Famiglia Oggi.

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n. 5 MAGGIO 2004

Sommario

EDITORIALE
Rubare anni belli alla vita
di DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Il cancro in Italia e in Europa
di CARLO LA VECCHIA

apep00010.gif (1261 byte) Tumori e genetica
di NADIA CROTTI e ELENA DUGLIO

apep00010.gif (1261 byte) Interruzione del "continuum" vitale
di STEFANO GASTALDI

apep00010.gif (1261 byte) Come dare la notizia ai figli
di NADIA CROTTI e SERENA ROMA

apep00010.gif (1261 byte) Psicoterapia di gruppo in oncologia
di ANNA COSTANTINI e LUIGI GRASSI

apep00010.gif (1261 byte) Costruire una guida sui bisogni
di GIORGIO DI MOLA

DOSSIER
Tutelare la dignità dei deboli
di PAOLA VARESE

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Quando tutto si ferma all’improvviso
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
I media in famiglia: un rischio, una ricchezza
di GIOVANNI PAOLO II
Invidia e gelosia tra sorelle
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Se la favola non è come vorremmo
di MANUELA MANCINI
Coniugare cultura e turismo
di SERENA GAIANI
Sentimenti da comprendere
di LUISA PEROTTI

CONSULENZA GENITORIALE
Non nascondere la realtà ai figli
di MARIA TERESA BIANCARDI

POLITICHE FAMILIARI
Non più interdizione
di GIOVANNI GELMUZZI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Dai cartoni una mamma esemplare
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

CONSULENZA GENITORIALE - L’IMPORTANZA DI UN "CLIMA" SERENO IN CASA

Non nascondere la realtà ai figli

di Maria Teresa Biancardi
(psicologa e psicoterapeuta)

Se in famiglia arriva la notizia della grave malattia di un proprio membro la vita quotidiana ne è negativamente influenzata. Ma quando succede in un nucleo dove è stato accolto un bambino in adozione o in affidamento l’inquietudine è maggiore.
  

Quando un sistema familiare viene aggredito brutalmente e improvvisamente dalla notizia della malattia grave, raramente qualcuno dei suoi componenti pensa che una consulenza psicologica possa costituire un aiuto. La vita quotidiana è sottoposta all’aggressione di una molteplicità di impegni, tutti urgenti e inquietanti: visite mediche, con relativi appuntamenti da fissare e relative liste di attesa da rispettare, visite all’ospedale, consulti, terapie, pratiche burocratiche, mentre il pensiero è costantemente concentrato sul problema e tutte le energie psichiche sono impegnate tra la speranza da coltivare e la disperazione da cacciare. In questa situazione lo spazio mentale e operativo per cercare e trovare un sostegno psicologico è estremamente ridotto.

La cosa è comprensibile: nell’affannoso accavallarsi di impegni e pensieri concreti e immediati, le attenzioni agli aspetti psicologici e relazionali che coinvolgono tutto il sistema nella malattia grave di un suo membro, possono apparire raffinatezze ed esagerazioni. Si pensa che l’aiuto possa venire solo dal mondo medico, troppo cogente e urgente è la questione della salute o almeno della cura medica, perché ci sia lo spazio per altri pensieri e attenzioni. Certo, quando ci sono i figli, gli adulti più vicini si preoccupano di tenerli fuori dai problemi posti dalla malattia, di giustificare in altro modo le lunghe assenze del babbo o della mamma, di attenuare lo stress.

La lodevole e provvidenziale preoccupazione nasconde tuttavia una sottovalutazione di una delle principali e originali caratteristiche della vita familiare, quella che la individua come comunità di persone la cui vita è caratterizzata dal "clima" relazionale complessivo, dall’umore che si crea sulla scorta degli eventi che vi si verificano. In famiglia è impossibile nascondersi reciprocamente i sentimenti e le emozioni, al massimo se ne potranno attenuare, contenere, velare le manifestazioni. Perché l’intimità, la prossimità, e conseguentemente il peso della comunicazione analogica è così forte, così indipendente dalla volontà e dalla stessa consapevolezza delle persone, da costituire una fonte di informazione reciproca permanente. Ma attenzione: non si tratta di informazioni per diadi, bensì di un’informazione circolare per cui le reazioni di ciascuno a un evento e i suoi vissuti influenzano ognuno e creano catene di feed-back interminabili e intersecantisi che si influenzano e si potenziano a vicenda, creando nell’insieme il clima di quel determinato momento della vita familiare.

Questa particolarità della costruzione di un clima familiare vale nel bene e nel male, per i buoni e per i cattivi eventi. Ma quando le notizie sono cattive, quando gli eventi sono infausti i figli hanno antenne particolarmente sensibili a cogliere il clima emotivo. Perché più fragili, più insicuri, più dipendenti dall’adulto non solo in termini operativi, ma soprattutto in termini di significato; nessuno sta bene in famiglia se qualcuno non sta bene, ma in particolare non stanno bene i figli, se gli adulti non stanno bene.

