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n. 2 FEBBRAIO 2004

Sommario

EDITORIALE
"Sfuggenti come pantere"
di DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Vivere in assenza di gravità
di VITTORIO FILIPPI

apep00010.gif (1261 byte) Niente è per sempre?
di BARBARA ROMANO e ANDREA DIPACE

apep00010.gif (1261 byte) Dallo "snack" alla tavola apparecchiata
di GIUSEPPE MINOIA

apep00010.gif (1261 byte) Ancorati al rigido sistema familiare
di MARIATERESA ZATTONI e GILBERTO GILLINI

apep00010.gif (1261 byte) Armonizzare i processi psichici
di CRISTINA SAOTTINI

DOSSIER
Navigare nel presente senza progetto
di MARIA ASSUNTA VICINI

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
L’età dell’incertezza
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Cresciuti a cartoni e "videoclips"
di STEFANO GORLA
La personale indagine di Christopher
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Per una cultura della sicurezza stradale
di PINO PIGNATTA
Dove va il diritto di famiglia?
di MARINO MAGLIETTA
Comunità di famiglie cercasi
di SERENA GAIANI

CONSULENZA GENITORIALE
Nostro figlio, questo sconosciuto
di EMANUELA CONFALONIERI

POLITICHE FAMILIARI
Famiglie professionali nel milanese
di SIMONA TROVATI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Adolescenti obesi in Usa
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

PROFILO DEI VENTENNI

Vivere in assenza di gravità

di Vittorio Filippi
(sociologo, docente presso l’Università di Venezia)

Per quanto riguarda le scelte lavorative, le libertà domestiche, il rapporto col proprio corpo e la tranquillità psicologica, i giovani maschi stanno decisamente meglio delle loro coetanee. Il loro disagio può derivare dal sentirsi in un "vuoto" che impedisce loro di esprimersi e di lanciare eventuali grida d’aiuto.
  

Attualmente nel nostro Paese vivono circa tre milioni e ottocentomila giovani tra i 15 e 25 anni. Secondo le previsioni dell’Istat nel 2051 non saranno più di due milioni e mezzo. Aumenta, invece, la presenza di coetanei immigrati.

Fare la foto di gruppo dei ventenni italiani di oggi significa senza dubbio raggruppare e interpretare alcuni tratti psicosociali di questa "Generazione Y" al maschile. Occorre cioè – metodologicamente – scremare dati, tendenze e umori (mood) di un mondo (per molti versi eterogeneo, per altri invece ben omogeneo se non addirittura omologato) che comprende circa tre milioni e ottocentomila giovani (nella fascia estesa 15-25 anni).

È un segmento biografico sottoposto prevedibilmente a forti sconvolgimenti. Il primo è di tipo quantitativo: le previsioni demografiche dell’Istat (ipotesi centrale) proiettate sul lontano 2051 vedono ridursi i ventenni a poco più di due milioni e mezzo di unità, in pratica circa un terzo in meno.

In secondo luogo sono – per la prima volta nella storia sociale dei giovani italiani – un segmento che si va pluralizzando culturalmente a causa dell’immigrazione. Sono già quattordicimila i ragazzi stranieri che frequentano le superiori – stima il Dossier Statistico 2003 della Caritas – cifra ancora contenuta ma in rapidissima crescita e portatrice di nuove ridefinizioni dell’universo dei teenager.

In terzo luogo questi sono giovani nati alla fine degli anni Settanta ma per lo più degli anni Ottanta da genitori baby boomer che ovviamente hanno "respirato" il clima libertario degli anni Settanta. In particolare hanno vissuto da un lato quella grande trasformazione di genere che è il femminismo, dall’altro l’evaporazione sociale del ruolo del padre (Risé, 2003) e di conseguenza la difficoltà per i maschi di "pensarsi" come tali.

Infine da tempo si rileva come i giovani contino meno (Censis 1994, Diamanti, 2000): non solo per motivi demografici, ma anche perché non fanno più "rumore", non contestano e anzi si conformano facilmente. Addirittura c’è chi dice, negli Stati Uniti, che proprio la "Generazione Y" è la migliore e la più educata.

