutti gli affanni sofferti, poiché non è così semplice cancellare un passato d’infertilità e nel contempo non è semplice divenire madre di un bambino talmente "prezioso" da poter generare angosce di perdita (parto o quant’altro possa accadere durante la gravidanza) incontrollabili...

Il vissuto di pregressa infertilità continua a perseguitare la donna, che ora si accinge a intraprendere il percorso della "genitorialità", già piuttosto complesso di per sé per lei risulta essere a maggior ragione fonte di preoccupazioni e allarmismi. Vengono amplificate sensazioni ed emozioni che una gestazione normalmente suscita in una donna; le esperienze fatte in ogni stadio della gravidanza sono vissute più intensamente. In breve, l’inconscio manifesta in tal modo la consapevolezza che la gravidanza è stata soprattutto frutto della tecnologia medica, e come tale più precaria. Molto probabilmente la donna chiederà controlli più del necessario, per mettere pace all’incalzante angoscia che tutto possa svanire all’improvviso.

Modalità psichiche

Secondo la letteratura scientifica attuale, nella donna si possono evidenziare due fattori prodromici alla gravidanza stessa: il desiderio di gravidanza e il desiderio di maternità. Il primo riguarda principalmente l’aspetto di tipo narcisistico che spinge la donna a realizzare un qualcosa che la confermi nella sua corporeità, nella sua efficienza. Il secondo è legato all’identità, al divenire madre, alla ridefinizione e al completamento del proprio ruolo, al raggiungimento di una propria progettualità.

Pertanto ogni donna giunge alla propria gravidanza con dei presupposti individuali unici, assoluti, ovverosia con un proprio vissuto, con delle proprie esperienze, con tutto ciò che fa parte del suo istinto, delle sue pulsioni, della sua educazione culturale e morale. E la donna in gravidanza, anche se ha già più di un figlio, potrà osservare che ogni evento è diverso dal precedente anche se dal punto di vista biologico può essere molto simile. Pertanto il rapporto con il concepimento si costituisce sulla base delle proprie relazioni e dei propri vissuti. Quindi il concepimento deve essere considerato come agente di una rinnovata identificazione e modificazione dell’immagine di sé che la donna aveva precedentemente sviluppato. Rappresenta, di conseguenza, una importante verifica del proprio sentimento d’identità.

I momenti che caratterizzano la psicodinamica gravidica sono essenzialmente due: maturazione e regressione. Per maturazione intendiamo la spinta psicologica a raggiungere il proprio "punto di arrivo". È la spinta che motiva a dar la vita al proprio figlio, a scoprire e raggiungere un ruolo nuovo, a completare il proprio processo di sviluppo concretizzando un progetto di vita. Infine attraverso la maturazione si viene a superare la funzione narcisistica del "desiderio di gravidanza" tipica della fase pre-gravidica, dove l’interesse era rivolto prevalentemente verso sé stessa e la gratificazione che la gravidanza avrebbe consentito.

La regressione, invece, è la tendenza a ritrovare esperienze passate, ovverosia l’evidenziarsi di un bisogno di sicurezza e di un aumentato desiderio di affetto, di supporto che aiuti a gestire l’ansia. Si definisce regressione poiché in psicologia tutti i momenti di sviluppo di un individuo sono caratterizzati da almeno due fattori che sono definiti come individuazione e separazione. Quindi nel momento in cui una persona si avvia verso una nuova realtà (maturazione) chiaramente se ne separa da una precedente. Conseguentemente all’interno della gravidanza vi sono processi maturativi e regressivi che consentono l’accettazione o il rifiuto della stessa. Normalmente prevale la spinta maturativa però quando prevale la componente regressiva vi è una difficoltà di adattamento. Questo è solo l’aspetto più evidente e sta a indicare quanto complesso e articolato sia il processo intrapsichico legato alla gravidanza. È ora evidente che in caso di interruzione traumatica (aborto spontaneo, morte endouterina), si vengano a creare dei problemi che vanno a destabilizzare in modo profondo la persona in quanto tutti i processi avviati (dall’iniziale fase narcisista alla assunzione di un nuovo ruolo e a una rinnovata percezione del sé) subiscono un arresto repentino che difficilmente permette una rielaborazione e se la permette può aver risvolti di tipo clinico.

