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n. 12 DICEMBRE 2003

Sommario

EDITORIALE
Saper riconoscere il desiderio autentico
di DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Una valutazione etica serena
di SANDRO SPINSANTI

apep00010.gif (1261 byte) Approvare una legge non più rinviabile
di CARLO CASINI

apep00010.gif (1261 byte) Il concepimento come ossessione
di DARIO CASADEI

apep00010.gif (1261 byte) I cortocircuiti emozionali
di PIER LUIGI RIGHETTI e SERENA LUISI

apep00010.gif (1261 byte) Glossario essenziale
SALVINO LEONE (a cura di)

apep00010.gif (1261 byte) Censimento dei vari centri di Pma
di GIULIA SCARAVELLI

apep00010.gif (1261 byte) Individuare i limiti irrinunciabili
di ELENA MANCINI

apep00010.gif (1261 byte) Storia della procreazione
di ROMANO FORLEO

apep00010.gif (1261 byte) I valori ineludibili della persona
di SALVINO LEONE

DOSSIER
Salvaguardare i diritti del neoconcepito
di CARLO CASINI e MARINA CASINI

RUBRICHE
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Ma chi è davvero un figlio?
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Non più un vergognoso segreto
di SERENELLA PARAZZOLI
Un taglio netto col passato
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Verso una solidarietà di qualità
di SERENA GAIANI

CONSULENZA GENITORIALE
Un accanimento incomprensibile
di ARISTIDE TRONCONI

POLITICHE FAMILIARI
Per finanziare microprogetti familiari
di GIORDANO BARIONI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Nuovi nuclei familiari
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

UNA CARRELLATA NEI SECOLI

Storia della procreazione

di Romano Forleo
(ginecologo, membro del Comitato nazionale per la bioetica)

Dalla potenza del maschio, misurata dalla sua capacità di produrre discendenza, al fare figli come giustificazione dell’esercizio della sessualità, è stata lunga la strada della conoscenza per giungere alla valorizzazione del carattere unitivo e creativo del gesto sessuale.
  

La medicina scientifica ha cambiato il concetto stesso di trasmissione genetica. Ma fino a che punto il progredire della ricerca sulla vita umana autorizza a modificare i processi fisiologici che presiedono al suo nascere e al suo crescere?

Ci sono voluti migliaia di anni perché l’uomo comprendesse che era dall’atto sessuale che nasceva un essere umano. In un società senza dubbio promiscua era infatti impensabile che «quella pancia che cresceva nelle femmine», e che poi avrebbe portato alla nascita, fosse dovuta a un atto sessuale avvenuto mesi prima. Il gesto sessuale si effettuava essenzialmente per seguire una pulsione di cui forte era l’appetito (eros).

Quando più tardi si intuì il legame fra rapporto e gravidanza, la prima teoria che emerse, e che portò all’organizzazione sociale basata sulla famiglia e tribù, fu che il "seme maschile" si impianta su un "terreno femminile", attribuendo cioè alla donna il ruolo di accoglierlo, farlo crescere e coltivarlo. Ne derivava che la potenza del maschio fosse tanto più elevata, quanto più produceva discendenza diretta ("seminava"), costituendo una sua "gente", impedendo nello stesso tempo che "altro seme maschile" penetrasse nella comunità familiare.

Nasce così il concetto di "padre", la differenza di compiti sociali fra uomo e donna, il potere familiare legato al numero di braccia maschili (necessarie per la caccia e per la guerra), il prevalere della finalità riproduttiva dell’atto sessuale rispetto al carattere unitivo (amore coniugale), il cui valore verrà pienamente scoperto solo nel secolo appena terminato. "Fare figli" divenne l’imperativo etico dominante e giustificante l’esercizio della sessualità, praticamente in tutte le culture più remote.

Abramo, il padre delle tre grandi religioni monoteiste (ebraica, cristiana e musulmana), non avendo ricevuto per anni il dono di dare vita a una stirpe (la moglie Sara non sembrava infatti atta alla riproduzione, e invecchiava) ricorse alla fecondazione di una schiava, perché ricevesse il suo seme e facesse poi "coltivare" il figlio alla moglie. Inizia così il suo popolo, chiamato a trasmettere quanto gli veniva rivelato del disegno di Dio.

