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n. 3 MARZO 2004

Sommario

EDITORIALE
Trovare l’equilibrio tra severità e indulgenza
di DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Per il bene integrale del figlio
di ALESSANDRO MANENTI

apep00010.gif (1261 byte) Un’affascinante transizione
di DANIELE NOVARA

apep00010.gif (1261 byte) Oltre il groviglio dei condizionamenti
di GREGORIO PIAIA

apep00010.gif (1261 byte) Dio per primo si serve del castigo
di ROMEO CAVEDO

apep00010.gif (1261 byte) Dove nasce il malessere profondo?
di SEVERINO DE PIERI

apep00010.gif (1261 byte) Diventare capitani della propria vita
di MARIATERESA ZATTONI e GILBERTO GILLINI

apep00010.gif (1261 byte) Regole che rendono liberi
di PAOLA DAL TOSO

DOSSIER
Quale riabilitazione per i minori?
di ALFREDO CARLO MORO e PIERCARLO PAZÉ

RUBRICHE
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L’espiazione che conduce alla libertà
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Un’esperienza da mediare
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L’insegnante delle classi speciali
di HARMA KEEN

MATERIALI & APPUNTI
Le buone indicazioni di Seneca
di ROBERTO CARNERO
La danza delle energie
di MANUELA MANCINI
Dal risentimento alla compassione
di SILVIA DI GESU

CONSULENZA GENITORIALE
Navigare senza strumenti di bordo
di SERENA CAMMELLI

POLITICHE FAMILIARI
La spesa sociale in Europa
di PIETRO BOFFI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Violenze sui bambini
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

MATERIALI & APPUNTI - UNA RISPOSTA ALTRUISTICA AI CONFLITTI

Dal risentimento alla compassione

di Silvia Di Gesu
(neolaureata in Psicologia clinica e di comunità)

Attraverso un questionario, rivolto a 534 persone, è stata valutata la propensione al perdono tra sposi, conviventi e fidanzati. Molto simili le risposte tra età diverse. Maggiori, invece, le differenze secondo il genere.
  

Un’antica saggezza popolare definisce il matrimonio felice come «l’unione di due persone molto brave a perdonare». In effetti, il vivere del microsistema "coppia e famiglia" pone di fronte a quotidiani errori e conflitti; essi sono fisiologiche conseguenze della finitudine umana, dell’individuo fallibile (Lafitte, 2000) che proietta questa sua imperfezione anche nel relazionarsi. L’uomo deve quindi trovare continuo antidoto ai rancori, alla rabbia, alla colpa.

Negli ultimi decenni, tali problematiche inducono a dirigere l’attenzione di alcuni studiosi all’analisi del "perdono", considerato un costrutto spirituale multisfaccetato che solleva remore alla sua introduzione nel mondo scientifico. Ma le ricerche effettuate comprovano in breve l’efficacia del "perdono" quale risposta altruistica ai conflitti. La sua forza è riscontrabile in primo luogo sull’individuo che lo concede, apportando benessere psico-fisico e, in parallelo, nel suo potere mediatico a tutela dei legami interpersonali. Prendere coscienza di un simile dato mi ha indotto a un approfondimento dell’argomento. Quanto è scritto in quest’articolo è infatti un elaborato tratto dal progetto di tesi di laurea discussa lo scorso luglio, a conclusione dei miei studi in Psicologia (Università degli Studi di Padova).

L’oggetto di ricerca è complesso e la natura del concetto "perdono" lo rivela. Il lungo lavoro di riflessione e d’indagine effettuato non è in grado di fornire una definizione unanime, e l’inghippo della trama è da ricercare nell’essenza stessa del perdono: esso è un costrutto naturale. In quanto tale, gli attributi che lo denotano hanno confini confusi, riconducibili anche ad altri concetti. Questo consente ai diversi studiosi di costruire una propria concettualizzazione di perdono, soffermandosi di volta in volta su uno o più aspetti. Un nodo centrale a tutte le principali prospettive è comunque ravvisabile: chi perdona mette in atto un processo di cambiamento prosociale primariamente intrapsichico, il cui risultato è il perdono rivolto poi alla persona percepita come trasgressore e situata in uno specifico contesto interpersonale (McCullough, Pargament e Thoresen, 2000).

