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n. 1 GENNAIO 2004

Sommario

EDITORIALE
A piccole dosi non è un danno
di DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Lo stress tra persona e ambiente
di MASSIMO SANTINELLO

apep00010.gif (1261 byte) Più pillole meno pensieri
di NIELS PETER NIELSEN

apep00010.gif (1261 byte) Far fronte alle illusioni moderne
di GIOACCHINO LAVANCO e TERRI MANNARINI

apep00010.gif (1261 byte) Dare qualità alla vita lavorativa
di GUIDO SARCHIELLI

apep00010.gif (1261 byte) Alcuni rimedi antistress
di ARISTIDE TRONCONI

apep00010.gif (1261 byte) Contrastare ciò che "invade" le case
di GIULIA PAOLA DI NICOLA

apep00010.gif (1261 byte) I media come risorsa per crescere
di LORENZA DALLAGO

DOSSIER
Prevenzione e cura del "burnout"
di ALFREDO BODEO

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Quando i cellulari non c’erano
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Fiabe e filastrocche per diventare grandi
di SERENA GAIANI
Prima delle nozze
di HARMA KEEN

MATERIALI & APPUNTI
Un attuale alfabeto dell’etica
di FLAVIO BATTISTON
Far emergere la violenza domestica
di MARIA TERESA PEDROCCO BIANCARDI

CONSULENZA GENITORIALE
Il rischio dell’amplificazione
di M. TERESA PEDROCCO BIANCARDI

POLITICHE FAMILIARI
Un villaggio per genitori e figli
PIETRO BOFFI (a cura di)

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Essere bambini in Afghanistan
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

MATERIALI & APPUNTI - CONCETTI E IDEE LEGATI ALLE PROFESSIONI SOCIOSANITARIE

Un attuale alfabeto dell’etica

di Flavio Battiston
(bioetico)

Raccogliere in ventun parole i contenuti morali della sanità è un’impresa da non sottovalutare perché può offrire una buona dose di spunti per la riflessione di tutti, pazienti compresi.
  

Riassumere in poche parole – una per ogni lettera dell’alfabeto – i concetti principali dell’etica ascoltando e dialogando con gli operatori sociosanitari. Si è potuto così fissare in 21 termini le questioni etiche con cui chi lavora nelle corsie degli ospedali, o in altre strutture sanitarie e assistenziali, è costretto a fare i conti quotidianamente. Le riflessioni raccolte mi consentono di coniugare da un lato la consapevolezza, riscontrata in molti di questi operatori, che la dimensione etica del loro lavoro è inseparabile da quella prettamente tecnica e dall’altro alcune linee guida emerse nel dibattito sulla bioetica degli ultimi anni.
  

Accoglienza
È l’obiettivo di chi opera nell’ambito sociosanitario: accogliere il bisogno nella sua unicità e irripetibilità. Non è una tecnica che si aggiunge alle prestazioni quotidiane del medico, dell’infermiera e di altre figure professionali, ma è il significato e il senso più profondo del loro agire. Accoglienza significa: operare con una disponibilità disinteressata nei confronti delle necessità della persona; non ripetere meccanicamente le proprie mansioni, ma saperle ripensare per renderle aderenti ai bisogni cui si è chiamati a rispondere senza ricorrere a modelli o regolamenti che snaturano le persone e le rendono dei numeri; riconoscere il valore e l’autonomia dell’altro; assumere un atteggiamento basato sulla capacità di vedere e di percepire le cose come se fossimo l’altra persona.
  

Benevolenza
"Fare il bene del paziente" è stato da sempre lo scopo dell’agire in campo medico e ancora oggi conserva la sua validità. Sono cambiati però i soggetti che concorrono a determinare il bene del paziente: accanto al medico rivendica un ruolo da protagonista il paziente stesso o chi ne rappresenta i diritti. I benefici si riferiscono a ciò che è valido e buono per il paziente così come lui lo percepisce. Dalla domanda «è bene?» che si poneva il medico si è passati all’interrogativo «è bene per me?» che si pone il paziente. Alle spalle di questo cambiamento c’è il crescente peso che i principi di autonomia e di autodeterminazione hanno assunto nel pensiero contemporaneo. Le decisioni in campo medico si determinano considerando anche gli obiettivi, i valori e le convinzioni del paziente. Ciò non significa tuttavia ridurre il medico a strumento o esecutore dell’idea di benessere che il paziente ha elaborato.
  