Successivamente il suo seme riuscì, per un’esplicita volontà divina, a essere "impiantato" anche nell’utero di Sara, a questo ufficialmente preposta. L’unità della famiglia, della tribù, del popolo che ne derivò, era quindi conservata dal seme, trasmesso per via maschile da una generazione all’altra. Questo giustificava il principio etico che nessun uomo potesse penetrare con il suo seme nella discendenza, o anche assistere gravidanza e parto, o solo guardare con concupiscenza una donna di altri.

La donna che riceveva seme diverso da quello del suo sposo, infatti, inseriva nella famiglia (tribù) un elemento anomalo (nemico, perché spezzava l’unità). La donna che veniva promessa lasciava la sua gente e si univa all’uomo di un’altra famiglia, facendo crescere i suoi figli, senza interrompere l’unità data dal seme del maschio.

L’alta mortalità per parto, sia materna che perinatale (maledizione divina per il peccato umano di ritenersi sganciati da qualsiasi legge naturale e onnipotenti in materia etica, che si rileva nel biblico «E tu donna avrai molte gravidanze e partorirai con dolore», Gen 3,16), giunge ad accettare la poligamia, l’harem, poiché non interrompeva l’unità della discendenza maschile.

Etico è stato quindi per tutti i popoli primitivi seguire la pulsione sessuale solo quando la finalità fosse esplicitamente quella di aver figli inseminando anche più donne, mentre per la donna esisteva il dovere morale di ricevere il seme da un unico soggetto. Questa concezione dominerà nelle grandi religioni su cui si è costruita la civiltà mediterranea ma anche in quelle orientali. Contraccezione e aborto erano per questo universalmente condannati.

Più tardi, ad esempio in sant’Agostino (IV secolo d.C.), verrà chiarito il concetto di monogamia e di legame matrimoniale "per tutta la vita". Pure quando si iniziò a concepire un apporto anche femminile nell’ereditarietà genetica, la sessualità restò in primis orientata alla riproduzione, pur se pallidamente si cominciò a vedere un suo ruolo nel costruire un legame di amore oblativo nella coppia.

Con la nascita, nel bacino mediterraneo, della medicina scientifica, attorno al V secolo a.C., che portò a uscire fuori dall’esoterismo e dalla medicina legata ai sacerdoti, cambiò il concetto di trasmissione genetica attraverso un "seme" solo maschile.

Dopo un primo periodo dominato ancora dal riferimento a Esculapio, medico deificato, si cercò nel mondo greco-romano, di coniugare ciò che nasceva dall’osservazione con ciò che veniva attribuito a dei o demoni.

Con Ippocrate di Cos (460-375 a.C.), si può ritenere che nasca infatti la medicina scientifica laica, legata all’osservazione e a filosofie più che a religioni o magie. Per quanto riguarda le conoscenze sull’origine della vita, prevale l’epigenesi, secondo la quale, da Ippocrate al suo maggiore epigono Galeno (140-200 d.C.), sia l’uomo che la donna erano portatori di seme. Questo nasce dal sistema nervoso, o, tramite il sangue, da tutto il corpo, per giungere ai testicoli, maschili o femminili. I due semi si incontrano poi a livello della matrice (utero).

È sempre però l’uomo che dà l’"essenza del seme" da cui nasce l’embrione, o perlomeno le parti più nobili di esso. La donna contribuisce fornendo le membrane, gli annessi, gli organi di minor rilievo.

Il possesso maschile

Anche per la dottrina aristotelica (384-322 a.C.), che dominerà il pensiero sulla generazione per circa due millenni, la donna non è solo "terreno" su cui si impianta il seme maschile. L’uomo è però colui che trasmette la forza vitale, il principio di vita, l’evoluzione fetale, il moto, "forma", mentre la donna fornisce il sangue mestruale, "materia", elemento fisico di base.

