Famiglia Oggi.

Logo San Paolo.
Sommario.

Numeri precedenti.        

Cerca nel sito.       

n. 5 MAGGIO 2005

Sommario

EDITORIALE
Un'attenzione fedele nel tempo
la DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Fratelli: un privilegio di pochi
di GIAN CARLO BLANGIARDO e LIVIA ORTENSI

apep00010.gif (1261 byte) Troppi stereotipi sul figlio unico
di SALVATORE CAPODIECI

apep00010.gif (1261 byte) Come affrontare la gelosia tra bambini
di OSVOLDI POLI

apep00010.gif (1261 byte) In famiglia a scuola di relazioni
di MARIATERESA ZATTONI

apep00010.gif (1261 byte) Vivere un doppio abbandono
di ARISTIDE TRONCONI

apep00010.gif (1261 byte) Non per sangue ma nella fede
di GILBERTO GILLINI e FRANCESCO SCANZIANI

DOSSIER
Una panoramica sulla letteratura per l'infanzia
di WALTER FOCHESATO

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Se un principio diventa il contrario
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Un valore universale
di PAOLA BABICH
Il coraggio in un'azione legale
di HARMA KEEN

MATERIALI & APPUNTI
Quale fondamento per la famiglia?
di FRANCESCO BELLETTI

CONSULENZA GENITORIALE
Una palestra di socialità
di PAOLA DEL TOSO

POLITICHE FAMILIARI
Per una politica familiare unitaria
GIUNTA PROVINCIALE DI TRENTO

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Matrimoni: la situazione indiana
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

L’ORDINE DI NASCITA

Troppi stereotipi sul figlio unico

di Salvatore Capodieci
(psichiatra e psicoterapeuta)

Essere primogeniti, intermedi, ultimi o unici può influenzare in modo significativo tutto il corso dell’esistenza. Ma, al contrario di quanto è stato affermato per anni, tanti luoghi comuni su chi rimane da solo non sono veri.
  

La psichiatria e la psicologia dell’età evolutiva hanno prestato sino a oggi scarsa attenzione all’influenza esercitata dall’ordine di nascita all’interno della famiglia sulla strutturazione della personalità di un individuo, nonostante l’osservazione quotidiana ci mostri come i bambini passino molto più tempo in compagnia di fratelli e sorelle che non con i genitori.

L’ordine di nascita è un dato che si può ottenere facilmente rispetto ad altre informazioni. Possiamo chiedere a una persona se ha dei fratelli o delle sorelle senza la preoccupazione di risultare eccessivamente intrusivi. Con un po’ di allenamento potremo arrivare a "indovinare" una posizione di nascita e constatare che alcune sono più facili da riconoscere rispetto ad altre.

Molte persone si stupiscono quando scoprono che non pochi dei loro sentimenti e dei loro modi di pensare sono legati al fatto di essere primogenito, secondogenito, ultimogenito o figlio unico e quanto questi stessi vissuti siano condivisi in modo significativo da altre persone con lo stesso ordine di genitura.

Gli studiosi Wilson e Edington sottolineano come non sia semplice descrivere l’intricato fenomeno dell’ordine di nascita. Si potrebbe considerarlo, sostengono, un problema a tre variabili, come quello che si trovarono a fronteggiare matematici e ingegneri collaborando per lanciare l’astronave sulla Luna: dovevano tener conto che c’erano tre oggetti in movimento, il missile, la Terra e la Luna, oltre all’influenza esercitata dal Sole e dagli altri pianeti.

Stabilire il significato che l’ordine di nascita può assumere nella relazione fraterna e nella strutturazione del carattere di un bambino è complicato in modo simile perché – anche se prendiamo in esame una famiglia con solo due figli – dobbiamo tenere conto del modo nel quale il padre, la madre, i parenti e la società stessa influenzano la percezione, le attitudini e il modo di reagire che definisce la personalità del fratello maggiore e quella del secondogenito.

