Famiglia Oggi.

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n. 6/7 GIUGNO-LUGLIO 2004

Sommario

EDITORIALE
Per non costruire sulla sabbia
di DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) La famiglia ai tempi della Bibbia
di LIDIA MAGGI

apep00010.gif (1261 byte) Progettare insieme la pastorale
di DANTE LAFRANCONI

apep00010.gif (1261 byte) Riconoscere il ruolo della famiglia
di ANDREA GRILLO

apep00010.gif (1261 byte) Un bel sogno da realizzare
di MARIATERESA ZATTONI e GILBERTO GILLINI

apep00010.gif (1261 byte) Onora il tuo ex coniuge
di ERNESTO EMANUELE

apep00010.gif (1261 byte) Una minaccia inconsistente
di ARISTIDE TRONCONI

apep00010.gif (1261 byte) Sostenere chi vive "con" gli altri
di PAOLA DI NICOLA

DOSSIER
Famiglie: una prospettiva multiculturale
di THORAYA AHMED OBAID

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Ribellarsi alla sottomissione
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Uno spazio di condivisione
di FABRIZIO MASTROFINI
Segreti che si svelano
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Da N’Djamena a Quarto Oggiaro
di MARTA e MARCO RAGAINI
Un punto di riferimento
di ROBERTO CARNERO
Scommettere sul futuro
di A CURA DELLA COMMISSIONE FAMIGLIA AC

CONSULENZA GENITORIALE
Sotto la croce, solo antenne e parabole
di SERENA CAMMELLI

POLITICHE FAMILIARI
Come giudicare le politiche familiari
di GIANPIETRO CAVAZZA e GIOVANNI BURSI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Tutti insieme a tavola
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

INTEGRAZIONE DEI MINISTERI

Un bel sogno da realizzare

di Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini
(pedagogisti)

    

Tra parroco e famiglia si apre un cammino pastorale che li vede entrambi soggetti nella gestione della comunità cristiana. Ma devono assicurarsi il reciproco riconoscimento.
  

L’immagine dell’ellisse serve a esemplificare la dialettica presente nelle interazioni concrete che si sviluppano tra i due sacramenti dell’ordine sacro e del matrimonio intesi come elementi costitutivi della comunità cristiana sul territorio.

Ogni volta che mettiamo sotto la nostra lente di ingrandimento uno spaccato di vita ecclesiale, accade che i nostri strumenti siano capaci di leggere le relazioni umane che vi si intrecciano, ma, nello stesso tempo, abbiamo bisogno di un orientamento di senso per entrare in consonanza con strutture che "il mondo non conosce", ma di cui è pronto a impossessarsi e che è pronto a distorcere secondo la carne del proprio tempo(1).

Prendiamo allora come orientamento e sintesi-guida quanto afferma il Catechismo della Chiesa cattolica: «Due altri sacramenti, l’Ordine e il Matrimonio sono ordinati alla salvezza altrui. Se contribuiscono anche alla salvezza personale questo avviene attraverso il servizio degli altri. Essi conferiscono una missione particolare nella Chiesa e servono all’edificazione del popolo di Dio» (Ccc, 1532). Assumiamo che la parrocchia su cui vogliamo riflettere abbia lo scopo di realizzare, per la situazione italiana di oggi, quel popolo che da sempre Dio ha cercato di radunare.

Tutta la storia della salvezza, infatti, esprime l’amore di Dio nella ricerca di un suo popolo: pensiamo ai momenti della sua formazione nell’esodo, ai momenti del tradimento e della disfatta con l’esilio, che pur conteneva ancora una nuova promessa di radunarlo, pensiamo al momento dell’identificazione di questo popolo con le comunità cristiane postpasquali, e ai tentativi di darne, nell’era cristiana, un’edizione definitiva, stabile e monumentale.

Non spetta a noi una lettura storica e sociologica di questi accadimenti, vogliamo solo affermare che tutta la Chiesa è impegnata nel riconoscervi un orientamento di senso e nel partire da qui per illustrare il gioco relazionale parrocchia-famiglia che oggi i cristiani sono chiamati a vivere e che noi cercheremo di illustrare nella sua concreta dinamica interattiva.

