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n. 8/9 AGOSTO-SETTEMBRE 2004

Sommario

EDITORIALE
Trovare la forma divertente delle cose
di DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Salvaguardare la capacità di sorridere
di GIUSEPPE MININNI

apep00010.gif (1261 byte) L’arte di ridere si apprende in famiglia?
di DONATA FRANCESCATO

apep00010.gif (1261 byte) L’umorismo come autentica risorsa
di PATRIZIA QUERINI e FRANCO LUBRANI

apep00010.gif (1261 byte) Sbarcati su un altro pianeta
di SONIA FIORAVANTI e LEONARDO SPINA

apep00010.gif (1261 byte) Un prodotto con data di scadenza
di ENRICO BERTOLINO

apep00010.gif (1261 byte) Il bagliore che illumina l’evidenza
di MONI OVADIA

DOSSIER
Guarire con il buon umore
di LEONARDO SPINA e SONIA FIORAVANTI

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
La felicità dipende da tante cose
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
La lucida ironia di grandi scrittori
di LODOVICA CIMA
Belle, ricche e disperate
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Decalogo della comicità creativa
di SERGIO MANFIO
Sempre in avanti, ma a piccoli passi
di FRANCA PANSINI

CONSULENZA GENITORIALE
Il valore di un sano ottimismo
di PAOLA DAL TOSO

POLITICHE FAMILIARI
Per garantire processi sinergici
di GIANPIETRO CAVAZZA e GIOVANNI BURSI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Osservatorio europeo sulle adozioni
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

RIDIMENSIONARE I PROBLEMI

L’umorismo come autentica risorsa

di Patrizia Querini e Franco Lubrani
(rispettivamente psicologa-psicoterapeuta e già dirigente Rai)

Rappresentare e rilevare l’aspetto ridicolo delle situazioni facilita la comunicazione quotidiana. Utilizzare la chiave umoristica nella propria esperienza aiuta a superare l’ansia e a diminuire l’aggressività.
  

La pratica dell’ironia e dell’autoironia recano grande sollievo alle persone che sono in situazioni di difficoltà. Per stare meglio qualche volta si deve rompere la catena della razionalità per dare sfogo alla fantasia creativa infantile.

Il poeta Salvatore Quasimodo, in una lettera indirizzata alla madre, scrive: «... Ma ora ti ringrazio, questo voglio, dell’ironia che hai messo sul mio labbro, mite come la tua. Quel sorriso mi ha salvato da pianti e da dolori» (1995). Questa citazione ci permette d’introdurre, nel modo meno accademico possibile, la nostra sintetica analisi sulla funzione dell’umorismo come strumento alternativo per affrontare difficoltà e problemi emergenti dalla vita quotidiana di ciascuno.

Le argomentazioni che seguono riprendono le idee portanti di una trattazione assai più ampia sui rapporti tra il processo umoristico e il disagio psichico dal titolo: Ironia, umorismo e disagio psichico (Querini, Lubrani, 2004; ndr, vedi rec. a pag. 87). Nelle pagine iniziali di questo libro abbiamo preso in considerazione quelle teorie che operano una distinzione tra il processo umoristico in generale, in quanto modo di comunicazione eminentemente terapeutico, nel senso che chiariremo più avanti, e l’ironia, il cui palesarsi mette in luce prevalentemente tendenze aggressivo-distruttive e quindi, apparentemente, di segno opposto alla funzione catartica generalmente attribuita all’umorismo.

Scorrendo il dizionario Devoto-Oli (1971), leggiamo che l’umorismo viene definito come: «Capacità di rilevare e rappresentare il ridicolo delle cose, in quanto non implichi una posizione ostile o puramente divertita, ma l’intervento di un’intelligenza arguta e pensosa e di una profonda e spesso indulgente simpatia umana».

Da questa definizione si discosta quella di ironia intesa come: «Alterazione spesso paradossale di un riferimento, allo scopo di sottolineare la realtà di un fatto mediante l’apparente dissimulazione della sua vera natura o entità».

Nonostante tale enunciazione metta maggiormente in risalto la valenza negativa attribuita all’atteggiamento ironico, riteniamo che esso, in ogni caso «... permetta di acquisire quella distanza utile per vivere immersi nella vita, con la parallela capacità di assumere anche la posizione di metaosservatori di sé stessi in azione» (Querini, Lubrani, 2004).

