Famiglia Oggi.

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n. 6/7 GIUGNO-LUGLIO 2004

Sommario

EDITORIALE
Per non costruire sulla sabbia
di DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) La famiglia ai tempi della Bibbia
di LIDIA MAGGI

apep00010.gif (1261 byte) Progettare insieme la pastorale
di DANTE LAFRANCONI

apep00010.gif (1261 byte) Riconoscere il ruolo della famiglia
di ANDREA GRILLO

apep00010.gif (1261 byte) Un bel sogno da realizzare
di MARIATERESA ZATTONI e GILBERTO GILLINI

apep00010.gif (1261 byte) Onora il tuo ex coniuge
di ERNESTO EMANUELE

apep00010.gif (1261 byte) Una minaccia inconsistente
di ARISTIDE TRONCONI

apep00010.gif (1261 byte) Sostenere chi vive "con" gli altri
di PAOLA DI NICOLA

DOSSIER
Famiglie: una prospettiva multiculturale
di THORAYA AHMED OBAID

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Ribellarsi alla sottomissione
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Uno spazio di condivisione
di FABRIZIO MASTROFINI
Segreti che si svelano
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Da N’Djamena a Quarto Oggiaro
di MARTA e MARCO RAGAINI
Un punto di riferimento
di ROBERTO CARNERO
Scommettere sul futuro
di A CURA DELLA COMMISSIONE FAMIGLIA AC

CONSULENZA GENITORIALE
Sotto la croce, solo antenne e parabole
di SERENA CAMMELLI

POLITICHE FAMILIARI
Come giudicare le politiche familiari
di GIANPIETRO CAVAZZA e GIOVANNI BURSI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Tutti insieme a tavola
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

UN NUOVO "COMANDAMENTO"

Onora il tuo ex coniuge

di Ernesto Emanuele
(presidente di "Famiglie separate cristiane")

    

Educare i figli con pari dignità fra papà e mamma, essere ascoltati e compresi, non essere emarginati. Sono alcune delle attese che i cristiani separati rivolgono alla pastorale della parrocchia.
  

Sul problema dell’inserimento dei separati nella vita parrocchiale e più in generale nella comunità cristiana, molto si è scritto negli ultimi anni. Tuttavia, a nostro avviso, si sono ripetuti, spesso senza tanta fantasia e senza una reale prospettiva di approfondimento culturale, i concetti riportati nel Direttorio di pastorale familiare. A volte si è frammentato il tema (separati che hanno iniziato una nuova unione, separati conviventi, divorziati che hanno iniziato una nuova unione, divorziati conviventi, risposati) ma tutto ciò dà l’impressione che a volte manchi una proposta concreta sul piano pastorale.

In troppi documenti da molti anni si ripete la frase: «la situazione dei separati e divorziati ci interpella», ma poi, di fatto, non si va oltre a quelle parole. Dal 1975, anno di entrata in vigore della riforma del diritto di famiglia con modifiche alle norme sulla separazione, si sono separate circa due milioni di coppie, cioè quattro milioni di individui, con circa tre milioni di minori coinvolti.

Una buona percentuale di queste separazioni avviene nei primi anni di vita dei figli, per cui un milione circa di minori coinvolti non ha mai visto una famiglia unita! Come credenti che cosa possiamo o dovremmo fare per dare un "concetto di famiglia" a questi giovani, cioè a una parte non trascurabile delle future generazioni? Spesso rileviamo che nei vari testi vengono classificate le persone per categorie di "peccati" (per intenderci quelle descritte poco sopra), e non per categorie di "non peccati": fedeli al sacramento del matrimonio, oneste sul lavoro. E così, nell’elencare i vari tipi di separati e di divorziati vengono dimenticati quelli che hanno scelto di restare fedeli al sacramento del matrimonio, una fetta non molto numerosa ma senz’altro più numerosa di quanto si creda.

