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n. 4 APRILE 2005

Sommario

EDITORIALE
Più riflessione in nome del bambino che verrà
la DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Oltre il rifiuto del limite
di GIORGIO CAMPANINI

apep00010.gif (1261 byte) Trasformare le difficoltà in risorse
di CARLO CASINI

apep00010.gif (1261 byte) Quelle tecniche ultima "ratio"
di CARLO CAMPAGNOLI

apep00010.gif (1261 byte) Procreazioni umanamente sostenibili
di CLEMENTINA PERIS

apep00010.gif (1261 byte) Sterilità, stress e significato della vita
di GIACINTO FROGGIO

apep00010.gif (1261 byte) Quando una legge è giusta?
di LUIGI LORENZETTI

apep00010.gif (1261 byte) La terza legittima scelta
di GIUSEPPE ANZANI

DOSSIER
Paesi europei a confronto
di MARINA CASINI

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Se prevale il pregiudizio
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Le quattro stagioni della follia mediatica
di DANIELE NARDI
Il bisogno di solidarietà
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Le terapie non esistono ancora
di ANGELO VESCOVI
«Libertà è partecipazione»

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LA FAMIGLIA NEL MONDO
Le politiche di Algeria e Marocco
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

SCIENZA, DIRITTO E POLITICA

Oltre il rifiuto del limite

di Giorgio Campanini
(docente di Storia delle dottrine politiche)

Nella società si fa strada la convinzione che tutto ciò che è fattibile può e deve essere fatto. Con un ulteriore paradosso: si chiedono a gran voce interventi di tutela della natura più che degli esseri umani. La necessità di un sistema di regole in nome del bene comune.
  

Un dilemma di fronte al quale ogni scienza autenticamente responsabile non può non porsi: fino a che punto, quando è in gioco la vita umana, prevale la cultura del dominio e fino a che punto, invece, occorre aprirsi alla cultura della custodia?
 

Dietro il grande dibattito sulla procreazione assistita – un dibattito destinato a continuare nel tempo, al di là delle sorti di questo o di quell’intervento legislativo –, sta una fondamentale questione che attiene alla logica stessa della cultura dell’Occidente: la questione, cioè, della possibilità, dell’ammissibilità, della legittimità, dei limiti.

La visione cristiana del cosmo – la sua consapevole rimessione all’inventiva e alla fantasia dell’uomo del compito di dominare (ma insieme di custodire) la Terra – è ciò che ha consentito gli enormi progressi materiali (ma anche spirituali, ed etici, nonostante le ricorrenti drammatiche involuzioni) che hanno caratterizzato l’umanità.

La visione biblica del rapporto fra l’uomo e la Creazione – e dunque del ruolo e della responsabilità della scienza – si fondava sulla già ricordata coppia concettuale caratterizzata dall’idea del dominio ma anche da quella della custodia. Ma mentre il dominio può in qualche modo prescindere dal limite sino a farsi possesso assoluto e in casi estremi manipolazione (lo si è visto, in modo emblematico e insieme drammatico, in occasione di quella particolare forma di manipolazione-dominio che è stata la ricerca sull’atomo), non così avviene invece per il concetto di custodia. Il "custodire" implica infatti l’accettazione di una realtà che non è nella totale disponibilità dell’uomo, comporta in qualche modo una "resa" della scienza stessa di fronte a qualcosa che la sovrasta e travalica.

Il caso della vita umana – una vita da "dominare" o da "custodire" ? – è emblematico di questo dilemma di fronte al quale ogni scienza autenticamente responsabile non può non porsi. Fino a che punto, dunque, quando è in gioco la vita umana, prevale la cultura del dominio, e fino a che punto, invece, occorre aprirsi alla cultura della custodia?

Prima di tentare di rispondere a questa impegnativa domanda, siano consentite alcune riflessioni, quasi fra parentesi (ma, a ben guardare, si tratta non di una parentesi, ma di un punto cruciale) sulle incertezze e sulle contraddizioni di quella cultura ecologica che una così vasta udienza conta oggi non solo fra gli studiosi e gli scienziati ma anche fra la gente comune. Ci si commuove per la minacciata estinzione di specie animali, e anche vegetali. Si organizzano campagne per la difesa dei panda o degli alligatori. Si guarda con sospetto e talora con orrore alla pratica della caccia, e così via.