Dobbiamo ritenere, quindi, non casuale l’impiego da parte del poeta dell’aggettivo "mite" che egli abbina all’ironia materna come un messaggio degno della massima considerazione: la madre, fonte di quella vita che reca in sé angoscia e dolore, trasmette geneticamente al figlio un efficace antidoto per affrontare le negatività dell’esistenza come strumento di difesa, perciò, e non di aggressione.

Infatti le energie che sottostanno al processo umoristico e che ci consentono, attraverso una battuta di spirito, di sdrammatizzare una situazione, possono essere impiegate anche a scopo aggressivo, come avviene quando il riso è frutto di scherno o sarcasmo, atteggiamenti normalmente correlati a una situazione emotiva a carattere aggressivo-distruttivo.

Queste e altre tematiche connesse ai vari aspetti dell’umorismo sono state oggetto di analisi sin dall’antichità classica, dando luogo a una nutrita serie di teorie delle quali abbiamo fornito ampio resoconto nel libro citato ma che in questa sede dobbiamo, di necessità, trascurare per occuparci essenzialmente della funzione del riso nei confronti delle tensioni della vita quotidiana.

Non possiamo, però, esimerci dal menzionare il saggio di Luigi Pirandello L’umorismo (1908), in quanto riteniamo questa opera illuminante per la comprensione della fenomenologia dell’umorismo e della sua influenza sulla produzione letteraria di tutti i tempi.

Nel suo romanzo, Il fu Mattia Pascal (1904), che anticipa di qualche anno il saggio citato, lo scrittore ci mostra un piccolo borghese sul quale la sorte si accanisce al punto di rendergli la vita impossibile: nel momento in cui si profila la disperazione, come unico sbocco possibile di un’esistenza tanto travagliata, il protagonista inventa questa formula per riuscire a superare l’impasse e crearsi una nuova prospettiva di vita: «Posso dire che da allora ho fatto il gusto a ridere di tutte le mie sciagure e d’ogni mio tormento».

Il processo creativo che sottostà all’espressione umoristica è stato descritto da Pirandello, relativamente all’attività letteraria, con un’analisi che sfida tuttora il tempo anche se il campo d’indagine, oggi rispetto ad allora, risulta sensibilmente arricchito dai contributi delle nuove scienze umane. Pirandello nega che la vis comica nasca da un contrasto puramente soggettivo tra la visione interiore della realtà e il mondo esterno: l’artista comico vive la sua quotidianità più o meno conformemente agli schemi sociali, ma ordine e coerenza non esauriscono la potenzialità dell’animo umano che, al contrario, presenta all’interno di sé ben «... quattro, cinque anime in lotta fra loro: l’anima istintiva, l’anima morale, l’anima affettiva, l’anima sociale».

Il processo umoristico, dunque, che prende l’avvio da una scomposizione dei dati di realtà presenti in una situazione emotivamente tesa, è frutto sì di una sorta di irrequietezza e instabilità mentale del soggetto, ma presuppone in esso la capacità di riflessione su tale realtà e la sua ricomposizione con una diversa valenza di significati.

Non lasciarsi insabbiare

Questo processo, che costituisce una particolare alchimia della nostra psiche, è sotteso al vivere quotidiano di ciascuno di noi: considerando una nostra situazione di obiettivo disagio, ad esempio il ricovero a fini terapeutici in un ospedale, possiamo esercitare l’autocompassione, lasciandoci andare allo sconforto e alla depressione oppure, assumendo un atteggiamento di segno positivo, considerare i vantaggi insiti nella situazione avversa che ci riguarda. La forzata degenza costituisce sicuramente una sorta di doloroso isolamento, ma ci mette temporaneamente al riparo dalle noie e dal rumore della vita quotidiana, dalle tensioni dell’attività professionale e ridisegna in senso a noi favorevole certe dinamiche familiari.

Nel nostro libro abbiamo dedicato un ampio spazio alle problematiche di coloro che, incapaci di approntare un qualsiasi genere di difesa nei confronti del dolore, costituiscono una legione il cui destino sembra inesorabilmente orientato verso l’autodistruzione in conseguenza dell’impiego di "lenitivi" ad alto livello di tossicità.