Una domanda che spesso ci poniamo: cosa abbiamo fatto come comunità cristiana? Ben poco, oltre ai soliti "... ci interpella". Il problema dell’inserimento dei separati nella vita parrocchiale o più in generale nella comunità cristiana è stato più spesso una ipotesi citata con molte parole più che una realtà accompagnata da fatti concreti, un problema su cui fare degli auspici vaghi e senza contenuti concreti che considerare questa realtà come una risorsa di cui avvalersi. Per noi separati in questa situazione è difficile non sentirsi esclusi, messi al margine della vita, come il cieco Bartimeo del Vangelo.

Il perdono difficile

Noi separati alla parrocchia possiamo "donare" la testimonianza del nostro dramma di famiglia disunita non solo per i corsi prematrimoniali, ma anche alle coppie in crisi, ai giovani sposi. Possiamo parlare alle coppie "doc" della nostra esperienza riguardo al cammino di perdono, un cammino che dura tutta la vita perché ogni giorno ci accorgiamo di non avere perdonato completamente e che vi è ancora qualche incrostazione di odio in fondo alla nostra anima.

Possiamo donare la nostra esperienza di preghiera per il coniuge che ci ha offeso. Soprattutto, una cosa mi pare ancora più importante: buona parte di noi separati afferma di avere capito il sacramento del matrimonio solo dopo la separazione. Ci sembrerebbe quindi che questo approfondimento del sacramento del matrimonio potrebbe essere molto utile alle coppie e direi anche a quelle "doc".

Tra i separati vi sono persone che hanno fatto la scelta di fedeltà al sacramento del matrimonio. Essi testimoniano, con la loro vita la fedeltà a un amore non più ricambiato, un amore quindi che non si aspetta più niente dall’altro, ma che comunque resta disponibile ad amare: «sono disponibile a riprenderti con me dopo 10-20 anni dalla separazione, dopo che te ne sei andato o andata, dopo che hai fatta la tua vita...».

È l’amore gratuito. Il separato fedele, in quanto lo ha vissuto sulla sua pelle, può gridare che un matrimonio è davvero completo è indistruttibile in quanto «ci si sposa in tre» e può contribuire o aiutare i fratelli ad approfondire il significato di tale sacramento. Tuttavia, nei nostri contatti di tutti i giorni nella comunità cristiana da parte di tanti figli della Chiesa, spesso troviamo tanta incomprensione per la realtà dei separati fedeli al sacramento del matrimonio, ma anche per l’altra realtà dei divorziati che vivono come fratello e sorella.

Ci viene domandato, da questa comunità abituata a trattare, a classificare gli uomini e le donne, per categorie di peccati: «ma è possibile?».

Per contro quei risposati che, con la consapevole rinunzia ad accostarsi al sacramento dell’eucarestia, rimangono certi che Dio guarda il cuore di ogni uomo o donna, e vivono le altre "presenze" di Cristo (nella Chiesa, nel fratello, nella Parola), essi possono aiutare ad approfondire il significato dell’eucarestia, testimoniando con la "comunione d’anima" la loro dolorosa obbedienza alle indicazioni della Chiesa.

In sostanza, una ricchezza quella dei separati, risposati e non, una esperienza di dolore vissuta alla luce della fede. Ricchezza da non disperdere perché, in entrambi i casi, è comunanza con la croce e con quel grido di Gesù «Dio mio perché mi hai abbandonato?», grido che per noi separati ha un significato e una comprensione particolare.

Non sentirsi esclusi

Che vicinanza può avere la parrocchia al momento della separazione? È questa una domanda che spesso ci poniamo: cosa ci piacerebbe che venisse fatto dalla parrocchia e dalla comunità cristiana per non sentirci esclusi? Forse la risposta a questa domanda è racchiusa interamente in una frase che abbiamo sentito un giorno da un separato: «quando mi sono sposato c’erano tre preti, quando mi sono separato ero completamente solo»!

Il responsabile della pastorale familiare di un ufficio diocesano, al quale lamentavamo la scarsa vicinanza della comunità cristiana ai separati, ci diceva: «la parrocchia, la comunità cristiana stenta anche a essere vicina alle famiglie riesce di più a parlare ai giovani, ai cresimandi, ai carcerati che alle famiglie, alle coppie». La comunità cristiana dovrebbe essere vicina ai separati non solo perché sono battezzati (mi parrebbe un discorso riduttivo) ma perché sono uomini e donne, credenti e non, popolo di Dio, accomunati da un grande dolore – uno dei più grandi della vita – il dolore per la separazione.

