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n. 1 GENNAIO 2004

Sommario

EDITORIALE
A piccole dosi non è un danno
di DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Lo stress tra persona e ambiente
di MASSIMO SANTINELLO

apep00010.gif (1261 byte) Più pillole meno pensieri
di NIELS PETER NIELSEN

apep00010.gif (1261 byte) Far fronte alle illusioni moderne
di GIOACCHINO LAVANCO e TERRI MANNARINI

apep00010.gif (1261 byte) Dare qualità alla vita lavorativa
di GUIDO SARCHIELLI

apep00010.gif (1261 byte) Alcuni rimedi antistress
di ARISTIDE TRONCONI

apep00010.gif (1261 byte) Contrastare ciò che "invade" le case
di GIULIA PAOLA DI NICOLA

apep00010.gif (1261 byte) I media come risorsa per crescere
di LORENZA DALLAGO

DOSSIER
Prevenzione e cura del "burnout"
di ALFREDO BODEO

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Quando i cellulari non c’erano
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Fiabe e filastrocche per diventare grandi
di SERENA GAIANI
Prima delle nozze
di HARMA KEEN

MATERIALI & APPUNTI
Un attuale alfabeto dell’etica
di FLAVIO BATTISTON
Far emergere la violenza domestica
di MARIA TERESA PEDROCCO BIANCARDI

CONSULENZA GENITORIALE
Il rischio dell’amplificazione
di M. TERESA PEDROCCO BIANCARDI

POLITICHE FAMILIARI
Un villaggio per genitori e figli
PIETRO BOFFI (a cura di)

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Essere bambini in Afghanistan
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

COSTI NON SOLO ECONOMICI

Dare qualità alla vita lavorativa

di Guido Sarchielli
(docente di Psicologia del lavoro presso l’Università di Bologna)

È tempo di affrontare i risvolti negativi che si nascondono dietro le relazioni del mondo del lavoro. Mettere in risalto gli ostacoli che producono un malessere diffuso, è compito di coloro che devono migliorare i contesti psicosociali.
  

Diffusione crescente del fenomeno, meccanismi normali di risposta a condizioni avverse. 
È risaputo ormai che gli esiti dello stress in ambito occupazionale si riversano non soltanto sugli individui ma sul gruppo sociale di appartenenza.

L’ampia diffusione del termine stress nel linguaggio comune ha certamente contribuito a indirizzare una maggiore attenzione a un gran numero di conseguenze negative del lavorare e a riconoscere il diritto delle persone di operare in ambienti non minacciosi, sicuri e capaci di favorire esperienze positive. Tuttavia, quest’eccessiva facilità d’uso del termine rischia di «fare di tutta l’erba un fascio» ovvero di non aiutare a discriminare le caratteristiche specifiche di differenti processi che concorrono a mettere a repentaglio il benessere delle persone e la qualità della loro esperienza lavorativa.

Si potrebbe persino dimostrare che il concetto di stress è piuttosto antico e che spesso è usato solamente come nome attraente ed evocativo per indicare fenomeni e conseguenze negative del lavorare (come fatica, errori, incidenti e infortuni, ansia, stati di frustrazione e disagio psicologico), in realtà singolarmente noti da tempo. Per di più la ricerca e la riflessione sullo stress lavorativo ha già individuato una lunghissima serie di fattori potenzialmente in grado di attivare conseguenze negative sul lavoratore; ma tale modalità, per così dire, onnicomprensiva ha reso sempre più generica la capacità esplicativa della stessa nozione di stress: se lo stress può essere causato da tutto e se gli effetti sono circa gli stessi appare abbastanza difficile spiegare in cosa consista lo stress e come procedere con effettive indicazioni migliorative.

Dunque, abbandoniamo il concetto di stress? Probabilmente non è opportuno, almeno per valorizzare l’attuale interesse sociale su questo tema al fine di legittimare e diffondere buone pratiche organizzative intese a migliorare la qualità della vita lavorativa.

