Famiglia Oggi.

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n. 5 MAGGIO 2005

Sommario

EDITORIALE
Un'attenzione fedele nel tempo
la DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Fratelli: un privilegio di pochi
di GIAN CARLO BLANGIARDO e LIVIA ORTENSI

apep00010.gif (1261 byte) Troppi stereotipi sul figlio unico
di SALVATORE CAPODIECI

apep00010.gif (1261 byte) Come affrontare la gelosia tra bambini
di OSVOLDI POLI

apep00010.gif (1261 byte) In famiglia a scuola di relazioni
di MARIATERESA ZATTONI

apep00010.gif (1261 byte) Vivere un doppio abbandono
di ARISTIDE TRONCONI

apep00010.gif (1261 byte) Non per sangue ma nella fede
di GILBERTO GILLINI e FRANCESCO SCANZIANI

DOSSIER
Una panoramica sulla letteratura per l'infanzia
di WALTER FOCHESATO

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Se un principio diventa il contrario
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Un valore universale
di PAOLA BABICH
Il coraggio in un'azione legale
di HARMA KEEN

MATERIALI & APPUNTI
Quale fondamento per la famiglia?
di FRANCESCO BELLETTI

CONSULENZA GENITORIALE
Una palestra di socialità
di PAOLA DEL TOSO

POLITICHE FAMILIARI
Per una politica familiare unitaria
GIUNTA PROVINCIALE DI TRENTO

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Matrimoni: la situazione indiana
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

DOSSIER - GUERRA E PACE IN FAMIGLIA

UNA PANORAMICA SULLA LETTERATURA PER L’INFANZIA

di Walter Fochesato
(studioso di letteratura per l’infanzia e storia dell’illustrazione. 
Coordinatore del mensile "Andersen")

Nella narrativa di ieri e di oggi i fratelli affrontano avventure mozzafiato con cadenze "horror" o "gialle"; si allontanano dalla famiglia fino a mettersi "on the road", lungo le infinite vie dell’America; varcano la porta che immette in mondi paralleli o conduce alla scoperta di inquietanti segreti; attraversano la Memoria e la Storia, conoscendo anche le prove della guerra. Da Hänsel e Gretel a Pollicino, da Incompreso a Piccole donne, da Pel di Carota alle storie di Jerry Spinelli, racconti di conflitti e di riappacificazioni, d’amore e odio, di solitudine e di perdono sullo sfondo dei diversi rapporti intergenerazionali e del difficile dialogo con il mondo degli adulti.
    

FRATELLI E SORELLE NELLA NARRATIVA PER RAGAZZI
AFFRONTANO INSIEME LE DIFFICOLTÀ
  

Nei libri per bambini e ragazzi il tema dei fratelli e delle sorelle è largamente presente già in alcuni grandi classici ma si impone soprattutto nella produzione editoriale degli ultimi 20 anni. Direi che, in particolare, è stata la narrativa anglosassone a occuparsene e a rilanciarlo, anche in virtù della sua costante attenzione alle dinamiche socio-familiari e partendo da quella propensione alle valenze narrative e al piacere della pagina che l’hanno caratterizzata. Prima della deriva fantasy, prima degli infiniti e mediocri cloni della Rowlings o di Tolkien. All’interno di questa produzione è possibile altresì individuare una serie precisa di tematiche: i fratelli che, volontariamente o meno, affrontano un’avventura mozzafiato con cadenze horror o volte al giallo; l’allontanamento dalla famiglia fino a mettersi on the road, lungo le infinite vie dell’America; il varco, la porta che immette in mondi paralleli o conduce alla scoperta di inquietanti segreti; la Memoria e quindi la Storia, le prove della guerra. A cui si aggiungono i rapporti intergenerazionali, il dialogo difficile con il mondo degli adulti.

Ero tentato di leggere l’argomento proprio affrontando, l’uno dopo l’altro, questi e altri aspetti del tema. Poi mi è parso migliore seguire un’altra strada, meno rigorosa e più divagante ma, forse, più utile e produttiva: leggere il tutto all’insegna del conflitto e di una sua, possibile ricomposizione.

A ben vedere, se per conflitto s’intende, come recita lo Zanichelli: «Contrasto, scontro, urto specialmente aspro e prolungato di idee, opinioni e simili» si potrebbe addirittura interpretare gran parte della letteratura per l’infanzia sotto questa vasta, ma non imprecisa, categoria.

Parto per questo da un libro di uno dei migliori autori statunitensi, quel Jerry Spinelli che, per restare in Italia, nel 2001 ha vinto il Premio Andersen. Il mondo dell’infanzia come miglior scrittore. Pubblicato in Italia dalla Mondadori, è autore di eccellenti romanzi come: Una casa per Jeffrey Magee, Crash, Tiro al piccione, La schiappa, La tessera della biblioteca, Stargirl (forse il suo libro più intenso e innovativo). Il romanzo su cui voglio soffermarmi è invece Guerre in famiglia, edito nel 1994 nella collana "Junior +10" e apparso negli Stati Uniti dieci anni prima.