Inizia da qui l’embriologia, scienza che studia la modalità della costruzione del nuovo individuo (il termine embrion in greco, comprendeva sia l’essere umano generato con la fecondazione che il neonato). Il cuore è l’elemento che per primo si forma nell’embrione nato dalla mescolanza dei due semi. Sarà poi il cuore a dirigere l’ulteriore differenziazione. Tali concetti furono ripresi dai medici-filosofi Avicenna (980-1037 d.C.), e Averroè (1126-1198 d.C.), esponenti della medicina araba, che ebbero il merito di far rinascere nell’Occidente cristiano medioevale la medicina Ippocratica. Attraverso le prime Università di Medicina – Salerno e Montpellier, poi Bologna e Padova – il "Canone di Avicenna" divenne infatti punto di riferimento anche per la cura della riproduzione. L’interpretazione aristotelica del pensiero ippocratico portò a lungo avanti il concetto della epigenesi.

La componente femminile nella generazione aveva un ruolo e una funzione inferiore a quella maschile, ma con questa concezione la donna non poteva essere più considerata semplice terreno di coltura. Nello stesso tempo si conservava all’uomo un ruolo di comando.

Dio era raffigurato e immaginato come maschio, i suoi profeti erano maschi, la progenie evolveva per linea maschile. Il "disegno di Dio", il progetto di Dio per l’uomo, si incarnava in un maschio, oppure (nella religione musulmana) veniva dettato a un maschio, cui veniva demandato anche il potere di governare i popoli, direttamente o attraverso i suoi discendenti (vicari, sultani, califfi).

Nel cristianesimo la preziosità del seme venne anche sottolineata da un’interpretazione restrittiva dell’episodio biblico di Onan (Gen 38, 8-9), con condanna dell’atto masturbatorio come ricerca di piacere sessuale non orientato alla riproduzione, e non tanto come ribellione alla legge ebraica di fecondare la moglie del fratello morto (assicurando così una discendenza all’interno della stessa linea generativa maschile).

Così il "possesso" maschile delle donne confermato da veti, proibizione di contatto (anche all’assistenza al parto solo le donne erano ammesse), la distinzione, anche in chiesa, di ruoli e posizioni (le diverse panche), si basavano, spesso in modo inconscio, sul prevalere del valore del seme maschile plasmatore (forma) sul sangue mestruale, seme femminile (materia).

Nelle antiche società, falcidiate dalla mortalità materna in gravidanza e parto, imbelli rispetto alle grandi malattie batteriche, protozoarie e virali, di cui si ignorava del tutto la natura, la procreazione diveniva imperativo etico assoluto, fondamento stesso del vivere umano e del progresso di popoli e nazioni.

Michele Savonarola (1385-1464) nonno del celebre domenicano, insegnò prima a Padova il libro 24° di Avicenna, poi scrisse lui stesso un capitolo di ginecologia nella sua Practica Maior, in cui riportava fedelmente i concetti di Aristotele. Bisognerà attendere le scoperte del XX secolo per vedere valorizzato il carattere unitivo, e verso la sua fine, quello creativo e ludico, del gesto sessuale e della sessualità in sé.

La scoperta dei gameti

Per la conoscenza sui meccanismi della fecondazione fondamentale è stata la scoperta della presenza di "uova" nella donna, dovuta all’invenzione del microscopio. Ciò era stato intuito già da William Harvey (ex ovo omnia) nel suo Exercitationes de generatione animalium (Londra 1651), anche se secondo lui, l’utero e non l’ovaio era il luogo ove si forma l’uovo femminile («i testicoli della donna non servono a ciò perché non cambiano d’aspetto, non si gonfiano, durante l’accoppiamento»).

La teoria degli "ovisti", cioè di coloro che ritenevano che l’ovaio umano contenesse le uova, e che ciascuna di queste contenesse tutta la sostanza del futuro embrione, è basata sulle ricerche di Nicola Stenone (1631-1687) e dell’olandese Regner de Graaf (1641-1673).