La conseguenza più ovvia dell’ordine di nascita è che il primogenito è più grande rispetto ai fratelli più giovani. Essere "grandi e grossi" rappresenta un privilegio e dà maggior potere, ma solo i dati di tutta una vita sulla posizione nell’ordine di fratria fanno comprendere la complessità di essere un primogenito o l’ultimo nato.

Le caratteristiche date dall’ordine di nascita hanno un valore non tanto perché a volte possono durare tutta l’esistenza, ma perché consentono al ragazzo di sentirsi diverso (spesso superiore) ai fratelli in un momento del suo sviluppo in cui affermare la sua identità è una condizione estremamente urgente.

Frank J. Sulloway sostiene che in tutte le società umane tradizionali il primogenito è di solito il "preferito" dei genitori, quello che gode all’interno della famiglia di una posizione privilegiata, naturalmente destinato a rappresentare la famiglia.

Per recuperare lo svantaggio di essere partiti in ritardo, i fratelli minori devono sviluppare una controstrategia che eviti il conflitto diretto con il fratello maggiore, memori, si potrebbe dire, che Abele (secondogenito) è stato ucciso dal primogenito Caino.

Sulloway verifica e quasi sempre dimostra una serie di ipotesi plausibili: rispetto ai fratelli piccoli i primogeniti tendono a essere più preoccupati del successo, più ambiziosi, arrabbiati, competitivi, ansiosi, assertivi, conformisti, rispettosi dell’autorità, gelosi del loro status, dominatori. Inoltre tendono a identificarsi di più con i genitori e a essere più sicuri di sé stessi. Allo stesso tempo sono meno solidali, meno disposti a mettersi nei panni dei perdenti, meno innovativi e pronti a imparare dall’esperienza, meno ribelli e meno disposti a correre rischi.

Vignetta.

Un altro importante studioso è Walter Toman che delinea i profili di personalità in base all’ordine di nascita considerandoli come l’insieme dei ruoli che la persona ha appreso all’interno della famiglia e che tende a assumere in situazioni esterne.

Per Toman, ad esempio, il fratello maggiore di fratelli ama guidare e assumersi la responsabilità di altre persone, più di altri si preoccupa del futuro e come leader crede di essere insostituibile. Più facilmente di altri si identifica con le persone che hanno autorità e potere. La sua reputazione è quella di un uomo affidabile che predilige ordine e disciplina. Con le donne è sensibile e timido e la sua partner ideale è la sorella minore di fratelli. Come padre sarà premuroso e responsabile, ma dalla famiglia sarà considerato troppo severo.

L’ultimo fratello di una serie di fratelli è una persona che ama appoggiarsi agli altri, vuole avere amici per sentirsi amato e capito. Si assume delle responsabilità, ma non accetta posti di comando. Trova, però, sempre qualcosa da ridire e a volte se la prende con il mondo intero. Può essere una persona vivace, brillante, coraggiosa, e ama sfidare avversari più forti di lui. La migliore partner è per lui la sorella maggiore di fratelli, che può diventare quella guida responsabile di cui lui va in cerca. La relazione peggiore è quella con la sorella minore di sorelle o una figlia unica. Non è un padre tradizionale e non desidera essere coinvolto eccessivamente nei problemi familiari.

Le posizioni intermedie sono quelle più difficili da definire e delle quali si possono dare solo descrizioni generiche senza un significato specifico. È più semplice definire intermedio il figlio che nasce per secondo in una famiglia con tre figli possibilmente tutti dello stesso sesso.

Se invece la famiglia è strutturata con un maschio e una femmina, il "terzo" potrebbe sentirsi superfluo o considerarsi "l’ultima ruota del carro". Quando poi la famiglia è composta da quattro o sei figli, quanti sono i figli intermedi? In una famiglia dove c’è un primogenito seguito da un fratello con dieci anni di meno e da un altro ancora più giovane, in teoria il secondogenito è il secondo nato, ma di fatto è considerato (a causa delle differenze di età) come una specie di fratello maggiore tanto dai genitori quanto dall’ultimogenito. Un secondogenito di tre fratelli maschi, che hanno una piccola differenza di età tra di loro, vivrà esperienze di crescita nettamente diverse da un "collega" secondogenito maschio stretto tra due sorelle o da una sorella intermedia tra due fratelli maschi.