Il registro scelto da Spinelli è quello di una rappresentazione realistica con felici e insistite sottolineature comico-umoristiche, che talvolta sfiorano il grottesco. Non a caso per i bianchi e neri dell’interno è stato scelto un illustratore come Alberto Rebori, dalla marcate valenze satiriche intente a una programmatica deformazione espressionistica dei personaggi e delle situazioni. Guerre in famiglia narra, in un costante alternarsi di voci, gli scherzi sovente feroci, i litigi, gli screzi, le baruffe di Greg (Grosso) e Megin (Megafono). Si tratta di una vera e propria guerra, senza esclusione di colpi. Il tutto osservato con disincanto dal fratello più piccolo e con crescente preoccupazione dai genitori, i quali appaiono per gran parte del romanzo sì buoni e disponibili, ma profondamente inadeguati a comprendere e a tentare di risolvere la rivalità, talvolta l’odio, che sempre più montano fra i due.

«Mio padre rimase lì in piedi, curvo, scuotendo la testa. Sembrava soffrisse. Le parole gli uscirono di bocca scricchiolando, come se avessero bisogno di olio. – Perché?... Perché?

– Mi guardò, supplichevole. – Perché?

– Perché cosa? – domandai. – Perché non riuscite ad andare d’accordo? Perché dovete... – S’interruppe, sconvolto. – Dio mio, guardate le vostre facce. Come vi state guardando... Sapete cosa significa quell’espressione? Odio. Lo sapete? Grosso alzò le spalle. – E allora? – dissi io. – Allora? – scricchiolò lui. – Allora? Un fratello e una sorella che si odiano? – Riprese a passeggiare, gracchiando quella parola, piegando la testa come in attesa che quella parola gli rispondesse: – Odio... odio... odio... – Si fermò e si voltò verso di me, a mani tese. – Come... Perché...? – Papà – dissi – Certe cose sono così e basta. Hai mai sentito parlare della mangusta e del cobra. Si odiano. Non appena si vedono per la prima volta. Nemici naturali. – Ma Megin, Gregory, voi due andavate d’accordo. – Non mi ricordo – dissi».

Greg è all’inizio della storia innamorato cotto di una sua coetanea, Jennifer Wade e pensa di conquistarla facendosi bello, curando il suo aspetto fisico, defatigandosi in flessioni e sollevamenti, bevendo intrugli proteici, abbronzandosi per tutta l’estate. Megin, disordinatissima («Se qualcuno vede quella stanza, potrebbe denunciarci all’Ufficio d’Igiene»), è tutta concentrata invece sullo sport e guai se qualcuno tenta soltanto di toccargli l’amata mazza da hockey sul ghiaccio. Si ride ma, come sovente accade in Spinelli, il fondo è acre e invita alla riflessione. Anche perché nel concitato, drammatico finale (quando rischiano entrambi di perire, affogando nell’acqua gelida di una improvvisa fenditura nel ghiaccio) i due fratelli paiono trovare non soltanto la forza di salvarsi l’un l’altro ma di cercare qualcosa che sia in grado di riappacificarli, di far prevalere le ragioni della reciproca comprensione, dell’affetto. Una strada non facile ma che comunque viene tracciata e pian piano percorsa. E che, in qualche modo, varrà anche per i genitori.

Osserva Greg in chiusura: «Mi resi conto della situazione: erano le tre e un quarto del pomeriggio e mia madre non stava in salotto stesa sul divano. Era in cucina, con le mani cercava ricette di torte, con la bocca mi diceva come festeggiare il mio compleanno, e aveva gli occhi spalancati. Non stava sopravvivendo».

Ma conviene ora fare un passo indietro e ritornare sul dialogo senza sbocco che caratterizza l’atteggiamento dei due fratelli, pur così fieramente avversi, dinnanzi allo sfogo preoccupato ma impotente del padre. Scrive Franco Moretti in Kindergarten, un bel saggio compreso in Segni e stili del moderno, Einaudi, 1987: «Ogni qual volta il ragazzo, ostinato, insiste nel tener fede alla propria personalità, l’adulto, cieco, vi vede solo un deliberato sberleffo nei suoi confronti, reagisce di conseguenza, riuscendo solo a intensificare la caparbietà dell’altro, in una spirale che ha il suo punto d’arrivo obbligato nella morte del più debole... Il silenzio del ragazzo nasce dalla scoperta che le esigenze del super-io non son tenute in nessun conto dal mondo; la verbosa cecità dell’adulto, specularmene, dal fatto che chi ha smarrito per strada il proprio super-io non può neanche più "vederlo" negli altri. Si tratta di due modi d’essere tra i quali lo scontro è inevitabile: il tema, ricorrente, dell’"incomprensione" è una conseguenza di tale stato di cose».