Inoltre, il figlio, in queste situazioni, perde la posizione di centralità che occupava in famiglia, e rischia di sentirsi trascurato senza capire perché, intuisce vaghi pericoli, prova oscuri timori, sospetta trascuratezze che può ritenere dovute a proprie mancanze.

Ecco perché il ricorso a una consulenza psicologica da parte degli adulti che hanno la responsabilità evolutiva dei piccoli in famiglia (genitori, evidentemente, ma anche nonni e zii) può rivelarsi un sostegno non solo per il malato e per chi più strettamente è coinvolto nella sua storia per vincoli affettivi e responsabilità di assistenza, ma anche per tutto il contesto familiare, per la qualità del clima che può crearsi e che può essere percepito.

Buona regola è comunque non nascondere ai figli la realtà, ma riferire di essa quanto è compatibile con la loro capacità di comprensione e quanto è necessario perché le modificazioni del clima familiare e le variazioni organizzative trovino presso il figlio una giustificazione che lo liberi dal sospetto di essere trascurato senza motivo o per colpa sua.

Trasparenza e rassicurazione

Quando la notizia di un tumore coglie una famiglia che ha accolto in adozione o in affidamento un bambino nato da altri, l’inquietudine assale con maggior forza tutto il contesto familiare. Anche in questo caso è indispensabile anzitutto la trasparenza, la rassicurazione verbale e analogica che le distrazioni degli adulti non sono addebitabili a un calo di interesse nei confronti del bambino, ma è assolutamente necessario che si faccia qualcosa di più, perché i pensieri del figlio adottato o affidato sono inevitabilmente ancor più insicuri, turbati, preoccupati di quelli del figlio biologico.

In questa esperienza la famiglia adottiva o affidataria è più che mai bisognosa di una consulenza esterna, per ricevere una sorta di autenticazione della propria disponibilità e soprattutto un sostegno per superare la soglia dell’emotività e conservare razionalità, competenza, oggettività.

Non è facile, comunque, per la famiglia adottiva o affidataria, ricorrere a questo tipo di sostegno: la famiglia adottiva, per giungere ad accogliere il proprio figlio ha dovuto superare un percorso piuttosto complesso, lungo e non sempre felice di contatti con il mondo dei servizi psicosociali, e questo può costituire una remora ulteriore oltre a quelle richiamate all’inizio.

La sua condizione di utente, che appariva ormai definitivamente o parzialmente superata dalla buona riuscita dell’esperienza genitoriale, torna a ripresentarsi in tutto il suo significato di precarietà e complessità.

Ma proprio a questi genitori, in modo particolare è chiesta la fatica di "dire la verità", ai figli, perché se il figlio biologico, quando gli adulti sono costretti a concentrarsi su una situazione di malattia grave, vede messa in discussione la sua posizione centrale in famiglia e può temere di perdere le attenzioni affettuose e la compagnia a cui era abituato, tanto più si sentirà esposto al rischio di essere trascurato o addirittura abbandonato il figlio adottivo o affidato.

Due storie esemplari

Alessandro ha 12 anni ed è da un anno affidato a una coppia che sta riparando con fatica e immensa disponibilità i danni che gli sono stati procurati da una lunga storia di abuso sessuale intrafamiliare, per di più iniziata precocemente.

Quando i medici diagnosticano alla signora un tumore al seno, la coppia decide di non parlarne né con Alessandro, il cui equilibrio è ancora molto precario, e che solo da poco ha iniziato a manifestare gli effetti del nuovo benessere acquisito – attraverso una certa regolarità nei comportamenti familiari, scolastici e sociali – né con i servizi, per non correre il rischio di vedere interrotta l’esperienza dell’affidamento. Ma evidentemente presumono di sé stessi e sottovalutano la sensibilità di Alessandro, che dal mutato clima familiare trae la conclusione che la coppia voglia disfarsi di lui, ne sia delusa e disamorata. Così non solo il ragazzino regredisce, creando problemi a scuola, ma addirittura mette in atto comportamenti aggressivi e attua iniziative di fuga che non possono non allertare scuola e servizi.

Si crea così un’escalation simmetrica: quanto più Alessandro teme di essere trascurato, tanto più agisce comportamenti oppositivi che suscitano nei genitori, già provati dalle conseguenze relazionali della malattia, inconsapevoli spinte espulsive. Solo l’intervento dei servizi, finalmente coinvolti dagli eccessi di Alessandro, ha potuto portare chiarezza nella situazione e porre le premesse di un dialogo che sta consolidando il rapporto.

