Famiglia Oggi.

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n. 2 FEBBRAIO 2004

Sommario

EDITORIALE
"Sfuggenti come pantere"
di DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Vivere in assenza di gravità
di VITTORIO FILIPPI

apep00010.gif (1261 byte) Niente è per sempre?
di BARBARA ROMANO e ANDREA DIPACE

apep00010.gif (1261 byte) Dallo "snack" alla tavola apparecchiata
di GIUSEPPE MINOIA

apep00010.gif (1261 byte) Ancorati al rigido sistema familiare
di MARIATERESA ZATTONI e GILBERTO GILLINI

apep00010.gif (1261 byte) Armonizzare i processi psichici
di CRISTINA SAOTTINI

DOSSIER
Navigare nel presente senza progetto
di MARIA ASSUNTA VICINI

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
L’età dell’incertezza
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Cresciuti a cartoni e "videoclips"
di STEFANO GORLA
La personale indagine di Christopher
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Per una cultura della sicurezza stradale
di PINO PIGNATTA
Dove va il diritto di famiglia?
di MARINO MAGLIETTA
Comunità di famiglie cercasi
di SERENA GAIANI

CONSULENZA GENITORIALE
Nostro figlio, questo sconosciuto
di EMANUELA CONFALONIERI

POLITICHE FAMILIARI
Famiglie professionali nel milanese
di SIMONA TROVATI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Adolescenti obesi in Usa
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

DOSSIER - VENTENNI IN BILICO

NAVIGARE NEL PRESENTE
SENZA PROGETTO

di MARIA ASSUNTA VICINI
(psicologa)

Il profilo del ventenne di oggi presenta qualche risvolto patologico non sempre dovuto alla sua pigrizia di crescere. Infatti, non vanno nascoste le responsabilità di madri troppo protettive e di padri assillanti o assenti. Il sesso e le esperienze amorose si alimentano dell’illusione consumistica sempre più disancorata da un progetto di stabilità relazionale e da un impegno per il futuro. Così, il giovane che si trova ad affrontare in solitudine la realizzazione di sé, finisce per rinunciarvi, rischiando una insoddisfazione cronica. Tre storie esemplificano le tappe dell’ingresso nei vent’anni, il passaggio dall’adolescenza interminabile alla maturità, la capacità di accettare anche eventuali fallimenti.
    

SESSO, AMORE, AMICIZIA SENZA IMPEGNO
VENTENNI IN BILICO

Prima di addentrarmi nel territorio degli affetti e della sessualità dei nostri ventenni tento una ricognizione dell’immagine del ventenne maschio che ho dentro di me sulla falsariga dei giovani che ho avuto l’opportunità di incontrare nel mio mestiere, dei racconti che di essi me ne fanno i loro genitori, di qualche flash sui giovani "di casa", nipoti o dintorni, di letture: libri, articoli, posta del cuore.

Il ventenne di oggi, in Europa, non va in guerra e non sa della guerra, se non televisiva. Spesso non fa neppure il servizio militare. E quando lo fa, sempre più spesso opta per il servizio civile. Fra non molto, questo sarà tutt’al più un lavoro come gli altri. Dovremmo goderne, e personalmente ne godo, se ciò non portasse in sé anche i segni di un generale indebolimento del maschile e del suo smarrimento, visibile appunto nei giovani di vent’anni.

Oggi il ventenne si dichiara "pacifista". È una minoranza, ma non è più silenziosa. Vittorino Andreoli su questo tema ci disillude. «Non è vero che i giovani del tempo presente amino la pace. Nel migliore dei casi parlano in modo retorico di una pace del mondo, mentre uccidono un fratello o il proprio padre»(1). Dunque è pacifista, solo nel senso che manifesta a favore della pace, contro la guerra. Di fondo più portato agli adattamenti che ai conflitti; adattamenti sostenuti da un generalizzato relativismo con cui guarda il mondo, esito di un "pensiero debole", di un perduto senso della storia, della mancanza di certezze: di un Io mutevole, provvisorio. D’altronde, come è possibile un reale pacifismo quando il maschile si esprime ancora così massicciamente come competizione e come guerra, guerra che segna le vicende di gran parte di questo mondo?

Il ventenne di oggi, per una discreta percentuale, non ha un lavoro. Quando l’ha, per lo più si è dovuto accontentare. Spesso gli inizi sono stati tragici, quasi come andare in guerra con la voglia di disertare. E qualcuno ha disertato. Un ventenne, che arrivava regolarmente assonnato e stravolto alle sedute per le troppo poche ore di sonno, alla mia domanda sul senso di questo poco dormire, mi ha risposto: «Di giorno, quando lavoro, non vivo; perciò vivo di notte, pareggio il conto delle ore». «Dove?». «Al bar, in macchina, girando di qua o di là, a chiacchierare con gli amici, attaccato al computer».