Tuttavia i giovani maschi vivono per la prima volta un mondo per molti versi simmetrico in termini di genere, un mondo non più solo "maschile" (e sempre meno maschilista) e con padri e madri che vivono il loro rapporto di coppia in termini negoziali all’interno di famiglie quasi sempre bicarriera.

È noto che uno dei fenomeni sociali più tipici della realtà italiana è quello della "famiglia lunga", del fatto cioè che il matrimonio venga posticipato (se non evitato) e che i giovani rimangano (confortevolmente) in famiglia. E ciò vale in particolare proprio per i maschi, dato che – rileva l’ultimo Rapporto Iard – tra i 25 e i 29 anni vive nella famiglia di origine l’81% dei ragazzi (contro il 59 delle coetanee) e tra i 30 e i 34 anni il 41% dei ragazzi (contro il 25 delle ragazze).

Tuttavia – prosegue lo Iard – «le differenze tra i dati maschili e quelli femminili rimandano al fatto che il modello di costituzione delle nuove coppie continua a vedere un’asimmetria tra le età dei partner: dato che l’età media al matrimonio risulta maggiore per i ragazzi che le ragazze, anche l’uscita dalla famiglia di origine tende a verificarsi successivamente per i primi che per le seconde. In effetti, se si considerano i celibi e le nubili, la permanenza nella famiglia di origine risulta molto simile, pari complessivamente al 92,4% dei ragazzi e al 92,9% delle ragazze» (Buzzi, Cavalli, De Lillo, 2002).

Comunque nella "famiglia lunga" si sta bene, dato che i margini di libertà dei giovani appaiono ampi. In particolare, come ci si poteva attendere, sono i maschi ad avere assai meno limiti da parte dei genitori. Quantificando: il rapporto maschi-femmine circa i "livelli di libertà molto ampi" – stima lo Iard – è del 25% dei primi contro il 12% delle seconde. E il picco massimo della differenza di genere si trova nell’area affettiva-sessuale come il dormire fuori casa e nell’avere spazi domestici di intimità con il partner.

Circa invece la collocazione in casa, il rapporto di genere si inverte: sono i maschi i meno coinvolti. Infatti questi ultimi – a parte le piccole manutenzioni e qualche attività burocratica – sono ben poco "chiamati" alla gestione delle attività domestiche: ad esempio un quarto di loro non mette in ordine la propria camera, contro appena il 4% delle coetanee. In generale si impegnano molto nei lavori domestici appena il 10% dei maschi contro un terzo delle ragazze (specie di classe sociale bassa).

Il fatto di uscire di casa per costruire una coppia – coniugale o meno – interessa in misura minore i maschi, come s’è detto. Ad esempio nella fascia dei 25-29 anni troviamo coniugati o conviventi il 12% dei maschi contro il 34% delle femmine, mentre tra i 30 e i 34 anni le percentuali sono rispettivamente del 48% e 69%. Anche se i giovani maschi appaiono chiaramente ispirati alle tendenze del démariage, le ricerche sulle neocoppie li presentano comunque meno insoddisfatti del rapporto e più tradizionali nel modo di concepire e di vivere la coppia. Circa il primo punto i giovani – rispetto alle partner – esprimono gradi di condivisione e di accordo del ménage maggiori.

Resiste il "maschilismo"

Il tradizionalismo maschile si rivela nella quotidianità delle giovani coppie: così la divisione del lavoro domestico grava notevolmente sulle donne, a parte l’eccezione – di esclusivo monopolio maschile – delle piccole manutenzioni. Viceversa lo stirare è monopolio femminile. Ma il tradizionalismo emerge anche dalla visione dei ruoli di genere: per il 43% dei giovani (15-29 anni) «è soprattutto l’uomo che deve mantenere la famiglia»; per il 67%, «in presenza di figli piccoli, è sempre meglio che il marito lavori e la moglie resti a casa a aiutare i figli»; e non manca un 19% che ritiene «giusto che in casa sia l’uomo a comandare».

Su queste rappresentazioni del genere espresse dai giovani, lo Iard ha costruito quattro profili, culturalmente più aperti o chiusi. In quello culturalmente più innovativo i maschi sono solo il 16% contro il 33 delle donne; all’opposto, nel profilo più tradizionale, i maschi sono il 25% contro il 6 delle donne (Buzzi, Cavalli, De Lillo, 2002).

