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n. 3 MARZO 2004

Sommario

EDITORIALE
Trovare l’equilibrio tra severità e indulgenza
di DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Per il bene integrale del figlio
di ALESSANDRO MANENTI

apep00010.gif (1261 byte) Un’affascinante transizione
di DANIELE NOVARA

apep00010.gif (1261 byte) Oltre il groviglio dei condizionamenti
di GREGORIO PIAIA

apep00010.gif (1261 byte) Dio per primo si serve del castigo
di ROMEO CAVEDO

apep00010.gif (1261 byte) Dove nasce il malessere profondo?
di SEVERINO DE PIERI

apep00010.gif (1261 byte) Diventare capitani della propria vita
di MARIATERESA ZATTONI e GILBERTO GILLINI

apep00010.gif (1261 byte) Regole che rendono liberi
di PAOLA DAL TOSO

DOSSIER
Quale riabilitazione per i minori?
di ALFREDO CARLO MORO e PIERCARLO PAZÉ

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
L’espiazione che conduce alla libertà
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Un’esperienza da mediare
di LUISA PEROTTI
L’insegnante delle classi speciali
di HARMA KEEN

MATERIALI & APPUNTI
Le buone indicazioni di Seneca
di ROBERTO CARNERO
La danza delle energie
di MANUELA MANCINI
Dal risentimento alla compassione
di SILVIA DI GESU

CONSULENZA GENITORIALE
Navigare senza strumenti di bordo
di SERENA CAMMELLI

POLITICHE FAMILIARI
La spesa sociale in Europa
di PIETRO BOFFI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Violenze sui bambini
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

SCUOLA E FAMIGLIA

Dove nasce il malessere profondo?

di Severino De Pieri
(psicologo clinico e psicoterapeuta)

Il tema della punizione richiede una risposta pertinente all’interrogativo su quale intervento attuare. Le ricerche empiriche aiutano a comprendere la linea innovativa che genitori e insegnanti dovrebbero intraprendere per diventare educatori corresponsabili.
  

Le due istituzioni non hanno mai raggiunto un accordo sulla specificità dei rispettivi compiti e delle rispettive competenze. Da qui nascono incomprensioni, mancanza di dialogo efficace, diffidenze inutili, anzi nocive ai fini educativi.
  

Nonostante le novità introdotte nell’autonomia scolastica, l’osservazione dei dati reali rileva il perdurare di incomprensioni e di problematicità nel rapporto scuola-famiglia. La famiglia è il primo ambiente di vita del bambino. Ma presto il bambino ne conoscerà un secondo che, in certo qual modo, lo sottrarrà al primo: la scuola.

Le due istituzioni sono complementari, ma con una diversa specificità. Il bambino e il ragazzo vivono e crescono principalmente in questi due ambienti che dovrebbero perseguire entrambi il medesimo obiettivo: uno sviluppo armonico della personalità e un inserimento sociale soddisfacente.

È l’obiettivo dichiarato nei documenti ufficiali e nei progetti educativi, ma non di facile realizzazione. In effetti tra famiglia e scuola esiste spesso un alto grado di conflittualità, gravido di conseguenze negative per gli allievi. La conflittualità proviene dal fatto che tra le due istituzioni possono sorgere divergenze nei valori di fondo, nei punti di vista, nelle ideologie, nelle metodologie di intervento. Tali divergenze si traducono sovente in rapporti segnati da competitività e reciproca aggressività.

Possiamo allora chiederci: è possibile un accordo tra famiglia e scuola in ordine all’educazione?

Il dialogo tante volte non esiste, però esso deve essere perseguito, ricercato, ricostruito permanentemente. Occorre creare un’intesa che risulta da un intento reciproco di comunicazione e di negoziazione.

Constatiamo che sono cresciute le opportunità formative ma non sempre i genitori vengono sufficientemente coinvolti, anzi spesso sono ridotti al silenzio ed emarginati. Gli insegnanti, da parte loro, hanno coscienza della loro responsabilità educativa ma certe volte obiettano sostenendo che il genitore non può contestare la loro autorità e interferire nei loro interventi.