Differentemente dal concepimento di tipo psichico, il concepimento biologico è un processo che si sviluppa solo da un certo momento in poi in quanto parte da "zero" iniziando con la fecondazione e accomuna in questo tutti gli esseri umani. Questo comporta, come è ormai ben noto, tutta una serie di modificazioni nell’organismo della donna, modificazioni che vanno a ristrutturare in parte la percezione del sé corporeo e quindi ad avere un preciso significato nel rinnovarsi dell’identificazione. Il lavoro, i successi personali e professionali o di altro tipo sono delle conferme della propria identità mentre la gravidanza non è solo una conferma di quanto si è, comporta anche una ri-identificazione attraverso il definirsi di un nuovo ruolo, contribuendo a creare nuovi potenziali e nuove relazioni affettive. È da sottolineare, quindi, che si ha una verifica del sentimento di identità unitamente alla rinnovata identificazione della persona. Sono due tappe fondamentali che concorrono al mantenersi dell’equilibrio psichico della donna.

Procedendo nell’analisi le modalità di formazione dell’idea di gravidanza nella realtà psichica schematicamente si possono raggruppare in quattro aree:

  • Identificazione proiettiva (emanazione del sé)

  • Identificazione introiettiva (integrazione del sé)

  • Assenza di percezione del concepimento (mancanza del vissuto specifico)

  • Negazione del concepimento (sdoppiamento del sé)

È bene evidenziare che di norma prima della percezione biologica della vita che si sta formando vi è la percezione mentale di questa, alla quale si associano in seguito tutti i dati ed i parametri biologici. Allora si crea prima lo spazio mentale atto ad accogliere il bambino, poi si sviluppa anche quello fisico.

Procedendo, possiamo descrivere l’identificazione proiettiva come quel processo che porta a una sorta di fusione tra madre e figlio, dove il bambino è una proiezione della madre stessa, un "qualcosa" che le sopravviverà.

Nell’identificazione introiettava la fusione che si viene a creare tra madre e figlio comporta sostanzialmente un integrazione del sé materno, cioè un identificazione di tipo "egoico", dove il bambino non è da proiettare nella vita, ma un "qualcosa" con cui andare nella vita. Questa seconda modalità è assai più frequente nelle gravidanze dopo Fma in quanto, come già accennato in precedenza, la ricerca del bambino ad ogni costo è tesa più alla gratificazione della madre che ad altro.

Può esservi un assenza di percezione del concepimento nella realtà psichica oppure una negazione dello stesso. Se nel primo caso viene a mancare un vissuto specifico, nel secondo la gravidanza viene negata e "confinata" esclusivamente nel corpo, senza un vissuto affettivo. Apparentemente queste due ultime modalità sembrerebbero assai "lontane" dall’esperienza di Fma, ma che dire quando alla mia consultazione giungono donne che richiedono l’Ivg dopo Fma poiché il figlio è affetto da trisomia 21 o per meglio dire da sindrome di Down?

Certo, la ricerca di un figlio ad ogni costo è anche la pretesa di un figlio perfetto, e nulla deve mettere in discussone ciò, né la malattia né le procedure di parto, ma questo apre un capitolo che attiene maggiormente alla bioetica.

I vissuti emotivi

Negli ultimi anni le tecniche e i protocolli di Procreazione medicalmente assistita (Pma) hanno avuto un importante perfezionamento, tale che la letteratura medica è ricca di esperienze e confronti internazionali (La Sala, 1999; Garagna, Redi, Zuccotti, 1999).

Se la letteratura scientifica medico-ginecologica è ricca di esperienze, quella psicologica risulta scarsa. Nel loro testo Non c’è due senza tre (2000) Righetti e Sette avanzano l’ipotesi che il divenire genitori è un momento importante in tutto il processo evolutivo sia nella donna che nell’uomo: il bambino immaginario (il figlio desiderato) è una fantasia radicata fin dalla prima infanzia e questo fa credere che un figlio, prima di una sua consistenza e presenza fisica e reale, ha origine nel mondo rappresentazionale e psicologico. In questo senso la donna infertile manca di una "possibilità evolutiva" non solo fisicamente, ma anche psicologicamente: e questa "mancanza" può inficiare il benessere e l’equilibrio psichico fino a portare a psicopatologia. 