Da quest’ultimo prendono nome i follicoli (1668), mentre si deve a Van Horne (1621-1670) il nome di "ovaio" dato al "testicolo o ventricolo femminile". Cade così, non solo la teoria ippocratica e aristotelica, il cosiddetto "seminismo", e l’ipotesi che il sangue mestruale, oppure l’umore vaginale (prodotto durante il rapporto), fossero la materia che il seme maschile plasmava.

A proposito delle secrezioni vaginali durante il coito, queste erano state attribuite alle ghiandole vaginali messe in evidenza da De Verney (1648-1730), ma attribuite a Gaspare Bartholin (1655-1738), convinto "ovista". Quest’ultimo ritenne che le ghiandole della vagina producessero «una sostanza ghiandolare, analoga o del tutto simile a quella della prostata dell’uomo, che serve alla sessualità e non alla riproduzione». Secrezione dovuta alla produzione di seme nell’ovaio: «la semenza nella donna è quindi duplice: l’una serve al piacere, l’altra alla fecondazione».

L’esasperazione dell’"ovismo" si trova poi nel concetto di preformazione espresso da Swammerdarm (1637-1680), secondo il quale, come nelle bambole russe, tutte le generazioni future sono già dentro l’ovocita di Eva. L’italiano Antonio Vallisneri (1661-1730), nella sua meravigliosa sintesi sulle teorie esistenti all’inizio del ’700, affermava sin dal 1721 che «nell’ovaia della prima donna, sono contenute le uova che non solo contengono in piccolo tutti i figli che lei farà, ma anche tutta la sua posterità, fino all’estinzione della specie».

All’interno di questa teoria "preformista" si svilupparono infatti due correnti di pensiero, gli "infinitovisti", cioè coloro che credevano che in ogni uovo fossero contenute infinite generazioni preformate, e i "miriaovisti", che ritenevano che questo numero fosse solo limitato a qualche migliaio di generazioni, dopo di che finiva la specie umana.

Nella visione ovista il seme maschile scendeva a funzione di aura seminalis, che agisce semplicemente come odore, o come strumento meccanico di eccitazione, penetrando nell’utero e nelle tube, facendo così fermentare l’uovo. C’è chi riteneva che il seme maschile contenesse particelle chimiche (per Pascal "alcaline"), che si univano all’uovo ("acido"), che come voleva il ginecologo francese Jean Astruc, (1684-1766), passavano nei vasi linfatici della vagina, inoculando il proprio potere all’interno dell’uovo. Secondo Van der Becker le uova si fecondavano durante il rapporto sessuale «sotto la spinta del piacere», direttamente all’interno dell’ovaia, oppure dell’utero.

La teoria "ovista", seppure continuasse a vedere la sessualità giustificata solo dal fine riproduttivo, cambiò il giudizio etico sui comportamenti sessuali, con il trasferimento della linea genealogica alla donna, negando loro la poligamia. Il piacere sessuale nel matrimonio continuò però a essere eticamente approvato solo se orientato alla riproduzione.

L’arte amatoria

Seguendo quanto già era presente nell’etica matrimoniale indù dal IV secolo d.C. (nel Kama Sutra e nell’Ananga Ranga), viene ritenuto però doveroso "far bene all’amore", perché mezzo per ottenere figli, combattere la sterilità e le stesse alterazioni genetiche. Si fece strada cioè, a differenza di alcune interpretazioni del pensiero agostiniano, il principio che un atto sessuale vissuto con piacere dalla sposa fosse più utile al suo fine, quello riproduttivo, ritenuto ancora allora il principale. Si pensava cioè che l’uomo fecondasse meglio se possedeva una buona ars amatoria.

Contemporaneamente al concetto "ovista" sorse la teoria "animaluncolista". La scoperta (1677) da parte di un cultore di microscopi Antonio van Leewenhoek (1628-1694), dei "vermicelli spermatici", fece subito prospettare ai sostenitori del "preformismo" l’esistenza nei testicoli di "larve d’uomo", capaci di svilupparsi se, come pensarono Maupertuis (1698-1759) e Andry de Boisregard (1648-1742), penetravano nell’uovo.