Il lavoro non ha per il nostro ventenne la centralità che ha avuto nella vita dei loro padri, non vuole viverlo, come lo esige il sistema economico imperante, con dedizione assoluta. Se ne è costretto, vi si assoggetta senza provare piacere. È inevitabile il ricorso alle evasioni compensatorie, anch’esse previste e pilotate dalla società dei consumi, orizzonte entro il quale gioca la sua vita il nostro ventenne, anche quando crede d’essere mosso da un qualche desiderio personale.

Il ventenne di oggi, in Italia vive per la gran parte in famiglia. Il 91%, secondo le statistiche. In famiglia, si fa per dire. In realtà entra ed esce quando vuole; mangia più o meno quando e come vuole; dorme e, quando non dorme, se ne sta murato vivo nella sua stanza, se ne ha una tutta per sé, come capita ai numerosi figli unici. I giovani che oggi hanno vent’anni sono in una buona percentuale figli unici; non hanno esperienza di fratria. Quando questa c’è, i rapporti non sembrano godere di complicità: ci si azzuffa, ci si ignora, ci si ama anche in modo incestuoso, segnale di una pericolosa tendenza all’implosione di questa istituzione.

Argomentare sui padri

I racconti che si depositano nel luogo della terapia danno delle dinamiche familiari più l’idea di "giungla" che di "sperimentazione" di nuovi percorsi; non si capisce dove portino. Ci sono e basta.

Il nostro ventenne porrà fine agli scontri, alle richieste di tregua dei genitori e al parassitismo, uscendo di casa, ma, come ci dicono le statistiche, solo dopo i trent’anni. Per rientrarci, in misura statisticamente sempre maggiore, a matrimonio o a convivenza falliti.

Spesso, per il ventenne di oggi, "famiglia" significa una realtà mutevole e composita: "una madre separata", "una madre divorziata e con un nuovo compagno o con vari compagni", "un padre di quando in quando", e così via. Una costante sembra esserci ed è un padre ombra, assorbito da un lavoro che il figlio non conosce e spesso non immagina, in un luogo totalizzante dove vive una seconda vita produttiva e sovente anche amorosa; la cui esperienza lavorativa, costruita sulle esigenze dell’economia, del mercato, della finanza, non è trasmissibile, né durevole. Padri diventati «papà, padri diventati "mammi", padri diventati "amici"».

Sarebbe interessante argomentare sui padri e sulla loro vita amorosa, dentro e fuori la famiglia, e sulle ricadute che tale esperienza ha sulla vita sessuale e affettiva dei figli, ma devo lasciarlo all’immaginazione e al sentire dei lettori.

Il ventenne di oggi, è Valentino Rossi, interpretazione moderna del mito dell’eroe, prolungamento degli enfant prodige messi in mostra dalla televisione.

Lo sport, ambito in cui il maschile ha ancora qualche territorio di dominanza, rappresenta il luogo dove la prova, la costruzione del carattere, la fatica per la vittoria, consente ai nostri ventenni qualche spazio di conquista di sé, di misura di sé.

Non più lo sport professionale ove la vittoria a tutti i costi, i lauti guadagni, la spettacolarizzazione, hanno inquinato ogni senso e ogni conquista.

I Valentino Rossi, sono il mito di un successo impossibile ai più che, più che incentivare, fa desistere e incrementa sensi di impotenza: «non sono capace, non ci riuscirò mai».

Ancora una volta, abbiamo a che fare con il maschile nelle forme in cui si esprime e si riconosce della competizione e del successo, che droga ed emargina. Al di fuori di esse, in mancanza di un altro ordine di valori, si è a rischio di impotenza e di smarrimento di sé, come dimostrano un buon numero di giovani, troppi, afflitti da attacchi di panico, da fobia della scuola, già, di una scuola di donne; da depressione.

Come dimostrano quelli che "si fanno" di cannabis, di coca, di alcol, di sesso. Destinati a un accudimento terapeutico a vita perché non sanno più cos’è la vita; come e se la vita circolasse dentro di loro, se è ancora consentito loro di vivere.

C’è, in sottofondo, un "bisogno di autorità" a cui far riferimento, autorità non più sperimentabile nei luoghi della crescita, o di un’autorità diversa da quella ereditata dalle passate generazioni, connotata da imposizione e dispotismo.

Ancora una volta è in gioco la costruzione dell’identità al maschile.

Non è solo una questione di costruzioni sociali dell’identità, come per le donne. È in gioco un ordine più profondo, quello simbolico, quello che proviene da Dio. Prendo da Luisa Muraro che ricerca e riconosce il volto de Il Dio delle donne(2) in quello sperimentato e parlato dalle scrittrici mistiche del Medioevo. Dio delle donne che può divenire fondativo dell’identità femminile. E per gli uomini?

A quale "Dio degli uomini" dovrà rivolgersi il nostro ventenne maschio per rifondarsi; per essere riconosciuto da un femminile rifondato?

Il ventenne di oggi non va a caccia, se non in qualche parte della terra dove sopravvivono riti antichi. Come per la guerra, deve credere di poter cambiare il mondo, per lottare contro la caccia e contro la devastazione della natura. Deve credere.