Nasce perciò una sovrapposizione di interventi sotto il profilo pedagogico. La difficoltà aumenta quando gli insegnanti si rifiutano di affrontare gli obiettivi educativi, rifugiandosi nella didattica, o quando pretendono di avere il sopravvento sui genitori, espropriandoli del loro dovere educativo primario. D’altro canto anche i genitori talvolta sono evasivi e latitanti, con la tentazione in non pochi casi di delegare il compito educativo alla scuola, che diventa così un comodo parcheggio.

La scuola è sommersa di compiti didattico-educativi di ogni genere ma non sempre è dotata di strumenti per mediare tra insegnamenti ed educazione. Qui nasce e si instaura un malessere profondo tra insegnanti e genitori(1).

Nel rapporto tra famiglia e scuola non può essere dimenticato il ruolo dei ragazzi. È chiaro che solo indirettamente la scuola è presente nella famiglia e la famiglia nella scuola, attraverso la mediazione dell’allievo, che si pone in qualità di messaggero di una comunicazione che viene svolta tra adulti. Ma l’allievo interpreta i messaggi che riceve, li può censurare, dimenticare, li può elaborare in modo più o meno adeguato.

Ne consegue che l’insorgenza dei sentimenti di colpa e il ricorso alle punizioni a seguito di trasgressioni sono elementi che vanno valutati e affrontati nel dialogo tra tutti i soggetti interessati.

Con molta probabilità possiamo dire che la causa più attendibile del conflitto consiste nel fatto che le due istituzioni non hanno determinato la specificità dei loro compiti e delle rispettive competenze, per cui il dialogo o non c’è o rimane inefficace.

La famiglia ha il primato nell’ambito dell’educazione, ma deve concorrere con la scuola perché essa consegua finalità educative.

La scuola si affianca alla famiglia con la specificità didattica, come luogo di conoscenza razionale e di approfondimento critico dei problemi, ma ha bisogno – al tempo stesso – dell’aiuto concreto dei genitori, che si affiancano agli insegnanti nei percorsi della crescita globale della personalità dei figli. C’è una crisi di partecipazione da intendersi come crisi di identità istituzionale(2). Famiglia e scuola si percepiscono in modo reciproco e complementare ma non cooperativo. Manca un elemento di dialogo concreto da risolvere nel quotidiano, collocato all’interno di un quadro pedagogico corretto.

La scuola continua a considerare la famiglia come elemento primario da chiamare in causa quando insorgono disturbi comportamentali e difficoltà di apprendimento nei figli. La famiglia perciò è chiamata in causa dalla scuola soprattutto per eventuali effetti negativi che riguardano il processo di scolarizzazione.

La famiglia tende sovente a valutare la scuola semplicemente come luogo che trasmette ed elabora cultura, mostrandosi restia a riconoscere gli aspetti educativi che anche la scuola affronta nell’ambito della sua offerta didattica.

La scuola, come è noto, risulta abbastanza impreparata ad accettare e svolgere la funzione educativa, fatta salva quella istruttiva. Per molti insegnanti è difficile pensare alla modificazione del loro ruolo professionale, aprendosi a dei riferimenti esplicitamente educativi.

All’incrocio di questa conflittualità c’è il vissuto dei ragazzi nelle loro difficoltà evolutive, non solo nel rendimento scolastico ma soprattutto nel comportamento, difficoltà cioè a elaborare codici di comportamento ispirati ai valori morali e alla responsabilità.

Alcuni dati sui preadolescenti

Le ricerche condotte in Italia sui ragazzi preadolescenti, in particolare dall’associazione nazionale Cospes, nel periodo 1985-1995, documentano – tra l’altro – il rapporto scuola-famiglia sotto il profilo dell’insorgenza del disadattamento(3).

La categoria presa in esame, il disadattamento, si presenta come uno specchio del vissuto interiore di ragazzi che presentano particolari problemi nell’area familiare e scolastica. Per quanto riguarda l’area familiare, i preadolescenti sono nella stragrande maggioranza contenti della propria famiglia. Tuttavia quando esprimono segni di disagio, manifestano non solo l’emergere del distacco critico verso i genitori, che preannuncia l’adolescenza, ma soprattutto evidenziano un rapporto educativo insoddisfacente, connesso, in pratica, con cattiva gestione dell’autorità paterna e materna e di conseguenza con un maldestro ricorso a punizioni e castighi.

