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n. 5 MAGGIO 2004

Sommario

EDITORIALE
Rubare anni belli alla vita
di DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Il cancro in Italia e in Europa
di CARLO LA VECCHIA

apep00010.gif (1261 byte) Tumori e genetica
di NADIA CROTTI e ELENA DUGLIO

apep00010.gif (1261 byte) Interruzione del "continuum" vitale
di STEFANO GASTALDI

apep00010.gif (1261 byte) Come dare la notizia ai figli
di NADIA CROTTI e SERENA ROMA

apep00010.gif (1261 byte) Psicoterapia di gruppo in oncologia
di ANNA COSTANTINI e LUIGI GRASSI

apep00010.gif (1261 byte) Costruire una guida sui bisogni
di GIORGIO DI MOLA

DOSSIER
Tutelare la dignità dei deboli
di PAOLA VARESE

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Quando tutto si ferma all’improvviso
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
I media in famiglia: un rischio, una ricchezza
di GIOVANNI PAOLO II
Invidia e gelosia tra sorelle
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Se la favola non è come vorremmo
di MANUELA MANCINI
Coniugare cultura e turismo
di SERENA GAIANI
Sentimenti da comprendere
di LUISA PEROTTI

CONSULENZA GENITORIALE
Non nascondere la realtà ai figli
di MARIA TERESA BIANCARDI

POLITICHE FAMILIARI
Non più interdizione
di GIOVANNI GELMUZZI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Dai cartoni una mamma esemplare
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

COME VIENE PRATICATA

Psicoterapia di gruppo in oncologia

di Anna Costantini e Luigi Grassi
(rispettivamente psicologa presso la Asl Sant’Andrea di Roma e associato di Psichiatria presso l’Università di Ferrara)

Negli ultimi quindici anni è andata ampliandosi. Lo dimostra la letteratura sulle sue applicazioni cliniche e le sue caratteristiche specifiche.
  

La situazione italiana è tuttora agli inizi, pur con una sensibilità che va mutando. Infatti, sono ancora pochi i centri che hanno promosso un vero e proprio sviluppo di programmi. Fra tutti si segnala tuttavia quello di Ferrara.

Gli esseri umani nel corso della loro storia evolutiva hanno trovato da sempre nel gruppo risposta ai propri bisogni tanto da poter sostenere, come scrive Foulkes, che «la vita umana non è mai esistita al di fuori del gruppo» e che «tutti siamo già sempre e costitutivamente fatti dei nostri gruppi» (Fasolo, 2000). Ci riferiamo ai gruppi sociali fondamentali come la famiglia o la comunità di appartenenza, ai gruppi che sorgono spontaneamente tra ragazzi o nel quartiere dove si vive, ai gruppi nelle istituzioni come la scuola, l’ufficio, la fabbrica, la comunità scientifica, l’ospedale, il circolo sportivo.

Tali esperienze di gruppo comuni a tutti noi sono forse la ragione più profonda per cui molti operatori sanitari pensano, indipendentemente dalla propria formazione, di essere in grado di condurre un gruppo, idea (quella di effettuare un intervento specialistico senza una formazione) che non sarebbe concepibile in nessuna branca della medicina. Di fatto non è infrequente per chi si occupa di supervisione nelle istituzioni trovare terapeuti che portano un gruppo da loro formato ma che non sanno con chiarezza se quello che stanno facendo sia una vera e propria "psicoterapia di gruppo" o un gruppo di tipo diverso e soprattutto che non hanno in mente criteri appropriati per definirlo.

A tale proposito tra i gruppi organizzati per scopi terapeutici in oncologia è possibile distinguere due principali categorie: i gruppi terapeutici (organizzati intorno a un’attività come recitazione, musica, ballo, ma pensati deliberatamente a scopo terapeutico in funzione del loro carattere in quanto gruppo) e i gruppi psicoterapeutici (condotti da professionisti, basati sulla comunicazione verbale, in cui è il singolo membro oggetto del trattamento e il gruppo il principale fattore terapeutico).