Diversa la storia di Giorgia, una sedicenne che, dopo una lunga storia di istituzionalizzazione, era riuscita a far fallire ben tre tentativi di adozione. Finalmente sembrava aver trovato un ambiente "appena sopportabile" (come usava dire) presso una coppia che aveva già due piccoli figli biologici.

Lo sport preferito di Giorgia, ormai in affidamento da qualche tempo, era quello di tenere tutta la famiglia in sospeso: a ogni scaramuccia, richiamo sul comportamento, contenimento sugli orari, esortazione allo studio, Giorgia professava il proprio dubbio sul legame alla famiglia ed evocava l’eventualità di un ritorno in comunità.

Quando improvvisa è esplosa la tragedia del tumore cerebrale del capo famiglia, il successivo urgentissimo intervento operatorio in un’altra città e la conseguente, indispensabile assenza della madre per un lungo periodo, con la successiva prognosi di invalidità permanente della quale non sono ancora chiari i termini, Giorgia si è fatta carico dei fratellini con una naturalezza, una competenza e una disponibilità sorprendenti.

Giorgia ha, poi, confidato all’assistente sociale che stava seguendo il suo inserimento nella famiglia e che era stata provvidenzialmente allertata dai genitori, di aver capito solo in quella circostanza quanto quella famiglia fosse veramente "la sua famiglia".

Bisogna dire che in questo caso a Giorgia non era stato nascosto nulla di quanto stava accadendo e che la sua famiglia affidataria godeva di una buona e consolidata rete amicale, che ha offerto a Giorgia il necessario sostegno.

Una riflessione a mente fredda

Una riflessione che ponga in evidenza l’ipotesi di opportunità che può celarsi nelle pieghe di vicende dolorosissime come quelle rappresentate dall’annunciarsi di una malattia oncologica, è possibile solo a mente fredda, a chi non ne è immediatamente coinvolto sul piano emotivo e affettivo, perché l’esperienza del dolore toglie la possibilità di pensare e concentra tutto il nucleo familiare sull’unico obiettivo di superarlo e vincerlo.

D’altra parte la riflessione su queste esperienze consente di comprendere meglio il valore della famiglia, specie per i soggetti che in essa coprono posizioni debolissime come i figli adottati o affidati. Essa crea, garantisce, custodisce, coinvolge nella reciprocità la storia delle persone, dotandole di quel contesto che viene detta "base sicura" e che, se offre un quadro di riferimento stabile per gli adulti, per i piccoli provati da precedenti esperienze di abbandono è radicalmente condizione di vita e di sopravvivenza.

Forse famiglie adottive o affidatarie fortunatamente non provate dall’evento malattia possono pensare, come i genitori di Alessandro, che i loro figli non sarebbero in grado di superarne la prova. Ma la solidità del rapporto di genitorialità e filiazione che si basa sull’affetto anziché sulla biologia, rivela in certi casi tutta la sua forza proprio nei momenti di maggiore precarietà della famiglia.

Un ultimo richiamo può apparire utile: non solo la famiglia continua a essere risorsa e a essere vissuta come tale (Alessandro e Giorgia lo hanno dimostrato, ciascuno a modo suo) anche nei momenti di sofferenza, ma essa deve cercare di non perdere mai il senso della propria identità sociale. Anche se può essere estremamente faticoso aggiungere, ai già impellenti e onerosi impegni imposti dalla cura della malattia quello di prendersi cura anche delle conseguenze psicologiche di essa, la fatica può rivelarsi alla fine un’occasione di sostegno.

Maria Teresa Biancardi
   

LA NASCITA DEL FIGLIO ADOTTIVO

La consulente familiare Rossana Ragonese ha due figli, di cui uno adottivo, Lelia Della Scala organizza corsi di formazione preadottivi, Giovanni e Chiara Ralli sono genitori adottivi: tutte insieme queste persone sono autori di Il dono di due diversi amori (San Paolo 2004, € 5,00, pp. 56) pubblicato nella collana "Quando". Il piccolo e agile volume ha un duplice intento: tradurre in parole semplici un’esperienza concreta e offrire utili consigli a tutti coloro che, a vari livelli e con diverse funzioni, sono coinvolti in un’adozione.

Vi si percorrono, quindi, le varie tappe del cammino (definito «di riconciliazione») che porta alla nascita del rapporto adottivo: quelle relative alla coppia e alla famiglia pre-esistente (la storia personale, i motivi che sostengono la scelta di adottare), quelle dell’accoglienza del nuovo arrivato e delle difficoltà che si possono incontrare come genitori e come figli.

Inoltre, gli autori sottolineano l’importanza del sostegno, in particolare di quello condiviso, e del ruolo dei servizi di accompagnamento (durante questa esperienza), la cui competenza va presa in considerazione e mai abbandonata prima del tempo.

o.v








 

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