Due fuochi

II teologo Mazzanti usa il termine sigizia(2) per introdurre un’immagine teologica che gli sta molto a cuore; intende infatti esprimere l’ellisse simbolica nuziale dell’una caro, che mantiene e conserva la presenza in sé dei due fuochi: il maschile e il femminile. L’immagine dell’ellisse rappresenta pure molto bene la possibile conflittualità che si sviluppa tra i due fuochi della coppia quando ciascuno vede la realtà sempre e solo dalla sua posizione e legge l’intera curva dell’ellisse dal suo punto di vista, quasi fosse l’unico fuoco veramente autorizzato a farlo. «Abbiamo due figli...», in questo almeno concordava una coppia durante un colloquio, ma per il marito erano «due ragazzi incapaci di tenersi sia un lavoro che una morosa», per la madre erano «due splendidi ragazzi capaci di molto fascino sulle coetanee e non disposti a sopportare soprusi sul lavoro».

L’ellisse era costituita, per entrambi, da due figli che avevano cambiato molto spesso lavoro e ragazza ma, oltre a questi dati, la posizione di ciascun elemento della coppia presentava la realtà in due modi così diversi che sembrava impossibile giungere all’una caro. E, si badi, non era solo questione di due diversi punti di vista da cui ciascuno dei due genitori si sporgeva sulla realtà (passata/presente) dei figli, ma una questione di potere (chi dei due aveva il diritto di definire l’ellisse) e una questione che aveva immediate ricadute sul futuro/presente.

Infatti, quando un figlio annuncia di aver perso il lavoro, se gli si dice bravo perché è dinamico e ha molta fiducia nelle sue doti intellettive, allora la competizione segnerà un punto per la mamma; ma se lo si richiama alla dura realtà perché tutti i lavori contemplano anche dei momenti grigi, o addirittura neri, allora la competizione segnerà un punto per il papà. Aggiungiamo anche che alla coppia sfuggiva la stretta coerenza tra il comportamento di ciascuno dei due genitori con le proprie passate esperienze di figlio e con la propria modalità di prolungare la sua vita attraverso quella dei figli.

La dinamica intrafamiliare che abbiamo appena esemplificato ci può aiutare a leggere le interazioni parrocchiali a partire dal Ccc. La parrocchia come popolo di Dio ha due fuochi propulsivi e qualificanti: il sacramento del matrimonio e l’ordine sacro. Pensiamo che, solo per un’esigua minoranza, l’articolo del Ccc che abbiamo citato sopra, costituisca un problema teologico e cioè presenti un motivo teorico di disaccordo.

E siamo inoltre ben consapevoli che la svolta del Concilio Vaticano II, in cui affonda le proprie radici il Ccc citato come sintesi (di tutto il magistero di Paolo VI e di Giovanni Paolo II), certamente non faceva parte in epoca preconciliare del patrimonio di formazione con cui i presbiteri arrivavano in una parrocchia, né c’era nei laici di questo nostro recente passato una preparazione di base catechistica che indicasse l’importanza dei due fuochi dell’ellisse.

Quindi è corretto pensare che ancora oggi la vita parrocchiale, come ellisse generata dai due fuochi propulsori del sacerdozio ordinato e del sacramento del matrimonio, vada riscoperta e riproposta teologicamente e pastoralmente.

Figura 1.

Clericocentrismo rischioso

Storicamente il movimento teologico e pastorale è testimoniato da una mole cospicua di documenti prodotta soprattutto dalla cura di questo papato che prospetta con chiarezza la forza, la necessità, il carisma della famiglia per la società e per la Chiesa; che sollecita la parte laica, tradizionalmente sottomessa all’altro fuoco dell’ellisse, a diventare più consapevole dei suoi compiti e del suo ministero. Non sta a noi documentare questo magnifico balzo in avanti, verso una consapevolezza ecclesiale della nuzialità, come discorso sull’Amore e come elemento che porta a riscoprire una ministerialità della coppia.

Ciò che vogliamo rilevare è che, in ordine alla parrocchia di domani, questo movimento teologico se non si accompagna a una conversione del cuore corre due rischi: quello di produrre un clericocentrismo di ritorno (così come è successo per il maschilismo dopo la lunga stagione competitiva del femminismo) e quello, forse più grave, di produrre visioni parziali dell’ellisse partendo dal sacramento dell’ordine o da quello del matrimonio e di non additare con chiarezza l’intero dell’ellisse i cui due fuochi (A e B) è indispensabile che siano fissati con due chiodi nel terreno affinché il giardiniere, attaccando all’uno e all’altro i due capi della corda, sappia tracciare il bordo dell’aiuola (vedi figura 1).

