Famiglia Oggi.

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n. 3 MARZO 2005

Sommario

EDITORIALE
Chiamati a una nuova responsabilità
la DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Le relazioni affettive prima di tutto
di PIERCARLO PAZÉ

apep00010.gif (1261 byte) Quanti sono i minori negli istituti
di ERMENEGILDO CICCOTTI

apep00010.gif (1261 byte) L’urgenza di una famiglia vera
di GABRIELLA CAPPELLARO

apep00010.gif (1261 byte) Risorse diverse per diversi bisogni
di FRANCESCA MAZZUCCHELLI

apep00010.gif (1261 byte) Una scelta fatta con il cuore
di VALTER MARTINI

apep00010.gif (1261 byte) La scadenza non ci coglie di sorpresa
di MANUELA LATINI

DOSSIER
Aprire le porte ai bambini degli altri
di CINZIA SPATARO

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Le contraddizioni della maternità
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Immagini confuse e stereotipate
di EMANUELA ZUCCALÀ
Adolescenza: inquietudini e vitalità
di HARMA KEEN

MATERIALI & APPUNTI
Promozione di diritti e opportunità
A CURA DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE PER L’INFANZIA

CONSULENZA GENITORIALE
Fissare obiettivi raggiungibili
di SERENA CAMMELLI

POLITICHE FAMILIARI
Meglio o peggio per le famiglie?
di PIETRO BOFFI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Benessere e ricevimenti di nozze
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

DOSSIER - PERCORSI EDUCATIVI NELLE COMUNITÀ FAMILIARI

APRIRE LE PORTE 
AI BAMBINI DEGLI ALTRI

di CINZIA SPATARO
(Responsabile Comunità familiare Capodarco - Fermo)

Come si svolge la vita quotidiana all’interno di una comunità familiare? Le difficoltà dell’inserimento e le reazioni dei bambini allontanati dalla propria famiglia e disperatamente alla ricerca di momenti di affetto e di tenerezza tutti per loro. Talvolta una vacanza o una festa possono trasformarsi da un momento ancora più difficile a un’esperienza positiva. Le reazioni delle famiglie d’origine e l’atteggiamento degli operatori spesso creano difficoltà, che devono essere affrontate giorno per giorno, consci del fatto che ogni bambino ha storie e necessità diverse. Con l’aiuto, tuttavia, dei figli naturali, i primi a vivere, e quindi a poter insegnare, l’accoglienza.
    

SRADICAMENTO E ATTACCAMENTO
DI CHI È SEMPRE IN VIAGGIO

«OGGI TOCCA A ME»

L'idea del titolo è scaturita dalla nostra esperienza di comunità familiare di pronta accoglienza per minori. Ogni sera con puntualità estrema si ripeteva la stessa scena: qualcuno chiedeva: «A chi tocca stasera stare vicino a te? Andiamo a vedere sul cartellone dei turni». E quattro bambini trepidanti provavano a riconoscere il proprio nome sul foglio speranzosi di trovare ognuno per sé la risposta attesa.

Eppure il tavolo apparecchiato per la cena è uno solo, ci sono altre figure presenti significative. Perché quest’ansia apparentemente ingiustificata del privilegio di sedere accanto alla figura adulta di riferimento?

Quanto è importante per un bambino poter immaginare di avere l’adulto tutto per sé? Tutto il bene, tutto il positivo deriva da lui, secondo gli occhi del bambino che proietta in lui tutto il suo enorme bisogno di ricevere affetto, attenzione, cura e gratificazione. Per cercare di poter uscire dal tunnel dell’abbandono si crede sia necessaria la medicina dell’affetto esclusivo, che viene somministrata in un contesto ricco di presenze di bambini e adulti diversi, per cui diventa importantissimo il dosaggio.

È necessario un equilibrio tra il proprio bisogno personale, tra una certa quantità di sana competitività con i "fratelli antagonisti", e l’indispensabile consapevolezza dell’esistenza dell’altro con equivalenti bisogni e diritti.

«Io le scarpe nuove alla corsa non me le porto»... «Simona dice che andiamo al mare, invece non è vero»... «Queste prugne è vero che si devono mangiare a cena?»... Frasi che stanno per: «Vorrei mettermi le scarpe nuove domenica, vorrei andare al mare, vorrei mangiarmi subito le prugne». Da cosa deriva questa incapacità della comunicazione diretta? Dal non aver mai sperimentato la possibilità di avere un rapporto intimo con un adulto, ma al contrario di aver avuto sempre paura di un "grande", un padre che dava botte, una madre sempre punitiva, una maestra che dava ordini, e adesso una figura indefinita a cui non si sa mai fino a che punto si possa chiedere.

C’è una differenza linguistica nella comunicazione con i figli propri (quanta più immediatezza, quanta più sincerità, quanta più tranquillità nella voce, spontaneità nei gesti) e quella con questi bambini. È sempre presente un divario tra ciò che si è, tra i propri desideri, che spesso si traducono in pulsioni incontrollabili, e ciò che, si sa, si dovrebbe essere, a come ci si dovrebbe comportare per piacere agli altri, per conquistarsi l’affetto dei grandi.

Da una parte c’è l’enunciazione di principio, la regola imparata a memoria e, dall’altra, la scappatoia immediata di trasgredirla quanto prima, il prima possibile, appena l’adulto non se ne accorge. Questa fragilità emotiva, ciò che caratterizza un’eterna insicurezza affettiva si traduce in un comportamento instabile con cambiamenti d’umore repentini. Basta che l’adulto alzi il tono di voce, si rivolga con modi un po’ bruschi, che subito ci si offende, si mette il "muso".