Quando dalle specie animali e vegetali si passa alla specie umana, viceversa, la logica del "rispetto della natura" – spinta talora sino all’ idolatria – l’orizzonte cambia radicalmente. Il diritto alla vita sembra riguardare i panda e gli alligatori, ma non gli uomini già viventi, seppur non ancora nati, e si accetta tranquillamente l’aborto. I piccoli delle tartarughe in via di estinzione vengono amorosamente raccolti, curati, alimentati, prima di essere rimessi in libertà in aree severamente protette, ma per i piccoli dell’uomo permane quella sorta di "licenza di caccia" che su altri piani si vorrebbe impedire. Gli esempi potrebbero continuare.

È possibile che l’etica cristiana abbia in passato prestato insufficiente attenzione al mondo della natura e abbia forse assolutizzato l’attenzione all’uomo come centro dell’universo, ma ciò non sembra autorizzare l’attuale totale capovolgimento di prospettiva che caratterizza gran parte del mondo dell’ecologismo, paradossalmente schierato contro la manipolazione della natura animale e quasi compattamente orientato a favore della manipolazione della natura umana. Ciò che susciterebbe scandalo se applicato ai panda e alle tartarughe, viene tranquillamente legittimato quando si tratta dell’uomo. Tutto, qui, sembra diventare lecito.

Anche la coscienza cristiana deve fare certo la sua parte per una sana "riconversione" rispetto a una scienza e a una tecnologia distruttive e predatorie, le cui conseguenze si fanno sempre più accentuatamente avvertire sulla stessa specie umana, ma la coscienza ecologistica può esimersi, a sua volta, dal fare la propria parte là dove è in discussione il destino stesso dell’uomo?

Tornando tuttavia al punto centrale di queste riflessioni – la dialettica fra "cultura del dominio" e "cultura della custodia" – si deve riconoscere che tutto si gioca sull’ammissibilità della stessa categoria di limite. Vi è, in certa scienza (o forse, sarebbe meglio dire, in certo presuntuoso scientismo) la convinzione, tacita o presupposta, che tutto ciò che è fattibile può e deve essere fatto; e ciò perché nulla e nessuno è in grado di dire, e tanto meno di imporre, ciò che può (o deve) essere fatto.

Il presupposto è quello dell’assoluta "autonomia" della scienza, che dovrebbe cercare e trovare al proprio interno le regole alle quali attenersi nel proprio procedere, lungo la via di quella infinita attitudine alla sperimentazione, il "provando e riprovando" galileiano, dimentico tuttavia dell’orizzonte teologico nel quale il credente Galileo pienamente si inseriva, che sarebbe il nucleo profondo di ogni scienza.

Rimane tuttavia in ombra il che cosa "provare e riprovare". Proprio tutto (e il contrario di tutto?). Destano ancora oggi orrore le sperimentazioni che i medici nazisti effettuavano su ebrei, zingari, prigionieri di guerra non per raffinato sadismo, ma con il nobile intento di fare avanzare la scienza, sia pure facendo pagare un prezzo – e quale prezzo! – a coloro che erano in qualche modo costretti a immolarsi al grande altare della Scienza. "Provare e riprovare", appunto, in vista della creazione del futuro Uomo Nuovo, senza difetti e senza macchie, costruttore di una nuova civiltà depurata degli imperfetti, dei tarati, o anche soltanto dei mediocri.

Ciò che attualmente propone certa scienza – che pure prende con sdegno le distanze dalle sperimentazioni naziste – si basa tuttavia sullo stesso presupposto e cioè che è comunque lecito e doveroso provare e riprovare, sempre e comunque. Pur di giungere a dare la vita, quasi a "produrla" è lecito, all’infinito, "provare e riprovare", e nulla e nessuno potrebbe porre dei limiti.

La vita appare, alla fine, oggetto di pura sperimentazione: ma proprio qui si pone il problema. Proprio tutto è sperimentabile, e può e deve essere sperimentato? Ed è questa una domanda che viene posta alla scienza dall’esterno, come una sorta di illegittima intromissione in un campo non suo, da parte dell’etica, della religione, della filosofia o che, invece, nasce, dovrebbe nascere, proprio dall’interno di una scienza mai dimentica del suo finale orientamento all’uomo?

Tutto si gioca, alla fine, sulla questione dei limiti: se vi sono, occorre (ma da parte di chi?) definirli. Se non vi sono, alla fine tutto è lecito e tutto è permesso.