Un certo "conservatorismo" dei giovani maschi emerge anche nella dimensione della sessualità (Garelli, 2000), contrassegnata da una "fisicità" che si presenta ancora spesso sotto il "mito della virilità" (che cela il timore dell’insuccesso), mentre le ragazze sembrano orientate più verso un modello di "relazione pura" assai più intimistico e orizzontale.

Sorpassati dalle ragazze

Nei confronti della scuola (qui intesa in senso lato) i giovani sembrano crederci relativamente, e in ogni caso in misura minore rispetto alle coetanee. L’indicatore più eclatante è dato dallo storico e consolidato "sorpasso" delle ragazze nella scolarità superiore (e quindi non dell’obbligo): oggi il tasso di diploma dei ragazzi è abbondantemente inferiore a quello femminile (ad esempio nella fascia 20-24 i maschi con diploma sono il 57%, dieci punti in meno delle coetanee), anche se quest’ultimo rimane tuttavia inferiore a quello di Paesi europei leader come la Germania e la Francia.

Di fondo c’è il fatto che nella scuola i giovani maschi credono e investono di meno. Ciò emerge sia dal giudizio sulla scuola dato dagli adolescenti (14-19 anni) sia sulla loro personale esperienza scolastica: in entrambi i casi le valutazioni maschili appaiono più scettiche e disincantate. Ad esempio circa il coinvolgimento e la partecipazione – agli aspetti più segnalati dagli studenti – i maschi presentano una differenza negativa di cinque punti percentuali rispetto alle ragazze (Cospes, 1995).

Non meraviglia quindi che su studio e interessi culturali ritenuti "importanti" la differenza tra maschi e femmine sia di nove punti, che sul "distinto" o "ottimo" all’esame di licenza media le differenze tocchino i dodici punti, e che mentre gli istituti tecnici e professionali sono a maggior presa maschile, sull’università quest’ultima è minore (in termini di iscrizione, frequenza e conseguimento del titolo).

Per il 63% dei giovani – senza rilevanti differenze di genere – il lavoro è un qualcosa di molto importante: anzi, è una realtà che nel tempo cresce di importanza, dicono le ricerche sui giovani.

Ciò probabilmente è dovuto al fatto che vivono un mondo del lavoro contrassegnato da tutte quelle trasformazioni che l’hanno transitato dal fordismo al postfordismo. Oggi i giovani si trovano ad affrontare una realtà lavorativa ricca tanto di chance quanto di incertezze, e una transizione scuola-lavoro così lunga e tortuosa da richiedere un crescente bisogno di orientamento (Accornero, 1999).

Ora le difficoltà di entrata nel mondo del lavoro si colgono non tanto (o non solo) nel tasso di disoccupazione giovanile dei maschi (che è del 25%, dieci punti in meno delle coetanee, ma con il picco del 44% al Sud), quanto nei percorsi di ingresso che segnano confusamente il passaggio dall’inoccupazione all’occupazione.

Una ricerca dell’Istat sui giovani colti tre anni dopo il conseguimento del diploma di scuola superiore, rileva che il 59% dei maschi lavora, il 15% è alla ricerca di un lavoro, il 23,5% studia e il 3% è in altra condizione. Il confronto con le coetanee vede favoriti i maschi, che però continuano meno gli studi. Tra chi lavora l’83% lo fa in modo continuativo (78% le ragazze), mentre lavorano in modo occasionale o stagionale il 17% dei ragazzi (e il 21,5 delle ragazze).

Infine il divario di genere si ripresenta sui salari: ad esempio il guadagno medio mensile dei neodiplomati che fanno un lavoro continuativo a tempo pieno supera i mille euro nel 22% dei casi, contro il 10 delle neodiplomate.

Rivela il Censis che, comunque, il lavoro rimane una dimensione centrale nella vita dei giovani, anche se le trasformazioni sinteticamente dette postfordiste ne abbiano decisamente ridimensionato il valore simbolico di transito verso l’adultità. Piuttosto cresce, coerentemente con le tendenze di fondo del postfordismo, la voglia di autonomia, di individualità, di coinvolgimento "limitato" nel lavoro.