I preadolescenti disadattati nell’ambito familiare manifestano sovente difficoltà di dialogo perché i genitori non hanno tempo, oppure non riescono a trovare un canale comunicativo o intervengono con minacce di castighi e punizioni per delle trasgressioni spesso discutibili. Inoltre, tali ragazzi vivono il disagio soprattutto quando non riescono a comprendere come una difficoltà nei rapporti debba comportare castighi, talvolta anche fisici, ma soprattutto connessi alla diminuzione della stima.

La stessa ricerca documenta le difficoltà che i ragazzi possono avere nella scuola. Una certa parte di preadolescenti elabora, a questo proposito, un vissuto che può apparire persecutorio quando i ragazzi affermano che alcuni insegnanti «ce l’hanno su con loro», li prendono di mira, li castigano senza motivi plausibili e soprattutto usano in maniera distorta le note scolastiche sui registri o la stessa valutazione scolastica negativa, riferita non a problemi di rendimento scolastico ma ad aspetti del comportamento.

Analizzando il disadattamento che interviene nella preadolescenza, in una percentuale del circa 7%, sia nella famiglia che nella scuola, la ricerca Cospes ha colto una stretta connessione tra il disagio e il disadattamento dei ragazzi e l’eterovalutazione negativa. In altri termini, nel vissuto del preadolescente si condensa, per così dire, con una valenza insoddisfacente o negativa, un giudizio molto pesante di svalutazione.

Il preadolescente dipende, dunque, dalle figure degli adulti, e avverte soprattutto l’esito negativo per l’autostima che viene colpita con la punizione e il castigo. Il castigo e la punizione non si rilevano in tanti casi come espressione di correzione, di riequilibrio della persona ma assumono l’aspetto vendicativo e talvolta persecutorio dovuto al prevalere di un super io sia familiare che scolastico fortemente autoritario e negativo.

La domanda dei ragazzi è questa: essere considerati, stimati e valorizzati anche se possono presentare dei problemi di crescita. Il preadolescente non riesce a capire perché il genitore o l’insegnante debba intervenire con un castigo quando egli sta affrontando, sia pure in modo disarmonico, obiettivi di crescita che sono importanti per lui e che sono esposti alla trasgressione proprio perché, crescendo, egli pone in atto un processo di autonomia che, favorendo il distacco, mette in crisi l’autorità di famiglia o scuola.

I ragazzi avvertono anche la mancanza di comunicazione tra scuola e famiglia e la colgono soprattutto nel modo diverso di percepire la valutazione scolastica da parte della scuola e della famiglia. La cosa più grave è percepire una valutazione scolastica come un giudizio morale sulla coscienza. Questo aspetto è deleterio e viene evidenziato in primo luogo da alcuni insegnanti a scuola, ma trova il corrispettivo anche nella mancanza di sensibilità di alcuni genitori, delusi per il mancato rendimento dei ragazzi e incapaci di capirli e di aiutarli a superare le difficoltà in maniera progressiva, tenendo conto dei limiti propri dell’età.

L’autonomia degli adolescenti

Le ricerche compiute negli anni 1995-2000 dal Cospes sull’adolescenza(4), continuano in pratica a evidenziare gli stessi indici di disadattamento che sono stati rilevati circa i preadolescenti, con la differenza che durante l’adolescenza il disadattamento raddoppia, arrivando al 14-15%. Esso si produce soprattutto nella area familiare e scolastica, sia pure con diversa modalità di attuazione.

Evidentemente nell’adolescenza il distacco dalle figure genitoriali aumenta perché il passaggio che conduce all’autonomia adulta avviene perlopiù in maniera conflittuale. In questo senso esso è colto quasi come un test della capacità della famiglia e della scuola di essere davvero capaci di educare, ossia in grado di far passare adeguatamente gli adolescenti dall’immaturità alla costruzione di un’identità adulta e responsabile.

Le ricerche compiute sul disadattamento, come indice dell’incapacità di stabilire limiti e valutazioni educative o di erogare punizioni, confermano l’idea che il riferimento del limite sta nelle istituzioni considerate, diverse ma interagenti.