Questi "animaluncoli" avrebbero avuto già forma d’uomo ("omuncoli", come alcuni affermavano di aver visto al microscopio), e a loro volta, come le bambole russe, si pensava contenessero l’una dentro l’altra tutte le future generazioni. C’era però chi, come il sacerdote naturalista Giovanni Needham (1713-1781) continuava a pensare che questi "animaluncoli" fossero vermi nati dalla putrefazione del liquido seminale.

Fino a metà dell’800 la disputa si mantenne ancora viva, malgrado Karl von Baer (1792-1876), creatore del termine "spermatozoo", avesse chiarito che questi "animaluncoli" erano gameti maschili.

Quest’ultimo autore, nel 1827 aveva potuto mettere in evidenza (all’interno di quelle che De Graaf aveva descritto come "uovo", in realtà follicoli ovarici) l’ovocita, da alcuni chiamato allora "ovulo" (uovo piccolo), e lo aveva dettagliatamente descritto, confermando le osservazioni di Malpighi. Si attribuisce a questo autore una delle prime fecondazioni artificiali umane ottenute ponendo seme in vagina.

Tornando al Seicento, questa fu un’epoca in cui l’attenzione ai processi di inizio della vita umana furono oggetto di numerosi studi e ricerche.

Interessante a tal proposito il testo Callipedia seu de pulcrae prolis (Parigi, 1656) di Claude Quillet (1605-1664), in cui si danno insegnamenti di come fare bene i figli. Ma dopo le scoperte di De Graaf e Loevenhlock, fu il XVIII secolo che, come abbiamo visto, cambiò volto alla procreazione.

Si cercava di ottenere "uomini geniali e belli" (vedi Reve d’Alambert di Diderot nel 1709, e la satira di John Hill sulla modalità di ottenere figli senza rapporto, Lucina sine concubitu, 1752). Da parte dei moralisti di allora, il palermitano Francesco Cangiamila scrisse un severo trattato, disputando sulla generazione e sul periodo in cui il feto divenisse "animato" (Embriologia Sagra, Palermo 1750).

Sempre in questo secolo, dopo le discussioni sulla generazione spontanea si giunse alla chiara consapevolezza che la fecondazione avveniva con l’introduzione in vagina di seme maschile. Noti a questo proposito sono gli esperimenti di Lazzaro Spallanzani (1729-1799) di fecondazione artificiale nella cagna.

L’identificazione dei cromosomi

Nel XIX secolo la fecondazione artificiale si diffuse nella coppia umana, specialmente in casi di impotentia coeundi, ma anche a fini sperimentali. I successi furono però scarsi perché, fino alle note scoperte attorno agli anni ’30 del XX secolo, si riteneva che la donna fosse fertile specialmente pochi giorni immediatamente prima del ciclo.

Molti di questi tentativi furono riportati nei numerosi trattati per la cura della sterilità apparsi in questo secolo. A titolo di esempio riportiamo un brano di Dartigues preso dal suo trattato De la procréation volontaire des sexes. Etude physiologique de la femme, Paris, 1882. «Mi trovavo nel 1866 a bordo di una fregata a motore nelle Antille, ove mi fu permesso di iniettare lo sperma di un marinaio francese nella vagina di una diciassettenne negra che aveva avuto già due figli di colore. Una sola iniezione fu sufficiente per ottenere un mulatto nove mesi dopo...».

Dartigues tornato in Francia, si adoperò in numerose fecondazioni artificiali, ottenendo, a quanto lui scrisse, notevoli successi nella coppia la cui attuale definizione di sterilità rientrava nel laconico sine causa.

Nel XIX secolo fu Archimede Pouchet (1800-1872) a usare per primo il termine di "ovulazione", come emissione dell’uovo all’esterno dell’ovaia. Il non molto conosciuto fisiologo francese Longet (1811-1871), nel 1850 definì successivamente in modo chiaro la fecondazione come fusione del gamete maschile (dal greco gamos, unione) con quello femminile: «lo spermatozoo giunto alla superficie dell’uovo o penetrato dentro, si fonde, si dissolve, si mescola, con l’elemento genetico femminile e da questa fusione nasce un’entità nuova». Oscar Hertwig (1849-1922) ne dette solo più tardi una descrizione sistematica.