Ci sono numerose altre eccezioni all’essere un figlio intermedio dal punto di vista anagrafico e l’essere in realtà un primogenito o un ultimogenito. Se, ad esempio, in una famiglia il primogenito soffre di un grave handicap, che comporta la necessità di assistenza, il carico di responsabilità che di solito è assegnato al fratello maggiore in questo caso viene trasferito al figlio intermedio.

Un’altra possibilità è legata al fatto che il secondogenito possa avere una personalità più carismatica, assertiva, competitiva rispetto al primogenito e possa così strappargli lo scettro di fratello maggiore.

Tutte queste esemplificazioni danno l’idea di come sia difficile collocarsi in modo preciso all’interno della costellazione familiare.

Se essere un fratello "intermedio" può esporre alla sensazione di essere in più o l’ultima ruota del carro, può però essere anche un vantaggio per il fatto che in certi casi ci si può sentire non troppo vecchi per alcune responsabilità che competono al primogenito o, viceversa, non così piccoli da essere relegati in un ambito in cui è costretto di solito l’ultimogenito. Questa strategia consente di evitare parecchie frustrazioni legate al poter essere o eccessivamente o troppo poco responsabilizzati.

Un aspetto che caratterizza i figli intermedi è il desiderio di lasciare precocemente la casa dei genitori. Questo non significa che i secondogeniti facciano fagotto e vadano via di casa, ma che sono quelli che più degli altri figli allacciano amicizie a scuola o nel quartiere in età più giovanile rispetto ai fratelli o alle sorelle. Avranno presto il loro gruppo di amici fuori casa e così non dovranno chiedere ai fratelli di giocare con loro: questo atteggiamento sembra rispondere alla sensazione di estraneità che il secondogenito prova in famiglia.

L’abilità di entrare in contatto con gli altri li rende persone piacevoli in tutte quelle situazioni che non siano emotivamente pesanti. Nel corso della sua vita il figlio intermedio potrà decidere di essere al centro del proprio ambiente e così, finalmente, in età adulta gustare quella sensazione che non aveva provato nella famiglia d’origine.

Adulti affidabili

Ma veniamo ora al figlio unico: un antico pregiudizio vuole che questi figli siano egocentrici, ansiosi, viziati e dipendenti, mentre ormai da molto tempo sappiamo che diventano degli adulti su cui si può fare affidamento e che anzi in certi ambiti hanno "una marcia in più" rispetto a chi è cresciuto con molti fratelli.

Questi pregiudizi sono stati inflitti per secoli non solo ai genitori dei figli unici, ma anche direttamente a questi ultimi. Medici, psicologi e pedagogisti degli anni Cinquanta e Sessanta tentavano in tutti i modi di convincere i genitori che un bambino senza fratelli sarebbe diventato egoista, viziato, solitario e molto spesso disadattato. In alcuni libri di pedagogia esistevano interi capitoli dedicati alla "patologia del figlio unico". Inoltre in passato è capitato spesso che qualunque disturbo il bambino presentasse, dal mal di denti alla diarrea, la causa venisse attribuita alla mancanza di fratelli.

Anche Adler affermava che in una famiglia composta da tre persone regna un clima di tensione e i genitori sono timidi e pessimisti. Ajuriaguerra riteneva che il figlio unico avesse difficoltà di adattamento e di integrazione, che soffrisse di una vera e propria "sindrome da figlio unico" caratterizzata da atteggiamenti di rivolta o di fuga in un suo mondo fantastico.

Una svolta sulla concezione del figlio unico e sulle false credenze legate a questa condizione esistenziale verrà data dagli studi della psicologa Toni Falbo che, dalla metà degli anni ’70 a tutt’oggi, è una delle più autorevoli ricercatrici degli aspetti sociali e psicologici riguardanti i figli unici.