Sono due le situazioni storiche in cui si trovano calati i due fuochi. Per quanto riguarda l’ordine sacro notiamo che ancora viene guardata con sospetto una riflessione che promuova la fraternità tra i presbiteri mentre, a nostro parere(3), è un passo fondamentale perché l’orientamento presentato dal catechismo venga accolto e messo in pratica dal presbiterio.

Per quanto riguarda l’assunzione della ministerialità da parte della coppia, osserviamo che nella cultura attuale privatizzazione e autoreferenzialità remano contro il dettato del catechismo.

Cercando di rendere più comprensibile alle coppie l’immensa buona notizia racchiusa nel loro amore, abbiamo scritto: «il sacramento abilita i due a fare l’amore; come a dire, ciò che essi già fanno con la pienezza della loro umanità e della loro storia, ora diventa servizio per la Chiesa e per il mondo. Mediante il sacramento, essi non fanno più l’amore per sé stessi (nel duplice senso di "a loro esclusivo vantaggio" e "in forza delle loro stesse capacità") ma per il mondo: proprio mentre sono dono per sé stessi, essi sono dono per il mondo; in questo essi scoprono la loro ministerialità.

«Un’immagine per capire meglio: tutti abbiamo studiato che le api cercando, per il loro nutrimento, il nettare dei fiori, rendono loro il servizio dell’impollinazione.

«Questo significa che allora il loro cercare il nettare non è più "quello di prima"? Che viene addirittura svisato dall’impollinazione?

«Le api in sé non si accorgono nemmeno di questo servizio supplementare, solo noi dall’esterno ne comprendiamo l’importanza per la flora! Se le api potessero capire ciò che già fanno, potrebbero solo gioire di questo loro contributo al creato.

«Solo un’ape resa particolarmente nevrotica dall’ossessione privatistica della nostra cultura potrebbe prendere in considerazione di non cercare più il cibo per nutrirsi al fine di non sentirsi strumentalizzata! E sarebbe un’ape che non vuol far parte del creato di cui fa parte, e sarebbe probabilmente avviata ad assumere tanti altri comportamenti simili: comunicare di non volere più comunicare, vivere la propria libertà in modo autoreferenziale fino a uccidersi»(4).

Come si esce da questa altalena tra i due fuochi dell’ellisse? Per di più agitati, ciascuno per proprio conto, da spinte contrastanti? Dal punto di vista pedagogico si possono indicare alcuni percorsi che la favoriscono.

Affrontare il conflitto

In coloro che intendono promuovere sinergie tra i due sacramenti che costituiscono la buona notizia per la parrocchia, nasce spontaneamente (e logicamente) un nobilissimo movimento che porta a dare maggior vigore alla parte finora sottovalutata. L’ellisse parrocchiale ha due fuochi: chi ha dominato finora in parrocchia? II parroco, il cui nome è in perfetta consonanza con il termine parrocchia! L’ellisse avrebbe potuto essere semplificata nel cerchio, che ha al centro un unico fuoco, il parroco, la cui icona è la chiesa parrocchiale. E se chiamassimo la parrocchia la nostra comunità cristiana, che cosa avrebbe la precedenza?

Però non basta un puro scambio di parole perché è necessario anche un cambiamento del cuore (oltre al mero cambiamento del linguaggio). Portiamo allora a consapevolezza la forza e la dignità del ministero della parte più debole. Quale potrebbe essere il risultato di questa proposta? Se fino a ora il parroco è stato in posizione one up e la famiglia in posizione one down, la relazione potrebbe semplicemente rovesciarsi: la famiglia è one up e il parroco one down. Mase il disagio nasce da questo altalenante contrasto, la parrocchia avrà da ciò maggior benessere?

Abbiamo un esempio: due coppie, esponenti del consiglio pastorale, ci invitano nella loro parrocchia a trattare un tema sulla famiglia in un pomeriggio festivo; dicono di agire a nome del consiglio pastorale. La domenica alle ore 15.00 noi siamo davanti alla chiesa parrocchiale dove vediamo un manifesto che annuncia che, per lo stesso giorno e nella stessa ora, "monsignor tal dei tali" terrà la relazione su un tema familiare: il titolo della nostra relazione. Al nostro stupore, le coppie ci tranquillizzano: «È il parroco, farà una contro-conferenza, ma lui avrà quindici vecchiette e noi trecento persone nel teatro dell’oratorio!».