È questo un ambito, quello dell’ecologia, assieme a quello della pace, dove, messo in discussione il "Dio degli eserciti", si può forse sperimentare un "Dio della riconciliazione", ove l’aspetto violento non sia negato. Guggenbhul-Craig, ci mette sull’avviso che la violenza è parte integrante dell’agire dell’uomo, del suo essere creatura e della natura. È parte integrante di Dio. Violenza, lato oscuro con cui è necessario incontrarsi, pena l’essere senz’anima, senza coscienza. «Solo chi è capace di dire di no al creato può anche dire di sì a esso»(3). Forza della violenza che l’uomo può mettere a servizio di Eros, per riconciliare l’uomo con l’uomo; l’uomo con la natura, il maschile col femminile.

Perché ciò avvenga è necessario che l’uomo, il maschio, rinunci all’esercizio di un potere prevaricante, usurpante, distruttivo, di dominio. È necessario che rinunci alla violenza identificata con distruttività per accedere e riconoscere la potenza generativa dell’amore. Rinuncia che non significa debolezza, indebolimento o indifferenziazione. Il riconoscimento delle differenze deve altrettanto essere voluto dagli uomini e dalle donne; perché «l’elisione delle differenze, di tutte le differenze, compresa quella sessuale, impoverisce il mondo»(4).

Madri generative

Il nostro ventenne ha oggi il compito di recuperare la forza della violenza e di metterla al servizio di Eros dandole vita e volto. Un ostacolo a questo processo può venire anche dalle madri.

Le madri dei ventenni, generatrici di figli "campione", come ben illustra Lidia Ravera, in Né giovani né vecchi (Mondadori, 2000), di figli oggetto, perenni destinatari delle loro prestazioni da nutrice; crescendo, sostituti di partner insoddisfacenti, latitanti o usciti dalla loro vita, investiti del senso della loro vita; madri messe alla prova dalla ricerca di una propria collocazione nel sociale come donna.

Madri ancora irretite nel persistente plusvalore attribuito alla generazione del figlio maschio, che soddisfa il suo orgoglio di mamma, appagandola in modo più intenso che non la figlia femmina.

Madri che nell’oggi devono ritrovare una capacità e un modo di "dirsi al mondo" che non sia distruttivo per sé e per i figli; per non rinunciare ad attingere e a esprimere la potenza generativa di cui è portatrice e per viverla e riconoscerla «come forma di responsabilità ed esercizio del limite» trasformandola così «in autorità, autorità da meritare di volta in volta, restando comunque esposta alla conferma dell’altro»(5).

Perché alle madri si deve «l’essere in due», come ci dice Erri De Luca nella dedica del suo libro Il contrario di uno, madre che onora nella poesia di apertura alla propria Mamm’Emilia(6).

Se questo è il ventenne di oggi, in crisi di identità, come vive la sessualità, gli affetti, gli amori, l’amore?

Prestatori o esploratori?

Un ventenne, esclusi i Valentino Rossi, non sa reggere alle prove ed evita accuratamente di affrontarle. Soffre di "ansia da prestazione". Il termine vale per le prove della vita a cui è sottoposto, diventate sempre più blande, quasi inesistenti; vale per il sesso, ambito in cui il nostro ventenne ha in genere già raccolto una buona dose di esperienze, certamente molta esposizione a esso. Anche in questo campo la conquista è quasi scomparsa; non ha che da chiedere, anzi, spesso è richiesto.

Sesso che non è segno di adultità, ma copia di comportamenti a lungo visionati, prodotti della società mediatica: Tv, in primis, cinema e pubblicità a seguire. Appena possibile consumati, pochissimo immaginati.

Non c’è scoperta, non c’è "prima volta", non c’è mistero, non c’è desiderio. Forse c’è voglia. Mi capita sempre più frequentemente di trovare invertiti i ruoli: ragazzi che fanno sesso, pur non desiderandolo, «per far piacere a lei». Ventenni prestatori d’opera, appunto.

Così come mi capita sovente di constatare che il sesso sia vissuto pericolosamente o, semplicemente, ingenuamente. Non protetto. L’Aids è praticamente dimenticata. Lontano ormai dal clamore suscitato, dalla paura, dal continuo dire ed esibire, anche l’Aids è passata di moda, chi ci pensa più, nonostante si pratichi sesso in rapporti non stabili?

Come Davide, ventiduenne conosciuto in occasione di una indagine peritale. Ha subìto un incidente, a seguito del quale ha riportato disturbi circolatori e lesioni agli organi genitali che lo hanno temporaneamente invalidato sessualmente. Esploro, per necessità, la sua vita sessuale.

Lo stato d’ansia elevato gli limita non solo il sesso ma il suo rendimento complessivo, alimentato dal timore di rimanere "offeso per sempre" e nonostante le rassicurazioni degli specialisti più volte consultati. Comprensibile timore. Ma scopro che l’incidente ha rotto un equilibrio giocato quasi esclusivamente sulle relazioni amicali, sulla compagnia, e sulle relazioni sessuali.