La comunità cristiana dovrebbe essere vicina ai separati perché queste persone continuano a far parte della comunità dei battezzati, perché è proprio ora che hanno più bisogno di sentire l’unità, la vicinanza della comunità. La comunità cristiana deve essere il luogo dove poter leggere alla luce del Vangelo anche queste dolorose vicende umane; perché anche i figli dei separati possano trovare accoglienza e continuare a frequentare, senza discriminazioni e pietismi, i gruppi parrocchiali di riferimento.

Ma, a parte la non comunione (e la possibilità di fare il padrino ai battesimi) vorremmo per i separati, risposati e non, una vicinanza totale.

Le ragioni profonde di tutto questo sono scritte nel Vangelo, soprattutto nella parabola del fariseo e del pubblicano, poi anche in quelle del buon samaritano e del figliol prodigo. Vogliamo rileggere questi brani pensando se per caso non siamo noi nella posizione del fariseo? «Pago le tasse, vado in chiesa la domenica, sono fedele al mio coniuge... non faccio come quel separato là in fondo alla chiesa...».

Ascoltare e condividere

L’accoglienza sta alla base della nostra esperienza di volontariato tra i separati. Quando si ascolta non bisogna pensare a ciò che si dovrà dire dopo, alla risposta, ma solo pensare ad ascoltare e ad amare, a "farsi uno" con la sofferenza della persona che abbiamo di fronte.

Non si deve amare solamente, ma per quella persona "essere", "rappresentare l’amore". Se poi dovremo parlare, saremo aiutati dal Signore a trovare le parole giuste. È molto probabile che invece dovremo solo ascoltare e poi tacere. Ascoltare facendo il vuoto dentro sé stessi e immedesimandosi nei problemi della persona che si ascolta.

È necessario lasciare parlare e ascoltare: i separati hanno bisogno di parlare, di raccontare la loro storia.

Si deve soltanto mettere in pratica, niente di più, ma anche niente di meno, ciò che hanno detto più volte a proposito dell’accoglienza dei separati (risposati e non) sia il Papa che il Magistero, parole che sono state sempre per molti di noi una profonda consolazione.

A proposito delle famiglie che "conoscono la prova", il Papa ha detto: «Possano trovare sulla loro strada testimoni della tenerezza di Dio» (gennaio 2003 ai responsabili dell’Équipe Nôtre Dame). È una frase forte e impegnativa. Ma noi dobbiamo cercare di attuarla. Noi dovremmo cercare quindi di avere nell’accoglienza dei separati la "tenerezza di Dio": è una meta difficile a cui noi tuttavia dovremmo sempre tendere.

Possano, queste persone, dire «oggi ho esperimentato sulla terra la tenerezza di Dio», o anche poter dire «oggi ho incontrato sulla terra l’amore che Dio ha per ogni uomo» non mi è stato chiesto niente, se avevo una nuova unione.

Occorrono occhi e cuore per accogliere tutti; vedere tutti, risposati e non, come figli di Dio, ma con i fatti non con le parole.

Accogliere logicamente quelli che sono stati lasciati, quelli che sono stati la causa della separazione ma che ora sono pieni di rimorsi, ma anche quelli che sono stati la causa della separazione e dicono di non avere rimorsi: insomma accogliere tutti.

Fare sentire loro che, attraverso noi in quel momento (e in quel momento ci siamo solo noi), sono amati dalla Chiesa, come una parte che vive, in sé e nei propri figli, ogni giorno una profonda sofferenza, una forte disunità. Sono amati dalla Chiesa perché ognuno di noi li ha amati fino in fondo. Gesù «li amò fino alla fine».