Sia che la competizione venga vinta dal parroco, sia che venga vinta dalle famiglie, è pur sempre una competizione che ferisce il corpo parrocchiale e lascia tutti più poveri, tutti perdenti.

Qual è invece il principio nuovo e sanante? Fare il tifo per la relazione tra parroco e famiglie e non fare il tifo per quella parte che ha ragione. Tifare per il benessere relazionale è la posta in gioco. Ciò non prevede che magicamente sparisca il conflitto, ma che sia gestito in maniera non competitiva, cioè autolesionistica.

La cordata può nascere anche tra persone che hanno idee diverse! G. Gullotta(5) ha sviluppato un decalogo per insegnare alle coppie a litigare "bene" (vedi box).

Nei nostri ambienti potremmo integrare il tutto con una considerazione in più, che traiamo dalla sapienza della Chiesa. II cardinal Martini, con la lucidità anche psicologica con cui ha esplorato il cuore della comunità ecclesiale, affermava che proprio là dove è maggiormente vissuta la prossimità a Gesù e alle mete ultime, proprio là nasce la competizione.

Ma il cardinale faceva osservare che Lui non ha promesso alla sua comunità di non essere intaccata dalla gestione competitiva del conflitto – come sono disposti a giurare coloro che si scandalizzano delle lotte ecclesiali – ma semplicemente le ha dato il mezzo per porvi rimedio: il perdono.

È un po’ come dire: dato che continuate a fabbricarvi nemici, una volta che ve li siete fabbricati... amateli! Dato che prima o poi qualche famiglia farà qualche sgarbo al parroco e viceversa... la comunità ecclesiale deve trovare dei mezzi non formali per gestire il perdono.

Figura 2.

Migliorare le relazioni

La lettura che spontaneamente facciamo del fenomeno parrocchia induce i laici a chiedersi: «Com’è il tuo parroco?» e i presbiteri: «Che parrocchia ti è capitata?».

Questa lettura induce un errore di prospettiva che, ritornando alla nostra immagine-metafora dell’ellisse, indica lo sforzo di voler ricavare la curva dell’ellisse dall’esame individuale di ciascuno dei suoi due fuochi separatamente. Nessuno vuole negare che i punti A e B, dove il giardiniere ha piantato i due chiodi, siano importanti, ma non possiamo dimenticare la corda che li lega, che, con la sua lunghezza è elemento indispensabile per capire dove saranno collocati i punti dell’ellisse o, per stare nella traduzione pratica del giardiniere, il bordo dell’aiuola ellittica che vuole tracciare.

Fuor di metafora, se partiamo dal carattere del parroco e dei parrocchiani non arriveremo mai a migliorare la relazione, perché rischiamo di cadere in un atteggiamento diagnostico che fatalmente impedisce qualsiasi prognosi favorevole: se il parroco è un accentratore assetato di potere, una persona incapace di delega e quel parrocchiano è un contestatore nato, un irascibile e suscettibile aiutante che non sa stare al suo posto, non ci sarà niente da fare se non programmare un pellegrinaggio a Lourdes!

Secondo Donald Winnicott(6), le persone con difficoltà nei contatti personali sono individui avvolti da una dura corazza (vedi figura 2) che le rende impermeabili e che protegge un nucleo centrale incerto e molle (anche se ciò che colpisce nell’interazione è l’effetto vistosamente "potente" della corazza). L’immaturità, ad esempio, porta l’adolescente o a presentare ai genitori una scorza difensiva ruvida e dura o, in un’alternativa ugualmente sprovveduta, a consegnare loro, con un candore disarmante e infantile, le sue paure.

Ed è anche vero che «Ogni processo di maturazione personale... consiste in questa progressiva acquisizione di una sempre maggiore fiducia in sé stessi. Solo in queste condizioni una persona potrà abbassare la guardia senza paura, e trasformare la corazza in una membrana periferica e permeabile agli scambi con gli altri»(7). Ma se noi ci fermiamo qui dovremmo attrezzarci per un’impresa ciclopica: cambiare le persone che compongono la parrocchia.

E c’è qualcuno così ingenuo da pensare di poterlo fare andando a dire al parroco o a un parrocchiano: «Senti, ho letto in Famiglia Oggi che tu hai una scorza difensiva ruvida e dura?!».

