Famiglia Oggi.

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n. 10 OTTOBRE 2004

Sommario

EDITORIALE
Il posto della famiglia nella società
la DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Quale famiglia in Europa?
di FRANCESCO BELLETTI

apep00010.gif (1261 byte) Comunità di vita e di educazione
di GERHARD ROBBERS

apep00010.gif (1261 byte) Nella differenza la pienezza dell’umanità
di PAUL MOREAU

apep00010.gif (1261 byte) In attesa della convergenza
di CHRISTIANE DIENEL

apep00010.gif (1261 byte) La famiglia nei "nuovi" Paesi dell’Unione
di BERNARDINA BODNAROVA

DOSSIER
Le donne in Europa
di RENATA LIVRAGHI

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Le facilitazioni che fanno discutere
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Ruoli da ridefinire
di EZIO ALBERIONE
Rapporti esclusivi
di HARMA KEEN

MATERIALI & APPUNTI
Lo sviluppo del bambino in famiglia
di KATARINA KOMPAN ERZAR
Individuare un nuovo linguaggio
di SERENA GAIANI
Senza radici non si vola!
di MANUELA MANCINI

CONSULENZA GENITORIALE
Promuovere desideri e aspettative
di ALFREDO BODEO

POLITICHE FAMILIARI
Partecipazione ed esperienza
A CURA DELL’ISTITUTO IARD

LA FAMIGLIA NEL MONDO
L’amore è materia di studio in Cina
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

SOCIETÀ & FAMIGLIA - LA RIFORMA DEL DIVORZIO CREA DISACCORDI
IN FRANCIA

Le facilitazioni che fanno discutere

di Beppe Del Colle

Se per un uomo vale la gloria di moltiplicare le conquiste, per una donna, invece, ciò che conta è l’essere costantemente amata. Alcune riflessioni di autorevoli autori mettono in guardia dal rischio di aumentare le ingiustizie, anziché risolvere le problematiche.
  

Mentre il Parlamento di Parigi procedeva alla riforma della legislazione sul divorzio (in vigore dal 1° gennaio 2005), usciva la prima traduzione francese di un testo inglese ben noto ai cultori della materia: Doctrine and Discipline of Divorce di John Milton, il grande poeta autore del Paradiso perduto. Quello scritto, lungo un centinaio di pagine e pubblicato a Londra il 1° agosto 1644, era in realtà un appello al Parlamento britannico perché accettasse l’idea di consentire per legge il divorzio a causa della unfitness of mind, quella che noi chiamiamo l’"incompatibilità di carattere".

La contemporaneità dei due fatti ha indotto la rivista Esprit a chiedere a quattro suoi collaboratori, sociologi o filosofi esperti nel ramo, di fare il punto su una realtà di cui lo stesso dibattito parlamentare, privo delle asprezze e delle accese contrapposizioni un tempo tradizionali, ha denunciato il calo d’interesse, per non dire l’indifferenza con cui l’opinione pubblica – non solo francese, per la verità – la osserva.

Nella novantina di pagine in cui si condensano i quattro interventi il fenomeno è sottolineato più volte, pur partendo da punti di vista diversi, tanto che alla fine della lettura ne emerge un giudizio che può essere così sintetizzato: il divorzio sta diventando, nella società contemporanea, un fatto banale, esattamente come il matrimonio sta diventando un optional.

Quello che tuttavia risalta e interessa, nella lettura dei quattro elaborati di Esprit (luglio 2004), è che essi concordano su un punto: nonostante tutto è ancora giusto e (forse) utile discutere sul divorzio, anche se esso è ormai pratica costante (in Francia si dissolve oggi legalmente un matrimonio su due). Discutere sul divorzio significa innanzitutto metterne in dubbio alcune delle ragioni fondanti e soprattutto affrontare una domanda: non abbiamo per caso affidato troppo alla normazione pubblica per legge, sempre più larga, il problema "privato", ma pur sempre essenziale, di come alimentare invece la capacità del legame coniugale «di sopportare i conflitti e di attraversare la durata», pur in presenza della «dimensione istituzionale e dell’atto politico che vi si intreccia», come scrivono nell’introduzione al dibattito Irène Théry e Olivier Abel?

Proviamo a elencare le ragioni con cui questi due "esperti" e i loro colleghi Claude Habib e Sandra Laugier argomentano il loro dissenso verso una troppo facile e completa accettazione della realtà del divorzio come rimedio unico e inevitabile alle crisi coniugali.