Attività, quella sessuale, a elevata frequenza, legata a relazioni transitorie, le più consistenti della durata di qualche mese. Nessuna protezione. Nessun timore. La preoccupazione è, al momento della perizia soprattutto di risarcimento monetario. Come giudicare questa scala di valori? Dove conduce?

Evolutivamente, la sgradevole vicenda potrebbe essere l’occasione per riflettere sulla precarietà del proprio equilibrio e sulla messa a rischio della vita e non solo del sesso, per la superficialità che connota i suoi comportamenti. Non resisto ad approfittare della consultazione per suggerire le necessarie precauzioni con le relative istruzioni per l’uso.

Il nostro ventenne non aveva proprio l’aria di preoccuparsene e di volersene preoccupare. «Del doman non c’è certezza». Perché faticare a costruirsela?

Caleidoscopio di comportamenti

Mi viene da dire che il sesso è diventato il luogo dell’indifferenziato: lo si fa con chi non si conosce o si è da poco conosciuto; lo si fa tra compagni del tempo libero, come l’andare al cinema o al bowling; lo si fa tra "amici" , perché succede, ma poi si resta amici; lo si fa con la ragazza del momento, quella a cui si dice «mi piaci, ma non so quanto» (il quanto, talvolta viene espresso in percentuale), il quanto lo si capirà poi; lo si fa «perché si capisce che ti piaccio, ma, mi raccomando, senza impegno».

È un caleidoscopio di comportamenti dove, a differenza del passato, non si gioca quasi per nulla la ricerca di una relazione privilegiata, di un rapporto amoroso, tanto meno di una coniugalità, neanche quando, procedendo negli anni, una storia sfocia in una convivenza o in un tentativo di convivenza.

La sessualità non è, per il ventenne, luogo di "scoperta". Le statistiche ci dicono che l’età media del primo rapporto si aggira sui 17/18 anni. Vivono una libertà sessuale che non hanno guadagnato, come è avvenuto per la generazione dei loro padri, fors’anche dei loro nonni.

Vivono una sessualità orgiastica, figlia della noia, del passatempo, del rituale di gruppo, perfettamente integrata ad altri "beni" di consumo, come alcol, tabacco e droga. Nel presentare un suo programma televisivo, dal successo insperato, in un settimanale, la sua conduttrice afferma: «Volevo parlare di sesso, come si parla di calcio».

Può darsi che l’intento sia lodevole, vista anche l’ignoranza manifestata sulle questioni di sesso dai suoi giovani utenti interlocutori, ma è decretata la fine di un’epoca in cui il sesso, sottoposto sì a divieti e a regolamentazioni varie, non era la stessa cosa del calcio. In una risposta ai lettori Umberto Galimberti ricorda che «L’eccesso di disponibilità di beni, di sesso, di tempo, quando si accompagna a ridotte capacità di contenimento genera insoddisfazione, depressione e angoscia»(7). La disponibilità di sesso come la disponibilità di beni altri. Ma sottolineo che, a far la differenza, è l’accoppiata "disponibilità" e "ridotte capacità di contenimento". In negativo.

Non intendo con questo indicare un ritorno ai vecchi costumi e inneggiare ai bei tempi andati. Mi auguro di vedere presto comparire un qualche ventenne dotato di sufficiente "vis" per mettere in discussione valori, per rifiutare programmi, insomma per quella sana ribellione che non fa invecchiare il mondo. Ma richiamo con forza a un impegno etico che gli adulti, la società, deve assumersi: il ventenne di oggi non conquista da sé, se non a troppo caro prezzo e con troppi scacchi, quelle capacità che gli consentono di muoversi in un mondo in cui tutto è a sua disposizione, tutto è consentito. E a perderci è la collettività tutta, non solo il singolo.

Scrive J. Hillman: «Oggi i giovani sono incalzati ad affrontare nella "prima metà" i problemi della "seconda metà". Anzi, sono nati nella "seconda metà", alla fine di un’èra. Un giovane, oggi, ha non solo i suoi problemi, ma è carico anche, per necessità storica, del problema collettivo dell’individuazione»(8). Non è difficile pensare che, in molti, non superino la prova, ma siano schiacciati dal loro essere dei puer senilis.

Due rebus per l’esperto

Altrettanto si può dire per l’amicizia e per l’amore, ove si trascina il "modo" adolescenziale per cui amicizia è ogni rapporto, animato talvolta da un’intensità, anche tra i due sessi, da una dedizione a cui si sacrificano altri interessi e impegni e una notevole quantità del proprio tempo.

In questo modo di vivere l’esperienza amicale, credo ci sia, al di là delle intenzioni, elevate, di chi vi si dedica, un’ulteriore prova del generalizzato disimpegno nella vita del nostro ventenne. In fondo, costa meno fatica stare ore e ore con l’amica o l’amico e consolarlo dei propri drammi, spesso legati a storie sentimentali, che stare sui libri a studiare o dedicarsi ad altri interessi e occupazioni. C’è un ripiegamento nel privato e nelle relazioni, reali o virtuali che siano, casuali o datate, segnale di una fatica a stare al mondo: di una vita che non si vede né si vuole orientata attorno al lavoro, che si attarda negli studi, che non trova espressione in relazioni significative costruite attorno al tema della famiglia, in cui non si crede né si spera più, figli essi stessi di "nuove famiglie" o di "non famiglie". E c’è la rinuncia al compito per la fatica di far fatica.