Come per la preadolescenza anche nell’adolescenza si conferma l’interpretazione che ciò che produce disadattamento è l’eterovalutazione negativa. In altri termini, i limiti, gli errori e gli sbagli vengono percepiti diversamente dagli adulti e dai ragazzi. Non sempre gli adulti sono in grado di cogliere il loro mondo interiore in crescita e intervengono punendo trasgressioni con una logica che essi non riescono a capire e ad accettare. È sovente un intervento negativo esteriore, che non aiuta l’adolescente a rendersi conto della trasgressione e ad accogliere e interiorizzare il limite come fondante la costruzione della personalità.

L’adolescente percepisce come massima punizione la mancanza di stima e di valorizzazione da parte dei genitori, soprattutto una valutazione negativa che non dà spiegazioni ragionevoli. Nonostante le apparenze, è particolarmente attento e sensibile alle attestazioni di stima e soprattutto al bisogno di essere preso in seria considerazione dai propri genitori. Ed egli mette in atto tutta una serie di tentativi per saggiare la capacità dei genitori di essere educatori di fronte a legittime forme di divieto e di imposizione, come ad esempio star fuori di notte, non andare con compagnie negative, evitare l’uso di sostanze stupefacenti.

Il divieto viene percepito più come un bisogno difensivo dell’autorità dei genitori e non come una motivazione di crescita da interiorizzare in rapporto ai rischi e ai pericoli che l’età comporta nella maturazione.

Motivazioni ragionevoli

È pertanto importante che il genitore evolva sotto il profilo dell’intervento educativo di fronte a forme di trasgressione con fermezza ma con motivazioni ragionevoli, soprattutto con un certo distacco emozionale nei confronti della dinamica turbata dell’adolescente, che è in fase di controdipendenza affettiva e comportamentale. Anche a scuola si ritrova la stessa situazione, con una aggravante: abbiamo rilevato che la scuola come istituzione è essa stessa causa di disadattamento, perché non è sempre in grado di accogliere e accompagnare la crescita globale degli adolescenti.

Gli adolescenti mettono in luce soprattutto i rapporti negativi con qualche insegnante, non solo perché si disinteressa dei loro problemi ma perché è troppo rigido e non in grado di giustificare in maniera logica le punizioni o i divieti che impone.

Questo crea nei ragazzi una distorsione di coscienza: cioè non sono capaci di cogliere il valore dei limiti, della punizione e del castigo. L’adolescente non affronta queste situazioni in maniera maturativa e quindi si pone in distanza critica e soprattutto in reazione negativa per quanto riguarda l’autostima. Tutto questo apre il varco al rischio della devianza e della stessa criminalità adolescenziale. È perciò una reazione inadeguata a sistemi educativi sbagliati.

Specialmente sul fronte scolastico, gli adolescenti colgono come punizione non accettata il disinteresse per la persona, la mancanza di aiuto per definirsi nella crescita, l’autoritarismo che non sviluppa ruoli personali e autonomi, e le imposizioni e le restrizioni circa la presa di decisioni personali. Come si può notare, il disadattamento mette in luce, ancora una volta, la natura relazionale del disagio che nasce nella scuola e in famiglia, e può essere esteso anche ad altre istituzioni.

Questa analisi, ampiamente confermata da parte di altre ricerche, fa notare la necessità dell’intervento della punizione in rapporto alle forme di colpevolezza e trasgressione.

In sostanza per educare occorre porre dei limiti e anche dare dei castighi. Solo chi fa questa scelta educativa ha diritto di educare e per questo sarà anche rispettato. Ma la modalità è fondamentale ancor più che dell’atto stesso dell’intervento. Nei riguardi della punizione e del castigo conta di più il come e di meno il che cosa.

Interiorizzare i limiti

La famiglia è chiamata a crescere soprattutto nella responsabilità educativa, perché i genitori sono i primi e principali responsabili dell’educazione dei figli. Quindi essi hanno dei doveri e dei diritti in rapporto alla scuola. Pertanto possono esigere che la scuola renda conto dell’educazione che impartisce ai loro figli. È per questo che i genitori, nel rapporto scuola-famiglia, hanno un compito di sostegno scolastico ai figli, affiancandosi alla scuola senza intervenire negli aspetti didattici che sono competenza degli insegnanti. I genitori possono mettere a disposizione della scuola le proprie conoscenze e competenze in un dialogo fecondo. In molti casi, essi possono pervenire anche a gestire la scuola, come avviene in molti Paesi.

