Famiglia Oggi.

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n. 11 NOVEMBRE 2004

Sommario

EDITORIALE
Oltre la colpevolizzazione
la DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) L’adulterio ieri e oggi
di GIORGIO CAMPANINI

apep00010.gif (1261 byte) L’infedeltà nelle Sacre Scritture
di GIUSEPPE BARBAGLIO

apep00010.gif (1261 byte) Partecipazione a intermittenza
di GABRIELLA TURNATURI

apep00010.gif (1261 byte) L’insidia di uno sguardo massificante
di DOMENICO BARRILÀ

apep00010.gif (1261 byte) Una costellazione di promesse
di GIORDANO MURARO

apep00010.gif (1261 byte) Il senso di colpa dell’amante
di RITA D’AMICO

apep00010.gif (1261 byte) Le ferite aperte della coppia
di LUCIANO PEIRONE

DOSSIER
La saggia decisione del giorno dopo
di GIORGIO CONCONI

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Giocarsi tutto in un attimo
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Antico come la letteratura
di PAOLO PERAZZOLO
Sposarsi e separarsi "per caso"
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Ragazzi ancora dentro
di PIERCARLO PAZÉ
Donna e famiglia, questione aperta
di GIORGIO CAMPANINI

CONSULENZA GENITORIALE
Il rigore dei giovani
di M. TERESA PEDROCCO BIANCARDI

POLITICHE FAMILIARI
Colmare il solco sull’affidamento
di MARINO MAGLIETTA

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Più veloce il divorzio per gli spagnoli
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

MATERIALI & APPUNTI - IL DIBATTITO DEI GIUDICI AL CONVEGNO DI TORINO

Ragazzi ancora dentro

di Piercarlo Pazé
(giudice minorile, direttore di "Minorigiustizia")

Gli esperti della giustizia si sono dati appuntamento per prospettare soluzioni al problema delle carceri minorili. Pene sostitutive, attività alternative, comunità di accoglienza sono le loro proposte.
  

Scampato (per ora) il pericolo che i tribunali per i minorenni siano soppressi, i giudici per i minorenni e i giudici della famiglia si sono riuniti a Torino, dal 14 al 16 ottobre 2004, per il loro convegno annuale dal titolo "Ragazzi ancora dentro".

Il tema è stato scelto constatando che da varie parti si richiede alla giustizia minorile un maggiore rigore verso i minorenni autori di reati, giustificato con la maturità dei ragazzi di oggi, con l’esigenza di responsabilizzare di più i ragazzi per i loro comportamenti, con la considerazione dovuta alle vittime, con l’asserito aumento qualitativo della delinquenza minorile, come necessità per avere una società più sicura.

Il risalto giornalistico dato alcuni anni fa all’omicidio di Novi Ligure, connotato da una violenza in famiglia di grado elevatissimo, e ad alcuni altri reati di indubbia gravità, ha attivato paure inconsce e allarme sociale verso gli adolescenti.

Di qui l’interrogativo posto: bisogna punire di più i ragazzi che commettono dei reati? Occorre tenerli di più "dentro", nelle carceri o nei riformatori?

Un primo punto fermo cui il dibattito del convegno di Torino è pervenuto è che non c’è nulla che giustifichi un cambiamento delle politiche giudiziarie dei tribunali per i minorenni in direzione di un aumento del rigore e delle pene. Infatti l’Italia ha una criminalità minorile bassissima rispetto agli altri Paesi dell’Europa.

Su cento persone denunciate in Italia, solo poco più di tre sono minorenni. In Francia e in Germania la percentuale dei minorenni è più di quattro volte superiore mentre in Inghilterra quasi una denuncia su quattro riguarda dei minorenni.

Inoltre in Italia il trend quantitativo delle denunzie dei ragazzi che commettono reati è da molti anni stazionario, a livelli contenuti. Le variazioni principali riguardano i furti in abitazione e di autovetture che sono in forte diminuzione e i reati in materia di stupefacenti in lieve diminuzione, mentre i furti nei negozi e nei grandi magazzini, le rapine e le estorsioni sono in lieve aumento.

Le denunce effettive di minorenni per omicidi volontari, da soli o in concorso con adulti, sono state 35 nel 2000, 40 nel 2001 e 38 nel 2002.

Una giustizia mite

Diminuiscono i reati commessi da ragazzi italiani, anche per il calo demografico, e aumentano quelli commessi da ragazzi stranieri, come è ovvio pensando che la loro presenza si è quadruplicata in questi ultimi anni in Italia. Questi dati dimostrano che nella nostra società la criminalità aumenta significativamente in percentuali non con gli adolescenti ma con i giovani adulti, che rappresentano la fascia sociale di maggior disagio.