La "componente intraindividuale", che riconosce il perdono come "costrutto psicologico", è cruciale: è nella persona offesa che si susseguono i cambiamenti che la dirigono al perdono, coinvolgendo tutto il suo essere e rendendola protagonista attiva di questo divenire. La disposizione interiore dell’individuo "vittima", risultante da una serie di mutamenti nelle sue motivazioni, rende possibile le ristrutturazioni dei sistemi affettivo, cognitivo e comportamentale coinvolti. A livello affettivo si supera così il risentimento, sostituendolo con la compassione; a livello cognitivo si oltrepassa la condanna, ripristinando rispetto e/o generosità; a livello comportamentale si vince l’indifferenza o la tendenza alla vendetta, facendo emergere l’apertura verso l’altro-trasgressore.

Nella risposta perdonante che segue una violazione interpersonale è inoltre evidente la "componente interindividuale". In questo caso, il richiamo alle dinamiche e al contesto relazionale esortano che il perdono elaborato sia poi "dato in dono" al trasgressore. Questa doppia natura del concetto permette quindi un suo più completo riconoscimento nella definizione di "costrutto psicosociale".

I modelli psicologici

Gli studi teorici che rendono possibile questa conoscenza sul perdono sono il risultato di ricerche indotte inizialmente dall’esperienza clinica e di counseling degli anni ’50.

A oggi, soprattutto in America, Francia e Inghilterra, si evidenzia una espansione degli approfondimenti applicativi in progetti terapeutici e psicoeducativi che mettono in luce l’efficacia delle teorizzazioni enunciate nei "modelli psicologici del perdono" (modelli processuali, dello sviluppo cognitivo, neuropsicologici, familiari, prosociali).

Alcuni studi indagano gli effetti del perdono come cura a stati patologici quali depressione, stress, ansia e rabbia ostile, fino all’esame della sua influenza nella guarigione di malattie somatiche come cancro e disturbi cardiaci che stimolano una maggiore analisi su emozioni quali rimorso, colpa, rabbia e paura.

Altre indagini si dirigono verso i disturbi di personalità e l’associazione alla disposizione al perdono, per poi addentrarsi ad ambiti particolari come, ad esempio, i soggetti affetti da Aids o le differenze cross culturali, studi che permettono di identificare determinanti al costrutto interne ed esterne all’individuo.

Il lavoro da me impostato, si pone come obiettivo proprio un approfondimento della propensione al perdono – Forgivingness (Roberts, 1995) – intesa come tendenza o capacità al perdonare gli altri. Le persone scelte per l’indagine vivono una relazione sentimentale (sposi, conviventi, fidanzati), e a esse viene richiesto di confrontarsi rispetto a possibili atti offesivi dei rapporti di coppia. È quindi in esame un contesto specifico e particolare che ipotizza un discostamento nei risultati rispetto alle generiche indagini sulla disponibilità al perdono e il pensare del senso comune.

Il questionario per la rilevazione dei dati è sviluppato ex novo secondo finalità precise e valutando criticamente gli strumenti utilizzati per le ricerche sul tema. Sono considerate 31 tematiche d’offesa diadica, ognuna proposta con una "motivazione-giustificazione" aggravante e una attenuante l’atto ingiurioso, per un totale di 62 item-scenari. Ciascuno di essi presenta il proprio partner come artefice dell’offesa, mentre la vittima può variare di volta in volta fra i membri della famiglia (il soggetto compilante stesso, i figli, la famiglia d’origine). Altro elemento che varia è la tipologia di offesa che va a colpire l’essere o l’avere affettivo, fisico, intellettuale (Lafitte, 2000) o gli aspetti morali.

Per ciascuna situazione creata è richiesto di immedesimarsi nell’atto ingiurioso e di esprimere la propria opinione rispetto tre scale Likert.

La prima raccoglie la percezione soggettiva del peso dell’offesa in termini di gravità; tale accortezza si fonda sulla concezione di uomo come "macchina per inferire", costruttore della propria realtà attraverso un processo trasformativo che produce conoscenza e conferisce ordine e significati.

Le altre due scale, denominate "rivalsa" e "perdono", vogliono cogliere la bidimensionalità del perdono e oltrepassare l’usuale metodologia che punta allo studio del costrutto inferendo la sua analisi dall’assenza di un orientamento motivazionale negativo nei confronti del trasgressore (risentimento, condanna, vendetta).

La bipolarità del perdono è suggerita non solo da quanto attesta la letteratura specifica, che evidenzia la necessità di un ripristino delle tendenze positive (compassione, rispetto, disponibilità), ma anche da una generale condotta delle scienze sociali: sarebbe incompleta, ad esempio, la visione della qualità matrimoniale studiata solo rispetto alla presenza/assenza di sentimenti negativi verso il partner (Fincham, 2000).