Sotto questo profilo il centralismo scolastico nel nostro Paese può influire negativamente sulla responsabilità e partecipazione dei genitori. D’altro canto, per quanto riguarda gli insegnanti, è importante proseguire nella formazione, cioè nell’abilitarli a un diverso modo di porsi nella relazione con gli alunni e con i genitori.

Per questo gli insegnanti dovrebbero dare informazioni ai genitori e sostenere il ruolo educativo della famiglia, chiedendo ai genitori di assumersi la responsabilità di fronte alle trasgressioni compiute dai figli nell’ambito della scuola, aiutandoli a interiorizzare i limiti e valorizzare i castighi. Un rapporto disteso e democratico contrasta l’insorgenza di dinamiche difensive, di "muro contro muro" tra scuola e famiglia. Così si dà ai ragazzi l’idea che può esistere un’alleanza scuola-famiglia, fondamentale per la costruzione della personalità e l’accettazione delle punizioni doverose.

Tutto questo potrebbe sembrare un’utopia. E per certi aspetti ancora oggi lo è, ma la ricerca pedagogica cammina verso le esigenze della corresponsabilità e della partecipazione. In fondo, se la famiglia ha il diritto primario nell’educazione, non può essere lasciata fuori dalla scuola, ma se entra deve rispettare l’autonomia degli insegnanti e il loro specifico modo di intervenire.

Questa esigenza di corresponsabilità viene evidenziata nei progetti educativi degli istituti che coinvolgono la famiglia.

Non si può stendere un progetto educativo senza chiedere il contributo dei genitori e tanto meno delineare un Progetto di offerta formativa (Pof) lasciando fuori i genitori. Si parla sovente di patto educativo scuola-famiglia, ma si ha l’impressione che a questo patto venga invitato un "convitato di pietra", un genitore che non deve muoversi, né parlare, né fare altro se non accettare quello che gli altri decidono al posto suo, anche nell’ambito problematico delle trasgressioni che comportano punizioni e castighi.

Progetto cooperativo

La corresponsabilità è frutto di una crescita che si attiva nella costruzione di un progetto comune, nella ricerca e nella conduzione fiduciosa di un rapporto cooperativo(5).

Questo trova un’applicazione immediata ed esemplare in tema di limiti e punizioni. «Ho preso una nota»: un marchio di infamia? A questo riguardo va rivista la lettura che viene fatta dai ragazzi e dalle famiglie circa le "note" che gli insegnanti segnano nei libretti da far firmare ai genitori. Da molti aspetti si può capire che la nota ha perso molto della rilevanza pedagogica che le può essere attribuita. È percepita più come una specie di "marchio di infamia", di fronte al quale occorre difendersi, sia da parte dei ragazzi che dei genitori. Occorre riappropriarsi del significato originario della nota, cioè di informazione che coinvolge l’intervento educativo di entrambe le parti, correggendo senza svalorizzare.

Allora la nota è significativa. Non si prende una nota, ma si è avvertiti e informati che una determinata cosa non va secondo il verso giusto e pertanto bisogna intervenire, senza colpevolizzare ma trovando adeguate strategie di soluzione.

Una cosa è non riuscire a scuola per mancanza di impegno e di motivazione e un’altra è venire penalizzati come ragazzi, non solo difficili, ma cattivi e colpevoli. La mancanza di rendimento e di motivazione non costituisce colpa, è una difficoltà evolutiva che va interpretata. Essa richiede strategie di superamento che esulano dalla punizione e che comportano invece una assunzione di un intervento educativo efficace, giocato insieme su un unico tavolo dalla scuola e dalla famiglia. Ma non basta: anche i ragazzi e gli adolescenti devono essere coinvolti in prima persona nella valutazione del loro comportamento. Non si può infliggere una punizione o un castigo sopra le teste. Fino a quando il castigo e la punizione non vengono interiorizzati, sono sempre effetto di un Super-Io di tipo autoritario e penalizzante. Solo l’interiorizzazione consente di cogliere il valore positivo del limite e del castigo. Questa è educazione, prevenzione, terapia.

No ai ranghi separati

Rispondendo al quesito se è la scuola o la famiglia che devono intervenire e porre limiti, la risposta è molto semplice: tutte e due, anche se in maniera diversa.