In questo articolo affrontiamo solo l’ultima categoria, ma è opportuno rilevare le potenzialità dell’altra comunemente usata con successo nei programmi di molte associazioni di pazienti affetti da malattie oncologiche.

Le possibilità che gli interventi di gruppo abbiano un ruolo specifico nelle persone affette da patologie mediche gravi, incluse evidentemente le patologie neoplastiche, è un dato riportato in maniera evidente a partire dagli inizi del secolo scorso e maggiormente negli ultimi quindici anni.

L’importanza e la specificità del gruppo in oncologia è basato su alcuni elementi, in particolare: esso è più efficiente a parità di efficacia clinica rispetto a interventi individuali; migliora le abilità di reazione alla malattia attraverso la verifica delle modalità di reazione dei diversi membri del gruppo; propone come elemento centrale il significato delle relazioni interpersonali, forza motrice del gruppo e area focale dell’intervento; rappresenta il contesto privilegiato di condivisione e analisi di difficoltà comuni, favorendo un senso di supporto e di universalità che allevia la sofferenza di sentirsi soli e isolati con i propri problemi; contrasta i sentimenti di impotenza e inutilità mediante l’aiutarsi a vicenda tra i membri; migliora la capacità di comunicazione ed espressione emozionale sia nel "qui e ora" del gruppo che nella realtà esterna (Grassi, Biondi, Costantini 2003).

La situazione italiana attuale è ancora agli inizi, pur con una sensibilità che va mutando. Anche se vari gruppi riportano in ambiti congressuali o in riviste di settore interessanti esperienze cliniche con i gruppi pochi centri hanno visto un vero e proprio sviluppo di programmi di psicoterapia di gruppo istituzionali.

Tra questi certamente vanno sottolineate le esperienze di Grassi a Ferrara sulla psicoterapia supportivo-espressiva (Spiegel e Classen, 2003) e di Costantini a Roma sulla psicoterapia di gruppo a tempo limitato (Costantini, 2000).

Queste esperienze hanno sottolineato come i punti nodali siano non solo l’importare una tecnica che si è rivelata efficace in altri Paesi, ma adattarla e valutarne la riproducibilità su pazienti italiani. Inoltre affinché tali tecniche possano essere adottate da altri colleghi e conosciute dai medici con cui si lavora è determinante cambiare il clima culturale di una intera istituzione mediante gruppi di lavoro su linee guida locali, consensus conference, programmi di formazione e supervisione.

Per quanto riguarda il panorama internazionale un recente report dell’American Group Psychotherapy Association commissionato dal Department of Health and Human Services negli Usa fa il punto sullo stato dell’arte sui gruppi di oncologia per rispondere a due principali quesiti (Sherman, 2004): quali tipi di gruppo sono più utili e in quale fase di malattia?

In che modo i gruppi sono utili per i pazienti?

I risultati di tale studio sono indicativi per chi voglia lavorare in questo ambito, tuttavia va sempre considerato che molte delle tecniche riportate non sono applicabili tout court in Italia, ma richiedono un adattamento preventivo alla nostra realtà e al nostro contesto culturale.

Contenere lo stress

Per quanto riguarda l’area della prevenzione primaria l’uso dei gruppi, ancora in fase iniziale, si è rivelato efficace in donne a rischio per cancro della mammella (in quanto portatrici di geni Brca1 e Brca2 ) o con storia familiare di neoplasia mammaria che sovrastimano il rischio di ammalarsi.

L’intervento di gruppo ha l’obiettivo di contenere lo stress psicologico e prevenire eventuali comportamenti di evitamento dell’angoscia quali ad esempio la mancata adesione ai programmi di sorveglianza previsti o la richiesta in diverse circostanze inappropriata di interventi chirurgici come la mastectomia bilaterale preventiva.