Quanti "musi"! Quanti nascondigli sotto i letti, dietro le porte, dentro le macchine, col desiderio grande di essere cercati, di essere trovati e aiutati a liberarsi dalle proprie paure.

C’è sempre la prevalenza dell’agire sul linguaggio. Invece di esprimere verbalmente i propri desideri si preferisce comportarsi in un certo modo: piangere, strillare, "menare". In una comunità d’accoglienza, si entra in contatto con diversi adulti che ruotano nella casa: educatori, tirocinanti, amici, volontari. Per cui spesso ci si chiede: «È vero che Ilenia verrà sempre sino a quando non saranno andati via tutti i bambini della casa?» oppure: «Perché Francesca non ci viene più a trovare?».

Sembra che esistano delle situazioni in cui non sia possibile l’attaccamento, un lusso che non è dato. Sembra che il bambino capisca che è destinato a essere circondato sempre da persone diverse. A volte sorprende la sua capacità di adattamento, l’apparente disinvoltura con cui allaccia una relazione. Chiunque diventa "amico mio", un amico di cui si conosce appena il nome, una persona da cui prendere qualcosa anche per poco tempo, per il momento particolare in cui si sta insieme, un po’ di attenzione, un po’ d’affetto, magari anche un regalino. E così inizia il processo di sradicamento, di chi è sempre in viaggio con una valigia da riempire che si apre e si svuota all’occorrenza.

Come si può divenire significativi in questa cornice effimera di temporaneità? Come possono queste relazioni "transitorie" diventare scuola di socialità, una palestra dove si impara a rapportarsi con persone diverse e a capire, conoscere e accettare il punto di vista dell’altro?

È questa la sfida delle esperienze delle comunità di accoglienza dove attraverso i conflitti e le intese di ogni giorno si cerca di arrivare pian piano a sentirsi liberi di esprimere, spontaneamente, le proprie emozioni e di costruire rapporti veri di affetto profondo e gratuito.

Ricordi belli e ricordi brutti

È sera d’estate, la prima aria calda della stagione riscalda i corpi, fa riscoprire il piacere di stare all’aperto con il buio. È bello alzare gli occhi verso il cielo e contare le stelle. Il silenzio intorno favorisce l’intimità. Viene fuori la voglia di confidenze: «Io mi ricordo che quando ero piccolo mi nascondevo sempre dentro un armadietto e papà mi veniva a cercare...». «Io mi ricordo che nonna mi portava in piscina con lo scivolo e io andavo giù veloce...». E mentre aumentano gli episodi da raccontare, cresce il bisogno di stringersi a qualcuno, qualcuno che ora ha il compito di ascoltare, di accogliere la tua storia, di rivivere con te un pezzo della tua vita che non conosce.

Come sarebbe bello se questa "nuova mamma" fosse tutta per te, per poterla abbracciare quanto ti pare, invece per far questo devi lottare con qualcun altro che vive la tua stessa situazione. E intanto ti accontenti di questi brandelli di affettuosità, pensi che forse anche per questo bisogna aspettare il proprio turno. Come sarà faticoso da grande dover ricucire questa vita frammentata. L’importante è ora poter avere qualcuno che ti ascolta, ti porta al mare, ai giardini, al cinema, a ginnastica, alle feste.

Per chi è vissuto in un buio di relazioni, in un susseguirsi confuso di eventi in luoghi asettici e indistinti, come sarà possibile orientarsi nel tempo e nello spazio senza perdersi?

Ci sarà bisogno di trovare degli aiuti, dei punti di riferimento a cui appoggiarsi, dei "sassolini" che indicano il sentiero.

Vignetta.

L’importanza dei riti

È questa la funzione che svolgono i "riti" di cui dovrebbe essere piena la vita quotidiana di ogni bambino, il ripetersi uguale di eventi e situazioni che continuamente ritornano a rassicurare. Che indicano qualcosa che si può prevedere, che ci si aspetta, che "si controlla", che abbassa l’ansia dell’ignoto e dell’imprevedibile. La dolcezza della ninna-nanna della buonanotte è data proprio dalla sensazione di tranquillità e pace che provocano quelle parole che dicono al bambino: «Non aver paura di chiudere gli occhi, perché io sarò sempre vicino a te e veglierò sui tuoi sogni».

In un primo momento è faticoso adattarsi a questi riti, perché appare strano che qualcuno ti dedichi del tempo. Tutto questo affetto sembra quasi infastidire tanto che la prima reazione può essere di ostilità.

Ma le parole della ninna-nanna riecheggiano ugualmente nonostante le opposizioni, i calci, i pugni e piano piano hanno il potere di placare la rabbia. Il bambino si lascia andare, i muscoli si rilassano, la tensione cede. Qualcuno gli ha permesso di ritornare piccolo, di regredire, di rivivere le fasi della primissima infanzia, di ricevere le coccole. In fondo questo rito rassicura tanto i piccoli quanto i grandi, un dono reciproco che stabilisce un contatto e rinsalda un legame.

Un altro rito importante e significativo è quello del topolino che di notte va a prendere il dente nascosto sotto il cuscino e in cambio lascia un soldo. Con quanta trepidazione il bambino appoggia sul letto il dente che gli è caduto, che magari gli ha provocato anche la fuoriuscita di un po’ di sangue, confidando di trovare l’indomani la sorpresa a lui gradita, certo che la sua speranza non sarà disattesa.

La sicurezza di poter contare su qualcuno si rinsalda anche attraverso queste piccole cose. La delusione di ritrovare ancora il dente sotto il cuscino si sommerà alle molteplici amarezze provate di fronte a genitori tanto attesi, che non si presentano all’incontro, a telefonate mai arrivate, a doni non ricevuti.