Eppure il bisogno c’è. Per Andreoli il senso sta, concretamente, proprio nell’intreccio di relazioni che è attivato per "avere un senso". «I giovani d’oggi hanno il bisogno di sentirsi necessari: avere un senso, non tanto filosofico ma concreto, per qualcuno. Essere necessario a uno che ha bisogno. Solidarietà, amicizia, amore: tre modi per esprimere il bisogno di servire»(9).

Per questo bisogno di avere un senso rischiano di perdersi, come Emilio, un ventenne che imbastisce perennemente amicizie con soggetti perdenti a cui fa da patron, talvolta negli studi, talvolta nelle attività di tempo libero, talvolta in lavori vari, infine nell’amore. «L’ultimo amico, come ironicamente dice, da quando Sonia, la sua ragazza, è diventata la mia, lui, finalmente liberato, sta benissimo; io sono sull’orlo del collasso».

L’ambito delle relazioni genericamente amicali, siano esse vissute dal vivo, o frutto di esperienze virtuali, ore e ore trascorse al computer "chattando", leggendo e scrivendo e-mail, è rifugio, conforto, adagiamento, trastullio, rinvio.

Dà la sensazione di vivere, pur senza vivere. Si possono sperimentare anche forti emozioni, drammi, ma tutto è pur sempre senza impegno. Ancora una volta, senza futuro. L’esistenza, non necessariamente la presenza, di genitori e di una casa paterna, danno quel tanto di sicurezza per poter rinviare. Anche quando lavorano e guadagnano, i soldi sono per i loisir, non per la sopravvivenza, non per i progetti, sempre rinviabili.

Eterni Peter Pan

Alla vita ci pensa papà. Disperati, perché senza fiducia nel domani, o semplicemente goderecci. Eterni Peter Pan, figura che ormai si usa per designare i trentenni. A vent’anni è la norma; sembra giusto così. Il guaio è che non si vede come possa avvenire il passaggio ad altro modo di guardare alla propria vita, all’esistenza. Negli affetti, negli amori, nella vita sociale.

Guardando ai trentenni, e ritornando sulla sessualità, si nota una tendenza all’abbandono. Se non è un sesso compulsivo, è un sesso stanco, svuotato, privo di interesse. Se ne può fare a meno. Il sesso si rifugia nella pornografia, nelle perversioni o nei rituali da setta; sesso non più segreto ma esibito, materiale per indagini fotografiche, per reportage giornalistici, per cronache scandalistiche.

Sul sesso si stende anche l’ombra della mercificazione dei suoi prodotti biologici. In questo i ventenni sono merce pregiata e, per il ventenne, i suoi prodotti biologici possono essere una fonte di guadagno, senza fatica. Le Banche del seme hanno bisogno di spermatozoi freschi e vitali per i clienti desiderosi di riprodursi, soggetti sovente appartenenti alla generazione più matura. Per tutti, le biotecnologie favoriscono l’idea di un sempre possibile ripensamento. Ancora una volta, un rinvio.

Ma, si domanda Hillman, e noi con lui: «Davvero la generazione a cui tocca compiere la transizione al nuovo millennio può rimandare "a più tardi" le questioni del senso della vita, della religione della soggettività, adattandosi nell’attesa a norme sociologiche e biologiche tramandate da un’altra èra e spogliate ormai del loro valore intrinseco?»(10). Può rimandare la vita?

Amore è la parola usata per rapporti affettivamente gracili, o connotati da un romanticismo da telenovela. Ma tant’è, sul termine amore ogni epoca si è interrogata e non si sa ancora cos’è.

Certo, quello che si sa è che oggi non si è disposti in suo nome a legarsi per la vita, esperienza che ha assunto solo il senso di una condanna. Nonostante oggi ce se ne possa disfare senza troppe difficoltà. Nonostante la bocciatura del "divorzio breve" che dimostra il persistere di un atteggiamento punitivo della società nei confronti delle donne.

I ventenni raramente si sposano, tutt’al più convivono, spesso, se escono di casa, in percentuale minore i maschi, vivono da single.

Anche quando si pensa che ci sia l’Amore, con l’A maiuscola, questo non è vissuto come un rapporto esclusivo, sia sul piano sessuale che sul piano affettivo, con l’altro sesso. Non sempre succede che i due sessi, su questo aspetto siano d’accordo; la ragazza, in genere, su questo piano si scontra con il ritorno di un bisogno di esclusività antico; la liberazione dei sessi, del sesso, trova degli inciampi. Il che non toglie che sia a sua volta spinta a tradire e tradisca. Ma lo stesso evocare il tradimento dice che lo sguardo è ancora antico.