La tossicodipendenza è frutto, senza ombra di dubbio, di una soglia di disagio psichico talmente elevata che gli individui che ne sono affetti sono generalmente considerati come degli autentici scarti della società e come sostanzialmente irrecuperabili.

L’attenzione che, invece, viene dedicata al loro recupero da parte degli operatori del settore, parte dalla considerazione che ogni forma di disagio mentale presuppone uno iato profondo tra quelle che sono le nostre aspettative di felicità e l’appagamento dei bisogni, sia in senso fisico che psichico, e le frustrazioni reiterate provocate da una realtà che non è mai, anche nei suoi aspetti positivi, completamente appagante.

Far "buon viso a cattivo gioco", come suggerisce la proverbiale saggezza popolare, costituisce un’importante risorsa per affrontare le difficoltà quotidiane senza lasciarsi insabbiare o travolgere da queste.

L’atteggiamento umoristico, il volgere dallo sconforto al riso, rappresenta una risorsa autentica a nostra disposizione per la rielaborazione in senso positivo delle emozioni, sia sotto il profilo del contenimento dell’ansia e del dolore personale sia per ciò che riguarda il campo della relazionalità.

In preda a una profonda emozione, derivante da uno stimolo negativo, possiamo assecondare sino in fondo l’azione distruttiva del disagio, oppure optare per l’alternativa di affrontarlo con una strategia rivolta alla sua relativizzazione e disaggregare i dati di realtà in modo da attenuarne l’impatto negativo globale, garantendoci una serie di possibili vie di uscita. Pensiamo a quella formula liberatoria di uso quotidiano costituita dal detto: «Mal comune, mezzo gaudio!».

La pura e semplice condivisione di una forma di disagio con un contesto sociale allargato (gruppo) costituisce una prima forma di rassicurazione: condividere una condizione anche disastrosa con la comunità di cui si fa parte costituisce una sorta di sollievo in quanto rende meno diretto, e quindi meno brutale, l’impatto con le negatività che da quel fatto scaturiscono. Inoltre, paradossalmente, nella mala sorte comune riemergono valori di solidarietà praticamente obsoleti nella società opulenta.

Abbiamo sinora genericamente messo in luce questa possibilità della mente umana di atteggiarsi in modo da esorcizzare il dolore, ma riteniamo necessario approfondire le caratteristiche di questo processo rifacendoci alle varie teorie formulate nel tempo, di cui diamo ampia notizia nel nostro testo.

Una funzione centrale nell’analisi del processo umoristico va attribuita a Sigmund Freud (1905), cui va il merito di avere rielaborato il filone teorico-storico sul riso e sull’umorismo ereditato dalla sua epoca, alla luce della teoria psicanalitica. Egli sostiene, infatti, che l’umorismo è lo strumento attraverso il quale l’uomo riesce a esorcizzare la sofferenza procurata dalla realtà, prendendosi gioco di essa, in modo da far prevalere il principio di piacere.

Nel saggio intitolato L’umorismo (1927), possiamo leggere: «Il grandioso sta evidentemente nel trionfo del narcisismo, nell’invulnerabilità dell’Io affermata vittoriosamente. L’Io rifiuta di lasciarsi affliggere dalle ragioni della realtà, di lasciarsi costringere alla sofferenza, insiste nel pretendere che i traumi del mondo esterno non possono sfiorarlo, anzi dimostra che questi traumi non sono altro per lui che occasioni per ottener piacere».

È evidente che questa descrizione attiene a un processo ottimizzato, e quindi non comune, nel senso che la facoltà di ridere delle proprie disgrazie senza lasciarsene abbattere non è comunemente praticata, tanto è vero che nella società prosperano fitte schiere di depressi e la tendenza diffusa è di ricorrere ad analgesici di tipo chimico, piuttosto che fare leva sulle risorse della psiche, nonostante esse siano a portata di mano.

Vignetta.

Staccarsi dalla realtà

Un notevole livello di approfondimento sulla genesi e la natura del processo umoristico ci viene fornito dalla ricerca di Ernst Kris (1952), in cui, occupandosi del processo psichico sotteso alla creazione artistica (che egli assimila, pur mantenendone la peculiarità, all’attività onirica) sostiene che gli scrittori insigni sono quelli che riescono a staccarsi maggiormente dalla realtà immediata della loro esperienza di vita, inglobando in essa aspetti molteplici e variegati, espressi in una vasta gamma di tematiche.