Dalla metà del secolo XIX, occorrerà ancora quasi un secolo perché si mettano in evidenza gli ormoni regolanti l’ovulazione, e soprattutto si identifichino cromosomi, geni, Dna.

Ancora più tempo è occorso perché la bioetica potesse dare risposte nuove, accettando il concetto di «procreazione cosciente e responsabile», dando così dignità agli aspetti unitivi del gesto sessuale. Fu poi il Concilio Vaticano II che introdusse nell’etica cristiana l’uguaglianza fra fine unitivo e procreativo che era in precedenza definito primario.

Nella seconda metà del XIX secolo si affacciò alla ribalta la fecondazione extracorporea. Come è noto nel coniglio, a differenza delle altre specie l’ovulazione viene stimolata dal coito che fa anche maturare l’endometrio. Prelevati quindi gli ovociti già fecondati dall’utero della coniglia, tali ovicini vennero trasferiti in altra resa infeconda con l’asportazione delle tube, ma adeguatamente preparata in seguito alla copula.

Questi embrioni si annidarono e si svilupparono e ne nacquero coniglietti perfettamente normali.

Sulla base di questo esperimento si prospettarono già allora applicazioni all’uomo, rese possibili per le conoscenze sul ciclo mestruale della donna e la disponibilità di Gn Rh (Gonadotropin Relising Hormon) analoghi e delle gonadotropine.

Fecondazione in vitro

I primi tentativi di fecondazione in vitro dell’uovo umano risalgono a Rock e Menkin (1944), poi a Shettles (1953). L’inglese Edwards nel 1969 coltivò ovociti umani (prelevati da follicoli ovarici maturi) per 36-38 ore fino all’espulsione del primo globo polare e metafase di seconda divisione meiotica, pronti per la fecondazione; aggiunse ad essi spermatozoi (capacitati in sospensione nel liquido follicolare); poté così seguire la fecondazione e coltivazione di embrioni fino alla terza segmentazione. Nel 1971 portò lo sviluppo di embrioni in vitro fino allo stadio di blastocisti.

In Italia nel 1958 vi fu un discusso caso, quello del bolognese Petrucci che dimostrò attraverso film la fecondazione di uova messe in vitro e la coltivazione di embrioni nel liquido amniotico fino a quattro settimane. Nel 1964 comunicò di aver impiantato uova umane fecondate in un utero materno e nel 1975 dichiarò che una certa Rosetta Blasin aveva 12 anni e stava bene ( E. De Biasi, Maschio era meglio, Virgilio Editore, 1982).

Anche in America si impiantò nell’utero di una donna un uovo umano fecondato in vitro alla Columbia Medical Center di New York, ma il ginecologo Van de Wiele interruppe la gravidanza e per questo fu condannato al risarcimento di 25.000 dollari alla coppia sterile.

Il fisiologo Robert Edwards e il ginecologo Patrick Steptoe, dopo aver lavorato per dieci anni sulla fertilizzazione di uova umane in vitro, riuscirono a ottenere una gravidanza e un parto il 25 luglio 1978. La bambina Louise Brown nacque per taglio cesareo a 38 settimane e 5 giorni. Da quel momento si moltiplicarono nel mondo le fecondazioni in vitro con transfer endouterino di embrione (Fivet) e sorse come una gara, non solo nei centri di ricerca, ma anche in strutture ginecologiche di base, di dar vita a centri di fecondazione assistita. Spesso per ottenere i risultati si ricorse all’ingaggio di biologi stranieri. Data la relativa facilità di uso di queste tecniche a lungo sperimentate nella riproduzione animale, questi centri, in assenza di leggi e regolamenti si moltiplicarono.

Più tardi un ginecologo di origine argentina propose una tecnica di iniezione all’interno del padiglione tubarico (tramite laparoscopia), di spermatozoi e ovociti ricavati dalla stessa donna. Tale tecnica (Gift) consentiva di ottenere la fecondazione nel luogo ove naturalmente essa avviene.