Inoltre, servono e pagano le politiche sociali di aiuto e di prevenzione, che puntano sulla frequenza scolastica, sulla presenza dei servizi e sull’attivazione del volontariato; perciò, se si vuole una società più sicura, non bisogna ridurre le attività dello Stato sociale per la gioventù e per la famiglia, che devono dirigersi maggiormente verso i ragazzi stranieri.

Se questa è la situazione, la giustizia minorile può e deve continuare a caratterizzarsi per la sua mitezza. Ciò significa attivare tutti gli strumenti di aiuto ai ragazzi che hanno commesso dei reati, limitando le condanne solo quando ogni altro tipo di intervento si è rivelato inutile a riportarli a condotte di vita regolari. Oggi è possibile – e i tribunali per i minorenni lo fanno sempre più spesso – mettere i ragazzi alla prova, e, se la prova riesce, non li si condanna.

In altri casi è sufficiente un richiamo educativo forte al ragazzo e alla sua famiglia con il processo, che poi si conchiude con il perdono o con altre formule di indulgenza.

Attività riparative

Nei casi in cui proprio si deve pervenire a una condanna, la pena dovrebbe essere un qualcosa di diverso dal carcere: per quanto si può, non bisogna tenere i ragazzi ancora dentro, era la provocazione del convegno di Torino; bisogna liberarsi dalla necessità del carcere.

Si è proposto perciò di introdurre per i minorenni autori di reati delle pene non carcerarie, da applicarsi quando appaiono adeguate: lavori di utilità sociale, impegni di assistenza sociale, frequenza scolastica, attività riparative verso la vittima, collocazione in comunità, detenzione domiciliare di fine settimana.

Già oggi è possibile – e se ne è proposta una più larga applicazione – condannare i minorenni ad alcune pene sostitutive del carcere che il nostro sistema conosce, come la semidetenzione (per cui un ragazzo trascorre parte della giornata fuori del carcere), o l’affidamento in prova ai servizi sociali.

Bisogna perciò respingere tutte le proposte di costruire dei nuovi carceri per i minori, pensando che quelli attuali non bastino più, riducendone gli ingressi dei minori. Nei pochi casi in cui si dovrà ancora, per la gravità del reato commesso o per l’irriducibilità del ragazzo a cambiamenti rispetto a scelte devianti, arrivare a tenere "dentro" un ragazzo, bisogna pensare a dei carceri di tipo nuovo, diversi da quelli di oggi, più umani e meno devastanti negli effetti.

Educatori sì guardie no

Si è sempre detto che il carcere è scuola di delinquenza, occorre invece arrivare a luoghi dove un ragazzo possa trovare l’offerta di risorse alternative ai suoi percorsi di vita precedenti. La diversità dovrebbe incominciare dall’edilizia carceraria.

Gli attuali carceri minorili si caratterizzano, quasi tutti, per finalità esasperate di sicurezza interna (cancelli, chiavi, settori) e disponibilità di grandi spazi difficili da controllare che impediscono di pensarli e viverli come una comunità da parte dei ragazzi ospitati.

Che senso ha che uno Stato sprecone mantenga in vita simili strutture costose e dispersive, quando potrebbero essere sostituite da luoghi più simili a comunità con impiego di meno personale? Inoltre non deve prevalere un’esasperata esigenza di sicurezza, con la vita dei ragazzi gestita dalle guardie, trasformando il carcere minorile in una comunità dove i ragazzi vivono insieme con educatori e mediatori culturali e si costruiscono per ciascuno dei progetti personalizzati.

Alcune domande

Si pone poi la necessità di disciplinare la vita di un ragazzo in carcere in modo diverso rispetto a quella di un adulto nel carcere ordinario. A questo fine occorre introdurre un ordinamento penitenziario specifico per i minorenni, che in Italia manca ancora. Esso dovrebbe offrire una soluzione anche ad alcune domande essenziali.

Quale spazio devono avere per un ragazzo detenuto gli affetti dei familiari? Quali figure educative devono seguirlo nella sua giornata?

Quali diritti ha un ragazzo in carcere e come assicurarne il rispetto?

Come e quanto il ragazzo detenuto può uscire dal carcere per recarsi al lavoro o a scuola o per svolgere attività socializzanti? Il tempo della pena può servire per costruire per lui un’alternativa diversa di vita per il dopo pena?