Sono le stesse teorie delle emozioni discrete a rinforzare una diversa metodologia, sottolineando come emozioni "negative" e "positive" riflettano sistemi separati anche a livello neurologico e biochimico. Infine, in questo studio si adotta un’ulteriore attenzione che, in linea con la concezione processuale del perdono, permette la stima del tempo necessario affinché esso, da decisione cosciente, si sviluppi e maturi realmente.

Al termine del ritiro dei questionari, si rileva un totale di 534 partecipanti reperiti in scuole (medie superiori e una scuola materna), gruppi parrocchiali, di comunità e di associazioni, consultori e un centro di terapia familiare, corsi per fidanzati e una rete di conoscenti. L’eterogeneità di questo campione soddisfa il reclutamento di persone con caratteristiche varie rispetto alle variabili in esame: genere, età, stato civile, soddisfazione del rapporto di coppia, religiosità, istruzione scolastica, esperienze di perdono, corsi sul perdono frequentati. In effetti, una delle ipotesi principali dello studio è indagare l’effetto principale di alcune variabili importanti, facendo seguire l’analisi delle 31 tematiche d’offesa presentate e delle tre scale d’opinione.

Un valore culturale

Qui di seguito riporterò alcuni dei risultati emersi. Come presupposto, vengono confermati alcuni effetti principali con significatività: la variabile genere fa riscontrare risposte diverse fra i due sessi, così come accade per gli item costruiti con motivazione scatenante l’offesa aggravante o attenuante e per le scale presentate. Non si rilevano significative incidenze delle variabili religiosità ed età. In effetti, anche la letteratura premette che, in situazioni specifiche e reali (e le offese fra innamorati rientrano in questa casistica), frequentanti e non alle celebrazioni si esprimono in modo simile.

Lo sviluppo delle doti altruistiche, empatiche, di integrazione del Sé, del senso del trascendente richiesti per la maturazione di una sincera scelta di perdono, sono caratteristiche che oggi emergono non solo dagli insegnamenti religiosi, ma anche dai valori insiti nella cultura e dalle norme trasmesse. Ne è prova l’attivo coinvolgimento sociale dei diversi partecipanti alla ricerca.

Sembrerebbe quindi più appropriata l’analisi della variabile spiritualità, richiedente uno sviluppo di qualità intellettive e psicologiche che si rivelano nella capacità di trascendenza, nell’abilità di entrare in uno stato di coscienza accresciuta, di investimento quotidiano delle risorse che dirigono un comportamento virtuoso nel perdono, nella gratitudine e nella compassione (Emmons, 2000).

Un altro dato che emerge è la similarità di risposte in persone di diversa età. Esso contrasta le consolidate teorie dello sviluppo cognitivo del perdono (Enright e altri, 1991) e i successivi studi che associano a ciascuno stadio di maturazione morale, l’appropriazione di un concetto di perdono sempre più vicino allo stadio "incondizionato". È ragionevole imputare questo risultato a un campione non certo ideale per questo tipo di analisi.

Rispetto ai 31 temi degli item-scenari, quelli ritenuti come "principali" fonti d’offesa nelle dinamiche di coppia si rivelano come più difficili da perdonare: "tradire", "maltrattare fisicamente e verbalmente partner e figli", "avere preferenze per un figlio" sono fra questi. Emerge inoltre come la maggior parte delle situazioni risultino più difficili da perdonare per le donne: per esempio, ciò che mette in primo piano i figli (il "non volere bambini", "criticarli", "maltrattarli"); le "critiche" che mirano al proprio "essere" e "operato"; il vivere al di fuori dell’entità "coppia", come due individui estranei a una sana interdipendenza, a un self-other; l’"uso improprio del dire" e i "problemi di comunicazione"; le "questioni economiche".

Diverse emotività

Appare quindi una donna che, sebbene a livello cognitivo sembri non differire nel giudizio di gravità della situazione, è più sensibile agli eventi relazionali, reagendo in modo emotivo e negativo a essi (Worthington & Wade, 1999). L’uomo, invece, è solito manifestare comportamenti emotivi con minore frequenza: quindi è ipotizzabile che il contatto empatico con tali accadimenti provochi in lui un impatto più profondo che lo conduce al perdono.

È inoltre ravvisabile la minore disponibilità al perdono delle persone "non sposate" in argomentazioni che sommariamente riflettono quelle precedenti. C’è quindi una similarità tra fidanzati e conviventi, persone giovani e senza prole. Forse questa categoria attraversa ancora una fase di idealizzazione del rapporto e di grandi aspettative, visione che offusca l’accettazione dei limiti umani e rende quindi deboli e indifesi di fronte all’offesa. Tali caratteristiche esortano forse lo sviluppo di qualità di accomodamento e di quelle profonde abilità empatiche necessarie al perdono.