Del resto, lo sforzo attuale degli stessi ricercatori consiste proprio nel superare una visione deterministica dello stress (da una causa esterna a un effetto diretto sulla persona) riconoscendo il processo psicosociale che sta alla base, cioè la decisiva componente di valutazione soggettiva della realtà esterna percepita appunto come soverchiante la persona; nel cercare di assumere evidenze empiriche sulle specifiche cause e sugli effetti di una serie di processi interpersonali, sociali, organizzativi che definiscono la situazione stressante, delimitandone però i confini e specificandone le caratteristiche differenziali. Ciò detto per segnalare le difficoltà interpretative, vale comunque la pena illustrare alcuni punti consensuali della riflessione sullo stress nei contesti lavorativi, che ormai sembra rappresentare una sorta di "comune patologia individuale e sociale" alla quale però non ci si può assuefare.

Innanzi tutto si possono ricordare alcuni dati ricavati dalle indagini empiriche curate, fin dal 1996, in 15 Paesi europei dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro. Questi dati sono allarmanti anche perché segnalano una possibile continua crescita del fenomeno. Oltre il 57% dei lavoratori mette in risalto connessioni tra il lavoro svolto e la propria salute. Le grandi categorie di problemi riguardano, nel 30% dei casi, disturbi muscolo-scheletrici (come il mal di schiena); per il 28% disturbi da stress o collegabili a situazioni di affaticamento (circa il 23%). In più vanno tenuti presente i costi economici e sociali dovuti agli esiti dello stress lavorativo (circa 600 milioni di giornate lavorative perse per malattia e circa 20 miliardi di euro l’anno di costi economici connessi con questo genere di patologie).

Va poi sottolineato che il processo di stress lavorativo affonda le sue radici in un insieme di strategie (psicofisiologiche, cognitive, emozionali, comportamentali) che definiscono la possibilità della persona di contrastare una situazione minacciosa, di combattere un rischio percepito come rilevante per sé stessi. Una strategia di risposta può essere adeguata quando il rischio è ben definito, circoscritto, di breve durata; diviene invece maladattiva e pericolosa quando si ripresenta quotidianamente sotto la forma di insidioso combattimento per resistere o contrastare nemici più ambigui come: i cambiamenti imposti dell’orario di lavoro, la monotonia dei compiti, l’inadeguatezza dell’ambiente tecnico, organizzativo e sociale, l’impossibilità di decidere sul proprio lavoro, gli ordini di servizio inadeguati di un capo incompetente, l’eccesso di richieste lavorative rispetto alle risorse a disposizione, l’insistenza dei clienti e degli utenti.

Come si vede, parlare di stress lavorativo (come causa e come insieme di possibili effetti) spinge in realtà a considerare l’intero contesto di esperienza lavorativa e in particolare la relazione tra persona e contesto lavorativo. Levi, uno dei maestri nello studio dello stress del Karolinska Institute di Stoccolma, sottolinea in proposito l’importanza di procedere avendo ben chiaro che quando si cerca di capire lo stress lavorativo in realtà si studia come è fatto il lavoro. Occorre cioè mettere in evidenza che esso può svolgere una funzione di "sale della vita" (aspetti positivi), ma anche di "bacio della morte" (aspetti negativi).

Il lavoro ha questa possibile "doppia faccia" e risulta necessario identificarne i connotati se si è veramente interessati a capire come esso possa influenzare il benessere psicosociale della persona e come agire per ridurre le sue componenti di pericolosità per gli individui, i gruppi e le organizzazioni.

In altri termini, lo studio sullo stress diviene il punto di riferimento per dare sostanza al tema della qualità della vita lavorativa (intesa come esperienza soggettiva del benessere possibile in un concreto contesto di lavoro), ampliando una visione restrittiva, prevalentemente sanitaria che spesso ha caratterizzato la tradizione di ricerca e di intervento sullo stress. Il lavoro, infatti, può caratterizzarsi per una serie di attributi ciascuno dei quali si distribuisce lungo un continuum positivo-negativo ed è filtrato dalla valutazione della persona stessa che ne può riconoscere un significato per se stessa. Visto nella sua polarità positiva il lavoro, ad esempio, fornisce scopi e significati rilevanti per la vita della persona, struttura l’esperienza individuale, offre contenuti apprezzati a livello individuale e familiare, definisce un orizzonte temporale significativo per il conseguimento dei propri interessi da parte della persona stessa. È occasione di identità personale e sociale, di interazioni sociali significative, di costruzione e riconoscimento della propria dignità e valore, di ricavi materiali.