Se invece ci poniamo in un’ottica relazionale ed esaminiamo il rapporto tra i due fuochi dell’ellisse parrocchiale potremmo suggerire a entrambe le parti la domanda che produce il cambiamento: «Che cosa faccio io (io parroco oppure io famiglia) perché l’altro mi risponda così?».

E in particolare: «Che cosa faccio io famiglia per portare il parroco a reagire concentrandosi sul suo potere? Quali miei atteggiamenti lo porteranno a credere che deve mantenere sempre più saldo in pugno il potere decisionale? Quali atteggiamenti ed espressioni miei gli fanno credere che io voglia un parroco completamente esautorato?».

Viceversa: «Che cosa faccio io parroco per portare quella famiglia, quel parrocchiano a sentire il mio comportamento come eccessivo, invadente, scorretto?».

È chiaro che queste domande vengono prima di quella sul carattere (pressoché immodificabile) dell’una e dell’altra parte perché questa domanda, se ben posta, può già da sola introdurre novità nella relazione.

Non possiamo però nasconderci che questa nuova strada è facilmente messa tra parentesi (noi coppia lo sappiamo bene), basta che uno accetti la voce del mondo che gli suggerisce: «Quando lui farà... allora anch’io...», oppure: «Ma perché toccherebbe a me fare il primo passo... quando si vede lontano un miglio che lui non ha nessuna voglia di fare ciò che anche lui dovrebbe fare?». Le varianti sono infinite.

Dal punto di vista umano la risposta è racchiudibile in una frase: «il più intelligente è quello che fa il primo passo» o nel punto 10 di G. Gullotta, che abbiamo riportato nel box del decalogo.

Ma tale risposta ci sembrerebbe povera e poco attendibile se non fosse la parafrasi di un’altra frase ben più fondata: «se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due» (Mt 5,39-41).

Dietrologie tossiche

Come non essere oggi grati ai grandi "maestri del sospetto"? Le riflessioni di Marx, Freud e Nietzsche certamente costituiscono una validata forma di pensiero che ha la sua ragione nella storia della filosofia.

La loro prosaica traduzione nelle nostre dietrologie quotidiane non è la stessa cosa. Intendiamo riferirci alle dietrologie con cui ciascuno di noi si dice: «So bene con chi ho a che fare!» (e che aprono la via a tante sofferenze). Un genitore, marito o moglie che sia, quando sa bene con chi a che fare, arriva non solo a separarsi come coniuge, ma, ad esempio, a derubare il figlio dell’altro genitore, con danni gravi sul figlio che vorrebbe proteggere. L’idea del porgere l’altra guancia ci guida invece a capovolgere i nostri giudizi universali sull’altro e alla speranza (l’esatto contrario della disperazione in cui vive sia chi ha solo nemici sia chi immagina di avere solo nemici).

Scoprire la circolarità che lega le azioni del parroco a quella delle famiglie non dice solamente e genericamente che «tutti fanno i loro sbagli», ma ci mette, infatti, nella condizione di vivere meglio la vita parrocchiale.

I comportamenti dell’uno e degli altri non sono, come ciascuna parte immagina, solo la risposta ai comportamenti dell’altro, ma sono nello stesso tempo stimolo e rinforzo lungo la sequenza comunicativa della relazione, come è noto all’approccio sistemico e come noi abbiamo spiegato meglio altrove(8).

Quale catena di mosse e contromosse avranno vissuto sia il parroco sia quelle famiglie del consiglio pastorale che ci avevano invitato a tenere la conferenza che teneva anche il parroco? Non facciamo fatica a pensare a equivoci e a interpretazioni dell’altro pazzeschi! Non facciamo fatica a pensare a dietrologie che abbiano occupato la mente dell’intera comunità parrocchiale così come il pensiero della droga occupa la mente dell’individuo soggetto a comportamenti tossicomaniaci.

Ancora una volta si rivela di grande valore psicologico l’indicazione del Signore per il suo popolo: «lo ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità, per poter così abitare sulla terra che il Signore ha giurato di dare ai tuoi padri, Abramo, Isacco e Giacobbe» (Dt 30,19s). E la vita consiste nel mantenere il vincolo dell’unità.