Figlia unica ella stessa (e irritata per i pregiudizi verso la sua "categoria" di appartenenza) è riuscita, attraverso numerose ricerche, a evidenziare le motivazioni che fanno differire i figli unici dagli altri esaminando le cause all’interno della famiglia anziché ricercarle nell’individuo "figlio unico". Ha costatato che il figlio unigenito possiede tratti tipici del primogenito, come un’elevata intelligenza e la motivazione al successo, e alcune caratteristiche positive dell’ultimogenito come l’indipendenza e la lealtà.

La Falbo ha dimostrato che i figli unigeniti sono più cooperativi e meno competitivi, perché cresciuti al di fuori delle gelosie e dei litigi tipici della rivalità fraterna e ha anche evidenziato che gli unigeniti sono più indipendenti dal gruppo, più dotati intellettivamente e hanno una maggiore capacità a calarsi nei ruoli di responsabilità.

I figli unici godono di numerosi vantaggi, compresa la maggiore attenzione dei loro genitori, e hanno le stesse potenzialità dei ragazzi che hanno fratelli. Non sono incapaci di fare amicizia e non sono "viziati" come molti psicologi hanno teorizzato.

È sorprendente, comunque, come la maggior parte dei figli unici, quando diventano adulti, desiderino fortemente avere almeno due figli. I figli unigeniti hanno una forte consapevolezza di essere soli come figli e dimostrano spesso la tendenza a formare un piccolo gruppo di amici (molti dei quali figli unici anch’essi) con i quali rimanere strettamente legati anche per molto tempo.

Ogni figlio unico, ovviamente, è diverso da un altro. Toman sostiene che, se il padre di un figlio unico maschio è il primogenito di altri fratelli, attraverso il processo di identificazione con lui, il figlio potrà assumere i tratti e i comportamenti di un fratello maggiore. Nel caso della ragazza, se ad esempio la madre è la sorella più piccola di fratelli, per lo stesso meccanismo sarà meno egoista e capricciosa di altre figlie uniche. Se il figlio unico ha per genitore del suo stesso sesso un figlio unico, tenderà a presentare in modo più accentuato le caratteristiche tipiche di questa condizione.

I figli unici tendono a idealizzare il rapporto fraterno, di cui non hanno esperienza, ignorando che in realtà non sono molti i fratelli che si confidano l’un l’altro e che molti ragazzi, pur vivendo nella stessa casa, di fatto coltivano amicizie diverse e conducono esistenze separate.

Quando il figlio unico pensa a un fratello, lo pensa in astratto, non pensa alle rivalità, alle competitività, ai contrasti dovuti alle differenze di temperamento e di carattere e l’immagine che egli ha è, perciò, fortemente idealizzata.

Parlando di questo argomento è doveroso fare una riflessione, anche se un po’ triste, sul futuro di un figlio unigenito quando raggiunge un’età avanzata. La generazione del baby-boom degli anni ’50 e ’60, quella che maggiormente ha sperimentato la convivenza in famiglie numerose, è la stessa che ha preso, come genitori, una "decisione di massa" di avere un figlio solo. Questa scelta comporterà delle conseguenze nella vita del ventunesimo secolo: i figli unici nel mondo saranno anziani e quelli che non avranno avuto figli, non avendo neppure dei fratelli, non avranno nessuno da amare o da cui aspettarsi amore. La famiglia poco numerosa rende le persone più vulnerabili quando si trovano alla fine della loro esistenza.

Quando un anziano figlio unico muore si perde un importante collegamento tra il passato e il presente nella storia di una famiglia. Un proverbio dello Zimbabwe dice: «Ogni anziano che muore è come una libreria che prende fuoco». Se poi, aggiungo io, è l’unica biblioteca di casa il danno è incommensurabile!

Salvatore Capodieci
   

L’INTERESSE SCIENTIFICO PER L’ARGOMENTO

Adler è stato il primo a studiare l’importanza dell’ordine di nascita e ne discute nel suo trattato del 1928. I suoi allievi hanno mantenuto un vivo interesse per questo argomento considerandolo un importante contributo alla comprensione del "personale stile di vita" di un individuo. Freud, invece, non parla nella sua opera del significato dell’ordine di genitura trascurando questa dimensione dell’esistenza.