Infatti, per l’autore, il comun denominatore di qualsiasi creazione artistica è che, partendo da alcuni stimoli percettivi, l’artista dapprima distrugge la realtà e poi la ricompone, ottenendo su di essa, in tal modo, un completo possesso e controllo, rivivendo arcaici impulsi istintuali.

Per ciò che concerne, in particolare, il rifugio nell’umorismo, formula prediletta di tanti capolavori della letteratura universale, questo particolare atteggiamento mentale è accostabile al concetto di metafora, il cui alludere a significati altri e le cui componenti immaginative ed emotive intrinseche favoriscono la messa in atto di un processo indiretto di acquisizione della conoscenza, processo che, proprio perché di natura immaginativo-emotiva, permette l’aggiramento e l’elisione dei meccanismi di difesa, tenace retaggio sociale di ciascun individuo.

Nel campo dell’esperienza clinica di chi opera quotidianamente a contatto con il disagio psichico, questo processo creativo risulta particolarmente affine al percorso psicoterapeutico di molti pazienti che, in una certa fase di esso, incominciano a esprimersi con battute umoristiche.

Si tratta, per il terapeuta, di un segnale forte in quanto rivelazione del fatto che il paziente ha iniziato a distruggere i dati di realtà, quelli con i quali si è confrontato sino a quel momento dolorosamente, per ricostruirli mettendoli insieme secondo nuovi schemi, con diverse interrelazioni reciproche e nuove valenze semantiche.

L’ambito di libertà espressiva consentito dalla metafora assume una rilevante funzione terapeutica, che si concretizza nella possibilità di cogliere, attraverso il suo impiego, le valenze emozionali inconsce del soggetto.

Un particolare modo della psiche di esprimere disagio è costituito da tutte quelle manifestazioni patologiche che passano sotto il nome di malattie psicosomatiche.

Il sintomo rappresenta «... la metafora di un disagio personale e relazionale non altrimenti esprimibile che risponde alla duplice, contemporanea esigenza di dire e non dire, così come attraverso l’ironia si dice facendo finta di non dire, o attraverso il sarcasmo si dice una cosa per dirne un’altra».

Quando ci accostiamo alla nostra realtà in forma umoristica il limite tra funzione comunicativa e funzione magica diventa indefinito e tale caratteristica assume una connotazione evolutiva in quanto nell’ambito della comunicazione si innesta: «... la magia del giocare con parole, concetti, idee, pensieri, forma, sostanza, contenuto che possono essere, come le carte, rimescolati a proprio piacimento e, trascorso il magico istante, rimessi al loro posto arricchiti di qualcosa di nuovo!».

Le battute spiritose

Siamo ora in grado di esaminare il manifestarsi del fenomeno umoristico nella quotidianità e le sue dinamiche di svolgimento all’interno della singola persona e nelle relazioni gruppali. Possiamo affermare che ciascun individuo ha in sé le risorse per esprimersi umoristicamente ma che esse, come del resto le altre facoltà umane, sono variamente dosate in ciascuno di noi.

La capacità di ridere, soprattutto quando siamo in difficoltà, richiede una predisposizione del soggetto ad accogliere una logica di rottura e ad andare contro gli schemi del pensiero costituito e del senso comune.

Chi possiede in modo accentuato questa caratteristica è una persona la cui dimensione psichica non è rigidamente e dicotomicamente strutturata, ma la cui psiche è in grado di accogliere i vari aspetti della realtà, valorizzandone l’ambiguità e la polivalenza semantica: in questo processo egli riesce a far entrare in gioco dialettico le varie, eterogenee parti di sé.

Nel momento in cui affrontiamo una situazione tesa o difficile nei rapporti con un’altra persona, ricorrendo a una battuta di spirito riusciamo ad aggirare le forti resistenze che si agitano in noi e che sono connesse con i nostri impulsi ostili. Questi ultimi, se scaricati indirettamente nella battuta umoristica, producono un effetto di riappacificazione con sé stessi e con l’interlocutore, in modo da far prevalere una sana e costruttiva aggressività.

Un celebre calciatore, pressato dai giornalisti sulla sua ripetuta frequentazione di una giovane avvenente, pur fortemente infastidito, riesce a sottrarsi alla morsa delle domande con la battuta: «E adesso mi vorrete anche chiedere quando mi sposo...!».