Comunità
È il nocciolo delle questioni etiche: la maggior parte dei problemi morali nasce perché viviamo in una comunità. La relazione con gli altri è elemento basilare della maturazione e crescita di ciascuno tanto che l’uomo non diventa realmente tale senza l’aiuto degli altri e il rapporto con gli altri. Questa esperienza quotidiana e fondamentale della nostra esistenza ci porta a individuare nella relazione e nell’alleanza terapeutica il primo strumento cui il personale medico e assistenziale deve fare ricorso. Ciò significa condividere e vivere l’idea che le azioni che io compio non hanno valore e significato solo in rapporto alle mie intenzioni o al senso che io attribuisco loro, ma anche in rapporto agli altri cui si riferiscono o che semplicemente le osservano e le interpretano: i miei comportamenti hanno un rilevante valore etico perché implicano sempre la relazione con un altro.
 

Diritti umani
Dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 vorrebbero costituire la base per garantire la pace, la libertà e la coesistenza fra le diverse culture. I diritti elencati da questo importante documento appartengono all’uomo in quanto tale, vengono prima di qualsiasi organizzazione politica e rivendicano una validità universale tanto da costituire oggi forse l’unico assoluto da tutti condiviso. Ogni operatore sociosanitario deve mirare anche ad assicurare i diritti umani dell’assistito soprattutto quando questi non è in grado di garantirseli personalmente. In quest’ottica le pratiche sanitarie quotidiane, il favorire la socializzazione, il garantire una corretta informazione, il sostegno religioso e quant’altro fa parte di una corretta opera di assistenza, sono, oltre a dei bisogni che richiedono soddisfacimento, dei diritti che esigono tutela.
  

Efficacia
È un termine proprio dell’ambito della tecnica che però trova sempre più spazio in quello dell’assistenza medica in cui viene a indicare la capacità di un intervento terapeutico di modificare in senso positivo il decorso di una malattia, o semplicemente di un sintomo, eliminandola o controllandone l’evoluzione. Pur essendo di fronte a una valutazione oggettiva che dipende dalla letteratura in materia, se ne deve comunque parlare anche in una prospettiva etica per quanto detto a riguardo del termine "benevolenza". Non è sufficiente che ci siano dati tecnici che confermano l’efficacia dell’intervento perché esso costituisca un bene per il paziente. Questo criterio importante per decidere se iniziare o meno una terapia e su cui il medico ha l’ultima parola non può essere assolutizzato, ma messo in relazione con altri.
   

Fede
I bisogni di tipo spirituale riguardanti senso e il significato della vita assumono una particolare importanza nel momento della malattia e della sofferenza. Dare risposta ai bisogni spirituali della persona sofferente, al di là della dimensione strettamente religiosa e di fede, significa contribuire a garantire il suo benessere, favorire l’accettazione o comunque una maggiore serenità nel vivere l’attuale situazione di difficoltà. Tutto ciò assume valore nella cura dei malati terminali giacché la morte risveglia sentimenti religiosi, domande sul senso dell’esistenza o sulla vita ultraterrena. La soddisfazione di tali bisogni riguardanti la dimensione più profonda dell’essere umano sono dunque parte integrante del lavoro di chi opera in ambito sociosanitario. Questo chiede che ci sia reciproca collaborazione fra medici, infermieri e aspetto religioso facendo in modo che quest’ultimo sia parte integrante dell’équipe curante o assistenziale.
  