Scopo dell’insieme

La paura di essere sottomesso, di doverla dare vinta all’altro è in fondo ciò che rende il porgere l’altra guancia umanamente difficile. È questa una paura ben documentata e presente in ogni tipo di comunità, monastica o laica.

È una paura che aumenta a dismisura man mano che la persona perde di vista l’insieme, lo scopo, il tutto. Non crediamo di essere lontani dalla verità, pensando che l’estrapolazione dal contesto di una frase come «Muoia Sansone e tutti i filistei» abbia in qualche modo santificato la hybris in cui consiste l’uso del potere di fare danno a sé e agli altri. In questi casi viene meno il riferimento totale alla costruzione dell’ellisse: è come se ciascun fuoco si concentrasse solo sulla lunghezza del proprio raggio (AE oppure BE nella figura 1) e dimenticasse che l’ellisse è determinata dalla costante K (che indica la lunghezza della corda del giardiniere): K = AE + BE.

Immaginate la paura del fuoco B quando, nella posizione della figura 1, vede che il suo raggio BE è più corto ("tu vali di meno!") di quello del fuoco A! E immaginate ancora che la paura gli faccia perdere di vista le alterne posizioni che nel tracciato assume il suo raggio, per cui vede la posizione, fotografata nella figura 1, come eterna! In questa posizione di paura si potrebbe immaginare che sfugga ai due fuochi lo scopo di quell’ellisse che il giardiniere voleva tracciare tramite loro per abbellire il giardino.

Le scienze umane ci parlano oggi del potere sanante della narrazione. Se non si entra in questa considerazione sistemica, chiunque cominci a prendere in considerazione quella parrocchia entra nella spirale dei "si deve". II parroco dovrebbe... le famiglie dovrebbero... e di dovere in dovere l’improvvisato esaminatore super partes della parrocchia potrebbe consigliare una serie asettica di ricette (di quelle che non hanno mai cambiato nessuno!). La Scrittura stessa non si presenta come un oggettivo e freddo saggio su Dio e su come gli uomini si debbano rapportare a Lui, ma ci narra come Dio agisce nella storia, radunando per sé un popolo, conducendo gli eventi fino alla loro pienezza, che è quella di riassumere tutte le cose in Cristo Gesù.

E già nel nostro caso la narrazione al singolo fuoco di come procede la "storia" del suo raggio nella costruzione del bordo dell’aiuola, apre uno spiraglio di luce. Se non c’è memoria, ciascuno resta consegnato alla tirannica frammentazione del presente, sarebbe disintegrato. Scopriamo allora che narrare è ritrovare un punto luce che dia dignità di parola agli eventi. Ma si può fare di meglio e innalzare il punto luce affinché inondi gli eventi con il suo significato più pieno.

Riflettori sul viceparroco

Tutto il paese parlava della storia del povero nuovo viceparroco e del suo primo impatto con la parrocchia quando il parroco aveva risposto al suo tu dicendogli che doveva dargli del lei perché «sia ben chiaro che il parroco sono io e non sono ancora così rincitrullito da essere preda di questa mania di darsi tutti del tu». La famiglia che avesse fatto solidarietà con lui dicendogli: «II parroco è incapace di rapporti umani! È cresciuto nel seminario di una volta fa così con tutti eccetera, eccetera», avrebbe solamente misurato l’inadeguatezza di quanto don Carlo aveva ricevuto.

Possiamo perfino dire che, da un punto di vista esterno, avrebbe avuto tante buone ragioni: colludere con il giudizio liquidatorio è fin troppo facile. Ma questo non sarebbe stato un vero aiuto. Le cosiddette "cose come stanno" non portano alla narrazione che andiamo cercando, non portano a un decentramento verso il parroco stesso.

Invece, la narrazione di un parroco a cui nessuno ha insegnato ad amare i confratelli in modo diverso e che, ciò nondimeno, ama come può, a partire dalle ferite della sua vita apre una pista diversa. E se avesse voluto in qualche modo raggiungere don Carlo, perfino con le sue richieste e i suoi modi inadeguati? II don Carlo della storia trovò una di queste famiglie e riuscì a vedere oltre «i fatti che parlano da soli».

Solamente allora poté ricordare che, quando era andato a incontrare il parroco per la prima volta, pioveva e lui gli aveva detto con sollecitudine: «Prenda il mio ombrello, figliolo, altrimenti si bagna!».

Quel giorno in quella famiglia si realizzò la concretezza della "nostra comunità parrocchiale".