I dati relativi agli studi sulle terapie di gruppo in pazienti che hanno già sviluppato la malattia evidenziano nel loro complesso che il gruppo migliora l’adattamento alla malattia. Tali evidenze sono basate su studi clinici controllati randomizzati relativi ai modelli di terapia cognitivo-comportamentale e di terapia supportivo-espressiva.

I gruppi brevi (12-16 sedute) e strutturati di terapia cognitivo-comportamentale migliorano l’adattamento nei pazienti in fase iniziale di malattia. I pazienti con malattia in fase avanzata beneficiano di trattamenti di gruppo senza un tempo prestabilito, non strutturati e fondati su un’interazione tra i membri. Pur se altri approcci possono essere considerati utili, a oggi il modello di psicoterapia supportivo-espressiva ha dimostrato robuste prove di efficacia.

In risposta al secondo quesito «In che modo i gruppi sono utili per i pazienti?» è possibile sostenere che l’utilità dei singoli gruppi sia significativamente correlata all’obiettivo che il terapeuta si è prefisso e alla tecnica e stile di conduzione conseguentemente scelti.

Gruppi psicoeducazionali brevi condotti con uno stile deduttivo (didatticamente orientati, con interazione limitata a eventuali domande poste dai partecipanti) migliorano la conoscenza della malattia e del trattamento, aumentando l’aderenza al regime terapeutico e l’adattamento funzionale. Tali gruppi si rivolgono a pazienti a rischio genetico o che hanno di recente ricevuto una diagnosi di cancro e ai loro familiari.

Gruppi con focus cognitivo e orientati alle modalità individuale di risposta emotiva e comportamentale sono indicati per pazienti in trattamento attivo o che lo hanno di recente completato e che hanno ricevuto la diagnosi negli otto mesi precedenti. Tali gruppi, condotti secondo uno stile interattivo (con un approccio strutturato in cui sono previste parti didattiche e parti esperienziali di esercizi o di discussione, migliorano la gestione di sintomi specifici, il funzionamento quotidiano del paziente e favoriscono l’acquisizione di abilità di risposta alla malattia).

Infine i gruppi interpersonali di recupero e di supporto a orientamento esistenziale (quale la psicoterapia supportivo-espressiva), che permettono l’espressione autentica di sentimenti e preoccupazioni personali, condotti con uno stile induttivo (con contenuti proposti dai pazienti, non strutturati, centrati sul processo di gruppo e solo facilitati dal terapeuta) migliorano l’adattamento emozionale, favoriscono il supporto, aiutano a rivedere le priorità, a recuperare una progettualità esistenziale e ad affrontare tematiche inerenti il significato personale del vivere e del morire.

Più recentemente l’utilizzo di interventi di gruppo di tipo supportivo-espressivo breve (12-16 sedute) per pazienti in fase precoce di malattia è stato valutato in uno studio multicentrico aperto (Costantini e Grassi, 2002). In tale indagine l’intervento, benché focalizzato e limitato nel tempo si è dimostrato efficace nel ridurre la sintomatologia di stress psicologico e migliorare gli stili di reazione alla malattia in pazienti con carcinoma della mammella in fase precoce.

Dati suggestivi

Un filone di studi ha considerato tra le misure di esito negli interventi di gruppo oltre ai cambiamenti psicologici anche specifici cambiamenti biologici. Le modifiche osservate a carico del sistema immunitario (l’attività delle cellule natural killer o le risposte linfocitarie) e del sistema endocrino (i livelli di cortisolo) confermano lo stretto rapporto tra mente e corpo secondo le interessanti teorizzazioni di una delle più attuali aree di sviluppo della psicosomatica, la psiconeuroimmunologia.

Tali dati tuttavia, seppur suggestivi, richiedono ulteriori studi che chiariscano meglio alcuni punti quali la durata e la rilevanza clinica di tali modificazioni.