Infine in caso di deficit del seme maschile fu proposta la tecnica di iniezione introcitoplasmatica di spermatozoi (Icsi) selezionati fra i pochi del coniuge all’interno dell’ovocita ricavato dalla donna. Tale tecnica è oggi ampiamente applicata nei numerosi laboratori di ricerca.

Questa rapida carrellata storica non può essere ovviamente esauriente, ma ritengo possa darci un’immagine di come l’uomo scopra le leggi della natura e contribuisca, attraverso l’arte medica, a modificare alcuni ostacoli al progetto riproduttivo.

Resta però sempre aperta una domanda non da poco: «fino a che punto il progresso scientifico e l’obbligatorio progredire della ricerca sulla vita umana ci autorizza a modificare i processi fisiologici legati all’inizio della nostra esistenza?».

Romano Forleo
    

I COSTI DELL’INSEMINAZIONE

La sterilità rappresenta oggi una patologia che non può più essere considerata solo come un problema della coppia dato che, come risulta dalla Commissione Guzzanti del 1995, ogni anno viene diagnosticata una causa di sterilità a 15.000-21.000 nuove coppie. Queste coppie saranno costrette a rivolgersi a specialisti della riproduzione per sottoporsi a tecniche che sicuramente rappresentano un costo importante, senza peraltro assicurare la gravidanza e con la prospettiva di ripetere il trattamento con il conseguente aumento dei costi. Si è fatto sempre più pressante quindi, da una parte la richiesta delle varie associazioni mediche del settore e da quelle rappresentate dai pazienti, che la sterilità sia riconosciuta come patologia e come tale che abbia l’accesso gratuito a tutte le strutture pubbliche, dall’altra la valutazione dello Stato dei costi di una disciplina che a tutt’oggi egli stesso ancora non è riuscito a regolamentare.

Per le tecniche di riproduzione assistita i pazienti possono rivolgersi a strutture pubbliche o private, ma proprio perché lo Stato non ha considerato la sterilità una patologia sono poche le strutture pubbliche funzionanti.

Nella valutazione dei costi va considerato l’utilizzo dei farmaci per l’induzione dell’ovulazione, l’ammortamento degli spazi destinati al prelievo ecoguidato dei follicoli e del laboratorio per il trattamento dei gameti, il costo del materiale monouso, quello del personale medico e biologico e di quello paramedico. Altri, includono i costi lavorativi della coppia che richiede il trattamento.

Si sa che nelle strutture private il costo per un ciclo di trattamento escluso l’utilizzo dei farmaci va a seconda dei centri dai 3.000 ai 5.000 euro, più difficile è il calcolo per le strutture pubbliche essendovi differenza tra regione e regione e che non tutte le regioni riconoscono rimborsi per questi trattamenti.

Discorso diverso è per i farmaci che sono a totale carico del Sistema sanitario nazionale sia per i pazienti che si rivolgono ai privati o al pubblico. I farmaci utilizzati per l’induzione della superovulazione sono sia di origine estrattiva (dalle urine delle donne in menopausa) che sintetica, ovviamente in questo caso con costo maggiore. Sono molti gli studi sul rapporto costo-beneficio dei farmaci estrattivi verso quelli sintetici con preferenza per quest’ultimi grazie al numero minore di fiale utilizzate e la maggior percentuale di gravidanza ottenuta per ciclo, differenze che secondo questi studi dovrebbero giustificare la maggior spesa. È difficile standardizzare il costo di una stimolazione ovarica in termine di fiale somministrate soprattutto per le variabili della risposta all’induzione prima fra le quali l’età della donna.

Si può calcolare che per una stimolazione in una paziente di età tra i 34-38 anni il numero delle fiale utilizzate sia in media 40, con costo pari a 2.000 euro per i farmaci sintetici e di un terzo per quelli urinari. Questi costi sono relativi a un ciclo di trattamento e calcolando che in media la percentuale di successo per una paziente di 34-38 anni è di circa il 25%, ogni coppia statisticamente dovrà effettuare più di un ciclo.

Pierluigi Giannini








 

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