Volto nuovo della Chiesa

Vorremmo adesso ipotizzare un sogno di parrocchia non centrata sulla chiesa e i centri parrocchiali, ma sulla vita familiare e sulle aggregazioni sociali cristiane.

Soltanto dopo che alcuni dei quattro spiragli che abbiamo finora aperto si stanno realizzando, possiamo avanzare di un passo a livello teologico. Intendiamo dire che se quel passo avanti teologico fosse invece intempestivo sarebbe presto trasformato in un motivo di scontento. Avete presente due coniugi che vanno ad ascoltare un bella conferenza sulla vita di coppia e di famiglia? Se non sono pronti nel loro cuore, se almeno non credono un po’ nel loro matrimonio, uno dei due potrebbe usare tutte le belle parole che ha ascoltato nella conferenza in un affilato randello da dare in testa al coniuge: «Anche il relatore ha detto che... tu invece!».

Lo stesso potrebbe accadere a un parroco o a un operatore pastorale o a una famiglia parrocchiale che gustasse la teoria del catechismo che abbiamo citato: «II catechismo dice cose bellissime, ma il parroco... – oppure dalla parte del parroco – ma le famiglie della mia parrocchia...!».

Se invece già siamo tutti fiduciosi di poter gustare qualcosa, se abbiamo fede e speranza nella Sua promessa, ecco che allora potremmo cominciare a dare un volto concreto alla comunità parrocchiale e la considerazione – che vale per parroco e per famiglie – «ciascuno ha la parrocchia/il parroco che si merita!» invece di essere scoraggiante potrebbe aprire una nuova narrazione tra i due fuochi dell’ellisse.

Avendo amici missionari in Ciad (Africa) abbiamo letto alcune lettere circolari che la comunità manda; nella circolare n. 23/aprile 2004 leggiamo: «Quando parliamo di Chiesa in Europa, e soprattutto in Italia, si pensa ai preti, alle suore e ai vescovi; qui in Ciad si pensa a tutti i cristiani, ai credenti, ai battezzati: sono essi la Chiesa. II sinodo dei vescovi africani nel 1994 ha voluto esprimere questa concezione con una immagine che qui in Africa è molto significativa, quella di famiglia: la Chiesa è la famiglia di Dio. Una famiglia che non si ferma al nucleo padre-madre-figli, ma si allarga e abbraccia generazioni, parentele, amicizie; una famiglia che deve vivere la fraternità e la solidarietà per potersi considerare tale. Così anche nella Chiesa, proprio come in una famiglia, ognuno si sente responsabile, ha un ruolo e il suo posto e sente il dovere di farsi carico di sé stesso e degli altri membri.

Troppo spesso si pensa che le Chiese d’Africa siano incapaci di camminare da sole, che siano da tutelare, da condurre. La realtà è che è giunto il tempo in cui questa Chiesa può vivere nella sua autonomia, con i propri mezzi e risorse. Nel 2003, infatti, il tema del consiglio pastorale diocesano era: "noi ci facciamo carico della nostra Chiesa". Sia sul piano delle responsabilità, sia su quello della formazione, sia su quello materiale».

Questa lettera non vi fa venire in mente le nostre comunità cristiane dei primi secoli dopo Cristo? Che cosa erano quelle comunità se non famiglie unite dal vincolo della fede in Cristo, che faceva loro scoprire una parentela ancora più forte di quella della carne e del sangue, e che si trovavano a vivere in mezzo ai pagani (proprio come oggi!)? Erano comunità che accoglievano con gioia la grazia che nel loro seno nascesse una vocazione al ministero ordinato in quanto i due sacramenti, come i due fuochi per l’ellisse, sono ciò che è necessario "all’edificazione del popolo di Dio"(9).

E poco importa se, rispetto al punto E dell’ellisse, i due raggi AE e BE, che indicano per così dire l’influenza di ciascun fuoco sul punto E, sono disuguali! Accettare apporti provvisoriamente disuguali è la norma quando si ha chiaro lo scopo che si vuole raggiungere e non ci si vuole fare ingabbiare da un concetto di democrazia/uguaglianza che serve a scopi competitivi: «Perché io devo fare di più?».

