Famiglia Oggi.

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n. 12 DICEMBRE 2003

Sommario

EDITORIALE
Saper riconoscere il desiderio autentico
di DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Una valutazione etica serena
di SANDRO SPINSANTI

apep00010.gif (1261 byte) Approvare una legge non più rinviabile
di CARLO CASINI

apep00010.gif (1261 byte) Il concepimento come ossessione
di DARIO CASADEI

apep00010.gif (1261 byte) I cortocircuiti emozionali
di PIER LUIGI RIGHETTI e SERENA LUISI

apep00010.gif (1261 byte) Glossario essenziale
SALVINO LEONE (a cura di)

apep00010.gif (1261 byte) Censimento dei vari centri di Pma
di GIULIA SCARAVELLI

apep00010.gif (1261 byte) Individuare i limiti irrinunciabili
di ELENA MANCINI

apep00010.gif (1261 byte) Storia della procreazione
di ROMANO FORLEO

apep00010.gif (1261 byte) I valori ineludibili della persona
di SALVINO LEONE

DOSSIER
Salvaguardare i diritti del neoconcepito
di CARLO CASINI e MARINA CASINI

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Ma chi è davvero un figlio?
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Non più un vergognoso segreto
di SERENELLA PARAZZOLI
Un taglio netto col passato
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Verso una solidarietà di qualità
di SERENA GAIANI

CONSULENZA GENITORIALE
Un accanimento incomprensibile
di ARISTIDE TRONCONI

POLITICHE FAMILIARI
Per finanziare microprogetti familiari
di GIORDANO BARIONI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Nuovi nuclei familiari
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

CONSULENZA GENITORIALE - QUANDO IL DESIDERIO DA SOLO NON BASTA

Un accanimento incomprensibile

di Aristide Tronconi
(psicoterapeuta)

Per far crescere sano un bambino non è sufficiente desiderare di dargli la vita. Bisogna avere un progetto familiare dentro cui possa crescere serenamente. Altrimenti troppi rischi sono in agguato.
  

Il desiderio di avere un figlio è un desiderio abbastanza comune e riguarda generalmente un po’ tutti, indipendentemente dal ruolo che uno si ritaglia nella società. Lo vogliono le coppie che si sono sposate, religiosamente o civilmente, allo stesso modo di quelle che scelgono la convivenza o che cambiano partner frequentemente; lo vuole il single tanto quanto il separato o il divorziato. Si può supporre che sia naturale per l’essere umano, una volta raggiunta la maturità, procreare.

Benché mi sia capitato alcune volte di sentire degli adulti che negavano di aver mai avuto questo desiderio, penso che ciò sia dovuto più a una sorta di ribellione o di terrore interno, che non alla libera espressione dei loro intenti. Può capitare, cioè, che una persona, nel suo diventare grande, si lasci alle spalle una storia tormentata e difficile, costellata da un passato pieno di sofferenze e di difficoltà, una storia che continua a esercitare la sua influenza nel presente dando l’idea che la nascita di un bimbo sia un grosso dispiacere.

Se penso, invece, a quelle persone che, nonostante un passato o un presente non facile, abbiano mantenuto dentro di sé un grado sufficiente di fiducia e di speranza, debbo dire che inevitabile sarà per loro confrontarsi con il desiderio di mettere al mondo un figlio: colui che continuerà la vita nel momento in cui per i genitori sarà arrivata la fine.

D’altronde è questo un modo che gli esseri umani hanno per fronteggiare le ansie legate all’invecchiamento e alla morte, il pensare cioè che la vita andrà comunque avanti e che qualcuno, dopo di loro, li ricorderà, con le parole, coi fatti, o con la semplice testimonianza di avere lo stesso patrimonio genetico.

Tuttavia il desiderio da solo non basta; occorre, perché si trasformi in un progetto, che si agganci con la realtà e si accordi con la priorità delle scelte che l’individuo compie. Una persona, ad esempio, che decide di entrare a far parte di una congregazione religiosa, sa che dovrà rinunciare a essere genitore. Allo stesso modo altre convinzioni morali o culturali possono ostacolare la realizzazione di questo desiderio; pur tuttavia la fantasia di generare un figlio, l’immaginarsi padre o madre, non viene in questi casi negata, bensì subordinata alla scelta di vita propria di quell’individuo.

Il fatto che vi sia la rinuncia, non significa che non vi sia il desiderio.

In questo penso stia la differenza tra chi dice di non aver mai voluto avere figli e chi, invece, i figli ha scelto di non averli perché non compatibili con la sua scelta di vita.

Un conto è la responsabilità e la coerenza e un conto è il terrore e la sfiducia.