Globale
In ogni intervento sanitario o assistenziale ciò che è in questione è la dignità della persona nella sua totalità e ciò significa che sono coinvolte tutte le dimensioni dell’uomo durante l’intero sviluppo biologico e sociale. Qualunque intervento sanitario o assistenziale che affronti il bisogno da un solo punto di vista, sia esso quello medico, psicologico, sociale, economico, è destinato a non dare una vera risposta perché corrisponde a una visione parziale dell’uomo. Oggi è una priorità ribadire questo perché spesso, anche a causa della specializzazione e settorializzazione che ha prodotto indubitabili benefici, rileviamo una medicina centrata sulla malattia e che trascura la persona bisognosa vista a volte solo come "una macchina da riparare". Se con il termine malattia si intende oltre ai problemi fisici anche la sofferenza di una persona caratterizzata da affetti, da rapporti sociali, da un ruolo, da una storia unica e irripetibile, allora i medici, gli infermieri e tutti gli altri operatori del settore saranno prima di tutto consiglieri, guide, persone di cui fidarsi se non addirittura amici e solo secondariamente dei tecnici.
   

Hospice
Queste strutture destinate ai malati terminali sono il segno di una medicina che va oltre il curare ed estende la propria opera al prendersi cura rifiutando da un lato la logica del «non c’è più niente da fare», che si traduce nell’abbandono e nel disimpegno verso il malato, e ribadendo dall’altro con forza che il processo del morire costituisce parte integrante della vita dell’uomo. La morte conserva il suo carattere di dramma, ma per quanto accompagnata da angoscia, paura, sofferenza gli ultimi momenti della vita non sono un tempo da abbreviare a ogni costo. La morte non è un fatto accidentale nella vita di una persona, ma al contrario è un avvenimento capace di gettare luce e di dare significato a un’intera esistenza e che come tale il malato ha diritto di vivere in pienezza per quanto menomato nel corpo e provato nello spirito. Ascoltare, stare accanto, comunicare il nostro interesse per lui, in una parola accompagnarlo, sono parti integranti della medicina e concorrono alla promozione della dignità del malato.
  

Informazione
Una delle novità rilevanti nel campo sociosanitario è certamente il consenso informato che costituisce la possibilità per il paziente di decidere in modo libero e consapevole della propria persona. Tale consenso è certamente un dovere giuridico, ma prima di tutto risponde a un’esigenza etica: la tutela della dignità della persona. Il consenso informato è uno strumento al servizio della dignità della persona, è segnale, espressione, manifestazione di una situazione di libertà che va garantita ad ogni uomo. Se non vogliamo stravolgerne il significato originario, esso non va inteso come una norma burocratica bensì come un rapporto di fiducia fra medico e paziente che si trovano su un piano di uguaglianza che non riguarda le conoscenze, ma la libertà e il rispetto al fine di creare una più stretta collaborazione fra i due. Perciò l’informazione fornita al paziente non dovrebbe essere un semplice "dare notizie", ma essere il risultato di un percorso di reciproca conoscenza che porta all’instaurarsi di un rapporto di fiducia fra chi si trova in stato di bisogno e chi cerca di far fronte a questa situazione.
  

Libertà
Non ha senso parlare di morale se non riconosciamo come caratteristica fondamentale dell’uomo quella di essere un individuo libero e forse al di là di tutto il primo compito dell’etica è insegnarci a usare bene della nostra libertà. Tra etica e libertà c’è un legame così stretto che «fai quello che vuoi» dovrebbe essere la regola di una morale correttamente intesa facendo però attenzione che ciò non significa «fai la prima cosa che ti viene in mente». Al contrario comporta conoscere in maniera accurata le circostanze in cui opero, evidenziare con lucidità le ragioni che mi spingono ad agire, portare allo scoperto i valori e i principi che sottostanno alla mia decisione, prevederne le conseguenze immediate e più in generale sull’intero sistema dei valori che mi guida. La libertà implica perciò la responsabilità delle decisioni che nell’ambito sociosanitario non può essere lasciata al solo medico, ma deve coinvolgere tutti i soggetti interessati e perciò lo spazio più appropriato pare essere quello dei comitati etici.
   

Malattia
Paradossalmente, in un contesto culturale che ha fatto della salute un valore assoluto attribuendo alla medicina compiti che vanno al di là del semplice stare bene, ma che si estendono anche al vivere bene, l’uomo si trova sempre più indifeso e sguarnito di fronte alla malattia. Nel momento della sofferenza mi pare che all’etica spetti un duplice compito: riconoscere nella malattia un’esperienza unica, personale che ognuno vive in maniera diversa dagli altri anche se la patologia è la stessa. Ciò comporta l’evitare atteggiamenti che banalizzano la situazione della persona cui prestiamo assistenza; aiutare la persona sofferente a riconoscere nella malattia una possibilità di crescita e di maturazione. Con termini filosofici possiamo dire che la strada da percorrere è quella di trasformare la malattia da fatto naturale a evento personale. Fare in modo che il malato viva la malattia come parte integrante della sua vita e non come uno stop forzato.
   