Dirsi grazie

Contemplare il risultato finale arricchisce la comunità: «Che bello che tu abbia potuto fare molto di più di me in questo caso! Grazie!», «Che bello che io, questa volta che ne avevo l’opportunità e la possibilità, abbia fatto più di te, è come se entrambi avessimo fatto per due volte il massimo!» (non è con una dinamica simile che nella coppia nasce il figlio?).

Insomma nella nuova parrocchia la famiglia dice: «Grazie, presbitero che fai il presbitero!». E non vengo a insegnarti e a controllarti nel mio sospetto che tu stia evitando di fare del tuo meglio! E il presbitero risponde: «Grazie famiglia che fai la famiglia!».

E non ho bisogno di pensarti come legata alla parrocchia solo se vieni in chiesa a fare ciò di cui io ho bisogno.

Infatti, ciò di cui io ho veramente bisogno è che tu famiglia eserciti la tua ministerialità di famiglia, in famiglia (almeno in prima battuta) espandendo il soave profumo del tuo sacramento a cominciare dal tuo pianerottolo. Non è profumo di incenso, ma di risotto e patatine fritte? Fa niente, è segno che questa è la cura sacramentale della cuoca per i suoi famigliari! E se la cuoca insegna anche alla vicina a fare il risotto? Bene, questo è ministerialità in atto.

Sia chiaro che non basta che la famiglia faccia la famiglia espletando la sua ministerialità e il parroco faccia il parroco espletando la sua, perché questo accordo sarebbe l’accordo di "libera Chiesa in libero Stato" dove si afferma – quando va bene – l’indifferenza tra i due campi! II Catechismo della Chiesa cattolica che abbiamo citato all’inizio, parla di due diversi sacramenti per l’edificazione del popolo di Dio, il medesimo, e quindi di due sacramenti che sono legati da un reciproco grazie.

II sogno di Dio per la sua Chiesa è infatti il desiderio di un popolo la cui capacità missionaria complessiva dipenda dal grazie che sanno scambiarsi le famiglie e il presbiterio.

Non ci racconta a chiare lettere l’evangelista come le genti possono essere attratte dal far parte del popolo di Dio? «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,34s).

Io, famiglia lontana e problematica, sono attratta dalla vita parrocchiale se vedo legami d’amore tra le famiglie che la frequentano, se vedo legami d’amore tra i presbiteri che la presiedono, se vedo che le persone fanno di tutto per mantenere il vincolo della pace, se vedo che la correzione fraterna ha la possibilità di far crescere tutti gli operatori pastorali(10).

Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini
   

UN DECALOGO SAPIENTE

Un libero adattamento del testo proposto da Gullotta ci consente di formulare un decalogo ipotizzando comportamenti da seguire nelle più svariate situazioni che vengono a crearsi quando si collabora con il parroco e altri animatori parrocchiali.

1 Determinare l’oggetto della controversia.

2 Limitare l’oggetto.

3 Non interrompere colui che accusa.

4 Non ritorcere contro di lui un’accusa diversa o uguale.

5 Concordare il luogo e il tempo.

6 Evitare il ricorso al "museo della propria storia parrocchiale": («da quando è arrivato lei, questa parrocchia non è più la stessa! Con il parroco precedente sì che...»).

7 Evitare il ricorso ai difetti e agli sbagli della parentela dell’altro, dice Gullotta; nel nostro caso la traduzione è: «Voi parroci si capisce bene che non avete mai avuto moglie e figli...».

8 Tenere le distanze spaziali.

9 Non superare la soglia di vulnerabilità dell’altro.

10 Considerare il litigio come il risultato di condotte reciproche e non come "tutta colpa dell’altro".

 

BIBLIOGRAFIA

  • Bonetti R. (a cura di), Cristo sposo della Chiesa sposa. Sorgente e modello della spiritualità coniugale e familiare, Atti della Prima settimana nazionale di studi sulla spiritualità coniu-gale e familiare, Città Nuova, Roma 1997.

  • Campanini G., Il sacramento antico, Dehoniane, Bologna 20002.

  • Campanini G., Fedeltà e tenerezza. La spiritualità familiare, Ed. Studium, Roma 2001.

  • Gillini G., Zattoni M., Con passione e con rispetto... Due coniugi scrivono a preti, Queriniana, Brescia 1993.

  • Gillini G., Zattoni M., Benessere in famiglia. Proposta di lavoro per l’autoformazione di coppie e di genitori, Queriniana, Brescia 20007 riveduta e ampliata.








 

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