Il dissenso della Théry

Irène Théry, sociologa ben nota anche ai lettori di Famiglia Oggi e responsabile di una ricerca giuridica su settecento casi "difficili" di divorzio in Francia, discute direttamente il testo di Milton, innanzitutto sottolineando come sia stato originato non tanto da un anacronistico desiderio di liberazione degli individui (tutti, uomini e donne) dalla schiavitù di un matrimonio non più sopportabile, quanto da uno spirito polemico molto forte verso la concezione cristiana del matrimonio, così come era stata sostenuta per secoli soprattutto dalla Chiesa cattolica: e cioè, sostanzialmente, come remedium concupiscentiae, sullo sfondo di un’ossessione riguardo al "peccato della carne".

Milton, che religiosamente parlando era un puritano e politicamente un rivoluzionario, rovescia la lettura esegetica del passo iniziale della Genesi in cui si racconta che Dio, dopo aver creato l’uomo, pensa che non sia bene che rimanga solo; e gli crea accanto la donna. Qui comincia la divaricazione con la tradizione: Milton si fa interprete delle intenzioni del Creatore, sostenendo come sia impossibile che Egli abbia voluto stabilire con questo gesto una coppia indissolubile, mentre intendeva semplicemente assicurare all’uomo (che resta il primus indiscutibile) la gioia di un rapporto, da lui definita «una conversazione assortita e felice», che costituisce «lo scopo più nobile del matrimonio».

Quando questa conversazione finisce o si dimostra irrealizzabile, non c’è ragione perché continui. E a farla finire basta, appunto, l’incompatibilità dei caratteri (denunciata ovviamente dal maschio: siamo nel Seicento, non dimentichiamolo); anche se Milton, rivolgendosi al Parlamento, elenca nove motivi che giustificano a suo giudizio il divorzio.

Il rimprovero che Irène Théry rivolge a Milton è di avere totalmente ignorato le due «problematiche teoriche che, in una società secolarizzata, diverranno il quadro dei dibattiti giuridici sul matrimonio civile: quelle del contratto e della famiglia». Natura analoga del contratto civile e della famiglia è che entrambi mettono in conflitto il desiderio di divorzio di una delle parti con i diritti e gli interessi delle altre parti, cioè del coniuge non consenziente e senza colpa, e dei figli.

Il rischio dell’abbandono

Se si riconosce a Milton il merito di aver offerto un’immagine del matrimonio diversa da quella del passato, meno ossessionata dalla carne e dal peccato e più attenta ai bisogni dello spirito e all’unione delle anime piuttosto che a quella dei corpi, non si può tuttavia non rilevare che da questa sua analisi è totalmente assente l’individualità della donna e quindi la parità dei sessi.

E ciò conduce a riconoscere che nel cammino dell’umanità , in cui il matrimonio e le sue regole sono diventati solo uno dei modi in cui la coppia si forma e si può sciogliere, «la ricerca della felicità è diventata sempre più esigente, e ha rovesciato completamente l’ordine dei rischi. La sofferenza di un giogo coniugale imposto, contro il quale Milton gridava la sua rivolta, e che aveva poi fatto reinventare il diritto moderno in nome dell’interesse superiore della famiglia, non è più un rischio reale. Il nuovo rischio è più brutale e si chiama abbandono. Nessuno è protetto dall’eventualità di sentirsi dire un bel mattino: "Io me ne vado". Il senso dell’ingiustizia, della violenza subita, del tradimento delle promesse, del furto del proprio futuro, del crollo interiore, come viene avvertito oggi? Banale nella nostra società, il divorzio non si è mai banalizzato per coloro che lo vivono».

Un severo rimprovero

Ma se il rimprovero a Milton è mitigato ovviamente dalla distanza del suo tempo dal nostro tempo, quello rivolto al Parlamento francese riguardo alla riforma del divorzio, reso sempre più facilmente "consensuale", è molto più severo. «Chiedere all’abbandonato, per di più, di collaborare attivamente all’organizzazione della propria messa da parte, appare sovente una perversione del divorzio pacificato», scrive la Théry, mentre con più coraggio la politica avrebbe potuto e dovuto riconoscere che «l’organizzazione delle conseguenze della separazione è ormai l’occasione più importante in cui si può esprimere, in un contesto così fondamentalmente ingiusto come il fallimento di un amore, qualcosa come il senso della giustizia».