Tutto ciò è correlabile a condizioni concrete in cui le richieste fatte al lavoratore sono ottimali (e non massimali o sproporzionate alle risorse); vi è un ragionevole grado di autonomia decisionale; si presta attenzione a mantenere una soddisfacente chiarezza dei ruoli sociali e operativi; il clima sociale è amichevole e supportivo; le condizioni effettive di lavoro sono regolarmente monitorate per ridurre rischi, disfunzioni, imprevisti. Quando questi stessi attributi si presentano nella loro polarità negativa e la persona li percepisce come minacciosi per la propria vita, allora essi possono scatenare o accelerare esiti di malessere e veri e propri sintomi patologici, espressione, appunto, della cattiva qualità dell’esperienza lavorativa.

I disturbi più frequenti

I meccanismi psicopatologici identificati riguardano una combinazione di: reazioni emotive (ansia, depressione, percezione di alienazione); reazioni cognitive (riduzione della concentrazione e attenzione focalizzata, inefficienza o interferenze nei processi di richiamo dalla memoria, di apprendimento di nuove informazioni, dei processi decisionali); reazioni comportamentali (abuso di farmaci, tabacco, reazioni aggressive); reazioni psicofisiologiche (connesse al sistema neuroendocrino e immunitario).

Ma qual è il quadro degli effetti tangibili nei contesti lavorativi?

In molti casi si determinano manifestazioni di differenti forme di disagio psicologico non configurabili come disturbi anche se lesivi della qualità dell’esperienza lavorativa.

Compaiono, poi, veri e propri disturbi fisici e psicologici (psicosomatici) di grado lieve o medio, imputabili alle situazioni stressanti.

Si delineano, inoltre, vere e proprie sindromi patologiche correlate allo stress lavorativo come quelle di tipo acuto (con particolare riguardo a professioni svolte in condizioni di rischio elevato e di emergenza) e cronico (fra queste ultime, ad esempio, il burnout, tipica forma di stress cronico delle professioni sociali e di aiuto).

Non si deve dimenticare il fatto che, oltre a compromettere in modo netto la salute psicofisica e il benessere della persona la situazione di stress non controllabile può profondamente segnare il modo con cui un lavoratore imposta la propria vita e l’insieme delle sue relazioni interpersonali, familiari e sociali. I segnali di un’esistenza colpita dallo stress sono quelli di un’esperienza sociale impoverita: forme di adattamento passivo alla realtà lavorativa, impoverimento e tensioni nella vita familiare, restrizione degli interessi e dei desideri, scarsa partecipazione, povertà di proposte e di progetti per la vita futura.

Si è già accennato agli esiti economici diretti delle situazioni di stress per le organizzazioni di lavoro e per i sistemi previdenziali. Vale la pena comunque di richiamarli anche dal punto di vista dei fenomeni di anomia sociale, di alienazione e consumerismo che connotano le società moderne (per di più gli studi epidemiologici segnalano la crescita dei tassi di malattie mentali, di patologie cardiovascolari e di numerose forme di disadattamento sociale imputabili anche alla povertà di significati dell’esperienza lavorativa stressante).

Oltre settanta anni di studi sullo stress affrontati secondo approcci disciplinari medici, psicologici, fisiologici, sociologici hanno prodotto un’immensa mole di conoscenze settoriali sullo stress e in particolare sulle sue possibili cause.