Quando ad avere queste attenzioni si offre spontaneamente un altro minore, un figlio "biologico", il rito acquista un valore ancora più grande. È il valore di chi, superando ogni forma di gelosia, non percepisce l’altro bambino accolto come rivale, che mina i propri privilegi e ruba l’amore dei genitori, ma è una persona a cui ci si affeziona e che dà l’opportunità di sperimentare la propria capacità di offrire tenerezza e premura.

Chiunque abbia fatto l’ esperienza di accogliere dei minori sa che spesso i problemi si pongono al primo "no" da dover dire, al primo divieto di una richiesta, che non può essere accolta. La regola che bisogna dare sembra uno scoglio insormontabile che a volte spaventa più l’adulto che la deve proporre rispetto al bambino che la deve riconoscere come tale.

Spesso non è facile vietare con determinazione, evitando di cedere e non è nemmeno facile riconoscere e comprendere il dolore che, in quel momento, il bambino sta vivendo. Ci si scorda invece di quanto sia importante porre dei limiti, dei confini, di quanto il minore abbia bisogno di riferimenti precisi che lo aiutino a riconoscere la strada.

Il limite non impedisce, una regola non imbriglia in una gabbia in cui ci si sente prigionieri, ma favorisce e orienta la crescita. Il bambino si sente disorientato dalla libertà di dover decidere l’ora in cui si va a dormire. Il non saper gestire questa responsabilità scatena meccanismi di sfida, capriccio, provocazione. La regola invece, chiara, capita, ferma, può facilitare. Solo quando si rispetta quotidianamente quella regola, si può apprezzare la bellezza di poterla, a volte, trasgredire.

In questo senso la legge viene intesa come un mezzo per dare maggiore sicurezza al bambino, un mezzo di contenimento. L’accettazione della norma però può avvenire solo quando si è stabilito un rapporto affettivo con l’adulto che "rimprovera".

Di fronte ai primi conflitti è inutile mettersi a discutere per teorizzare l’importanza delle regole se prima non si è cercato di instaurare un grosso legame affettivo. Nell’arduo compito educativo è molto importante saper dosare i due elementi fondamentali che devono essere ambedue presenti in maniera equilibrata: la parte normativa e la parte affettiva.

Il bambino capisce che l’adulto lo sta aiutando a saper cosa deve o non deve fare, quando lo vede deciso nel riproporre la regola e, al tempo stesso, comprensivo del suo stato d’animo, contemporaneamente severo e amorevole. Al contrario spesso si giunge a una netta contrapposizione, a uno scontro in cui si sviluppa una spirale vorticosa dove si gareggia a chi alza più la voce, un "braccio di ferro" che non serve.

Per smorzare la tensione si potrebbe usare la strada dell’ironia, della sdrammatizzazione, della teatralità. A volte può servire prendere in giro bonariamente il bambino per alcuni suoi comportamenti: ciò fa si che si renda conto da solo di aver esagerato.

Il "no", in fondo, ha questa funzione, di ridimensionare il bambino di fronte ai suoi bisogni, perché deve capire che non esiste solo lui e che per vivere insieme sono necessarie delle regole. Si può provare a giocare senza regole per far capire la difficoltà di farlo. Tutto deve essere regolato, anche il tempo della giornata, in cui c’è un tempo per il gioco, un tempo per l’impegno, un tempo per stare da soli, un tempo per stare insieme.

Opportunità collettive e spazi personali

Quanto sole, quanti bagni, quanti tuffi, quanta musica. «Che bello!», «È il più bel giorno della mia vita», «Ci torniamo ancora?»... È bello poter offrire opportunità positive di crescita a chi, per motivi diversi, non le ha avute, a chi sono mancati i più elementari diritti che spettano a ogni bambino. Ma quanto è difficile stabilire un giusto equilibrio tra il concedere opportunità stimolanti, esperienze che aiutano a crescere, che fanno divertire, ed evitare la "sbornia" del divertimento, del tutto e subito, del non sapersi più accontentare.

È difficile, per chi ha patito la fame per molto tempo, mangiare senza ingordigia e avidità quando si è invitati a una tavola imbandita con pietanze appetitose.

D’altra parte l’incapacità di essere costanti in un impegno è una caratteristica ricorrente, come il bisogno di passare spesso da una attività all’altra, da un luogo all’altro. Si arriva presto alla noia, si è incapaci di stare da soli, di avere un interesse proprio da coltivare e sviluppare.

È importante chiedere ai minori di assumersi delle responsabilità perché ogni forma di impegno, sia interno che esterno alla casa, va sempre considerato positivo, anche se è necessario graduarlo in base all’età. Va insegnato, in qualche modo, che non c’è cosa di valore che non porti con sé l’esperienza della fatica, di un costante impegno quotidiano.

Ma, se è vero che è bello riempire il pulmino per fare delle gite di gruppo, è impossibile negare che è difficile convivere in tanti, dover continuamente reprimere le proprie esigenze in considerazione del bene collettivo. Non è piacevole essere percepiti come membri di un gruppo, "quelli di casa...", non è bello sentirsi sempre gli sguardi addosso quando si esce per le strade, perché non c’è più l’abitudine a vedere tanti bambini insieme. Certe cose sono inevitabili, fanno parte del gioco di essere in molti, a volte ingombranti. È impossibile passare inosservati.

