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n. 6/7 GIUGNO-LUGLIO 2004 EDITORIALE SERVIZI
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UNA PASTORALE
FRUTTUOSA
Riconoscere il ruolo della famiglia di
Andrea Grillo Una
rivalutazione intelligente dei tempi, dei pasti, delle crisi familiari
aiuterebbe i preti a passare da un’ottica clericale a quella
ecclesiale con grandi benefici della parrocchia e dell’assemblea
celebrante.
Se gettiamo uno sguardo sulla celebrazione dei sacramenti in ambito parrocchiale, non possiamo ignorare anzitutto che gli occhi che guardano, le mani che offrono, le orecchie che ascoltano, i nasi che inspirano, le bocche che cantano, i corpi che vibrano sono in larghissima maggioranza quelli delle famiglie cristiane, di padri e di madri, di coppie, di figli e di figlie. L’ipotesi di un’effettiva insensibilità, di una mancata partecipazione, di una ricezione puramente passiva della celebrazione conduce, inevitabilmente e quasi irrimediabilmente, a una pastorale ancora fondamentalmente clericale, ossia affidata esclusivamente al clero e perciò con poca comunicazione e quindi anche con pochissimo senso del mistero. Va subito e chiaramente detta una verità scomoda, ma per questo tanto più urgente, proprio perché troppo spesso si tenta di ignorarla, di negarla e di capovolgerla: ossia che è proprio questa emarginazione della vita familiare dalla esperienza parrocchiale, il suo ridursi soltanto a una titolarità di diritti (o di doveri, ma comunque priva di esperienza), a portare nello stesso tempo a una limitata comunicazione e a una vertiginosa perdita di senso del mistero(1). Per questo il ruolo delle famiglie nella Chiesa costituisce non solo il recupero del portato di una categoria (maggioritaria) di battezzati, quanto piuttosto il recupero di una integralità ecclesiale plenaria, grazie alla quale ogni pastorale può ritrovare la sua normalità più elementare. E proprio questo è il difficile: che oggi facciamo fatica a ritrovare ciò che è elementare e dobbiamo ringraziare senza posa l’evento benedetto del Concilio Vaticano II per averci mostrato esemplarmente la strada maestra. Così comprendiamo una nuova articolazione tra comunicazione e mistero. Non è più la separazione gerarchico-istituzionale tra clero e laici a garantire la differenza tra soggetti attivi e soggetti passivi nella Chiesa; ora è invece la differenza tra iniziati al battesimo/eucaristia e non iniziati a modellare possibilità comunicative e garanzie effettive di salvaguardia del mistero di Cristo e della Chiesa. Ciò evidentemente non inficia per nulla il ruolo del ministro ordinato, ma ci impedisce di renderlo strutturalmente sostitutivo di ogni altra forma di vocazione o di vita cristiana. Invece, una pastorale delle separazioni e non delle soglie, del paternalismo e non delle paternità, delle cerimonie e delle funzioni piuttosto che dei simboli rituali, non riuscirà più a entrare nel circolo virtuoso della ministerialità laicale, non ne sentirà il bisogno strutturale, non ne motiverà la formazione e la virtù, non se ne lascerà meravigliare: così ne smarrirà ben presto le ragioni, finendo col ripiegarsi nostalgicamente sulle presunte garanzie in vigore 60 anni fa, che non riuscivano a garantire neppure la Chiesa di allora, figuriamoci quella di oggi! Con tutto ciò, dobbiamo chiederci se la rinnovata sensibilità per la radicazione spazio-temporale della parrocchia saprà coinvolgere veramente la famiglia in quella che è stata chiamata – per la Chiesa in generale – una vera e propria conversione pastorale. Sarà in grado di farlo ricominciando da una spiritualità liturgica, da una sensibilità simbolico-rituale per la testimonianza della lode e della preghiera? Proprio qui, io credo, si deve chiarire bene di che cosa si tratta, ossia di una sfida, iniziata già prima del Concilio Vaticano II, ma poi da quel Concilio affilata e acuita con estrema determinazione. Potremmo formulare così il nostro assunto e la sfida che ne deriva per la Chiesa. Occorre che le famiglie sappiano bene che la loro testimonianza cristiana – che accade anzitutto nella quotidianità della vita di lavoro e di pasto, di colloquio e di formazione alla vita – se non sa farsi anche e non secondariamente testimonianza rituale e se non sa essere, proprio in questa testimonianza rituale, genuinamente laicale, senza cedere a nessun clericalismo (d’altra parte così facile proprio in campo liturgico), allora essa può diventare capace di rimodellare pastoralmente lo spazio-tempo della parrocchia, inserendovi tutti gli altri spazi-tempi della esistenza e portando quella esperienza particolare in tutti quegli altri ambiti esistenziali. Ora, va pure chiarito bene un fatto: la differenza tra spazio-tempo familiare e spazio-tempo parrocchiale non significa affatto una distinzione tra laicale e clericale. Anzi, è proprio l’identificazione dello spazio parrocchiale con lo "spazio-tempo del prete" (soprattutto sul piano liturgico) ad aver creato quell’alone clericale che dev’essere superato, anche se da qualcuno, ancora oggi, può essere nostalgicamente percepito come ancora di salvezza. In realtà l’unica salvezza della Chiesa è tornare a percepire lo spazio-tempo della parrocchia come non antitetico a (anche se non identico con) lo spazio-tempo della famiglia. A questo punto non ci resta che identificare meglio questo spazio-tempo familiare, con cui confrontare poi la proposta di pastorale sacramentale che la parrocchia può ragionevolmente offrire per collocarsi davvero – e non solo retoricamente – "tra le case della città". Soglia significativa Il problema essenziale di questa nostra impostazione argomentativa intercetta la questione pastorale e sacramentale anzitutto sul piano dello spazio e del tempo: gli spazi e i tempi della famiglia devono forse clericalizzarsi per poter essere in grado di "celebrare"? Oppure è necessario scoprire una più significativa soglia degli spazi-tempi della famiglia in ordine al celebrare cristiano? Proviamo a considerare alcuni luoghi comuni della vita familiare, onde trarne qualche utile annotazione. • Il pranzo come communitas victus/vitae. Non esiste famiglia senza pasto comune. Eppure oggi la crisi di identità familiare, dove esiste evidentemente, dipende molto dalla rottura (spesso forzata dai ritmi lavorativi ed esistenziali) di questa comunione elementare intorno alla tavola e al cibo. Tale luogo ha bisogno, in modo elementare, di un suo spazio-tempo. Senza un’elaborazione studiata di questa localizzazione, la famiglia non si ritrova e non si riconosce più. D’altra parte, la commisurazione pastorale e sacramentale alla famiglia o sa intercettarla su questo livello, o fallisce ogni raccordo. E quindi ha bisogno di accettare che il culmine della iniziazione cristiana si collochi precisamente in questa abitudine al pasto comune, nel quale è fatta memoria dell’autodonazione di Gesù, cui viene misteriosamente ed efficacemente associata una Chiesa che proprio da qui, proprio in questo modo e con questo metodo impara che cosa sia la comunione. Non c’è bisogno di contrapporre il convito con il sacrificio: la Chiesa si apre al sacrificio se sa lasciarsi invitare a tavola dal Signore risorto e fare esperienza della comunione con lui nel condividere, insieme alla parola, il pane spezzato e il calice della alleanza: di questa verità la famiglia deve diventare partecipe nella modalità elementare del pasto comune. • Il lavoro/riposo come finitezza pacificata. Spazi-tempi del lavoro e spazi-tempi del riposo costituiscono il luogo di continue "crisi riconciliate". Risposte a bisogni e sospensione delle risposte, prese in carico e resistenze alla fatica insieme al riconoscimento del primato di una resa improduttiva. Questa alternanza sapiente, nella sua regolarità, è capace di smentire una vita tutta lavorativa, che bambinescamente porta il fiore all’occhiello di «non fare una vacanza da molti anni» oppure la inconcludenza rischiosa di chi si trova sempre il lavoro come intermezzo tra una vacanza e l’altra. La maturità delle famiglie sta, spesso, nella possibilità di equilibrare lavoro e riposo, senza scadere nell’iperattivismo produttivo o nella dispersione depressa dell’inattività a oltranza. Il modello dell’ora et labora si affaccia dalla storia del monachesimo per cercare un’alleanza con il principio domestico e ispirare sapientemente le pratiche improduttive delle celebrazioni parrocchiali, dove le logiche dei parallelismi tra sacramenti, delle catene di montaggio o delle dispersioni indeterminate sono pessime consigliere: e le famiglie lo sanno o dovrebbero saperlo bene, almeno tanto bene quanto i parroci. • Il litigio e la riconciliazione come paziente attesa nel credito gratuito. Se vi è (ancora) famiglia, spesso è perché l’amore che si fida e che spera ha saputo suggerire e poi alimentare una sapiente esperienza di ferite rimarginate, di parole lasciate cadere e di gesti ripresi e rilanciati, di silenzi capaci di pacificare la logica da sterminio delle parole dure e di parole dolci capaci di riaccendere silenzi duri e mutismi esasperanti. Ogni famiglia è anche una sapiente iniziazione alle tecniche della reciproca sopportazione, della promozione e della motivazione dell’altro. In quanto grandi laboratori di esperienze di mutamento, di conversione e di penitenza, le famiglie hanno qualcosa da dire e da fare nelle crisi di fede che attraversano la vita delle Chiese. La famiglia non dimentica, ad esempio, che nell’incomprensione da superare, non è indifferente il modo con cui gli spazi e i tempi del pasto e del ritmo lavoro/riposo vengono curati e segnalati, simbolizzati e presentati, attesi e promessi. Non marginalmente il credito dell’esistenza si nutre di questi luoghi elementari della riconciliazione, dei quali la parrocchia ha un bisogno primario. • Divertimento