«L’uomo e la donna sterili che devono riconoscere il limite biologico sono esclusi da questo progetto e devono elaborare il lutto di questo prolungamento di se stessi attraverso l’altro: la diagnosi di sterilità blocca, paralizza immediatamente la vita fantasmatica interiore (il desiderio, nda) rappresenta un attentato all’immagine di sé, all’ideale dell’Io. Fa cadere preda di angosce di abbandono, senso di inconsistenza, di aridità, con sensazioni di rabbia, di depressione, inferiorità e mancanza di desiderio». (Martinelli, 1999, p. 105).

Dopo una serie di tentativi naturali di avere un figlio, la coppia chiede consiglio al medico, "scopre" la diagnosi di sterilità, passa a uno stato di "confusione" di fronte la decisione di ricorrere alla Pma, affronta un protocollo di Pma (caratterizzato da attese, controlli, assunzione di farmaci), si mette in attesa del risultato (successo/insuccesso), e ridecide di ripetere la Pma. Tutto questo percorso è carico di importanti vissuti emotivi: la coppia si isola (spesso per mantenere il "segreto"), si sente diversa e costretta ad accettare che nella propria intimità entrino altre figure, come il ginecologo e il biologo, modificando così i propri equilibri reali e immaginari (Martinelli, 1999, p. 106).

Se il risultato è positivo "esplode" una gioia che ricuce l’esperienza fatta, se il risultato è negativo, la spirale emotiva si riapre determinando una rielaborazione ulteriormente disfunzionale.

In una rassegna della letteratura psicologica sperimentale più attuale (Righetti, 2001) si trova che: l’infertilità viene vissuta dalle coppie come l’esperienza più preoccupante della loro vita; non ci sono tratti psicopatologici importanti anche se le coppie Fivet agiscono maggiore stress emotivo; l’ansia è correlata all’infertilità più che alla Fivet; all’aumentare dei tentativi Fivet, aumenta lo stato depressivo, soprattutto nelle donne; le coppie Fivet accentuano le componenti somatiche, fisiche e concrete dei protocolli Pma e inibiscono le componenti rappresentazionali e affettive così da erigere delle difese e mettere in secondo piano l’investimento emotivo; l’aumento di depressione è correlabile alla diminuzione di autostima specie al ripetersi dei tentativi Fivet; i controlli a distanza tra coppie fertili e coppie infertili non sono significativi: anzi, sembra che le coppie infertili una volta ottenuto il risultato abbiano delle reazioni di gioia più marcate; l’ansia delle coppie Fivet è da attribuirsi allo stress farmacologico e al protocollo "rigido" da rispettare(1); sembra inoltre che il superamento dell’infertilità migliori la relazione di coppia e che i genitori Fivet non differiscano sui comportamenti di attaccamento verso il bambino sia durante la gravidanza che nel post-partum. Il dato più significativo alla disfunzionalità psicologica nelle coppie Fivet sembra essere, dunque, la ripetizione dei cicli e dei tentativi di Pma.

A mio parere (come clinico e ricercatore) la ricerca sperimentale psicologica in questo settore risulta "debole" per la non omogeneità dei campioni osservati e per la differenza nelle storie cliniche; è importante, inoltre, approfondire con follow-up più numerosi, il vissuto nella relazione di coppia durante i protocolli Pma, il vissuto di gravidanza di una madre/coppia che è stata sterile, i vari stili di attaccamento dei genitori-sterili verso i bambini, gli esiti personologici di questi bambini nel loro divenire adulti.

Credo anche nell’importanza di dare un supporto psicologico ed emotivo che permetta di superare il "procreare come gli altri" per "sentirsi uguali agli altri" (Laffont, 1994) e promuovere una "conoscenza che vada oltre il corpo, alla ricerca di un oggetto interno da conoscere per conoscersi" (Andreotti, Bucci, Marozza, 2000) attraverso protocolli integrati medico-psicologici che si focalizzino anche su aspetti preventivi (Casadei, 1996; Righetti, 2001).

In questo mio breve intervento volutamente semplice e didattico ho affrontato l’argomento in forma generale, più di stimolo alla riflessione che di indirizzo, avanzando ipotesi e facendo deduzioni sui possibili risvolti che una storia d’infertilità può avere sulla personalità della donna.

Mi rimane un dubbio: chissà come si preparano a essere questi futuri genitori, se si possono rilevare differenze tra loro e l’altra fascia di genitori, quelli più "fortunati"... Chissà se le loro sofferenze si riversano inevitabilmente sul bambino, oppure tutto viene lasciato alle spalle per iniziare una nuova vita?