Frattura e incomprensione

In altri termini se adulti e bambini parlano oramai due lingue diverse sarà sempre più difficile, e comunque assai doloroso, ricostruire un nuovo equilibrio. Spesso, inesorabilmente, tale frattura e incomprensione ricadranno, allargandosi, anche nel rapporto fra fratelli.

Ma passiamo a un’altra citazione: «Avrei pensato diversamente se ci fosse stata ancora la mamma; sarei rimasto tutto il giorno tra le sue braccia come allora» e indicò il quadro «ma adesso...».

«Potrei tenerti in braccio io, tesoro».

«Tu, babbo? Tu tieni sempre in braccio Miles e mai me».

«Non credevo che lo desiderassi... ecco...».

«Oh, mi sarebbe tanto piaciuto, invece! Ma sapevo che tu preferivi prendere lui».

«Oh, taci, taci! E dimmi, quando hai desiderato che ti prendessi?».

«Non poi tanto spesso, ecco: solo qualche volta, tanto tempo fa».

«Figlio mio, avrei preso in braccio te tanto volentieri quanto Miles, prendevo lui solo perché era tanto più piccolo. Perché dici che lo preferivo?».

«Gli sorridevi in un modo tutto speciale quando lo guardavi e gli dicevi tesoro molto più spesso che a me. E anche lo baciavi molto, molto più spesso!».

Sir Everard avrebbe voluto pregare il figlio di non proseguire. Gli strinse una mano tra le sue e l’accarezzò.

«Miles è tanto piccolo, lo sai; non credevo che fossi geloso di lui».

«Geloso?» ripetè Humphrey, sconcertato. «Geloso significa... arrabbiato?».

«Be’, in un certo senso».

«Oh, allora non ero geloso», replicò il bambino, serio serio «perché non sono mai stato arrabbiato. Il povero Miles non poteva ricordare la mamma, capisci, mentre io sì, perciò era giusto che lo coccolassi di più. Solo che a volte, di tanto in tanto...». Humphrey si interruppe.

«Ecco a volte sentivo terribilmente il bisogno di avere vicino la mamma» mormorò Humphrey, con gli occhi pieni di lacrime. «Ma ora», soggiunse, e già la sua voce si affievoliva perché stava per ricadere nell’abituale torpore «ora sto per andare da lei... o perlomeno, Dio è sul punto di mandarmi a prendermi».

Mi si scuserà la lunga citazione ma in queste righe si nasconde il senso e il cuore di un grande classico della letteratura per l’infanzia. Parlo di Incompreso che Florence Montgomery pubblica nel 1869. È, riassumendo, la vicenda di due fratellini che vivono con il padre in una grande villa della campagna inglese. («La pioggia scrosciava monotona su campi e prati, sui tetti spioventi dell’antica abbazia di Wareham, rigava i vetri della stanza da pranzo della nursery». Questo, il bellissimo incipit). Sono rimasti orfani e i loro caratteri appaiono completamente diversi. Miles è dolce e timido e la sua fragile costituzione preoccupa non poco il padre che concentra su di lui ogni attenzione e affetto. Al contrario Humphrey è instancabile, temerario, spavaldo, talvolta imprevedibile e trascina con sé, nei suoi giochi e scorribande il fratello minore. Un pomeriggio avviene la tragedia: mentre sono sospesi su di un ramo, il vecchio legno fradicio cede e i due cadono nello stagno. Humphrey è preoccupato per la cagionevole salute di Miles, ma mentre quest’ultimo se la cava con un semplice raffreddore, lui – l’indomabile Humphrey, per il quale «nessun castigo poteva essere troppo severo» – è destinato a restare paralitico. Saputo, involontariamente, il responso, peggiora quasi a preferire consapevolmente la morte.

Ed è attraverso questa scelta che Everard, il padre, comincia a comprendere il vero carattere di quel figlio all’apparenza ribelle ed estremo. A lui era sempre apparso «affascinato dai piaceri dell’attimo fuggente». «Per quel che Everard ne sapeva, dolore e sventura erano scivolati su di lui come una goccia di pioggia su un vetro. Cinque giorni dopo la morte della madre, il baronetto lo aveva visto scorrazzare nei prati e giocare come al solito e, da allora in poi, mai una volta l’aveva nominata, aveva pronunciato il suo nome. E ora, ora parlava di lei come se quel ricordo fosse recente e familiare e affrontava la morte serenamente, come se l’avesse contemplata per tutta la vita».