Ognuno di noi ha bisogno di valere per sé, per quello che è, per i pregi e i difetti che ha e per questi ha bisogno di essere valorizzato, ascoltato, capito, supportato. Come è forte il bisogno di appartenenza, il sentirsi parte di un "noi", allo stesso modo si sente l’esigenza di avere degli spazi personali, un terreno in cui destreggiarsi che sia solo nostro. Ognuno ha bisogno di fare esperienze proprie da riportare al gruppo, ognuno mette un pezzetto di sé in mezzo al tavolo la sera, qualcosa per cui è unico, irripetibile, si differenzia dall’altro.

La raccolta dei pinoli

In tutti questi anni non ho mai capito quale sia il periodo dell’anno in cui si raccolgono i pinoli, perché ogni giorno è stato considerato buono per andare alla loro ricerca.

Si partiva sempre in tanti, si faceva a gara a chi ne raccoglieva di più, si cercava un sasso grande per aprirli, si mangiavano insieme o si conservavano per cucinare più tardi un dolce o il pesto per la pasta.

È inspiegabile il piacere che si provava in attività del genere, così come nella ricerca dell’ortica da cuocere, nella raccolta della camomilla da essiccare, delle more con cui riempire il cestino, delle erbe "trovate" da saper distinguere da quelle velenose.

Per non parlare della gioia di arrampicarsi sull’albero per prendere le ciliegie, le prugne o i fichi vincendo la paura di cadere e mostrando la propria abilità di destreggiarsi.

Il gusto di stare all’aria aperta, di sentirsi immersi nella natura, la libertà di correre sui prati, l’avventura della "caccia", della conquista del "bottino" da riportare a casa, da far vedere agli altri: «Visto come siamo stati bravi a procurarci tutto ciò!».

Così pure le passeggiate per andare a trovare gli animali vicini a casa nostra, le mucche nella stalla, le galline a cui portare il pane secco, i coniglietti nati da poco, le lumache che escono con la pioggia, le lucertole che prendono il sole.

È bello camminare insieme tenendosi per mano, godendosi la tranquillità del momento, la tregua dai compiti, dagli impegni, dalle faccende, dalle tensioni. E questo si proponeva con tutti i tempi e in tutte le stagioni, quando il sole caldo ci faceva sudare o quando il vento freddo infastidiva i nostri volti. Solo così ci si poteva accorgere direttamente della natura che cambiava. I bambini misuravano con il loro corpo l’altezza del grano, percepivano l’avvicendarsi delle stagioni, distinguevano il periodo dei soffioni da "soffiare", da quello delle foglie secche da calpestare. Si tornava a casa tutti più calmi perché il sole regala a tutti il proprio calore, emana gratuitamente la sua energia positiva, scalda i cuori tristi, il vento accarezza le membra e rinfresca la mente. Fare strada insieme avvicina le persone, attenua i conflitti, suscita il canto, genera allegria.

E poco importa se si torna a casa con le scarpe tutte infangate, le mani nere per la polvere dei pinoli, le tasche piene di foglie strane.

Siamo stati capaci di fermarci a contemplare una coccinella che non volava da un rametto all’altro, una formica che trasportava una briciola di pane e per tutto ciò ci siamo stupiti e meravigliati per la bellezza della natura che ci circonda.

Lo sport aiuta l’autostima

Molto è stato scritto sull’importanza dello sport nello sviluppo del bambino. Dagli antichi latini in poi tanti hanno sottolineato la necessaria armonia tra psiche e corpo affinché si possa godere di buona salute.

Quando non si è stati sufficientemente amati si pensa di valere poco e il livello di autostima a volte è molto basso e questo senso di insicurezza diffusa offusca ogni cosa e paralizza ogni azione.

È molto importante imparare a stare bene con sé stessi. Per chi non è stato abituato a nessuna forma di impegno costante lo sport costituisce un buon esercizio di pazienza, perché è necessario allenarsi con costanza per raggiungere dei risultati. È un impegno che ritorna puntualmente, di settimana in settimana, che scandisce il tempo. Nella nostra esperienza molto utile è stata la scelta di proporre l’ippoterapia. Salire su un cavallo, alto, grande, che spaventa, è un’iniezione di fiducia per chi convive con mille paure, soprattutto con l’angoscia di non valere niente, di non saper fare, di sentirsi una nullità.

L’utilità dell’equitazione per questo tipo di bambini deriva anche dal fatto che ogni bambino comincia a cavalcare da solo e procede individualmente per tutto il tempo che è necessario. Non è costretto a inserirsi immediatamente in un gruppo e ad affrontare fin dall’inizio la rivalità e le frustrazioni imposte dagli sport collettivi e di competizione.

Il gioco di squadra

Nei casi più fortunati, invece, è stata molto importante la possibilità di socializzazione offerta da un gioco di squadra. Quando scopre intorno a sé un ambiente accogliente, il bambino si inserisce più facilmente. Purtroppo non è sempre facile trovare allenatori attenti e disponibili al confronto, al comprendere le difficoltà relazionali di partenza, che influenzano anche i "rendimenti" sportivi.

Uno degli spazi usati per le attività giornaliere dei bambini della comunità famigliare è la ludoteca del quartiere, a gestione comunale.

È aperta tutti i pomeriggi ed è ricca di giochi per tutte le età, è un luogo dove si può andare sempre senza vincoli di orari, dove si può giocare liberamente, dove si può trovare qualche adulto disponibile a giocare, dove si può imparare, nei "laboratori" più organizzati, a cucinare, a costruire giocattoli, a lavorare con il legno, a pitturare, a modellare, a disegnare, a travestirsi.

All’esterno c’è uno spazio per andare con i pattini, per giocare a pallone, mentre all’interno c’è una piscina piena di palline colorate in cui ci si può tuffare.