Un ulteriore filone che ha avuto risonanza anche nella stampa non specialistica è stato quello relativo a un piccolo numero di studi che hanno cercato di evidenziare gli effetti delle terapie di gruppo sulla sopravvivenza di pazienti con cancro.

Alcuni di questi studi sono stati pubblicati su riviste autorevoli, tra cui Lancet, e hanno dimostrato come pazienti che avevano partecipato a gruppi di terapia supportivo-espressiva della durata di un anno avessero poi avuto una sopravvivenza doppia rispetto a pazienti che avevano ricevuto solo un supporto individuale di routine. Dati suggestivi che hanno colpito l’immaginazione del grande pubblico e anche la speranza dei terapeuti, ma che a oggi devono essere ancora letti con cautela.

Le evidenze sull’efficacia delle terapie di gruppo sullo stato di malattia sono ancora scarse e gli studi che hanno tentato di ripetere l’esperienza hanno dato anche risultati contrapposti, non segnalando alcuna efficacia delle terapie di gruppo sulla sopravvivenza, ma un evidente effetto positivo sulla qualità della vita.

Anche tenendo conto del recente lavoro della task force dell’American Group Psychotherapy Association, possiamo confermare quanto già ripetutamente abbiamo sottolineato sull’importanza della tecnica e stile di intervento sull’esito del trattamento e sulla responsabilità del terapeuta di effettuare in tal senso scelte appropriate (Costantini, Grassi, 2002).

È ancora un fenomeno diffuso nel nostro Paese osservare nella pratica clinica una serie di esperienze genericamente definite come "gruppo", non solo prive di una specificità terapeutica, ma a volte condotte da operatori che non hanno effettuato neanche un percorso minimo di formazione nella conduzione di gruppi.

Tale fenomeno rappresenta la prova di come molti clinici abbiano intuito le potenzialità delle tecniche di gruppo. Va tuttavia sottolineato che revisioni approfondite del trattato hanno dimostrato che tali terapie non solo non sono efficaci, ma che in mani inesperte possono anche rivelarsi controproducenti.

Temi prevalenti

Diversi sono i temi che regolarmente si presentano nelle terapie di gruppo per persone con malattie oncologiche, in particolare nelle terapie a valenza esplorativo-interpersonale.

Uno dei primissimi elementi che emergono è rappresentato dal tema del "perché io". L’improvviso passaggio da una condizione di salute, immaginata come eterna, a una di malattia, determina l’emergere di emozioni violente.

In questa fase sentimenti di angoscia, disperazione e impotenza possono alternarsi a sentimenti di rabbia verso i medici che non hanno colto possibili segni e sintomi, verso il carico ereditario, verso un colpevole esterno, verso il destino. Il gruppo risulta in queste primissime fasi il contenitore specifico di tali angosce. L’adattamento ai cambiamenti di sé e dell’immagine corporea sono i temi connessi alla fase immediatamente successiva e rappresentano un’area di complessa esplorazione.

Nelle relazioni interpersonali, il mito della bellezza fisica e della cultura dell’apparenza comporta sia vissuti di perdita e dolore rispetto a quello che si era e che oggi non si è più, che di rabbia e talora invidia verso chi continua a star bene e a essere "sano, bello e forte".

Il problema della sessualità risulta a questo livello centrale, anche in relazione alla notevole difficoltà con cui si riesce a parlarne in ambito pubblico. Spesso è proprio a partire dalla discussione di tali tematiche che emergono i sentimenti di alienazione, solitudine e incomprensione, ulteriori nodi centrali della sofferenza dei pazienti. I sentimenti di isolamento, alienazione e incomprensione sono tuttavia bilanciati dalla possibilità di sentire in gruppo la presenza e la comprensione degli altri membri e del/i terapeuta/i, anche se questi non necessariamente ammalato/i sul piano fisico.

Tale condivisione rappresenta una delle vie per approfondire i meccanismi per i quali gli altri, inclusi i propri familiari, rifuggono la diversità.