e veglia come eccedenza significativa. L’edonismo è falso perché non prende sul serio l’edoné: il piacere è cosa troppo seria per essere consegnata alla superficiale fruizione dell’eccesso. Vi è, ad esempio, la serietà del piacere di rompere l’equilibrio tra veglia e sonno, vegliando quando si dovrebbe dormire; o vi è la logica del digiuno, per cui non si mangia quando si dovrebbe e si sposta il pasto al momento in cui si dovrebbe dormire. Un tale sovvertimento delle regole più elementari è anch’esso elementare, e ogni famiglia conosce bene questa sua riserva di sapienza. Piccoli e grandi digiuni, piccole e grandi veglie intervengano a ridefinire i compiti e i bisogni, riaprendo i giochi e liberando da pericolosi automatismi. Oggi, forse, sono soprattutto i giovani a ricordarci quanto il vegliare dica la verità del tempo più di qualsiasi ritmo ordinario(2). Sarebbe davvero così stravagante pensare che questi luoghi comuni (sintesi di spazio-tempo) possano essere e siano di fatto già luoghi effettivi di preghiera, di rapporto con Dio, di lode e rendimento di grazie? Quale chiesa potrebbe oggi disconoscere anche queste dinamiche elementari come principio prezioso della sua conversione pastorale? Una sapiente scansione Alla luce di quanto abbiamo visto fin qui, possiamo recuperare il profilo tipico di una "pastorale sacramentale" che ha per oggetto – non dimentichiamolo – il servizio all’atto di fede qui e ora. Se la famiglia, con questa sua sapienza dello spazio e del tempo, può e deve entrare nella pastorale sacramentale della parrocchia, deve rileggerne e reinterpretarne gli spazi e i tempi per far valere, affettuosamente e personalmente, educatamente e signorilmente, questa sua particolare competenza spaziale e temporale, che è in realtà una verifica illuminante dell’esperienza comune. Immaginiamo – e in parte già percepiamo dal vivo – una scansione dell’iniziazione cristiana, della terapia delle crisi e del servizio alla comunione modellate su questa sapienza familiare.
Il percorso con cui nuovi membri entrano nella pienezza della vita ecclesiale deve poggiare sull’esperienza abituale del battesimo e della cresima che la comunità fa in forma eucaristica, domenica dopo domenica. Ed è la forma del pasto comune e la sapiente scansione festiva tra lavoro e riposo a ritmare l’esperienza della Chiesa e il cammino dei neofiti.
Una Chiesa frettolosa nelle confessioni e nelle unzioni ha dimenticato di essere luogo di comunione corporea e spazio-temporale. E anche quando i singoli membri delle famiglie si trasformano in semplici titolari di diritti e doveri, già hanno smarrito la loro dignità di uomini e donne a tutto tondo.
Gli stessi percorsi formativi, al matrimonio e all’ordine, dovranno fare i conti con una esemplarità non più unidirezionale, ma reciproca: non più soltanto piccoli incontri per chi si sposa – in una lettura che è inevitabilmente segnata da clericalismo – ma anche itinerari di comunione familiare per chi intende rispondere alla vocazione del ministero ecclesiale. Senza osare queste vie nuove non si riuscirà a restare fedeli al depositum fidei. A questo punto del nostro ragionare potremmo quasi concludere con un piccolo ma essenziale paradosso. Pur riconoscendo i problemi che alla Chiesa derivano da una inadeguata confusione di ruoli e di poteri, di autorevolezza vera rispetto ad autorevolezza presunta o mistificata, dobbiamo tuttavia ammettere un fatto davvero decisivo. Se una certa cautela è ritenuta oggi necessaria per non ingenerare confusione nel parlare di "assemblea celebrante", quanta maggior cautela bisognerebbe usare nel decidere di fare a meno di questo termine, quando esso designa anzitutto il ruolo che le famiglie hanno, con tutta la loro esperienza di spazio e di tempo, nel costituire il nucleo essenziale di una pastorale sacramentale realmente fruttuosa? Conversione necessaria Chi potrebbe evitare di apparire incauto, se decidesse di fare a meno di questa nozione e di questa esperienza? E quanto ancora potremo separare una "conversione pastorale" dalla scoperta di questa più importante e fondamentale cautela, che tutto sommato ci invita a riscoprire l’urgenza del recupero di un uso prima che a denunciare la pericolosa presenza di un abuso? E in fondo non è proprio questo l’abuso più grave? Ossia, che viviamo troppo spesso la pastorale sacramentale come un incontro minimale tra i diritti delle famiglie e i doveri dei preti (o, in altro senso, tra i diritti dei preti e i doveri delle famiglie), mentre si tratta essenzialmente di un incontro comunitario perché tutti – ognuno al proprio livello e col proprio diritto/dovere – sappiano riconoscere comunitariamente, nel pasto e nella eccedenza festiva, il dono inarrivabile e immeritato, con cui il Signore Gesù sa costituirci in Chiesa, nello Spirito, a gloria di Dio Padre? Andrea
Grillo
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