Sullivan, l’importante autore de Il colloquio psichiatrico, sul quale si sono formate generazioni di psichiatri e psicoterapeuti, nella sua attenta e minuziosa disanima riserva solo due righe a quest’aspetto. Jeammet nel suo trattato Psicologia medica dedica solo mezza paginetta alla fratria e spiega la relazione fraterna come il frutto dello "spostamento" di sentimenti che vedono nel genitore il suo vero e unico bersaglio. Pertanto, la rivalità edipica o l’amore sono "spostati" da un genitore a una sorella o un fratello maggiore, mentre l’investimento materno è diretto a sorelle e fratelli minori.

Kahn e Lewis pubblicano nel 1988 Sibling in Therapy una raccolta di articoli sugli aspetti terapeutici correlati alla relazione tra fratelli. Plomin nel volume Separate lives si sofferma sulle diversità tra i fratelli, è il 1990. Petri pubblica nel 1994 Fratelli: amore e rivalità. La relazione più lunga della nostra vita, offrendo una prospettiva nuova alla relazione fraterna: non solo rivalità secondo la tradizione psicoanalitica, ma anche amore sincero.

Occorre arrivare agli anni 2000 perché gli studi sulla relazione fraterna comincino ad avere un significativo sviluppo: è il caso, ad esempio, del volume Pazzie e Meduse. Ripensare l’isteria alla luce della relazione tra fratelli e sorelle nel quale Juliet Mitchell sottolinea come il rapporto tra fratelli sia importante quanto quello con i genitori, o il lavoro di Marcel Rufo che scrive Fratelli e sorelle. Una malattia d’amore, in cui, attraverso la presentazione di alcuni casi clinici, lo psichiatra infantile spiega come tutto abbia inizio con l’arrivo del secondo figlio, che rappresenta per il primogenito un cataclisma.

Importante è il contributo di Prophecy Coles del 2003 che in The Importance of Sibling Relationships in Psychoanalysis sostiene come il ruolo fondamentale nello sviluppo emotivo e sessuale di un individuo sia svolto proprio dai fratelli e dalle sorelle. Lo psicoanalista che più di tutti ha approfondito il significato della relazione fraterna è Luis Kancyper (2003) che parla di "complesso fraterno". Lo studioso argentino sostiene che si tratta di un complesso a sé che non dipende da quelli materni o paterni spostati sui fratelli.

s.c.

 

IL FRATELLO DI RIMPIAZZO

I traumi e le identificazioni di rimpiazzo conseguenti alla morte di un fratello possono pregiudicare la strutturazione del sentimento d’identità. È quello che è successo a James Barrie, l’autore di Peter Pan, per la morte del fratello David (Capodieci, 2003) o ad artisti come Salvador Dalí, Vincent Van Gogh ed Ernesto Sabato che, nati dopo la morte di un fratello, lo hanno dovuto sostituire portandone, persino, lo stesso nome. Questi artisti hanno sublimato in senso creativo il lutto familiare mai superato, ma altri possono sperimentare un destino opposto e catastrofico con forte distruttività.