Ho presente un giovane che ho seguito lungo i suoi venti/ventiquattro anni per un crollo psichico seguito all’abbandono, da parte della sua ragazza. Un rapporto che durava fin dai 16/17 anni, controverso, ambiguo, per la presenza di componenti omosessuali e di relative storie interconnesse, rapporto poi riemerso, ripreso e infine definitivamente abbandonato. È comparso un nuovo amore, intensissimo e più maturo, ma perennemente in bilico, perché minacciato dalla persistenza di rapporti di amicizia molto intensi con le "amiche" di sempre, rapporti non tollerati dalla compagna.

È stato difficile decifrare e poi porre distinzioni in questo magmatico mondo di rapporti, segno di un mutato clima socioculturale, ove ai rapporti si dà un diverso peso. Ci si prende e ci si lascia; si sospetta e si teme il "per sempre"; la forte passione, quando c’è, ha spesso il sapore della forte dipendenza. Ma, contemporaneamente, il permanere di un antico modo di sentire e vivere l’amore e del bisogno profondo e mai sopito di amore incondizionato. Ne deriva un quadro complesso: è un pregio essere amati e amare comunque, chiunque; non si fa mistero delle proprie tendenze omosessuali ma nel contempo si sta con una ragazza, che magari resta incinta, e allora che si fa? I fatti della vita ci impongono alla fine decisioni, anche difficili. Si ricorre a qualche adulto, addetto o no ai lavori, al quale si chiede di toglierci dall’impiccio, senza prediche o troppe domande. Adulto immaginato come un abile prestigiatore che fa quadrare il cerchio.

Una traccia per gli adulti

C’è una "cultura dell’emergenza" diffusa tra i giovani oltre la quale è difficile andare. Il regno delle relazioni amorose evoca, e tutti insieme, il grande assente, il limite; la grande sconosciuta, l’opzione; la grande illusione, l’onnipotenza; la grande estinta, l’immaginazione e mostra il volto del difficile compito di transizione affidato a questa generazione.

L’esplorazione potrebbe e dovrebbe durare ancora a lungo. Non vuole e non può dipingere un quadro completo. È una traccia, quella della mia esperienza, per suggerire una ricerca, ciascuno per sé, del ventenne che è o che può essere in relazione con lui: genitore, insegnante, educatore e così via, per invitare a resistere, anche di fronte al suo recalcitrare, superando la sensazione di una distanza generazionale abissale, riconoscendolo nelle forme inusuali in cui si esprime, siano esse forme di sofferenza o di novità.

Resistere, sì, perché il nostro ventenne, se non è già scoppiato, recalcitra, rimanda, gioca, senza rendersi conto, la sua giovinezza. Contro di sé. Lui ha sempre tempo, sempre un domani, sempre un’occasione migliore per cercare, per riflettere, per guardarsi dentro, per raddrizzare, per cambiare. Si può permettere di dissipare. Se è in ricerca o chiede aiuto esige mani di velluto e niente costi.

Tre storie per capire

Queste storie recuperate "in bottega" ci aiutano a capire. La prima, la storia di Marco, per riflettere sulla difficoltà di uscita dall’adolescenza; la seconda, la storia di Stefano per riflettere su un mancato passaggio; la terza, una storia di coppia, in via di costituzione, per darci una buona notizia.

Marco, quasi ventenne, ripetente; frequenta l’ultima classe di una scuola media superiore privata. Da qualche tempo manifesta un "rifiuto della scuola". Dopo un primo colloquio, data la faticosità di espressione di Marco, decido di aiutarmi nell’esplorazione utilizzando del materiale testologico.

Scopro anzitutto una complessiva povertà di linguaggio, di pensiero, di comunicazione, che mi richiama gli sms, divenuti ormai lingua ufficiale. Mi dirà, in un successivo colloquio che finora si è astenuto da qualsiasi incontro con le ragazze. Non ci pensa proprio. Si ritiene timido e ha paura di non saperci fare.

Il nostro ventenne di lì a pochi giorni è scoppiato. Il rifiuto della scuola si è trasformato, come intuivo e temevo, in un violento attacco di panico.

I genitori me ne informano. Lo chiamo per telefono. Mi dice: «Sono stato malissimo. Per di più c’era in casa "solo" mio padre».

La madre, che si dichiarerà "un caporale", suo malgrado, definirà suo marito "un emotivo più del figlio", che si perde in un bicchier d’acqua e si spaventa. In un successivo colloquio, il figlio ribadirà di sentirsi sicuro solo con sua madre.

Ci sono tutti gli ingredienti della "paura di crescere", ingigantita dal profilarsi della fine del ciclo scolastico e da modelli adulti non facilitanti il passaggio; la fatica di farsi carico di sé, e il tentativo di farsi autorizzare alla rinuncia.