Altre importanti tematiche, quali quelle relative all’incertezza verso il futuro e la presa di coscienza della propria mortalità, emergono con grande prepotenza nel percorso del gruppo. Verso queste il gruppo stesso concentra molte delle energie nel lavoro terapeutico. Spesso un sufficiente livello di accettazione della morte risulta dalla capacità dei membri del gruppo a riordinare i valori della vita e i propri obiettivi personali. Usare costruttivamente il tempo, anche se quello che resta può non essere tanto, riesaminando il proprio percorso esistenziale, identificando nuovi valori e dando voce a bisogni spesso lasciati "sepolti" per i più svariati motivi si pone come momento terapeutico di grande significato sul piano umano per tutto il gruppo: pazienti e terapeuti.

La formazione del terapeuta

Un aspetto importante e specifico nella conduzione di gruppi con pazienti oncologici è che il terapeuta abbia maturato nella sua formazione una sufficiente capacità di percezione dei propri vissuti in particolare rispetto alle tematiche collegate alla malattia fisica e alla morte.

Altre abilità necessarie che il terapeuta deve aver acquisito sono la conoscenza delle patologie oncologiche e del loro trattamento, la capacità di affrontare la sofferenza e il deterioramento fisico, la consapevolezza profonda dei propri limiti come professionista e come essere umano, l’abilità nell’elaborare l’ampiezza dei propri sentimenti personali sollecitati nelle relazioni con i vari pazienti (Grassi, Biondi, Costantini, 2003).

Tra questi sentimenti che in termini psicodinamici possiamo definire controtransferali, in oncologia sono stati segnalati: sentimenti di inadeguatezza che possono rivelarsi direttamente attraverso un sentimento intimo di dolore e depressione nel terapeuta o secondo modalità più insidiose e mascherate di onnipotenza terapeutica; angoscia di morte con possibili reazioni difensive di distanziamento emotivo e freddezza nel rapporto con il paziente o di negazione della ineluttabilità della progressione della malattia; rabbia verso il paziente come reazione a possibili sentimenti di ostilità manifestati verso il terapeuta sano e lontano dalla realtà della malattia; sentimenti a valenza varia legati a eccessiva identificazione col paziente (nell’identificarsi con il paziente il terapeuta prova profondi sentimenti di rabbia verso gli infermieri o i familiari che "non lo capiscono", o un senso di acuta depressione e solitudine di fronte alla ineluttabilità della morte).

Per quanto riguarda la formazione specialistica nella tecnica di conduzione dei gruppi, il livello di formazione richiesto varia a seconda che il gruppo sia a carattere educazionale o comportamentale (terapeuta come facilitatore) o a carattere esplorativo-interpersonale (terapeuta come facilitatore ma anche come figura sulla quale vengono proiettati vissuti idealizzanti, onnipotenti di rabbia, di incomprensione in funzione del processo di gruppo).

Nel primo caso può essere sufficiente un percorso minimo di formazione alla conduzione di gruppi.

Nel secondo caso la capacità di creare e mantenere un gruppo, di saper leggere le interazioni tra i membri in funzione dello stadio di sviluppo e di altri processi di gruppo, il tenere a mente le storie personali, i sogni, le associazioni dei singoli membri e cogliere al contempo come esse entrino in relazione tra loro, di evidenziare connessioni significative tra rappresentazioni mentali, di tutelare il setting terapeutico in momenti critici sia del processo di gruppo che del contesto istituzionale, sono compiti di una complessità tale per chi ne conosce le implicazioni cliniche da non essere lasciati a terapeuti inesperti senza timore di inficiare la "sicurezza" del gruppo e anche la salute mentale del terapeuta stesso.