È un luogo significativo, a differenza dei tanti non-luoghi anonimi, uguali in tutto il mondo, di cui è piena la nostra realtà (dai mega centri commerciali alle discoteche e alle metropolitane). È significativo per l’atmosfera gioiosa che vi si respira, per la contentezza dei bambini di andare a divertirsi lì da soli e con gli altri, per la gentilezza e simpatia delle operatrici presenti, a cui i bambini sono molto affezionati, per i momenti di festa e di gruppo, per i rapporti amichevoli che si creano anche tra gli adulti presenti, per lo più mamme, nonne e qualche papà.

È un luogo a misura di bambino che offre la possibilità di divertirsi e di trascorrere i pomeriggi lontano dalla strada o dalla solitudine domestica, e di incontrare altri coetanei al di fuori dell’ambiente scolastico, è un luogo definito che dà appartenenza ed esprime legami, aiuta a costruire la propria identità personale in relazione agli altri.

La preziosa ludoteca

È uno dei primi posti dove si portano i bambini appena arrivano in comunità, è anche l’ultimo dove ci si reca a salutare gli amici al momento della partenza per un altro paese, perché ha rappresentato il "contenitore" dei nostri incontri, delle nostre amicizie, dei nostri sbalzi d’umore nel tempo di permanenza nella comunità d’accoglienza.

Attraverso questo "luogo" persone diverse sono venute a conoscenza dell’esistenza di bambini in affido, di bambini con problemi famigliari. Molti si sono resi conto che anche vicino alla propria casa ci possono essere situazioni di difficoltà e persone capaci di offrire la propria disponibilità. Alcuni, soprattutto gli adulti, hanno avuto la possibilità di sperimentare in prima persona la capacità di tollerare gli atteggiamenti di disturbo di questi bambini che magari all’inizio potevano infastidire il proprio figlio e hanno riscoperto la necessità di una responsabilità educativa di ogni adulto nei confronti dei minori che siano figlio proprio o di altri.

Adulti che hanno la possibilità di relazionarsi in modo diverso con i minori perché l’ambiente della ludoteca è un ambiente meno strutturato e meno selettivo di quello scolastico, più accogliente e coinvolgente, in cui il bambino può sperimentarsi in aspetti diversi di sé, a volte trascurati dalla scuola.

La ludoteca è vicina: si può raggiungere a piedi, quando si è abbastanza grandicelli, ci si può andare da soli, è il primo percorso, il primo tratto di strada in cui si sperimenta la propria autonomia e che collega due mondi importanti. C’è un filo che unisce l’arrivo e la partenza, l’inizio e la fine della storia, l’interno e l’esterno dell’esperienza, il dentro e il fuori delle emozioni e questo si intreccia negli spazi delle ludoteche, dei centri ricreativi, delle biblioteche per ragazzi, dei giardini pubblici.

Infine viene il tempo della festa. Non è semplice né scontato saper partecipare alla gioia di un altro per un evento importante per il bambino che abita con me, per un compleanno che non è il mio. Un momento di gioia per un bambino spesso si tramuta in un momento di tristezza per un altro, perché, quando si è avuto poco, si vorrebbe sempre stare al centro dell’attenzione, riempire in mille modi l’originaria mancanza di cure.

Il tempo della festa

Bisogna essere sereni, tranquilli dentro, per poter condividere la felicità altrui, saper uscire dalla propria centralità per mettersi nei panni di un altro. E allora quando è il momento della foto la bambina non se la vuole fare, non vuole essere "incorniciata" nella gioia altrui, in una festa che non è la propria festa.

La situazione diventa paradossale nei momenti di festa sacri, "universali" come il Natale o la Pasqua. Per chi non ha una famiglia con cui festeggiare il Natale, la festa della famiglia per antonomasia, finisce per essere un momento triste, in cui ci si sente più soli, diversi da tutti gli altri che festeggiano allegri con i loro cari. In questi giorni non è raro assistere a bruschi cambiamenti di umore, a un aumento delle provocazioni, degli atteggiamenti antipatici.

E allora che fare? Trovare sempre un momento, un motivo, per festeggiare, perché è importantissimo imparare a partecipare delle gioie altrui, farsi in quattro per preparare la festa di Marianna o Lorenzo, donando gratuitamente il proprio impegno. La festa deve essere preparata con cura: «Io per la tua festa ti preparo un gioco», «Io ho sbucciato la frutta per preparare la tua torta». Così, pian piano, si impara che si può essere capaci di essere gentili, di saper offrire spontaneamente ciò che si desidererebbe avere per sé.

Attraverso questo passaggio si può arrivare a pensare di essere solidali anche nei momenti di sofferenza. Anche partecipare del dolore di un altro non è facile. Nella nostra casa, quando qualcuno sta male, per un’influenza o altro, si scatenano "molteplici dolori" a tutti gli altri, perché la richiesta di cura è talmente alta che si sarebbe disposti a bere la più amara medicina pur di ricevere una maggiore dose di coccole.

Invece la capacità di consolare, di far compagnia a un malato, va conquistata col tempo, seguendo l’esempio dell’adulto che, con il suo atteggiamento, diviene un modello da acquisire.

Il bambino grandicello modifica il suo comportamento con il bambino più piccolo che "disturba" i suoi giochi. Imita l’adulto e utilizza quell’occasione per aiutarlo a imparare un nuovo gioco, a scoprire nuove conoscenze. Incontra un adulto che cerca, nei limiti del possibile, di non dividersi tra tanti, ma di amare, ascoltare, proteggere ogni bambino come unico e prezioso.

Il bisogno di comunione con un’altra persona è ciò che è più importante per un bambino, è all’origine di tutti gli altri bisogni e desideri. Nella quotidianità può crescere l’attenzione a costruire corretti rapporti di pace tra le persone. Capita così di augurare, a Pasqua, che, insieme a Gesù «risorga anche la mamma» di quel bambino con cui si è "costretti" a condividere la propria camera.