L’elenco degli agenti potenzialmente causali (stressors) di natura fisica e psicosociale è ormai molto ampio. Per quanto concerne i rischi psicosociali, si possono considerare queste grandi categorie: rischi legati al contesto organizzativo (cioè alle funzioni e alla cultura organizzativa, al ruolo, allo sviluppo della carriera, allo spazio di decisionalità, alle relazioni interpersonali, al rapporto tra lavoro e famiglia); rischi legati al contenuto del lavoro (cioè all’ambiente in senso stretto, agli strumenti e le tecnologie, al modo con cui è progettato il lavoro, al carico di lavoro, ai tempi di lavoro); rischi connessi con le differenti risorse individuali possedute (stati transitori di fatica, emozionali, stati più stabili come stili di pensiero, identità personale, sentimenti di autoefficacia, atteggiamenti).

Tuttavia, resta il problema di convenire sui meccanismi di mediazione psicologica che operano il passaggio dall’agente causale all’effettivo impatto sulla salute e il benessere psicologico della persona.

Dimostrare le conseguenze

È forse giunto il momento di integrare tali conoscenze, di verificarne consensualmente la portata e le possibilità applicative anche al fine di tradurre le conoscenze di ordine generale in dispositivi di monitoraggio e controllo sui luoghi di lavoro in grado di sostenere effettive azioni di cambiamento (azioni di prevenzione, di correzione e anche sanzionatorie nel caso sia mantenuta un’inaccettabile quantità di rischi psicosociali). Non si può rimanere a un livello generico di semplice individuazione dei rischi psicosociali potenziali; per poter sostenere l’utilità pragmatica degli studi sullo stress occorre dimostrare con precisione l’associazione tra i rischi potenziali e le conseguenze per il benessere e la salute psicofisica delle persone e dei gruppi sociali, avere un quadro chiaro dell’incidenza, della prevalenza e della severità dell’esposizione ai vari fattori di stress ravvisati, identificare il loro grado di modificabilità con azioni dirette e indirette.

Solo così, anche le forme di aiuto al lavoratore potranno superare il puro intervento di "pronto soccorso" della persona per indirizzarsi sulla particolare combinazione di rischi (fisici e psicosociali) presenti nel suo ambiente di lavoro al fine di modificarla in modo consistente e duraturo.

Una prospettiva di questo genere può avviarsi più facilmente, cominciando a discernere nei diversi settori lavorativi e nelle differenti professioni quale combinazione di fattori di rischio risulta presente e tipica, quali probabilità essi hanno di trasformarsi in effettive situazioni stressanti, quali elementi di vulnerabilità si possono individuare e quali fattori sono in atto, in una data situazione, per attenuare il possibile legame tra rischio probabile ed effettiva comparsa di stress. Ciò renderebbe possibile parlare di stress lavorativo in modo specifico, nelle sue reali configurazioni nelle diverse professioni evitando il rischio frequente di farlo divenire una nuova "peste del secolo", con ciò limitando, di fatto, il suo valore analitico e pratico.

Nella Comunicazione della Commissione europea (Com/2002/0118 def.) si ribadiscono alcuni principi di fondo (prevenzione, benessere sul luogo di lavoro, strategie differenziate per attuare i principi, integrazione delle politiche economiche e sociali) finalizzati al miglioramento della qualità della vita lavorativa, vista come fattore determinante per la riuscita economica e sociale di un Paese moderno. Proprio in relazione alle recenti trasformazioni del lavoro l’adozione di un concetto allargato di qualità del lavoro (che comprende il benessere delle persone) impone di considerare appieno i numerosi rischi tuttora ignorati, di natura prevalentemente psicologica e psicosociale.

I richiami dell’Unione europea

È questa la strada maestra per accompagnare le trasformazioni del mondo del lavoro, non solo quelle tecniche e strutturali, ma anche quelle umane (differenze di genere, invecchiamento della forza lavoro, interculturalità, inserimento di giovani con tassi più elevati di istruzione) e quelle legate ai differenti contratti e tempi di lavoro (si pensi agli effetti psicologici della flessibilità, del lavoro temporaneo e atipico).