È il caso di Adolf Hitler: fratello di rimpiazzo quintuplo. Questa suggestiva ipotesi, ripresa dalla biografia di Payne (1973) sui primi anni di vita del dittatore, ci descrive Hitler, il quinto di sei figli di Alois, in una tipica famiglia austriaca di fine Ottocento. Il padre di Adolf aveva tentato per tre volte di coronare il suo secondo matrimonio con un figlio, ma per ben tre volte questo tentativo fallì perché Gustav, Otto e Ida morirono tutti prima di raggiungere i due anni di età. Quando nel 1889 nacque Adolf, egli rappresentava per i genitori il triplice investimento degli affetti per i tre figli morti. All’età di 16 anni Alois, il fratellastro maggiore, interruppe la scuola e abbandonò la casa per andare a vivere in Inghilterra, dove due anni più tardi fu arrestato. Il padre, che non volle più saperne del suo primogenito, ripose su Adolf tutte le sue speranze e i suoi sogni. Nell’inverno dello stesso anno morì di morbillo, all’età di sei anni, Edmund il fratello minore e Adolf si trovò, così, all’inizio della sua pubertà a dover rimpiazzare altri due fratelli. Il lutto per il fratello Edmund fu complicato e divenne per Adolf fonte di un grave tormento. All’età di 11 anni era stato visto più volte seduto sul muro guardare dentro il cimitero dove era sepolto il fratello. Adolf non aveva creato nessun problema ai suoi genitori fino alla morte di Edmund. Dopo quel tragico avvenimento divenne chiuso, dispettoso, provocatorio, problematico e si procurava, a causa dei suoi comportamenti, una serie di castighi e punizioni. La sua situazione negli anni più importanti della sua crescita, caratterizzata dal dover rimpiazzare i suoi fratelli (tutti e cinque), dal vivere una relazione materna oppressiva e chiusa e di scontrarsi con un padre molto severo, può aver costituito la principale causa nello sviluppo del sadismo di Hitler, della sua arrogante rivendicazione contro l’autorità e della sua idea di invulnerabilità (Bank e Kahn, 1997).

s.c.

 

ETÀ ADULTA E ORDINE DI NASCITA

In età adulta le problematiche correlate all’ordine di nascita possono mascherare qualcosa d’altro. Rispondendo alle domande sotto elencate potrai stabilire se tu e i tuoi fratelli (o sorelle) siete ancora coinvolti in una relazione dominata dall’ordine di nascita e se i rapporti all’interno del mondo del lavoro o la relazione coniugale sono governate dallo stesso tipo di sentimenti che erano presenti nella relazione fraterna.

Se sei un fratello (o una sorella) maggiore:

Hai la sensazione di farti carico di altre persone?

Ti fa piacere che i tuoi collaboratori o i tuoi fratelli più giovani ti raccontino quello che fanno, ma hai difficoltà a fare loro delle richieste o a confidare sulla disponibilità degli altri?

Ti preoccupi se un fratello o un collaboratore riesce a catturare la tua attenzione in modo eccessivo?

Se sei un fratello (o una sorella) minore:

Chiedi o ti aspetti che un collaboratore, un fratello o il coniuge si scusino al posto tuo?

Se qualcuno ti dice cosa devi fare hai la stessa sensazione che provavi quando te lo dicevano tua sorella o tuo fratello?

Pretendi che le persone ti prendano sul serio?

Se hai risposto sì ad almeno una di queste domande probabilmente la lettura di questo articolo avrà favorito qualche riflessione sulla relazione fraterna e sul tuo ordine di nascita.

s.c.

 

Come cambia il legame tra figli della medesima famiglia dall’infanzia all’adolescenza e all’età adulta? Sul tema Salvatore Capodieci ha scritto Fratelli & sorelle (San Paolo 2003).

   
BIBLIOGRAFIA

  • Adler A., Characteristics of first, second, third child, "Children" n. 3, 14 (5), 1928.

  • Ajuriaguerra J., Manuel de Psychiatrie Infantile, Masson, Paris 1970.

  • Bank S.P., Kahn M.D., The Sibling Bond, BasicBook, New York 1997.

  • Capodieci S., Fratelli & Sorelle. Hansel e Gretel o Caino e Abele? Ed. San Paolo, Cinisello B. (Mi) 2003.

  • Falbo T., I figli unici crescono infelici?, "Psicologia Contemporanea" n. 27, pp. 15-16, 1978.

  • Falbo T., Only children and interpersonal behavior, "Journal of Applied Social Psychology", n. 8, pp. 244-253, 1978.

  • Payne R., The life and death of Adolf Hitler, New York, Praeger 1973.

  • Sulloway F. J., Born to rebel. Birth order, family dynamics and creative lives, Vintage Books, New York 1997.

  • Toman W., Costellazione familiare, Red, Como 1995.

  • Wilson B., Edington G., First child, second child. Your birth order profile, Zebra books, Kensington Publishing Corp., 1987, pp. 119-137.








 

Your browser doesn't support java1.1 or java is not enabled!

 

Famiglia Oggi n. 5 maggio 2005 - Home Page