La famiglia ha importanza primordiale e originaria nell’educazione, la scuola prosegue nell’intento e collabora per una costruzione armonica della personalità. Sono due modalità diverse ma concorrenti e interagenti, tanto è vero che la mancanza di intesa tra le due istituzioni nuoce all’educazione dei ragazzi, i quali non trovano un ambiente di vita rivolto alla loro crescita e rischiano il disadattamento. Nell’educazione non si va a ranghi separati, "con le armi in pugno", gli uni contro gli altri. Un ragazzo e una ragazza che crescono con questa immagine non potranno costruire una personalità moralmente sana e aperta ad una cittadinanza attiva, democratica e responsabile.

Severino De Pieri
   

CARTA DELLA DISCIPLINA IN FAMIGLIA

Come genitore mi impegno sui seguenti punti che considero importanti ai fini educativi.

  • I miei figli devono sapere che cosa mi aspetto da loro. Le regole della famiglia devono essere conosciute con chiarezza da adulti e figli.

  • I miei figli hanno bisogno sia di fermezza che di elasticità.

  • I miei figli hanno bisogno che io affidi loro delle responsabilità.

  • Non voglio criticarli di continuo ma rilevare i punti positivi, i miglioramenti nel loro atteggiamento.

  • Desidero organizzarmi in modo da avere del tempo per i miei figli e poterli ascoltare attentamente.

  • Desidero esaminare i motivi delle disubbidienze e adattare la mia correzione.

  • Cercherò di comprendere le cause delle tensioni.

  • Pregherò per ogni figlio, ogni giorno. Eviterò l’accumulo eccessivo di tensione nervosa e compirò delle scelte che mi consentiranno il più possibile di vivere nella calma.

  • Sarò stabile e manterrò le promesse (di ricompensa e di punizione!).

  • M’impegno a creare un ambiente di vita rassicurante e combatto la mia insicurezza e la mia paura di disciplinare.

  • Non umilierò mio figlio davanti agli altri.

  • Baderò al mio linguaggio nei momenti d’irritazione.

  • Risponderò alle sue domande e lascerò che lui possa esprimersi.

  • Chiederò perdono per i miei sbagli. Riconosco il suo diritto all’errore. Non farò dipendere il mio amore dai suoi risultati scolastici.

  • M’impegno ad amarlo senza condizioni.

  • Credo che, giorno dopo giorno, Dio mi darà la capacità di esercitare con gioia e sensibilità la mia vocazione di padre, di madre. 

(www.insiemeprofamiglia.org/Carta.doc)

 

LE SANZIONI SCOLASTICHE DELLA FRANCIA

Il sistema attuale prevede punizioni scolastiche e sanzioni disciplinari: le prime puniscono le mancanze minori, nell’ambito della classe e dell’istituto. Concretamente si traducono in scuse scritte o verbali, compiti supplementari, sospensione dalle lezioni. Le sanzioni disciplinari colpiscono invece le mancanze più gravi, con danni alle persone e alle cose. Spettano al preside e al consiglio disciplinare, che regolarmente si occupa di questo aspetto.

La grande innovazione della "riforma" consiste nel sottoporre le sanzioni scolastiche a quattro principi del diritto penale: il principio di proporzionalità delle sanzioni, il principio di legalità e di procedura (così come definiti dal regolamento interno dell’istituto), il principio di personalizzazione delle sanzioni, che vieta le punizioni collettive e il principio di istruzione in contraddittorio (tutte le parti in causa hanno diritto a essere ascoltate).

Taluni non accettano di buon grado questa rivoluzione nella determinazione dell’infrazione e conseguente determinazione della punizione. A loro dire l’insegnante perderebbe parte delle proprie prerogative: sta a lui, infatti, decidere su quanto avviene all’interno della sua classe. Spetta a lui rilevare la vera natura e gravità del comportamento tenuto dallo studente.

L’equilibrio dell’istituto scolastico si basa sul rapporto gerarchico. Il diritto, sostengono i detrattori del nuovo regolamento, non può essere immediatamente convertito nel sistema scolastico. Tra l’altro conferirebbe troppi diritti agli studenti, trascurando gli obblighi.

(Brano tratto da Annali istruzione, n. 317, settembre 2003).








 

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