Chi vive in una comunità di pronta accoglienza dovrebbe essere abituato alle partenze e agli arrivi, dovrebbe avere imparato a convivere con gli imprevisti, ad accettare i cambiamenti... Dovrebbe sapere tutto ciò e forse lo sa. Eppure ogni partenza porta con sé la sensazione dell’incompiuto, la paura del domani, la dolcezza della nostalgia. Ogni progetto viene avvolto dal mistero, bersagliato da domande senza risposta, ogni ricordo si amplifica di emozioni, di sensazioni piacevoli e intense, ogni pensiero fantastica nella sfera del possibile, va a tutto ciò che il tempo non ci ha concesso di fare insieme, a tutte le cose belle che si potevano ancora sperimentare.

Dietro ogni distacco si mescola la preoccupazione per l’incertezza del futuro e la superbia di credere che nessun altro luogo potrà offrire migliori opportunità di crescita.

Si intrecciano la sofferenza per l’interruzione di un legame che trovava la sua forza nei piccoli e preziosi gesti quotidiani, e la speranza che traccia dell’affetto dato e ricevuto rimanga sempre nel profondo dei cuori.

Anche il reincontrarsi dopo un po’ è ricco di emozioni forti e carico di ambivalenze. È un ritrovarsi ognuno nell’altro, è un riprovare la sensazione reciproca di appartenersi, di aver dentro di sé un po’ della modalità di essere dell’altro. È il bambino che ricorda la ninna-nanna che gli cantavi, i giochi che gli hai insegnato, la strada percorsa insieme.

È l’adulto che ritrova nei suoi occhi ancora così vivi e gioiosi, l’entusiasmo delle scoperte, una carica di energia vitale.

Ma mentre si ricomincia un gioco antico e ci si lascia trasportare dalla gioia dello stare insieme, un senso di impotenza ci invade e disarma tutte le nostre forze.

Vignetta.

Il difficile distacco

Non tutto ci piace del "reinserimento", non sempre è facile accettare che ognuno ha una storia propria, diversa da come noi la immaginavamo e che non sta a noi giudicare.

Ci consola vedere come i bambini sappiano curare il proprio dolore, sappiano trovare le più svariate energie per affrontare situazioni diverse e per coglierne sempre il positivo. La speranza è che continuino a comunicarci questa capacità sempre nuova.

In ogni caso in questi momenti sempre delicati del distacco ci si chiede che senso abbia una comunità di pronta accoglienza, se è un giusto anello di una catena di servizi che si pone a tutela dei minori o se si è solo esecutori di decisioni altrui spesso non capite e non approvate. Penso che questo momento di passaggio non debba sussistere solo per una questione organizzativa, di tempi che devono intercorrere tra l’allontanamento dalla famiglia o l’abbandono e la dichiarazione di adottabilità e il reperimento di una famiglia adottiva o di altre figure parentali idonee a prendersi cura del bambino. La comunità non può essere considerata unicamente un "limbo", uno spazio dove attendere di andare altrove, ma fondamentalmente come un luogo di accoglienza dove sia possibile fare il "lutto" di quanto vissuto in precedenza e ci si prepari a successivi investimenti affettivi. La comunità accoglie anche tutte le domande relative al passato e al futuro del bambino («Perché devo stare qui?», «Fino a quando?», «Tornerò a casa?»).

Quando nel bambino c’è un ricordo della situazione famigliare precedente è necessario affrontare insieme con lui il dolore di passate ferite, la nostalgia, le responsabilità dei genitori naturali. Così come il minore accolto, percependo la comunità come una soluzione temporanea, pone una domanda su cosa sarà del suo futuro, in riferimento anche ai tempi di decisione e di attivazione dei progetti da parte del tribunale e dei servizi, a volte non congruenti con le esigenze dei minori.

All’interno di queste complessità il ruolo della comunità è quello di garantire la continuità, di rendere comprensibile al bambino tutto il suo percorso, che può apparire caotico, e di accompagnarlo, ascoltando le sue emozioni e rassicurandolo.

Capita che la comunità sia il luogo del primo incontro del bambino con la futura famiglia che si prenderà cura di lui. Questo è un compito difficile: fare incontrare persone all’inizio sconosciute, che pian piano dovranno conoscersi, accettarsi e costruire una storia insieme. Nell’accompagnare questo passaggio è importante far memoria di tutta la storia del bambino, di tutti i momenti vissuti sia nella sua famiglia d’origine che in comunità, per fare in modo che relazioni affettive intense non si perdano, ma rappresentino sempre una base sicura per investimenti futuri.

Questo passaggio è comunque molto doloroso, spesso più per gli adulti che per i bambini stessi.

L’adulto sta male quando vede andar via il bambino triste, che piange, che vuol rimanere, che continua a chiedersi il perché deve allontanarsi da quel posto. Ma l’adulto sta male anche quando vede andar via il bambino contento, abbracciato alle nuove figure di riferimento, apparentemente sereno e pronto per affrontare una nuova dimensione familiare.

Da un lato si è contenti che tutto vada verso il "bene" del minore, il quale ha il sacrosanto diritto ad avere un futuro felice e stabile, e ci si impegna profondamente perché ciò avvenga, dall’altro una sensazione di vuoto prende forte allo stomaco. Sembra che tutto si perda, che di tutte le fatiche passate, dei momenti di difficoltà scolastiche, delle malattie, dei litigi, dei giochi, delle risate, del divertimento, delle gite, delle feste, dei bagni al mare... di tutto ciò sembra che non rimanga nulla.