Piercarlo Pazé
    

LA SALUTE UN BENE DI FAMIGLIA

L’affascinante titolo che raggruppa numerosi elaborati pubblicati dalla rivista Janus (n. 15, autunno 2004) di Roma la dice lunga circa ilCopertina del libro. contenuto: "La salute un bene di famiglia". La tematica è affrontata da numerose angolature. Ma quello che colpisce è soprattutto la denuncia che serpeggia nelle pagine del dossier: le istituzioni tagliano i fondi destinati ai servizi sociali, le famiglie sono lasciate sempre più sole, la patologia globale aumenta; le famiglie si frammentano, i caregivers vanno in burnout con esiti che sovente si concludono con gesti estremi. Come cittadini di questo Paese possiamo rivendicare il diritto alle cure mediche che ci servono. Si tratta di una conquista di civiltà. Tuttavia, nell’editoriale a firma di Sandro Spinsanti, si legge: «Non possiamo negare che il superamento della famiglia come sistema di cure sia stato proclamato troppo superficialmente. Spesso le famiglie si vedono restituito un compito dal quale dovrebbero essere sollevate».

Fra gli elaborati (tutti molto interessanti) degli esperti in materia, segnaliamo il saggio intitolato "La famiglia? Se non è troppa è troppo poca" di Corrado Pontalti, primario a riposo del Servizio di psicoterapia familiare dell’Università Cattolica di Roma. Il noto professore analizza il ruolo che il sistema famiglia gioca nelle dinamiche e nella gestione del paziente psichiatrico. La conclusione cui sembra giungere è che in psichiatria, il sistema-famiglia resta fondamentalmente un mistero che sfugge a ogni categorizzazione. All’interno di ogni famiglia, infatti, esistono più famiglie, fatte di legami affettivi preferenziali difficilmente incasellabili.

c.b.

    

NON SOLO INFORMAZIONE

È partita solo qualche settimana fa un’iniziativa del tutto particolare che vede scendere in campo un settimanale diocesano, L’Amico del Popolo, della diocesi di Belluno-Feltre, a favore delle famiglie con figli piccoli.

A tutti i nuovi nati della provincia che sono segnalati nella rubrica del settimanale, a tutti i neoabbonati e a tutti gli abbonati che ne fanno richiesta viene offerto in omaggio l’agile volume I consigli del pediatra, a cura di L. Guglielmi, edito e promosso dalla stessa redazione.

Soprattutto i giovani genitori, quindi, sono i primi destinatari di questo libro che arriva come risultato di un progetto pilota, unico nel Veneto, che vuole far diventare un settimanale diocesano qualcosa di più che il semplice dispensatore di informazioni sul territorio provinciale.

Oltre l’informazione con la formazione, quindi, condotta con la voce degli esperti, senza pretese accademiche e formalismi di sorta, ma con uno stile leggero e leggibile, tipico del linguaggio giornalistico. L’occasione di tradurre in realtà questo sogno di un nuovo salto di qualità per una rivista diocesana si è presentata con la pluriennale collaborazione di un pediatra che ha sempre prestato i suoi preziosi consigli rivolgendosi ai genitori dalle pagine dell’Amico del Popolo.

Il libro, raccoglie infatti tre anni di indicazioni, suggerimenti e informazioni su quesiti "classici" in cui ogni mamma e ogni papà alle prese con la salute dei propri figli si è sicuramente imbattuto: vaccinazioni sì o no, cosa fare se il bambino ha la febbre, o prende una gran botta in testa.

La pretesa non è certamente quella di esaurire argomenti così delicati e particolari, e nemmeno quella di sostituirsi al parere del proprio pediatra di fiducia, bensì di rassicurare gli animi e dare qualche ragguaglio in più sulle situazioni più comuni nelle quali ci si ritrova nella quotidianità genitoriale.

Della forte presa territoriale dei settimanali diocesani del Veneto si è accorto anche il Corecom, Comitato regionale per le comunicazioni, organo di consulenza, garanzia e gestione della Giunta e del Consiglio regionale del Veneto in materia di comunicazione e media locali.

Il Corecom si è rivolto alle famiglie utilizzando il canale del settimanale diocesano. Proprio i genitori sono diventati i destinatari privilegiati di una pubblicazione che affronta e approfondisce un tema di forte attualità.

Internet e minori, navigazione sicura, è infatti il titolo del quaderno, realizzato con il patrocinio della Presidenza Commissione parlamentare per l’infanzia e delle Università degli Studi di Padova, Verona e La Sapienza di Roma, che viene distribuito in modo capillare sull’intero territorio regionale.

Come si legge nelle pagine introduttive «questo opuscolo nasce dall’esigenza delle famiglie di avere a disposizione uno strumento semplice e di facile consultazione perché se è assodato che i giovani sono diventati padroni del mezzo informatico altrettanto non lo si può dire per i genitori, molti dei quali avvertono ancora una certa diffidenza nei confronti della nuova "macchina infernale"».

Queste iniziative formative non rimarranno episodi isolati, ma la costituzione di Veneto Insieme, pool di testate giornalistiche diocesane, lascia intravedere solo l’inizio di una via tutta da percorrere.

Serena Gaiani








 

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