Se si considera che accanto a questi compiti un buon terapeuta deve anche saper mantenere la «mente capace di commuoversi e di stupirsi» (Neri, 2002) e la capacità di «lasciarsi andare con il gruppo, avvertire i tempi scanditi dalla qualità delle interazioni in atto, per intervenire in tempo» (Cuomo, 2000) si comprende come il compito complesso di condurre gruppi psicoterapeutici in modo efficace non possa essere assunto da chi non abbia maturato un percorso adeguato di formazione (in Italia esistono a tale proposito scuole di formazione quali la Confederazione delle organizzazioni italiane ricerca e analisi dei gruppi – Coirag o la Società gruppo analitica italiana – Sgai).

Possibili sviluppi

Benché l’approccio di gruppo sia impiegato da tempo in ambito clinico, in particolare nei Paesi di lingua anglosassone, e ampie siano le evidenze degli effetti positivi sui pazienti, di fatto in Italia sono ancora scarse le strutture oncologiche che prevedano programmi di terapia di gruppo. Tale fenomeno ha varie spiegazioni: la prima si riferisce alla mancanza di psiconcologi nelle strutture oncologiche in Italia: una recente indagine ha evidenziato come solo il 35% di esse abbia uno psiconcologo al suo interno. Una seconda spiegazione riguarda il fatto che anche qualora la struttura avesse al suo interno uno psiconcologo, per avviare un gruppo è necessario un psicoterapeuta formato alla conduzione di gruppi. Una terza spiegazione riguarda il lavoro che lo psiconcologo ha effettuato nella istituzione cui appartiene per preparare una cultura che favorisca lo sviluppo dei gruppi.

È necessario infatti aver creato una rete di medici invianti motivati e consapevoli delle potenzialità dell’intervento di gruppo, che comprendano l’importanza e la specificità del tipo di approccio e lo considerino al pari di un altro intervento medico utile al paziente in una visione realmente integrata del lavoro comune.

Solo così sarà assicurata allo psicoterapeuta la possibilità di avere rispettati i luoghi e i tempi del setting e assicurarsi l’invio di un numero adeguato di pazienti per effettuare una buona selezione e alimentare i gruppi man mano che qualcuno dei membri lasci il gruppo per vari motivi.

Una quarta spiegazione riguarda la cultura aziendale prevalentemente orientata fino a oggi alla tradizione medica e non ancora in grado di cogliere la portata delle terapie di gruppo in quest’area di intervento e di conseguenza scarsamente propensa a investire nella formazione, nell’attivazione di servizi specifici di psiconcologia o nella concessione di spazi adeguati. Il problema degli spazi nelle nostre aziende ospedaliere è un problema da non sottovalutare sia in termini di "specialistica" che in termini economici.

Il nostro sistema sanitario negli ultimi anni ha subito sostanziali cambiamenti, ma di fondo mantiene ancora una filosofia da welfare. Tuttavia è indubbio che un direttore generale si trovi di fronte a una serie di criteri (economici, di abbattimento delle liste di attesa, di priorità assistenziali) da considerare nell’assegnare i limitati spazi del suo ospedale. Pertanto il responsabile del servizio di psiconocologia nel proporre progetti convincenti dovrà valorizzare i vantaggi di un programma di psicoterapia di gruppo non solo in base ad argomentazioni cliniche ma anche e forse soprattutto utilizzando i concetti ormai imprescindibili della medicina basata sulle evidenze e dell’economia sanitaria. Vantaggi in termini di costi /benefici, impatto sulla qualità della vita dei pazienti e riduzione dei costi indiretti della depressione correlata alla patologia neoplastica e così via. (Costantini, 2000).

Per le direzioni future della ricerca, ulteriori sforzi dovrebbero essere indirizzati per comprendere meglio i meccanismi terapeutici responsabili degli esiti quali ad esempio possibili cambiamenti negli stili di reazione alla malattia, cambiamenti nel funzionamento relazionale, nella capacità di elaborare le emozioni, o nel significato esistenziale.