Tutto si disperde, tutto viene portato via in un attimo, come da una "folata" di vento forte. Nella storia ci sono mille riprove di quanto ciò non sia vero, ma questa sensazione è ugualmente viscerale, incontrollabile e lacerante. Tutto ciò costituisce una bella palestra di vita, dove si impara a gestire la propria affettività. L’imparare a essere vicini a persone che "passeranno", che avranno una vita loro e una storia da continuare altrove comporta necessariamente la ricerca di ciò che può essere bene per loro e che quasi mai coincide con quello che noi abbiamo deciso essere il "loro" bene. Bisogna modellare la propria affettività alle necessità dell’altro, ed è facile teorizzare che l’amore di un genitore è caratterizzato dalla dimensione della gratuità, ma vivere profondamente la logica della gratuità e del dono è molto difficile. Questo tipo di amore richiede pazienza, coraggio, tempo, perdono, generosità e tutto ciò si conquista lentamente, in un cammino arduo che impegna per tutto l’arco della vita.

La famiglia d’origine

Nella nostra esperienza di comunità familiare di pronta accoglienza per minori tra 0 e 6 anni il rapporto con la famiglia di origine gioca un ruolo importante perché essa viene più volte chiamata in causa.

Innanzitutto al momento dell’arrivo, che è spesso improvviso, traumatico, sancito da una disposizione del tribunale per i minorenni, con tutto il peso dell’autorità istituzionale.

Poi, per tutto il periodo di permanenza, che è scandito dalle date e dagli orari delle visite, dentro o fuori la comunità, visite attese dalla famiglia, dai bambini, dagli operatori con sentimenti diversi. Infine nel momento della "partenza" del bambino dalla comunità, quando è giunto il momento di salutarsi.

Quando si accolgono dei bambini piccoli più facilmente scatta in noi, adulti educatori, un sentimento di iperprotezione, un neonato indifeso, un bimbo con gli occhi grandi e tristi colpiscono subito e forte il nostro istinto paterno o materno e quindi, di conseguenza, è più facile che emerga la voglia di "mandare al diavolo" i familiari perché non adeguati, di schierarsi dalla parte del minore senza cercare di conoscere, di capire, di comprendere.

D’altra parte anche per la famiglia di origine il sentimento di attaccamento è più forte nei confronti di questi bimbi piccoli. Spesso queste madri affermano con forza che "a questa età" i bambini hanno bisogno e diritto di stare con la propria madre ed è inaccettabile che questo diritto venga negato.

Mi vengono in mente molte frasi dette dalle varie famiglie di origine che abbiamo incontrato in questi anni. Cercherò di farle essere protagoniste di queste osservazioni: persone concrete, vicine, che sono entrate nella mia vita e che mi hanno insegnato tanto, nel bene e nel male.

Cercare di farne il ritratto non significa certamente volerle giudicare ma, al contrario, provare a leggere, dietro i comportamenti a volte bizzarri e a volte indisponenti o provocanti, le motivazioni e le cause. Non possiamo e non dobbiamo emettere "giudizi" sulle famiglie di origine dei bambini che accogliamo, per il necessario rispetto delle persone e nell’interesse dei bambini.

Pensando a quanto sto per raccontare mi rendo conto che farò più riferimento alle madri, perché più presenti. Spesso i padri non ci sono o sembra che non ci siano. Cercherò di delineare le caratteristiche di alcuni loro atteggiamenti.

Le prime che mi vengono in mente sono le madri "morbosamente gelose". La gelosia è il primo sentimento che scatta in casa nostra, probabilmente per la peculiarità della nostra situazione: ci si trova davanti a un’altra coppia genitoriale che viene vista in contrapposizione a quella naturale. Non c’è quasi mai bisogno di parole per cogliere le differenze. Noi stessi, con la nostra semplice presenza, il nostro modo di essere, di vestirci, di relazionarci rappresentiamo spesso lo specchio di una dimensione opposta alla loro.

Ad esempio per me è difficile "far finta" di parlare di trucchi ed estetisti di fronte a madri truccatissime ed elegantissime... Bisogna cercare altri agganci per poter costruire un "ponte" su cui incontrarsi. La gelosia o è gridata – «Mia figlia è più bella della tua» – o è nascosta dietro atteggiamenti falsi di rispetto.

I ricatti delle madri

Un’altra "categoria" sono le madri della "compensazione affettiva". Per diversi motivi pensano di bilanciare la carenza di cura e di affetto che hanno espresso attraverso le cose: i vestiti, i dolci, i giocattoli di marca, tanti, costosi, troppi, così da rendere visibile e tangibile l’amore che non si è capaci di dimostrare altrimenti. Queste sono le mamme che sono sempre pronte a fare dei ricatti affettivi per concedere o negare il loro amore, a seconda dei comportamenti dei propri figli («tu ti trovi bene lì, allora io a casa ho dato tutti i tuoi giochi a un altro bambino»).

Poi ci sono le madri "semplici". Sono madri che spesso hanno dietro di sé una storia di disagio psichico o di malattia mentale; madri che non si rendono conto né della propria inadeguatezza, né dei bisogni dei bambini; signore con le quali, paradossalmente, è più facile avere un rapporto positivo. La madre di una bimba mi diceva: «Signora Cinzia, peccato che siamo lontani, perché altrimenti la verrei ad aiutare a tenere tutti quei bambini».

Diverse sono, invece, le madri "addolorate": quelle che piangono sempre per il distacco, per la disgrazia che si è abbattuta sulla loro famiglia, che soffrono per la nostalgia, per la lontananza. Mostrano un dolore che si mescola a rabbia, rabbia nei confronti dell’istituzione, verso quel giudice che «non può capire perché non ha figli».