La guerra dei ventenni di oggi è questa: decidere di prendersi cura di sé, qualsiasi sia il carico che si porta sulle spalle, inevitabilmente carente e inadeguato, e guardarsi dentro per sapere chi si è. Carico fatto non solo di famiglia, ma di collettivo. Stiamo parlando di famiglia, ma il gioco lo si decide altrove, nei luoghi del Grande Fratello, nella scena pubblica; ma è alla famiglia che tocca l’onere di attivarsi, di pagare gli scotti, i conti e la fatica della risalita.

Mi soffermo ancora sulla madre. Una madre lavoratrice, che ha cercato di darsi un destino altro da quelli tradizionali, incentrati sulla cura della casa e della prole, che inevitabilmente si è trovata a sacrificare qualcosa, pagando con i sensi di colpa, anche con un relativo abbandono dei figli. La presa di coscienza degli scacchi in cui è trattenuta una scelta può far male; perciò è frequente che si cerchi di evitarla, come tenderebbe a fare la nostra madre. Così come il nostro ventenne vorrebbe rifugiarsi in un perenne mondo bambino, come tendono a fare i nostri ventenni.

Non è facile trovare una via d’uscita. Ciò che può vincere la scommessa è lo sperimentare che qualcuno non giudica, ma ti aiuta a constatare; che mette mano ai problemi assieme a te. Il nostro ventenne potrà dar voce al suo disagio se sente che qualcuno non fugge di fronte al dolore, esperienza inevitabile e, se si coglie la lezione, benefica. Persino benedetta.

Il "cocco di mamma"

Stefano mi è stato inviato da una collega a cui si erano rivolti angosciati i genitori che avevano scoperto, inseguendo conti bancari con relative dilapidazione di somme consistenti di denaro, che il figlio faceva da anni uso di droghe. Mi sta raccontando della sua esperienza di droga che lo ha accompagnato dalla tarda adolescenza fino ai suoi attuali 26 anni. Marijuana e cocaina. La figura ben piazzata e da uomo maturo contrasta in modo stridente con il racconto e con la figura di consumatore di droghe del nostro immaginario. Anche il modo, pacato e riflessivo con cui si racconta è lontano dallo stereotipo. Ripercorriamo la storia e ne cerchiamo il senso.

Nel corso della narrazione si definisce un "cocco di mamma", una mamma casalinga, brava a cucinare e desiderosa di fargli piacere con le sue pietanze preferite. Nulla di piccante in una storia così; solo tutto molto, troppo accogliente. Nessuno gli ha mai chiesto di occuparsi di sé, tanto meno sua madre, che riordina, riassetta, prepara, soddisfa.

Il padre, col quale ha lavorato, è un lavoratore e piccolo imprenditore attento alle esigenze dei suoi dipendenti, attento alle innovazioni e al futuro. Ha chiuso da poco perché troppo rischioso reggere alla concorrenza, pesce piccolo di fronte a realtà sempre più mastodontiche e complesse. È uscito dal sistema produttivo ancora giovane, nonostante nella vita non si sia occupato d’altro e non abbia sviluppato altri interessi. Quanto sopra viene riferito da Stefano, che peraltro, invitato a esplicitare i suoi "sogni nel cassetto", confessa che gli piacerebbe aprire una sua attività, ma aggiunge subito, che non vorrebbe essere aiutato economicamente da suo padre: «Ci metterebbe becco, e non potrei far nulla senza il suo intervento e il suo lasciapassare. Preferisco non pensarci nemmeno».

Interrogato sulla sua vita amorosa e sessuale, scopro che praticamente non c’è. La droga è servita anche a questo: distrarre e intorpidire per non dover osare e provarci. Il sesso, per lo più mercenario o casuale; le storie, di breve durata, senza attrazione, senza slanci, stancanti.

In questa storia il mix micidiale è il "troppa mamma", fedele all’immagine tradizionale di madre, e il "troppo papà"; l’una trattiene e l’altro sopraffà. Ambedue, senza rendersene conto, usano il figlio come destinatario delle proprie scelte di vita, dei ruoli impersonati. Il figlio, che non vuole deludere, resta incollato a questa funzione. I genitori non pensano di dover rinunciare, cedere il passo. Il figlio non pensa di andarsene, di scegliere la propria strada. Non c’è un passaggio di mano; non c’è in famiglia, non c’è nella società.

Dal canto loro i ventenni non sono disposti a rischiare, a cercare. Nessuno ha insegnato loro a far fatica. Le parole si sprecano, i suggerimenti e gli inviti a darsi da fare anche. Ma il più delle volte non succede nulla. Una vita, in questi casi troppo poco matrigna. Solo l’incontro con la sua violenza, riesce a produrre cambiamenti. La vita come "maestra". Nel caso di Stefano la vita ha dato una piccola scossa. Un cambiamento non devastante ha obbligato al nuovo, per lui e per tutta la famiglia, costringendoli a cercare nuovi equilibri. Ha permesso ai genitori di scoprire, dopo anni, la vita segreta del figlio; ha permesso al figlio di interrogarsi e di chiamare per nome il suo disagio, dopo averlo riconosciuto.