I frutti della violenza

Troviamo, pur tuttavia, anche situazioni che funzionano al contrario, ossia vi sono persone che, nonostante non vi siano le condizioni morali, culturali, economiche e talvolta, persino fisico-ambientali, forzano il sistema del desiderio e lo rendono realtà, non tenendo assolutamente conto di ciò che è indispensabile perché un bambino cresca sano ed equilibrato.

Pensiamo a tutte le forme di violenza sessuale sulle donne, generate dalla convinzione che debbano sottomettersi a ciò che il maschio ha in mente, senza che vi sia condivisione o, peggio, la libertà di accettare o di opporsi.

In alcuni casi, inoltre, l’atto del procreare avviene in un clima generale di terrore, quasi che non sia più una rappresentazione della vita, ma della morte. Tutti noi ricordiamo la guerra avvenuta qualche anno fa nella ex Jugoslavia, quando alcuni soldati nell’invasione dello stato confinante, abusavano delle donne che incontravano sul loro cammino con l’intento esplicito di metterle incinte, perché così la razza, di cui loro si sentivano i fieri portatori, potesse continuare anche presso altre etnie.

Atti riparatori

Possiamo, inoltre, trovare individui che investono la gravidanza di connotati salvifici: il figlio è il tramite per realizzare un altro progetto, quello a cui veramente tengono e che solitamente coincide col matrimonio. Altre volte è un modo per trattenere il partner che si mostra indeciso sulla scelta da prendere: se separarsi, andandosene via di casa, oppure rimanere e continuare la vita di sempre.

In questo gruppo possiamo inserire anche quelle persone che non puntano tanto a salvare la convivenza o il matrimonio, quanto sé stessi. Capita cioè che l’atto del generare sia inteso come un atto riparatore di un’immagine di sé deteriorata. Possiamo citare l’esempio dei tossicodipendenti.

Non è così infrequente trovare giovani donne, da anni abituate al buco o dedite all’uso improprio di sostanze psicotrope, che rimangono gravide.

Benché il più delle volte intervengano, dopo il parto, i servizi sociali che affidano i neonati ai nonni, agli zii o a istituti appositi, di nuovo sono pronte a ricominciare da capo, a rimanere cioè nuovamente incinte, nonostante siano state avvertite che era indispensabile, per tenere il bambino, l’uscire dalla droga, dal giro delinquenziale dello spaccio e del consumo.

Riscattarsi come donna

Molte di esse, proprio perché non riescono a fare il passo che le porta a chiudere con la dipendenza, strutturando via via dentro di sé un’immagine di persona incapace, distruttiva e cinica, pensano di riscattarsi come donna e come essere umano, dimostrando di essere capaci di mettere al mondo un bambino, di costruire qualcosa di bello nella vita, quella vita che loro stesse hanno portato ai limiti del vivibile.

Il desiderio di avere un figlio si può scontrare, infine, con dei limiti fisici o psichici, limiti che possono far sorgere seri conflitti in quelle persone che avevano come obiettivo l’allargamento della famiglia. Intendo quei casi in cui la sterilità di uno, o di entrambi i coniugi, non permette di avere figli.

Può essere di tipo idiopatico e, in questo caso, le variabili psicologiche possono giocare un ruolo determinante, oppure dovuta a cause organiche specifiche, quali le malformazioni e le patologie infiammatorie della vagina, del cervice uterino, dell’utero o delle tube uterine (nella donna), ma anche l’aspermia e l’azoospermia (nell’uomo).

Quando si tratta di una sterilità psicogena, i limiti che impediscono il concepimento sono ovviamente di natura psicologica. Solitamente la tensione del mettere al mondo un figlio, la responsabilità che ne deriva, i fantasmi che sollecita, possono sottoporre la donna a una tale ansia da indurre un’irregolarità nell’ovulazione o da impedire una valida fecondazione (spasmo delle tube che non permette l’incontro tra spermatozoi e ovulo).

A riprova di ciò può accadere che dopo la decisione della coppia di adottare un figlio, o dopo che questi le sia stato assegnato, la donna rimanga incinta. Passato, a questo punto, lo stress riguardo l’arrivo di un nuovo componente nella famiglia, l’ansia ritorna a livelli più normali così da permettere il recupero dell’equilibrio somato-psichico abituale.

Quando il limite è invece fisico, è più difficile che vi sia un recupero spontaneo della capacità di procreare o di portare avanti una gravidanza. Se le cure per porre rimedio all’infertilità non vanno a buon fine, si apre la strada della fecondazione assistita.