Non amare ma essere, rappresentare per ciascun separato che ci ascolta, l’essenza stessa dell’amore! Fare sentire, attraverso ciascuno di noi, la Chiesa vicina a ciascun separato, risposato o non. La separazione, spesso subita da uno dei due coniugi, malgrado la grave rottura di unità che si è venuta a creare, non venga mai considerata come situazione di lontananza dalla Chiesa, ma come una realtà dolorosa da condividere, da ascoltare.

Il dolore per la separazione, comunque lo si chiami e comunque lo si viva, ha parlato al cuore di ciascuno: la croce è un rullo compressore che parifica buoni e cattivi, vittime e colpevoli. Bisogna fare emergere nei separati che incontriamo la sete di Dio, magari inespressa ma presente in ogni uomo e donna. La nostra esperienza, sia di sofferenza che di ascolto e di accoglienza dei separati, è stato un eccezionale arricchimento personale: tale sofferenza, se accolta, può essere una ricchezza per ciascuno di noi e anche per la Chiesa; tale ricchezza non deve venire dispersa.

Accoglienza non vuole nemmeno dire ghettizzare ma amare nella verità e in questa fase preparare queste persone a condividere con altri nelle parrocchie e nei decanati la sofferenza per la separazione per poi comunque restituire queste persone, una volta "guarite", alla comunità cristiana per operare liberamente in essa.

La paura di ghettizzare non dovrebbe essere la motivazione per "non fare", per non avere attenzione alle persone che si trovano in questa situazione.

La verità nella carità

Le parrocchie sono da sempre attrezzate per molti tipi di povertà, per seguire il fedele nei vari momenti della vita fino al matrimonio, ma di fronte ad alcune nuove povertà (alcolisti, drogati), molto spesso sono costrette a demandare a centri specializzati. Noi pensiamo che debba necessariamente essere così anche per i separati, proprio per la complessità dei problemi che la separazione presenta.

In alcune parrocchie vi sono anche gruppi per le coppie in crisi. Ma per i separati, tranne poche eccezioni, niente, completamente abbandonati a sé stessi o meglio gettati nelle braccia di professionisti quali avvocati, psicologi, giudici.

Vi sono, oltre ai nostri trenta gruppi di "Accoglienza e ascolto della parola di Dio", della nostra associazione "Famiglie separate cristiane", una decina di gruppi diocesani. Ciò, di fronte ai quattro milioni di persone che si sono separate negli ultimi 30 anni, è troppo poco.

Accoglienza dei separati non vuole dire disconoscimento della verità, ma piuttosto carità nella verità. Sentiranno di più le parole di ammonimento o l’amore e soprattutto l’esempio? Negli incontri di "Accoglienza e ascolto della parola di Dio" della nostra associazione "Famiglie separate cristiane" non vengono affrontati problemi teologici inerenti alla separazione, perché richiederebbero argomentazioni complesse e anche perché potrebbero portare facilmente a lunghe e sterili discussioni.

Tuttavia la presenza di un sacerdote negli incontri garantisce che tali problemi (cioè la verità nella carità), se vengono accennati, possano essere sempre visti nella giusta luce secondo le indicazioni del Magistero.

Oltre a tale presenza, in ogni gruppo, almeno una volta all’anno, viene invitato un teologo per illustrare con maggiore ampiezza e competenza le indicazioni del Magistero in materia.

Naturalmente nell’uno e nell’altro caso la verità deve sempre essere enunciata nell’ambito della carità. Ma la nostra esperienza su questo problema è più complessa.

In ogni gruppo vi è la presenza sia di persone che hanno iniziato una nuova unione sia di persone che hanno scelto la fedeltà al sacramento del matrimonio e tutti sono a conoscenza di chi ha fatto questa scelta di fedeltà.

La presenza di tali persone nei nostri gruppi permette di affrontare il problema della verità non con l’esposizione dei principi teologici, ma esclusivamente con la comunicazione da parte di chi testimonia con la propria vita, andando contro corrente, la fedeltà a un amore non più ricambiato e con l’aiuto di Dio la risceglie ogni giorno quindi la verità nella carità ma soprattutto per mezzo delle persone che hanno fatto tale scelta, la verità per mezzo della testimonianza di vita però certamente anche questa testimonianza deve essere fatta nella più piena carità.