Ancora una volta, un amore senza violenza è distruttivo, come la violenza senza amore. È questa la figura emergente dell’abbondanza; è la figura che anima i messaggi della società dei consumi e che si esprime in modo esponenziale nelle forme di dipendenza patologica. Il nostro Stefano ci ricorda che il ventenne non è solo un prodotto della famiglia; riporta al tema di un mondo complessivamente immerso in un amore che è abbondanza, che è disponibilità senza misura, che è senza fine, che è senza conquista. Amore illusorio e impossibile e che spaventa quando dalla posizione del ricevere si è nella posizione del dare.

Una buona notizia

Miriam e Giacomo, ovvero quando la vita non è un paese dei balocchi, ma una buona speranza.

Sto ascoltando Miriam che mi racconta del suo ragazzo ventiduenne, studente universitario. Forse la madre, da anni ammalata di cancro, quasi immobile e da sei mesi ricoverata in ospedale, tornerà a casa per le feste natalizie. Il suo ragazzo è felice.

Il suo ragazzo ha anche una sorella maggiore, affetta da sindrome di Down. Mi dice che in questo periodo lei ha sentito che gli doveva stare vicino, che ha fatto delle rinunce ma che le ha fatte volentieri. Parla del suo ragazzo con orgoglio.

«Nonostante tutto è impegnato in mille cose; non si lascia scoraggiare. Si interessa del gruppo di disabili che la sorella frequenta. È propositivo». Se si paragona a lui, lei si sente troppo concentrata su di sé. Non fa nulla per gli altri.

Il racconto si sviluppa con altri paragoni. Non così è successo a un suo amico a cui è morto improvvisamente il padre per infarto. Gli è crollato il mondo addosso. Rifiuta ogni contatto con gli altri. Ha mollato la compagnia. Non ne vuole sapere di relazioni affettive.

Commenta: «Bisogna che ti arrivi una bella botta in testa perché ci si ponga delle domande, si scelga un modo diverso di stare al mondo. Ma se poi gli eventi della vita ti portano, come è successo al mio amico, al ritiro dal mondo?».

«E come può essere un modo diverso di stare al mondo?».

Miriam sembra riscoprire attraverso il suo ragazzo valori fondativi come la solidarietà e l’amore per la vita. Soprattutto sembra scoprire l’importanza di essere consapevoli e vedere l’illusorietà che governa il mondo dei balocchi in cui ci trastullano i messaggi mediatici. I messaggi mediatici appunto, lingua del nostro ventenne, la lingua degli adulti che fanno e disfano questo mondo.

Il nostro ventenne è figlio di un mondo fittizio. Il più delle volte lo sa ma non sa come fare a scendere.

Il ventenne di oggi è così distolto da ogni contatto con sé stesso che i suoi comportamenti sono pilotati non dai propri bisogni, ma da bisogni indotti, figlio del desiderio ormai ridotto a "voglia". Anche la trasgressione è ridotta a una finzione. Fa parte delle previsioni di comportamento del modello sociologico di giovane desunto da campionature statistiche. Fa parte del copione.

In assenza di altri credo, di un "Dio degli uomini" credibile e nella totale ignoranza di sé, ci si comporta come si dice nel copione. Sembra che oggi solo l’incontro con la morte buca, finalmente, la ragnatela dell’illusione. Quando non la incontra realmente e definitivamente.

Le generazioni precedenti l’hanno incontrata sui campi di battaglia, vittime di una follia che armava ed arma la mano all’uomo. Oggi la incontrano sulle strade, facendo sesso, per gioco, vittime di una follia che arma le mani dei ventenni contro di sé. Che si tratti di un motore roboante, di una sostanza allucinogena o di luoghi assordanti, abbaglianti, affollati fino allo stordimento e allo sfinimento, il nostro ventenne crede di avere in mano il mondo, ma non sa neppure chi è.

Un’alleanza per due

La storia che ho narrato vuole indicarci l’importanza del contatto con la vita, quella reale, non virtuale e mediatica, nella formazione delle nuove generazioni e l’importanza, sempre vera, di un’esperienza di coppia, che sa di eterno. Miriam infatti sperimenta sempre di più la possibilità di poter credere nell’altro, di guardare alla vita con maggior fiducia, di veder delinearsi l’Amore.

Finalmente sesso e amore congiunti a parlarci di alleanza: di anima e corpo; di femmina e maschio.

Mi piace dare a questa alleanza l’immagine di Erri De Luca: «Stavo sotto di lei a tremare di felicità e di freddo. Le nostre parti combinavano una coincidenza, mano sulla mano, piede su piede, capelli su capelli, ombelico su ombelico, naso a fianco di naso a respirare solo con quello a bocche unite. Non erano baci, ma combaciamento di due pezzi. Se esiste una tecnica di resurrezione lei la stava applicando. Assorbiva il mio freddo e la mia febbre, materie grezze che impastate nel suo corpo tornavano a me sotto peso di amore. Se esiste un’alleanza tra femmina e maschio, io l’ho provata allora»(11).

Maria Assunta Vicini








 

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