Norme e Ordini
Sono spesso le prime parole che vengono alla mente parlando di morale. La morale è chiamata a dare un giudizio che ha come estremi il bene e il male e ciò implica, di necessità, permettere o condannare alcuni modi di agire e quindi richiede che si pongano dei limiti. Tuttavia porre delle norme o dare degli ordini è l’aspetto meno importante dell’etica. Il compito principale consiste nell’offrire una visione della realtà e in particolare dell’uomo, nel proporre dei valori di riferimento che ognuno dovrà avere presente nella ricerca personale di quello che sarà il comportamento giusto. Non ci si deve proporre tanto di stabilire limiti e divieti, quanto piuttosto di ricercare il senso e il significato delle azioni, di individuare i valori in gioco, di analizzare l’agire umano (motivazioni, conseguenze, contesto) affinché una persona sia, per quanto possibile, pienamente consapevole di ciò che fa.
  

Pazienza
La ricerca del comportamento giusto richiede di fondo l’atteggiamento della pazienza che si traduce da un lato nella tenacia di credere che è possibile trovare una soluzione che corrisponda al bene della persona e dall’altra nell’assumere il dialogo come strumento di ricerca. Se il confronto dev’essere l’atteggiamento fondamentale della nostra vita, ciò vale particolarmente nel campo etico in quanto testimonianza della nostra incapacità di scoprire da soli la verità sia per quanto riguarda la conoscenza sia per quanto riguarda l’agire: ogni autentica ricerca del vero bene non può sottrarsi al confronto. Nel campo assistenziale questo si attua attraverso il lavoro di équipe e il continuo raffronto che ci deve essere al suo interno e con il malato: la "soluzione migliore" è sempre frutto di una ricerca che coinvolge più persone cominciando dal paziente stesso.
   

Qualità
Spesso nell’ambito sociosanitario si parla di "qualità della vita" contrapponendola alla "sacralità della vita". Entrambe le posizioni comportano dei rischi se assolutizzate. In nome della "qualità della vita" alcuni pretendono di decidere per altri, secondo presunti criteri oggettivi, quando una vita sia degna di essere vissuta e probabilmente questa decisione sarà presa in base a canoni produttivi o funzionali dimenticando aspetti fondamentali della persona. L’eccessiva enfasi sulla "sacralità della vita" che pure contiene molti validi elementi (ad esempio: il riconoscere l’uguale valore d’ogni vita umana) potrebbe generare un attaccamento esagerato alla pura esistenza biologica. L’espressione "dignità della vita" vorrebbe favorire la sintesi fra le due posizioni esprimendo sia il valore assoluto dell’uomo sia l’attenzione alla singola situazione in cui vive condannando ogni uso strumentale della persona, che è sempre fine e mai mezzo, e sottolineando che la vita è dono, ma da vivere nella condivisione e nella comunità con gli altri.
  

Responsabilità
Nella società odierna è indicata da molti come il criterio morale per eccellenza. Agire in modo responsabile nell’ambito di cui ci occupiamo, almeno in una prima approssimazione, mi pare significhi: tenere in considerazione il pluralismo di valori e di concezioni morali e religiose che caratterizzano la società attuale; valutare il rapporto costi-benefici di ogni scelta. Sarebbe però un atteggiamento irresponsabile valutare tale rapporto in termini di pura funzionalità escludendo le altre dimensioni che caratterizzano l’esistenza di una persona; considerare sempre la totalità della persona in ogni scelta. A un livello più profondo credo che responsabilità significhi avere la consapevolezza che ciascuno dei miei atti mi costruisce, mi dà un’identità, "m’inventa". Tutte le mie decisioni prima ancora che sugli altri lasciano delle tracce su di me e anche solo per questo motivo non sono indifferenti.
  