Il piacere connesso alla battuta spiritosa comporta la necessità di uscire dalla logica razionale e dagli schemi del senso comune per regredire a una modalità comunicativa infantile più ludica: si tratta, quindi, di un’autentica trasgressione compiuta in nome del "principio di piacere" che si vuole affermare in contrapposizione al "principio di realtà" (Freud, 1905), al quale si conforma solitamente il nostro comportamento sociale come a una norma data e ineluttabile.

William F. Fry (1963), riprendendo alcuni concetti presentati da Gregory Bateson (1955), mette ben in risalto come l’umorismo sia una forma di comunicazione ludica e paradossale e, per queste sue intrinseche caratteristiche, favorisca l’attivazione delle capacità creative della persona.

Come la dimensione ludica, infatti, anche la battuta di spirito presenta livelli multipli di comunicazione (messaggio esplicito, messaggio implicito, meta-messaggi, meta-meta-messaggi, significato inconscio), a vari livelli di astrazione che si sovrappongono e si confondono, in una coesistenza di aspetti di realtà commisti a elementi che appartengono al mondo fantastico per cui, come avviene nella comunicazione paradossale, anche nell’umorismo vengono mantenuti sospesi i problemi di senso e di non senso.

Il contenuto di una barzelletta, proprio in quanto contenuto di una barzelletta, è fantastico ma, nello stesso tempo, trattandosi di una racconto che fa riferimento a dati di realtà, è anche reale, così come nel momento in cui i bambini nel gioco fingono di essere insegnante e alunno sono all’interno di una cornice ludica ma, contemporaneamente, riproducono una realtà che è quella del contesto scolastico e, durante la drammatizzazione, vivono la finzione del gioco come una realtà!

I processi creativi

La possibilità di entrare e uscire a piacimento da contesti di gioco e contesti di realtà e di soggiornare al confine tra i mondi conscio e inconscio, tipica del paradosso, ingrediente fondamentale della dimensione umoristica, assume di per sé una funzione catartica che avvicina la persona alle sue emozioni più profonde e inconfessabili, liberando energie psichiche. La confusione dei livelli di comunicazione stimola, inoltre, il recupero di un atteggiamento attivo da parte del fruitore del motto di spirito, che deve utilizzare la sua capacità di scoperta per cogliere il senso occulto del messaggio e decodificarlo. L’atto stesso di attivare le facoltà psichiche nel tentativo di risolvere l’enigma, oltre che sviluppare le capacità creative del soggetto, costituisce fonte di autogratificazione e soddisfacimento, stimolando il piacere per la curiosità del funzionamento del proprio mondo psichico, elemento fondante ogni vero processo di cambiamento.

Come ha ben delineato Arthur Koestler (1969), il processo creativo, che sta alla base di quello umoristico, si caratterizza per il fatto che "bisocia" tra due matrici di pensiero normalmente considerate come incompatibili, mettendole in collisione.

L’autore riporta questa barzelletta chiarificatrice: «Nei tempi spensierati de La Ronde, un giovane ufficiale austriaco, prestante ma squattrinato, cercava di ottenere i favori di una cortigiana alla moda. Per liberarsi di questo corteggiatore non desiderato, questa signorina gli spiegò che, ahimè, il suo cuore non era libero. Al che lui replicò educatamente: "Ma io, signorina, non avevo mirato così in alto"».

Nell’esempio la bisociazione si verifica tra due concetti: quello letterario e quello metaforico. L’insight, cioè quella specie di illuminazione che ci fa uscire dalla cecità e dall’autoinganno tipici della patologia si raggiunge, quindi, attraverso una forma di pensiero trasversale, un "pensare a parte" che trascende la logica consueta e abitudinaria del quotidiano.

In un qualsiasi gruppo, sia esso costituito da un’assemblea di condomini, da una équipe incaricata di attuare un progetto o dalla semplice, ma assai più complessa, realtà familiare, all’interno di una comunicazione tesa, permeata di ostilità reciproca, il fiorire di una battuta di spirito può cambiare repentinamente l’atmosfera e ridefinirla in senso affettivo più che semantico, in modo tale da favorire una intesa più intensa e il crearsi di una vicinanza affettiva tra i membri di quel gruppo, proprio perché riesce ad abbattere le difese che ciascuno dei componenti della "drammatizzazione" ha eretto per l’intensa rabbia presente.