Se l’insuccesso non li ferma

Si affaccia qui il problema di quanto valga la pena per la coppia di sottoporsi a interventi di forzatura. Se essi sono, tuttavia, guidati dal buon senso e dalla misura, possono essere considerati umanamente e psicologicamente leciti.

Come ho già detto agli inizi, è un desiderio di tutti gli esseri umani quello di volere dei figli e quindi il provare e riprovare a superare i limiti che la natura ha posto a questa eventualità è più che mai comprensibile.

Diventa, a mio avviso, meno comprensibile l’accanimento. Ho conosciuto coppie che in modo ostinato non volevano fermarsi davanti a ripetuti insuccessi, quasi che la realizzazione della loro esistenza passasse solo attraverso l’avere un figlio.

Penso sia rischioso per chiunque l’imboccare la strada dell’aver qualcosa o qualcuno ad ogni costo. A volte i limiti che la natura pone hanno un loro significato, anche se non sempre appare subito e in modo chiaro.

Fermarsi per capire e per accettare può essere, a volte, la soluzione più utile, poiché la realizzazione di sé non sta solo nel perseguire con prepotenza i propri obiettivi o nel realizzare con forza i propri desideri.

Esiste una dimensione dell’umano che può nascondersi alla coscienza, ma non per questo merita di essere violata.

Aristide Tronconi
   

TRA PSICHE E ANIMA INCONTRO AL CONFINE

L’11 ottobre 2003 si è tenuta a Milano una giornata di studio dal titolo "Tra psiche e anima. Incontro al confine tra religione ed esperienza psicoanalitica", organizzata dal gruppo di studio e ricerca Clinica psicoanalitica nel lavoro istituzionale, e dall’Unità di Psichiatria dinamica e psicoterapia dell’Ospedale Niguarda-Ca’ Granda.

Di rilevante interesse sono stati gli spunti di riflessione aperti con il contributo di Mario Aletti, docente di Psicologia della religione, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Aletti ha aperto il suo intervento precisando anzitutto l’oggetto di studio della Psicologia della religione, la quale non è interessata al contenuto di verità della religione (e nemmeno sarebbe competente a dire qualcosa in merito), ma piuttosto è orientata a indagare «le strutture, i dinamismi, e i processi psicologici attraverso cui l’uomo assume un atteggiamento (religioso o ateo) verso la religione». Di particolare fecondità è risultato l’utilizzo dei concetti winnicottiani (oggetto transizionale, illusione, costruzione dell’oggetto) per descrivere l’atteggiamento del credente: come il bambino crea l’oggetto (relazionale), anche se l’oggetto era già lì in attesa di essere creato, così il credente ricrea la religione che gli è offerta dalla cultura e dalle figure parentali, si «riappropria attraverso tutti i propri dinamismi consci e inconsci di ciò che gli viene trasmesso dalla cultura».

Come dice Aletti non si può parlare di religione se esiste solo un adeguamento passivo a riti, culti; infatti al centro dell’esperienza religiosa c’è proprio quest’intreccio tra aspetti soggettivi e oggettivi (area transizionale), vissuti di separatezza e di legame, intersezione che si rende visibile attraverso la rivitalizzazione di ciò che cultura e figure parentali ci offrono.

Emanuela Di Gesù

 

LA SENTENZA
RIDURRE I RISCHI DEL DANNO

E a chi vengono affidati? Al Comune di appartenenza, così aveva deciso la Corte di Appello di Milano e così ha ribadito la Corte di Cassazione civile (sent. 6970/03), confermando la legittimità della decisione. Infatti i giudici possono decidere di affidare ai Comuni i figli delle coppie di genitori separati che hanno un alto grado di litigiosità, tale da inquinare il rapporto degli adolescenti con le figure genitoriali. La Corte territoriale aveva affidato il figlio minorenne di un avvocato e della sua ex moglie al Comune di Milano con delega agli operatori dei servizi sociali di regolamentare tempi e modalità di visita e di incontri del ragazzino con la madre.

È una decisione non consueta e per certi psicologi forse azzardata soprattutto se si pensa che l’affidamento dei figli a un genitore o ad ambedue, utilizzando il cosiddetto affidamento condiviso, sia un diritto dei genitori separati che deve essere esercitato con maggiori o minori poteri da quello dei due che viene individuato dai giudici come il più "buono", il più disponibile della coppia tanto che ottiene il riconoscimento dell’affidamento dei figli.

Non è così. È un’attribuzione che il giudice esercita relativamente alla situazione di cui è venuto a conoscenza e che interviene secondo il principio che deve essere tenuto presente: ridurre il rischio di danni per lo sviluppo dei figli coinvolti in terremoti socio-affettivi.

Franca Pansini
(giudice di pace)








 

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