Cosa possiamo fare noi di fronte a queste famiglie, cosa fanno i servizi, cosa stabilisce il Tribunale per i minorenni?

La difficoltà di comunicare

Nella nostra esperienza di famiglia affidataria prima, e di comunità familiare di pronta accoglienza dopo, possiamo dire che ben poco viene fatto per il "recupero della famiglia di origine" da parte delle istituzioni.

Durante l’allontanamento del figlio sono previsti, spesso nei cosiddetti "luoghi neutri", degli incontri alla presenza degli operatori. Incontri spesso abbastanza squallidi, in cui c’è una difficoltà effettiva di comunicare tra genitori e figli sotto gli sguardi estranei che ti osservano, di costruire un rapporto genitoriale con un bambino di cui fai fatica a immaginare la stanza e la casa in cui vive.

Forse una comunicazione, in effetti, non c’è mai stata e non ci sarebbe potuta comunque essere, ma anche questo ci interpella e ci provoca: bambini che fanno solo richieste di regali, che non parlano mai di sé, che non raccontano le proprie esperienze e le proprie emozioni forse perché sanno di non essere ascoltati, che hanno sperimentato come tutto ciò non abbia valore per il proprio genitore.

Di fronte a questo atteggiamento molti operatori sociali si limitano a pontificare con frasi tipo «Questa gente non cambia mai» oppure «Non è neppure riconoscente» della nostra presenza, del nostro aiuto...

Il futuro che aspetta queste famiglie è diverso da storia a storia, ma in tutte le situazioni c’è la sensazione, ammessa o negata, che poi non dipenda molto da loro, ma dal giudice, dall’assistente sociale, dall’avvocato incapace, dal destino crudele, dalla società che ce l’ha con chi fa più fatica.

Questo alone di mistero intorno alla causa prima dell’allontanamento dalla famiglia di origine è presente anche nei bambini accolti. Chissà che faccia avrà nel loro immaginario quel giudice che ha deciso di farli portar via da casa e che può decidere dove andranno a scuola?

E in fondo un po’ misteriosi e un po’ strani siamo anche noi, noi famiglie, noi educatori che facciamo questo "lavoro": campando sulle disgrazie altrui.

Come possiamo noi, così diversi, così strani, diventare persone vicine, non nemiche, per le famiglie dei bambini che accogliamo? Nella nostra esperienza di varie accoglienze con durata diversa, da pochi giorni ad alcuni anni, abbiamo notato che il fattore "tempo" è un elemento importante nel rapporto con le famiglie.

Più c’è tempo per conoscersi, per capirsi, per ascoltarsi vicendevolmente, più la diffidenza si attenua, il giudizio diminuisce, la fiducia cresce. Questi genitori, questi nonni, riescono pian piano ad "affidarsi" loro stessi dopo essere stati costretti ad affidarci i loro figli e nipoti. Ciò non significa che la loro vita cambi poi di molto, che la loro consapevolezza educativa aumenti, ma, se non altro, c’è l’accettazione di un aiuto, di un consiglio, di voler partecipare il proprio compito educativo a qualcun altro. Forse anche loro avevano bisogno di sentirsi accolti, accettati, o forse sono i bambini stessi che costruiscono dei "ponti" tra gli adulti, che dimostrano che si può voler bene in maniera gratuita e disinteressata a più persone.

I figli biologici

La ricchezza più grande di una comunità familiare sono i figli biologici della coppia che accoglie in casa altri minori.

Questi ragazzi che condividono pienamente la scelta dei loro genitori diventano una presenza importante e significativa per gli "ospiti", piccoli e grandi. I figli naturali hanno la possibilità di sperimentare una fraternità diversa condividendo per un periodo di tempo gli spazi fisici della casa, ma soprattutto gli spazi del cuore e degli affetti.

Inconsapevolmente diventano modelli per gli altri che apprendono la loro disponibilità, la loro capacità di dividere non solo le proprie cose ma soprattutto la cura dei propri genitori. I bambini e i ragazzi accolti sentono di poter contare su di loro, di avere altri riferimenti sicuri, stabili, nei momenti di gioco come in quelli di difficoltà.

Percepiscono che sono stati accolti da una famiglia intera, da un insieme di persone che sperimenta profondamente la forza e la bellezza della reciprocità, in cui ognuno è dono per l’altro e dall’altro riceve affetto e attenzioni. La casa non è dei genitori, né dei figli naturali, né dei figli accolti, la casa è di tutti ed è composta da un insieme di persone che vicendevolmente si danno forza, si aiutano in un clima di convivialità, di assenza di discriminazione, di accettazione della diversità.

Quando vivono insieme minori di età diversa si "mescolano" i bambini piccoli accolti con i figli adolescenti, c’è la possibilità di attraversare insieme tutte le fasi di crescita, dalla primissima infanzia alla preadolescenza, e se ciò comporta maggiori difficoltà di mantenere un giusto equilibrio tra i bisogni di ognuno, costituisce comunque una preziosa ricchezza di scambi.

La verticalità delle età favorisce l’identificazione dai più piccoli ai più grandi, colloca ogni bambino nel tempo e gli permette di specchiarsi negli altri, di rappresentare sé stesso a sé stesso, nel passato e nel futuro.

La presenza dei bambini in affido, l’inserimento in un gruppo comunitario relativamente numeroso, ha reso i nostri figli forti e più maturi di fronte ai problemi sociali. Nella nostra esperienza è stato importante mantenere, se pur minimi, alcuni momenti di "famiglia" ristretta, per garantire loro la necessaria "esclusività".

Cinzia Spataro








 

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