In questi casi, così comuni nella realtà quotidiana, la battuta umoristica mette in atto una sottile alchimia per effetto della quale ciascuno dei membri del gruppo può essere portato a riflettere sulla vera portata della propria personale aggressività e a riconoscere che ciò che avversa nell’altro è una parte di sé, tanto misconosciuta quanto rifiutata perché vissuta come egodistonica.

Scatta così, inconsciamente, una sorta di meccanismo di riparazione messo in movimento dall’energia propulsiva vitale che è in noi e che si oppone agli istinti di morte sottesi all’atteggiamento aggressivo. In questo senso la battuta di spirito e, in genere, il ricorso all’umorismo come antidoto all’aggressività o alla depressione, svolgono una autentica funzione catartica in quanto leniscono la profonda ferita narcisistica che affligge l’individuo quando si trova alle prese con fattori che ne mettono in discussione l’identità.

Sorretti da impulsi vitali

La natura umana è di per sé contraddittoria e divisa tra la pratica della commedia e l’accettazione della tragedia in modo da assumere spesso una tonalità tragicomica, come accade alla vecchia signora, citata da Pirandello (1908), che si "maschera" da donna giovane per l’incapacità emotiva di accettare e integrare l’immagine esteriore e interiore di chi, con l’avanzare degli anni, si avvia verso il declino, rassegnandosi a una realtà ineluttabile.

Il ricorso all’umorismo diventa spesso una pratica autoreferenziale che può recare grande sollievo in una situazione di disagio: nel momento in cui ci interroghiamo sulla nostra identità si possono palesare realtà sino ad allora latenti, concernenti un nostro difetto o un’anomalia di comportamento reiterata come sintomo di una distonia interna.

In questi casi il dover prendere atto di una realtà negativa che ci riguarda rappresenta un elemento perturbante del nostro equilibrio che può sprofondarci in una profonda crisi.

Al contrario, l’individuo sorretto da forti impulsi vitali si oppone a quegli stimoli negativi, volgendo in ridere la scoperta di una verità di per sé difficile da accettare.

La pratica dell’ironia e, in questo caso, dell’autoironia, rappresenta, secondo Freud (1905), un recupero nostalgico dell’Io infantile, il cui effetto consiste nel rompere le catene della logica razionale che avvincono la psiche dell’individuo per percorrere liberamente strade diverse e aperte a molteplici sbocchi, all’insegna del "principio di piacere" (Freud, 1915).

Nel Don Chisciotte di Cervantes (1603), Sancio Panza, preso atto del fallimento della sua esperienza come governatore di un’isola, così riesce a esorcizzare la propria profonda delusione: «Fatemi strada signori miei e lasciatemi tornare alla mia antica libertà; ... perché possa resuscitare da questa morte di ora: io non sono nato per essere governatore, né per difendere isole e città dai nemici che vogliono assaltarle... voglio dire che ognuno deve fare il mestiere per cui è nato. A me sta meglio una falce in mano che non uno scettro di governatore; preferisco riempirmi di stufato piuttosto che essere soggetto alle piccinerie di un medico impertinente che mi fa morire di fame...».

Patrizia Querini e Franco Lubrani
   

BIBLIOGRAFIA

  • Bateson G. (1955), Una teoria del gioco e della fantasia, in "Steps to an Ecology of Mind", Ballantine, New York (tr. it. Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano, 1976).

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  • Freud S. (1905), Der Witz und seine Beziehung zum Unbewussten, Imago Publishing Co., Ltd., London, 1940 (tr. it. Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, Boringhieri, Torino 1975).

  • Freud S. (1915), Triebe und Triebschicksale (tr. it. Pulsioni e loro destini, in Opere, vol. VIII, Boringhieri, Torino 1976).

  • Freud S. (1927), Der Humor (tr. it. L’umorismo, in "Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio", Boringhieri, Torino 1991).

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  • Pirandello L. (1904), Il fu Mattia Pascal, Mondadori, Milano 1988.

  • Pirandello L. (1908), L’umorismo, Garzanti, Milano 1995.

  • Quasimodo S., Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1995.

  • Querini P., Lubrani F., Ironia, umorismo e disagio psichico, Franco Angeli, Milano 2004.








 

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