Infine, dalle analisi delle tre scale, emerge che coloro che si trovano in una fase "problematica" del rapporto di coppia esprimono maggiore rivalsa. Un simile riscontro è ipotizzabile dalla letteratura che evidenzia come il perdono sia l’effetto di una sequenza causale dove la qualità positiva del rapporto (intimità, soddisfazione) determina benigne attribuzioni di causa e di responsabilità rispetto al torto procurato.

Il clima relazionale buono sostiene quindi il rietichettamento positivo degli elementi offensivi, promuovendo poi direttamente e indirettamente il perdono attraverso reazioni emozionali ed empatiche (Paleari, Regalia e Fincham, 2003). Un altro risultato va a confermare una maggiore propensione al perdono in chi ha frequentato un corso sul "perdono" e, parzialmente, in chi ritiene di aver perdonato spesso nella vita. I dati rispetto alla diversa istruzione scolastica confermano l’ipotesi della non influenza della variabile.

Le condizioni che favoriscono

Le conclusioni di questa ricerca possono partire proprio da quest’ultimo risultato unito ai sommari riscontri ottenuti rispetto alla religiosità: pare chiaro il sollecito a una visione più ampia delle condizioni favorenti il perdono e uno spostamento del focus su variabili quali lo sviluppo della più universale e generale spiritualità.

Ulteriori dati e più approfondite analisi potrebbero invece accreditare i risultati nel particolare contesto di coppia, il quale disgrega l’omogeneità di opinione rispetto a problematiche imprecisate, mostrando invece una donna in difficoltà di fronte al perdono, più ancorata nella rivalsa, soprattutto quando l’armonia sentimentale sta svanendo. Si trae quindi un rinnovato incentivo per la promozione di quei programmi psico-educativi di comprovata efficacia (ad esempio i lavori portati avanti dall’équipe di Worthington) proprio a partire dalle diadi, diffondendo la conoscenza dei meccanismi del perdono, dei requisiti da rinforzare, del suo sviluppo processuale. Le ricerche preliminari a questa tesi e i contatti intercorsi con le persone partecipanti rivelano infatti un’accentuata discordanza a partire dallo stesso concetto di perdono rispetto alle definizioni indotte dalle teorizzazioni scientifiche.

Quindi il questionario riporta per la prima volta una breve definizione del costrutto per rendere equiparabili fra i soggetti le successive risposte di perdono. Si ricorda inoltre la sperimentazione delle scale di misura adottate, l’introduzione delle due diverse "giustificazioni-motivazioni" all’offesa e il confronto fra gli status civili.

Si tratta quindi di uno studio ambizioso che suggerisce e necessita ulteriori approfondimenti nelle analisi e affinamenti nella strumentazione. In ogni caso, è questo un piccolo contributo che vorrebbe stimolare la clinica e la ricerca italiane verso una maggiore consapevolezza circa l’importanza del perdono per l’individuo e per il suo vivere sociale.

Silvia Di Gesu
   

BIBLIOGRAFIA

  • Emmons R.A, Is Spirituality an Intelligence? Motivation, Cognition, and the Psychology of Ultimate Concern, in "The International Journal for the Psychology of Religion", n. 10, pp. 3-26, 2000.

  • Enright R.D., Human Development Study Group, The Moral Development of Forgiveness, in W. Kurtines & J. Gerwirtz (Eds.), "Handbook of Moral Behavior and Development", vol. 1, pp. 123-152, Hillsdate, NJ. Erlbaum, 1991.

  • Fincham F.D., The Kiss of Porcupines: from Attributing Responsibility to Forgiving, in "Personal Relationships", n. 95, pp. 256-273, 2000.

  • Lafitte J., Il perdono trasfigurato, Edb, Bologna 2000.

  • McCullough M.E., Pargament K.I., Thoresen C.E., (Eds.), Forgiveness: Theory, Research, and Practice pp. 1-14, New York, Guilford Press, 2000.

  • Paleari F. G., Regalia C., Fincham F. D., Adolescents’ Willingness to Forgive their Parents: an Empirical Model, in "Parenting", Vol. 3, n. 2, 2003, pp. 155-174.

  • Roberts R.C., Forgivingness, in "American Philosophical Quarterly", n. 32, pp. 289-306, 1995.

  • Worthington E.L. Jr., Wade N. J., The Psychology of Unforgiveness and Forgiveness and Implications for Clinical Practice, in "Journal of Social and Clinical Psychology", n. 18, pp. 385-418, 1999.








 

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