Agire con discrezione

Se del caso, ma con molta discrezione, nei colloqui con i separati si può accennare alla possibilità di accedere al tribunale ecclesiastico per la dichiarazione di nullità. «Con molta discrezione» perché tale domanda può urtare sentimenti molto profondi della persona. Abbiamo notato a volte che, con molta precipitazione, sacerdoti anche esperti, domandano subito se il loro interlocutore separato non abbia mai pensato a tale possibilità. Molte persone restano ferite da tale domanda, anche se la nostra impressione è che tale domanda derivi forse da una volontà di particolare attenzione per quella persona alla quale molti figli della Chiesa hanno a volte poco da offrire.

Vorremmo che un sacerdote, quando viene a sapere (nelle nostre città non sempre è facile) che una coppia si sta separando, andasse da quella coppia dicendo: sono qui, non mi basta esservi vicino alla messa, non mi basta venire da voi nel momento della gioia, della festa, del matrimonio.

Se volete non apritemi la porta, potete rifiutare la mia intromissione nella vostra vita privata, ma sappiate che io sono qui, disponibile ad ascoltarvi, ora, fra un giorno, fra un mese, fra un anno.

È importante il farsi accanto alle persone nel momento della separazione, non dopo quando il dolore, il lutto è stato elaborato e magari sono già iniziate nuove relazioni. È lì, nel momento della separazione, che il Signore può parlare attraverso ciascuno di noi più speditamente al cuore di ciascun uomo. Vorremmo confessori preparati sui temi della separazione. Una volta, durante la confessione, mi è stato domandato come fosse la carità in famiglia. Quando ho risposto che ero separato il prete mi ha chiesto «convivi?». Avrei preferito che mi domandasse: «Hai sofferto molto, sai dove sono i tuoi figli (domanda non impropria nella separazione), li vedi, nutri dell’odio verso tua moglie, e i tuoi suoceri?».

Vorremmo che ci fosse da parte di tutti gli operatori pastorali una più precisa conoscenza di quanto stabilito nel Direttorio di pastorale familiare.

Alla riunione di un centinaio di operatori parrocchiali di una diocesi del Piemonte chiesi, durante una mia relazione, se un divorziato in quanto tale poteva fare la comunione: vi fu un coro di no e qualche flebile sì.

All’interno della vita matrimoniale si riscontrano comunemente tante manchevolezze: violenza psicologica e fisica, essere stato la causa della rottura del matrimonio, rancore verso il coniuge; vi è un comandamento spesso violato nella separazione, poco raccontato e poco chiesto ai separati da parte dei confessori: "Onora il padre e la madre".

Nella nostra esperienza di separati, tale comandamento si rivolge ai figli logicamente (l’accezione più nota) ma si rivolge ai coniugi che spesso non si onorano di fronte ai figli, si rivolge alle istituzioni dello Stato, si rivolge alla Chiesa che fino al 1880, nell’enciclica Arcanum divinae sapientiae, non parlava della madre ma in questo secolo, ha parlato molto della donna (e molto meno dell’uomo): Lettera alle donne, Mulieris dignitatem, La donna educatrice alla pace, La donna angelo del focolare. E gli uomini, che funzione hanno nella famiglia?

Forse, arrivati al terzo millennio cristiano, dove tra l’altro nella liturgia si è inserito correttamente da tempo non più la parola "fratelli" ma "fratelli e sorelle", si dovrebbe parlare in modo molto chiaro della pari dignità educante in famiglia, del fatto che anche l’uomo può essere educatore alla pace, può e deve educare i figli con pari dignità, può esser l’angelo del focolare domestico. Allora, sempre nella famiglia separata, verrebbe in luce una nuova mancanza che oggi è spesso dimenticata: tu separato, tu separata onori l’altro coniuge, ne parli bene, permetti che i tuoi figli lo vedano, o fai di tutto perché non lo vedano più?