La Comunicazione della Commissione europea sembra un minitrattato di psicologia applicata ai problemi del lavoro laddove, assai di frequente, parla di fattori ed effetti psicosociali arrivando a elencare tra i nuovi rischi da monitorare e su cui intervenire professionalmente: stress, depressione, ansia, vari tipi di dipendenze, violenza sul luogo di lavoro, molestie e intimidazioni (stimati per ben il 18% dei problemi di salute che determinano concreti costi economici e sociali).

La strategia comunitaria per la salute e la sicurezza si conferma impostata sulla prevenzione e progettata a livello del benessere individuale, di quello organizzativo e sociale, con misure diversificate, interdisciplinari, capaci di affrontare i rischi tradizionali e quelli emergenti: a) «interazione tra agenti chimici, fisici e biologici»; b) «quelli legati all’ambiente globale del lavoro: ergonomici, psicologici e sociali».

La tradizione di ricerca e di intervento (programmi di stress management) in ambito psicosociale sostiene l’idea di agire sullo stress non solamente a livello dell’individuo (curando il singolo lavoratore con vari programmi di natura clinica), ma anche a livello di gruppo di lavoro e di organizzazione identificando i fattori stressanti in gioco e ipotizzando linee di riprogettazione e correzione della situazione ai tre livelli.

Servizi di prevenzione

Il documento europeo conferma la correttezza di questa modalità di azione rendendo comprensibile il comune interesse delle diverse parti sociali per il benessere delle persone e la qualità della vita lavorativa. Infatti, indica una serie di settori di attività e di competenza per chi opera nell’ambito della salute e sicurezza lavorativa: promozione e sensibilizzazione (per incidere sulla cultura organizzativa); formazione professionale (compresa l’educazione scolastica dei giovani), sensibilizzazione nell’ambito delle piccole e medie imprese; analisi del lavoro e dei contesti organizzativi e identificazione anche dei nuovi rischi (esigenza di un vero e proprio Osservatorio dei rischi); migliore applicazione della giurisprudenza esistente; ergonomia delle postazioni di lavoro.

Quali strutture operative potenziare? È ripresa con forza l’indicazione dei servizi di prevenzione a livello aziendale. Essi dovrebbero essere pluridisciplinari «anche per quanto riguarda i rischi di natura sociale e psicologica e dovranno integrare la dimensione di genere e farsi carico anche della tutela del lavoro minorile e della formazione alla sicurezza nell’inserimento dei giovani».

Quali passi ulteriori sono preannunciati? L’assunzione del tema della salute e sicurezza come parametro della qualità della vita lavorativa lascia intravedere ulteriori impegni della Commissione per ridurre i costi sociali ed economici della mancanza di qualità.

In particolare, è annunciata la richiesta agli Stati nazionali di inserire nei loro orientamenti sull’occupazione gli obiettivi di riduzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali (in relazione ai vari settori, all’età e al genere) e la problematica delle patologie e delle malattie legate allo stress.

Si sottolinea poi l’importanza del metodo del dialogo tra le parti sociali e della realizzazione di accordi volontari per affrontare, in vari settori, soprattutto la multiforme problematica dello stress e della prevenzione dei rischi; l’adozione di incentivi economici per la realizzazione di programmi per la salute negli ambienti di lavoro; il collegamento della politica di prevenzione con le altre strategie correlate: di tipo ergonomico (ideazione e fabbricazione e commercializzazione delle attrezzature di lavoro), di politica per l’occupazione, di politica di assistenza ai disabili.

Guido Sarchielli
    

BIBLIOGRAFIA

  • Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, Ricerca sullo stress correlato al lavoro, Ispsel, Roma 2000.

  • Cassidy T., Stress e salute, Il Mulino, Bologna 2002.

  • La Rosa M., Stanzani F. (a cura di), Sicurezza, prevenzione e qualità del lavoro, Franco Angeli, Milano 1999.

  • Levi L., Spice of Life or Kiss of Death, in "Working on Stress" n. 5, pp. 11-13, 2002.








 

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