Ulteriori campi di indagini potrebbero essere dedicati ad avere una migliore comprensione sulle modalità più efficaci per mantenere i benefici raggiunti dopo il termine del gruppo, o su quale possa essere il momento ottimale per inserire un paziente in un gruppo (per esempio subito dopo la diagnosi o subito dopo il trattamento), o ancora su più precise indicazioni e controindicazioni della composizione omogenea o eterogenea per caratteristiche di malattia.

Infine sarebbe auspicabile ampliare l’offerta terapeutica a gruppi di uomini con cancro, a gruppi di pazienti con basso reddito e scarso supporto sociale e a gruppi di familiari. Alcune esperienze maturate in questi anni indicano la bontà di interventi di gruppo allargati ai familiari, in un’ottica di approccio globale alla malattia medica, la malattia calata nel sistema biopsicosociale in senso specifico. La necessità di una diffusione maggiore delle esperienze accumulatesi in questi anni e di una formazione maggiormente orientata in senso gruppale rappresenta un elemento indispensabile per garantire livelli assistenziali di eccellenza all’interno delle aziende sanitarie.

Anna Costantini e Luigi Grassi
   

INIZIATIVE IN CAMPO

Ogni anno in Italia sono all’incirca 11.000 i giovani che si ammalano di tumore. Su un totale di 21 milioni di persone dai 15 ai 39 anni, si stima la presenza di centomila malati di cancro. Lo ha rivelato l’VIII Conferenza nazionale dell’Associazione italiana di oncologia medica, organizzata a Bergamo a fine marzo sul tema: "I tumori nei giovani". Il depliant del programma.
La principale sollecitazione emersa dai lavori bergamaschi (a fianco il depliant del programma), è stata sulla diagnosi precoce come fattore fondamentale per un esito favorevole.

La lotta contro il cancro registra successi e iniziative. L’ultima in ordine di nascita è quella promossa dalla Fondazione Veronesi e Rcs attraverso il sito www.corriere.it/sportello-cancro che offre una mappa elettronica in cui sono censiti 723 ospedali e 3.500 medici oncologici, notizie, farmaci e volontariato.


   BIBLIOGRAFIA

  • Costantini A., Psicoterapia di gruppo a tempo limitato. Basi teoriche ed efficacia clinica, McGraw-Hill Libri, Milano 2000.

  • Costantini A., Grassi L., "Gli interventi di gruppo", in Bellani M. Marasso G., Amadori D., Orrù W., Grassi L., Casali P., Bruzzi P., Trattato di Psiconcologia, Masson, Milano 2002.

  • Cuomo G., "Tempo ed efficacia", in Costantini A., Psicoterapia di gruppo a tempo limitato. Basi teoriche ed efficacia clinica, McGraw-Hill Libri, Milano 2000.

  • Fasolo F., "L’organizzazione dei gruppi in un dipartimento di salute mentale", in Costantini A., Psicoterapia di gruppo a tempo limitato. Basi teoriche ed efficacia clinica, McGraw-Hill Libri, Milano 2000.

  • Grassi L., Costantini A., "Indicazioni e limiti delle terapie di gruppo nelle patologie somatiche", in Costantini A., Psicoterapia di gruppo a tempo limitato. Basi teoriche ed efficacia clinica, McGraw-Hill Libri, Milano 2000.

  • Grassi L., Biondi M., Costantini A., Manuale pratico di Psiconcologia, Il Pensiero Scientifico Editore, Roma 2003.

  • Neri C., Comunicazione personale, 2002.

  • Sherman A., Group Interventions for Cancer and Hiv Disease: what do we Know?, Group Circle The Newsletter of the American Group Psychotherapy Association, february/march 2004, pp. 1-4.

  • Spiegel D., Classen C., Terapia di gruppo per pazienti oncologici (traduzione italiana di Group Therapy for Cancer Patients, Basic Books 2000), Mc-Graw-Hill Libri, Milano 2003.








 

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