C’è anche una diffusa duttilità nell’adattarsi al caleidoscopio delle flessibilità lavorative, sia per entrare nel mondo del lavoro che per restarci. Il Censis calcola che – tra i giovani (in senso lato) tra i 15 e i 30 anni – il 43% è impiegato con forme di lavoro flessibile. Ma, culturalmente, sono i giovani maschi a propendere maggiormente verso stili e forme lavorative per così dire autonome e individuali. Sono loro infatti – più delle coetanee – a preferire lavori indipendenti, lavori senza regole o controlli imposti da altri, lavori dove la retribuzione o il guadagno siano consistenti.

Inoltre anche il viaggiare e l’investire massicciamente il proprio tempo sono cose che caratterizzano culturalmente l’approccio maschile al lavoro, differentemente dalle giovani donne che – ad esempio – enfatizzano più dei maschi gli aspetti espressivi quali le soddisfazioni professionali (51% contro il 38 dei giovani maschi).

Bombardati dai marchi

Circa i consumi si potrebbe innanzitutto dire che la "Generazione Y" di cui parliamo è per definizione la generazione dei consumi, anzi la generazione consumista, nata in quegli anni Ottanta che hanno segnato appunto il secondo boom economico del Paese. Di conseguenza: «A cinque anni i bambini di oggi sono in grado di distinguere abbastanza bene le marche più diffuse e i loro principali segni di riconoscimento. Spesso i genitori li hanno piazzati davanti al televisore quando erano piccolissimi e così, prima ancora di saper scrivere, essi sono in grado di individuare perfettamente il baffo di Nike, gli archi dorati di McDonald’s o la mela colorata di Apple» (Codeluppi, 2003).

Sono insomma la Generazione®, cioè la generazione per cui il marchio è divenuto una parte essenziale della loro identità. Sono ragazzi «cresciuti nell’era dei marchi, bombardati e definiti da prodotti di marca e da strategie pubblicitarie invadenti e astute. Gli adolescenti hanno una fragile immagine di sé, a cui si aggiunge il bisogno di appartenenza a un gruppo: caratteristiche perfette da sfruttare per i pubblicitari» (Quart, 2003).

Per i giovani maschi ciò si traduce nell’investimento – sensibile alle sirene del marketing – in abbigliamenti griffati, nei cellulari (tecnologicamente ridondanti), nell’auto e nei suoi accessori, fino al corpo che si fa marchio esso stesso body branding attraverso l’abbronzatura, la palestra e lo sport, i tatuaggi e il piercing.

Tuttavia, a proposito di corpo, i maschi sono assai meno insoddisfatti del loro aspetto fisico in confronto alle coetanee. Infatti i livelli di insoddisfazione circa l’aspetto fisico sono fortunatamente ridotti: investono il 15% degli adolescenti, il 10% dei giovani nella fascia 18-20 e il 12% in quella 21-24. Si noti che le coetanee dei tre gruppi elencati registrano livelli di insoddisfazione doppi. Ciò non toglie, comunque, che anche per i maschi si instauri il meccanismo della "dipendenza" dall’appeal seduttivo delle merci da esibire (tra cui il proprio corpo), arrivando a lavorare principalmente per consumare esibendo.

Nella società orizzontale

Dice la citata ricerca Iard che i giovani maschi italiani stanno decisamente meglio rispetto alle loro coetanee. Non si tratta solo del mercato del lavoro o delle libertà domestiche: stanno meglio sia nel rapporto con le risorse interne – il corpo, le capacità, la tranquillità psicologica – che nel rapporto con le risorse esterne quali la famiglia, i giovani (i gruppi dei pari), il tempo libero, l’amore e le amicizie.

Sembra quasi che il disagio del vivere la crescita e il passaggio all’adultità investa le sole ragazze, per le quali – citando le famose parole di Paul Nizan in Aden Arabie – «È duro imparare la propria parte nel mondo». Ma a ben vedere appare duro anche per i giovani maschi (o soprattutto per loro?) imparare la propria parte.

Ma qual è la parte? Qui sta il punto: antropologicamente, viviamo in una "società orizzontale", cioè in una società che, abolendo autorità e autorevolezze, vede gli adulti fare come gli adolescenti (si pensi al film American Beauty di Sam Mendes) e gli adolescenti che – come Tanguy, il ventottenne felicemente inchiodato nella casa genitoriale del film (Tanguy) di Etienne Chatiliez – non vogliono saperne di divenire adulti.