Forse è un argomento troppo complesso da trattare in questa sede, ma sarebbe interessante approfondire. Io mi accontento di accompagnare la coppia lungo la strada che la porta a vedere la vita che prende forma, comunque essa abbia avuto origine, così come la voce "amica" del controllore di volo accompagna sulla rotta verso la fine di un viaggio a cui ne seguirà certamente uno ancora più impegnativo.

Dario Casadei
  

UN DURO CAMMINO

Le donne che si sottopongono alla Pma affrontano un duro cammino che può avere le seguenti "risonanze" psicologiche:

  • L’infertilità è vissuta come l’esperienza più preoccupante della propria vita.

  • Non ci sono tratti psicopatologici importanti anche se la Fivet agisce maggiore stress emotivo.

  • L’ansia è correlata all’infertilità più che alla Fivet.

  • All’aumentare dei tentativi Fivet, aumenta lo stato depressivo, soprattutto nelle donne.

  • Le donne Fivet accentuano le componenti somatiche, fisiche e concrete dei protocolli Pma e inibiscono le componenti rappresentazionali e affettive così da erigere delle difese e mettere in secondo piano l’investimento emotivo.

  • L’aumento di depressione è correlabile alla diminuzione di autostima specie al ripetersi dei tentativi Fivet.

  • L’ansia delle donne Fivet è da attribuirsi allo stress farmacologico e al protocollo "rigido" da rispettare.

  • I bambini nati dopo più tentativi di Pma rischiano di diventare dei "riparatori" della ferita narcisistica dei genitori-sterili e quindi di essere più facilmente esposti a rischi psicologici durante i primi anni di vita.

  • Il dato più significativo alla disfunzionalità psicologica nelle donne Fivet sembra essere, dunque, la ripetizione dei cicli e dei tentativi di Pma.

   
BIBLIOGRAFIA

  • Andreotti S., Bucci A.R., Marozza M.I., Gravidanza Fivet: rappresentazioni materne e aspetti psicologici, "Psychomedia", 2000.

  • Casadei D., Psicofisiologia clinica in clinica ostetrico-ginecologica: un’interazione possibile?, tesi di perfezionamento, Università degli Studi di Padova, facoltà di Psicologia, Corso di perfezionamento in Neuropsicologia e psicofisiologia clinica, 1996.

  • Casadei D. e al., Lo psicologo in Ostetricia e ginecologia: progetto integrato e multifocale medico-psicologico, in "Psicologia della Salute", n. 2, pp. 115-128, 2000.

  • Garagna S., Redi C.A., Zuccotti M., Miti e fatti della fecondazione in vitro e della diagnosi preimpianto, in "Kéiron", n. 2, pp. 90-101, 1999.

  • Laffont I., Edelman R.J., Psychological Follow-up of the Children Born after in vitro Fertilization, in "Journal of Psychosomatic Obstetric Gynaecology", vol. 15, n. 2, pp. 85-92, 1994.

  • La Sala G.B. (a cura di), Bambini e genitori speciali? Dal bambino desiderato al bambino reale, Carrocci, Roma 1999.

  • Leclaire C., Le critère de verité biologique: un appui bancal topique, in "Revue freudienne", sept., vol. 19, n. 44, pp. 201-206, 1989.

  • Martinelli F., La Pma: l’aspetto psicologico, in La Sala G.B. (a cura di), pp. 105-111, 1999.

  • Righetti P.L., I vissuti psicologici nella Procreazione medicalmente assistita: interventi e protocolli integrati medico-psicologici, in "Contraccezione Fertilità Sessualità", vol. 28, n. 3, 2001.

  • Righetti P.L., Sette L., Non c’è due senza tre. Le emozioni dell’attesa dalla genitorialità alla prenatalità, Ed. Bollati Boringhieri, Torino 2000.

  • Steiner Monica, Psicologia nella gravidanza: assistenza psicologica della donna in gravidanza, tesi di laurea in Discipline psicosociali, facoltà di Psicologia, Università degli Studi di Trieste, relatore Mario Forzi, correlatore Dario Casadei, 2003.
       

NOTA

1 Stimolazione ovarica farmacologica monitorata quotidianamente con esami ematici, ecografie e altre indagini che a volte vengono ripetute più volte al giorno.
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