L’intervento successivo, dovuto al docente universitario e scrittore Claude Habib, si intitola Un’eredità di ineguaglianza e insiste soprattutto su un tema: nel suo ragionamento John Milton dimentica pressoché totalmente l’interesse dei figli, i sentimenti messi a dura prova dal divorzio, e in particolare i colpi che lo scioglimento del matrimonio porta alla sensibilità femminile.

Anche per Habib vale il discorso fatto per la Théry: non bisogna mai dimenticare le enormi differenze fra il tempo di Milton e l’età moderna. Ciò vale soprattutto nei confronti della condizione femminile: in Francia nel 1996 le domande di divorzio per colpa del coniuge (le spesso tragiche violenze in famiglia...) e/o in difesa dei figli, sono state per il 77,5% rivolte da donne. Ma ciò a sua volta non toglie che, come osserva Habib, il desiderio della durata del matrimonio sia molto più femminile che maschile, anche oggi; il che si deduce anche naturalmente dall’osservazione che sono molto più i divorziati che le divorziate a programmare seconde nozze, con partners più giovani, spesso molto più giovani di loro: «La gloria di un uomo è di moltiplicare le conquiste, la gloria di una donna è di essere costantemente amata».

Detto questo, anche Habib riconosce che Milton propone un’idea di matrimonio più alta, più nobile (ma anche più irreale) di quella tradizionale, ma nella foga della novità si trascina dietro un panorama etico inaccettabile, al punto di dichiarare che hanno più successo i matrimoni degli uomini che hanno condotto prima di sposarsi una vita sessualmente dissoluta (il contrario di quello che avrebbe sostenuto due secoli dopo Tolstoj, in difesa della verginità prematrimoniale anche dell’uomo).

L’uguaglianza da perseguire

Milton si difende dalle accuse di antifemminismo – se così possiamo dire – affermando che comunque è importante che il marito abbia molta stima della moglie, considerandola degna di "conversare" con lui; ma Habib risponde, giustamente secondo la mentalità moderna: «La stima non ha nulla che vedere con l’eguaglianza».

L’America e la rottura puritana è il titolo apposto da Esprit all’intervento di Sandra Laugier, che si sofferma su un elemento particolare, ma molto stimolante, della questione: come la "rivolta" puritana di Milton e del suo tempo si sia trasferita nella mentalità degli Stati Uniti, fondata pragmaticamente ma solidamente su un susseguirsi di rotture e di ricominciamenti in ogni ordine di realtà, da quella familiare a quella politica, economica e sociale in senso lato. Esemplari, in questo senso, sono sia la lunga serie di film hollywoodiani fra le due guerre mondiali del Novecento dedicati al tema del remariage; sia il sempre inquieto e insistito richiamo a una "nuova frontiera", ben sintetizzato da un brano della Self-Reliance del poeta e pastore protestante ottocentesco Ralph Waldo Emerson: «Io rifiuto padre e madre, donna e fratello, quando il mio genio me lo chiede. Vorrei scrivere sui cartelli stradali e sulle porte: "Capriccio". Spero che in fin dei conti si tratti di qualcosa di meglio che di un capriccio, ma non possiamo passare la giornata in spiegazioni».

L’ultimo testo è del filosofo della facoltà di Teologia protestante di Parigi Olivier Abel, e riassume tutti gli argomenti degli altri tre, a partire dal titolo: Consenso, rescissione, ripudio. Tutto è rimesso in discussione, anche il principio moderno dell’autonomia della persona, dilatata fino al punto che «a forza di rompere, di rifondare, di ricominciare si rovina sia l’autorità che la libertà, secondo la celebre analisi di Hannah Arendt. Ma la vita non è troppo breve per ricominciare senza soste?». E ancora: «Si crede all’autonomia e non si ottiene che la solitudine generale. Si diventa capaci di passare sulla testa dei genitori o dei figli per cercarsi. Il desiderio della conoscenza di sé si trasforma nella follia diabolica di un perpetuo esame di sé, per scoprire infine che non ci conosciamo».

Conclusione difficile, impegnativa e rischiosa di Olivier Abel e di tutto questo discorso, impregnato di pietà per il destino umano: «Il consenso amoroso e il consenso al divorzio mescolano così intimamente la natura e la libertà che siamo presi da una sorta di zigzag senza happy end».

E difatti, più modestamente, noi diremmo: non esiste nessuna prova che il divorzio abbia aumentato di un grammo la felicità, né diminuito di un grammo l’infelicità degli umani.

Beppe Del Colle








 

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