Dice Bly (2000) che «la società orizzontale offre ben poca generosità o sostegno ai giovani maschi» e ciò getta molte ombre sulla loro capacità, un domani, di esprimere paternità convinte e solide.

Il rischio è che, nel presente, i giovani vivano un vuoto che può essere descritto come «una sorta di assenza di gravità di chi si trova a muoversi nel sociale come in uno spazio in disuso, dove non è il caso di lanciare alcun messaggio perché non c’è anima viva che lo raccolga, e dove, se si dovesse gridare "aiuto", ciò che ritorna sarebbe solo l’eco del proprio grido» (Galimberti, 2003). Ciò può generare, fra i giovani, forme di freddezza razionale, di ottimismo egocentrico, di inerzia conformista. Se così fosse, conclude Galimberti, l’Occidente sparirebbe «per non aver dato senso e identità, e quindi per aver sprecato le proprie giovani generazioni».

E in pratica sono proprio i giovani a dover sopportare il sottile disagio dello stare in una società assai incerta e confusa sul ruolo identitario da affidare loro in quanto maschi.

Vittorio Filippi
  

SPERANZE CHE NON MUOIONO

Quale invisibile filo unisce Elvis Presley a Marylin Manson, i Beatles agli U2, i Teddy Boys ai Paninari, la caduta del muro di Berlino all’11 settembre, le Brigate Rosse a Bin Laden?

Molto semplicemente il fatto che si tratta di personaggi, avvenimenti, gruppi sociali che, a modo loro, hanno rappresentato, nel bene e nel male, momenti o fenomeni fondamentali per la crescita e la formazione dei contemporanei, soprattutto dei giovani.

Con quest’ottica Matteo Zambuto, sacerdote, giornalista, cantautore, assistente del Centro giovanile diocesano di Pavia, ha scritto Generazione giovani (Paoline, Milano 2003, pp. 199, H 16,00) dove percorre un viaggio attraverso i miti, la musica, le mode che hanno influenzato e colpito maggiormente la cultura giovanile della propria epoca. L’autore ci propone in modo schematico e facilmente leggibile (con il supporto di fotografie e testi di canzoni-simbolo con la traduzione a fianco) i cinque ultimi decenni e conclude il suo discorso con i primi anni 2000. Per i non più ragazzi viene subito il desiderio di correre a cercare i miti della propria gioventù, rileggere e cantare le canzoni ai tempi conosciute.

L’autore non vuole offrire un’ulteriore e forse inutile ricerca sull’argomento "giovani", intende piuttosto cogliere il giovane «nella sua condizione storica, carica di idealità, di speranza, di domande, di ricerca del nuovo, del giusto, del vero...» e fissare sulla pagina scritta il ricordo di persone e fatti da non dimenticare.

Orsola Vetri

   
BIBLIOGRAFIA

  • Accornero A., Perché l’orientamento al lavoro è ancora più importante di ieri, "Il Mulino", n. 1, 1999.

  • Bly R., La società degli eterni adolescenti - Red, Como 2000.

  • Buzzi C., Cavalli A., De Lillo A. (a cura di), Giovani del nuovo secolo. V rapporto Iard sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna 2002.

  • Censis, XXVIII Rapporto sulla situazione sociale del Paese, Franco Angeli, Milano 1994.

  • Codeluppi V., Il potere del consumo. Viaggio nei processi di mercificazione della società, Bollati Boringhieri, Torino 2003.

  • Cospes, L’età incompiuta. Ricerca sulla formazione dell’identità degli adolescenti italiani, Elle Di Ci, Torino 1995.

  • Diamanti I. (a cura di), La generazione invisibile. Inchiesta sui giovani del nostro tempo, Il Sole 24 Ore, Milano 2000.

  • Galimberti U., I vizi capitali e i nuovi vizi, Feltrinelli, Milano 2003.

  • Garelli F., I giovani, il sesso, l’amore, Il Mulino, Bologna 2000.

  • Quart A., Generazione®. I giovani e l’ossessione del marchio, Sperling & Kupfer, Milano 2003.

  • Risé C., Il padre. L’assente inaccettabile, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2003.








 

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