Nelle parrocchie questo fatto spicciolo dovrebbe più spesso essere ricordato anche dai confessori. Se ti accosti all’altare e non permetti che tuo figlio veda l’altro genitore vai prima a riparare questa colpa grave e poi potrai riaccostarti alla eucarestia.

Le parole del Magistero verso i separati (a parte la non comunione) sono di accoglienza, ma forse sarebbero più significativi, al di là di quanto riportato nel Direttorio, dei gesti profetici. Ecco, il Signore che prende un grembiule e un catino e lava i piedi ai dodici. È il primo che si mette al servizio degli ultimi. Il vescovo Tonino Bello era innamorato di quel gesto e ci ha lasciato una bella pagina sulla "Chiesa del grembiule".

Oggi il parroco lava i piedi a dodici bambini della prima comunione, il vescovo li lava magari a dodici anziani. Alle volte vengono scelti dodici disabili, dodici tossicodipendenti, dodici "senzacasa". La mia sposa, l’ultimo Giovedì santo, mi ha detto: «Pensa che forza profetica che avrebbe questo gesto se i piedi venissero lavati ai Curdi accampati qui fuori».

Ma che significato profetico avrebbe se tale gesto venisse fatto insieme a qualche cieco, o a qualche chierichetto, anche a qualche separato, magari accompagnandolo con un chiarimento: «Nessuna novità teologica, ma solo un gesto di accoglienza come da tempo ci dice di fare il Magistero». La famosa frase detta da un separato: «quando mi sono sposato c’erano tre preti e quando mi sono separato ero completamente solo», vorremmo facesse riflettere ognuno di noi.

Vorremmo che un giorno Lui ci potesse dire: «avevo fame e mi hai dato da mangiare, avevo sete e mi hai dato da bere» ero solo e mi sei stato vicino, ero triste e hai saputo ascoltare la mia sofferenza, ero abbandonato e mi hai accolto, ero alla ricerca e mi hai dato Gesù.

Ernesto Emanuele
   

LE MOLTE E DIVERSE SITUAZIONI

Sono tante e disparate le situazioni che i separati incontrano:

  • non vi è più coabitazione, ormai ognuno abita per conto suo;
  • vi sono problematiche legali abbastanza complesse legate alla frequentazione dei figli, a problemi patrimoniali o di mantenimento dei figli, alla divisione dei beni;
  • si è in presenza di piccole vendette giocate sui figli da parte di uno dei genitori e spesso difficoltà a vedere, incontrare i figli per uno dei due coniugi e persino con i nonni;
  • vi può essere, da parte di uno dei due genitori, sia assenteismo sia troppa possessività;
  • spesso vi è rancore, recriminazione, scarsa voglia di un riavvicinamento;
  • vi è spesso il problema della presenza di nuovi conviventi di figli del compagno o della compagna, dei rapporti dei propri figli con i nuovi partners;
  • si deve fare fronte al rapporto con i giudici, con psicologi, assistenti sociali, a volte con le forze di polizia che sono chiamate in soccorso alle coppie in difficoltà.

 

SANTA MARIA DI CANA

Nella diocesi di Palermo, in collaborazione con la commissione di pastorale familiare, ho contribuito, come separata, a un percorso di accompagnamento spirituale per i separati fedeli al sacramento. Da qui è nato il gruppo "Santa Maria di Cana" che non fa parte di altre associazioni essendo legato alla pastoralità diocesana. L’obiettivo non è solo quello della preghiera, ma anche di valorizzare il matrimonio-sacramento e approfondire il senso dell’indissolubilità nella situazione di separazione. Del gruppo fanno parte i separati non risposati né conviventi e le coppie operatrici di pastorale familiare, che ci aiutano nella formazione.

Il percorso prevede essenzialmente tre tappe: la riedificazione della persona, il percorso del perdono, il rinnovo degli impegni matrimoniali. Non si tratta dunque di "un’associazione di separati fedeli nata a Palermo per volontà di Maria Pia Campanella", come riferito nel n. 4/2004 di Famiglia Oggi, a pag. 84.

Per informazioni: tel. 091.20.16.91.

Maria Pia Campanella








 

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