Chi decide le regole

Quale sia il soggetto autorizzato a porre dei limiti è questione assai complessa, che ha attraversato l’intero corso della modernità, ma che non può essere comunque elusa. Galileo, e non a torto, contestava la pretesa dei teologi di interpretare il corso del sistema solare sulla base della Bibbia, così come Grozio («Tacciano i teologi in un ambito che non appartiene loro») rivendicava un "diritto naturale" oggettivo e razionale, e come tale comprensibile sia da credenti sia da non credenti, contro la pretesa di legare i diritti umani all’una o all’altra confessione religiosa.

Fatti esperti degli esiti di una querelle che ha alle spalle quattro secoli di storia, sappiamo che non è da una fede religiosa, fosse pure maggioritaria, che possono derivare norme di comportamento per la scienza. Semmai la fede (e i valori emergenti dall’Evangelo, espressivi della più profonda coscienza dell’umanità) può essere la grande ispiratrice di un sistema valoriale condiviso.

L’ideale sarebbe che la stessa comunità scientifica sapesse esprimere al proprio interno un insieme di regole (e dunque di valori e insieme di limiti). Non mancano, al riguardo, importanti tentativi in questo ambito; ma la comunità scientifica appare vasta, disorganica, divisa al proprio stesso interno, talora attraversata da spinte relativistiche, che sfociano alla fine in una quasi totale permissività.

È in questo contesto che si aprono legittimi spazi alla politica, nel senso più alto del termine, come tutrice e garante del bene comune; un bene comune che si esprime anche, in ogni ambito, nella fissazione di sistema di limiti. Che cosa è la legislazione fiscale se non un limite alla completa disponibilità delle proprie risorse? E che cos’è il codice della strada se non un sistema di limiti posti all’indiscriminata libertà di circolazione?

Gli esempi si potrebbero moltiplicare. In nessuna società, in nessuna epoca, è stato mai possibile prescindere da un sistema di limiti, dietro i quali sta l’esigenza della salvaguardia del bene comune. Non ci si può sposare se non si sono compiuti 18 anni nel presupposto che occorre salvaguardare i futuri nubendi, e insieme la società, da matrimoni immaturi e irresponsabili. Non si può guidare l’automobile se non si è ottenuta la patente, e ciò per evitare danni a sé stessi e agli altri, e così via...

In una società inevitabilmente caratterizzata da un sistema di limiti (talora eccessivi e soffocanti, di cui da non poche parti si auspica uno sfoltimento in punti non essenziali) si vorrebbe che un ambito fondamentale e decisivo, quello della procreazione assistita, questo sistema di limiti venisse meno. Ma accettare questo principio significherebbe, da parte della politica, rinunziare al proprio ruolo di tutrice del bene comune.

Emerge così, alla fine, il ruolo del diritto, come lo strumento del quale la politica si avvale per assicurare il bene comune, e cioè per salvaguardare alcuni fondamentali valori di una società. La cultura contemporanea appare sempre più diffidente nei confronti di ogni limite, e dunque del diritto che questi limiti stabilisce e protegge, se necessario, ricorrendo alla sanzione. Serpeggia, come permanente eredità di una cultura fondata sull’assenza di divieti e sulla totale permissività, l’idea secondo la quale gli individui – e ancor più gli scienziati – dovrebbero essere lasciati liberi di muoversi autonomamente, senza remore e senza ostacoli.

Il ruolo del diritto

Ma, un poco contraddittoriamente, gli stessi assertori della società permissiva invocano in altri campi il ruolo della legge e magari continuano a riempire le piazze per fare vietare una discarica o per fare proibire la caccia. E dunque, c’è avversione alla legge di qua, invocazione della legge di là, in una dialettica spesso ambigua e contraddittoria.

La politica, e il diritto attraverso il quale normalmente essa si esprime, è dunque ancora una volta in mezzo al guado. In una società, che spesso predica l’assenza di ogni limite, è chiamata a stabilire un’equa e ragionevole cerchia di regole: senza le quali si aprirebbero spazi all’arbitrio, alla sperimentazione selvaggia, e soprattutto alla lesione dei diritti dei più deboli (e coloro che attendono di nascere sono appunto i più deboli tra i più deboli).

Fissare questi limiti implica inevitabilmente la mediazione e talora il compromesso: ma vi è un compromesso che è compromissione di basso profilo e un compromesso che è frutto del dialogo fra posizioni diverse, chiamate alla fine a incontrarsi su un ragionevole terreno di intesa. A ben guardare, sta qui il senso ultimo di una "buona politica" in una società pluralistica.

Giorgio Campanini








 

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