Servizio
Il termine è spesso usato per indicare l’opera del personale sociosanitario e a volte è considerato sinonimo di assistenza, ma le due parole pongono l’accento su aspetti diversi dello stesso lavoro. L’etimologia di assistenza fa emergere "l’essere presente", "il partecipare" che caratterizza l’opera di chi lavora nell’ambito sociosanitario. Assistere quindi non significa solo prestare la propria opera professionale a chi si trova in uno stato di bisogno, ma anche compiere con lui un tratto di strada condividendo e ascoltando le sue paure, preoccupazioni e ansie. Il termine servizio rivela gli aspetti di dedizione, di disponibilità e di sacrificio che accompagnano a volte le professioni sociosanitarie. Entrambi sottolineano comunque come non sia sufficiente limitarsi a rispondere alle esigenze chiaramente espresse dell’utente, ma si debba offrire un aiuto, attraverso una reale capacità d’ascolto e l’attenzione alla comunicazione non verbale, affinché egli esprima liberamente i propri reali bisogni e necessità di cui non sempre lo stesso paziente ha piena consapevolezza.
   

Tradizione
Per l’ansia di novità e di autonomia che caratterizza la nostra società è parola vista con sospetto. In realtà la vita degli uomini è talmente legata a una serie indefinita di rapporti e legami che nessuno parte da zero. Perciò essere liberi non significa fingere che tali relazioni non ci siano, ma averne consapevolezza e riviverle come parte integrante della nostra vita. Tradizione inoltre non è sinonimo di staticità, ma piuttosto di narrazione continua, di possibilità di migliorare e di maturare la propria identità aggiungendo un personale tassello. Ciò vale anche in campo morale dove ogni singola decisione ha il suo alveo naturale nella storia passata della persona e dunque le scelte degli operatori sociosanitari non possono mai porsi in contrasto con quelli che sono i valori, gli ideali, il progetto di vita di una persona anche se non li condividono.
  

Unicità
È qualcosa in più di individualità che può essere riferita anche, ad esempio, al lupo nel branco. Solo le persone possono parlare di unicità che significa riconoscere loro il carattere di originalità e di irripetibilità. Queste caratteristiche sono un inno alla diversità che costituisce il presupposto per l’autentica comunicazione, per la possibilità che ciascuno abbia una sua identità, per il dialogo, per l’amicizia e per l’amore. Se non c’è il riconoscimento di questa unicità prevale l’indifferenza, l’omologazione, la negazione delle persone, e l’autentica tolleranza, nata per garantire il diritto di opinione e di parola, diventa relativismo, cioè equivalenza fra le scelte e impossibilità di interloquire. L’alleanza terapeutica fra medico e paziente deve far emergere questa diversità ed essere sempre strumento di personalizzazione esaltando la singolarità di ciascuno.
  

Valore
Nell’esperienza dell’ammirazione, dell’indignazione, del rimorso percepiamo che è in discussione qualcosa che ci tocca al di là del nostro piccolo mondo e che dovrebbe valere per tutti e non solo per noi. In alcuni casi avvertiamo il desiderio d’imitazione perché riconosciamo che quel gesto dà attuazione a qualcosa che riteniamo importante. Questo qualcosa è il valore. Le esperienze quotidiane hanno alle spalle dei giudizi etici, si fondano su un ragionamento e/o su un sentire che ha come punti di riferimento dei valori, realtà cioè che riconosciamo fondamentali del nostro agire e che si rifanno alla visione che noi abbiamo del mondo e in particolare dell’uomo.
   

Zuzzurellone
È colui che non considera seriamente la vita per cui una cosa vale l’altra. Simile atteggiamento è agli antipodi dell’etica la cui prima convinzione è invece che una cosa non vale l’altra. E questa è anche la prima regola della vita qualitativamente buona che l’etica vorrebbe insegnarci. Le altre regole sono: sincerità nel dire se ciò che facciamo è veramente ciò che vogliamo; sviluppare il buon gusto morale così da avvertire come cattivi alcuni comportamenti; rinunciare agli alibi (l’abitudine, il carattere) e assumersi la responsabilità di ciò che facciamo. Fare nostri questi atteggiamenti significa avere una coscienza morale.

Flavio Battiston








 

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