È il dialogo, estremo, a fargli comprendere la realtà, a suscitare pensieri e rimpianti: «Si era accontentato di avere dei figli sani e spensierati, senza cercare di vedere oltre le apparenze. Ripensava ai tempi passati, quando sua moglie gli aveva assicurato che Humphrey era sensibile e affettuoso come Miles e lui in cuor suo si era rifiutato di crederci. Pensava alla responsabilità di allevare dei figli, alla necessità di vivere in continuazione al loro fianco per cercare di comprenderne le diversità di carattere e per la prima volta si rendeva realmente conto di quanto essi avessero sofferto quando l’avevano perduta».

Credo che queste righe siano di per sé in grado di far comprendere la straordinaria, non comune attualità di un romanzo come questo. Ha ragione Antonio Faeti quando scrive nella postfazione all’edizione de "I delfini" (Fabbri, 2000) che oggi la Montgomery un libro così lo avrebbe reso ancor più "sofferto, cupo, straziante". E prosegue: «Non ci sono solo i bambini degli spot delle merendine, e neppure solo i disgraziati bambini in guerra su cui si soffermano le telecamere perché quelli fanno sicuramente notizia. Ci sono milioni di bambini di cui non si parla mai, assolutamente incompresi perché cambiano i genitori a ogni divorzio, ci sono tanti bambini di cui non si comprende la necessità di respirare entro città velenose... Fu però molto in anticipo sui suoi tempi la Montgomery, quando affrontò risolutamente il tema dell’incomprensione. Perché per comprendersi davvero non basta usare un po’ di buona volontà, occorre invece ragionare, osservare, confrontarsi, essere pronti a capire altre ragioni, altri modi di vedere. In realtà l’incomprensione è poi sempre in agguato, quando si tratta di bambini. A volte sembrano provenire da un altro pianeta, spesso rovesciano le attese di chi li osserva, in varie occasioni si chiudono entro il loro territorio, muto e impenetrabile».

L’emozione del pianto

Peraltro Incompreso si è conquistato una immeritata fama di libro lacrimevole, di un’opera tutta centrata sul ricatto affettivo, sull’indurre il piccolo lettore al pianto. Bene, credo che sia il caso di fare alcune precisazioni, anche alla luce di non poca, recente produzione editoriale. Un conto, in breve, è il pianto come elemento ammonitorio, espediente narrativo, esasperazione moralistico-edificante. Un conto è invece il pianto come emozione, come scoperta di sé e del mondo, come implicito invito al pensare. In questo senso anche la morte a buon diritto può e deve entrare negli orizzonti della letteratura per l’infanzia e quindi non deve essere elusa o censurata, esclusa dagli orizzonti della quotidianità. Come invece sempre più spesso fa il mondo degli adulti. Cito invece, a tal proposito, due splendidi albi illustrati per la prima infanzia realizzati con straordinaria delicatezza da Wolf Erlbruch e pubblicati in Italia dalle edizioni e/o. L’uno, uscito da pochissimo, è Un paradiso per piccolo Orso, su testo di Dolf Verroen. L’altro è La grande domanda. Qui animali e uomini e cose (l’uccello, il coniglio, il gatto, il soldato, la pietra, il panettiere...) offrono la loro risposta certo soggettiva, talora sorprendente, sempre intensa e limpida al perché esistiamo. Erlbruch con il suo segno morbido ed essenziale non esita addirittura a interpellare la morte (vestita "à la Ensor") che risponde: «Sei qui per amare la vita».

E allora, per ritornare al tema di questo contributo, ecco quanto dice la sorella maggiore, timida e ritrosa, il volto illuminato da un lieve sorriso: «Sei qui anche per volerti bene».

Resto nei classici per parlare adesso di un celeberrimo, intramontabile romanzo: Piccole donne di Louisa May Alcott, apparso per la prima volta negli Stati Uniti nel 1868. Come ben si sa la storia corre da un Natale all’altro raccontando pensieri, emozioni, desideri, progetti, piccole avventure e imprese di quattro sorelle e della loro madre. Il padre è al fronte, gli Usa sono percorsi e dilaniati dalla guerra di secessione e la famiglia March è alle prese con le quotidiane difficoltà del far quadrare il bilancio. La storia passa accanto alla vicenda narrata dalla Alcott e se gli anni non sono passati invano per questo romanzo occorre riflettere sul fatto che, al suo apparire, si trattò di un’opera profondamente innovativa, rivoluzionaria per taluni versi.

Siamo agli albori di una "vera" letteratura per l’infanzia, di uno scrivere per bambini e ragazzi che si ponga "soltanto" il fine di appassionare alla lettura e non scopi pedagogici o moralistici. Per la prima volta appare un testo capace di parlare alla mente e al cuore delle lettrici offrendo elementi di riflessione sull’essere ragazza e donna nella società. Delineando, attraverso le vicende delle sorelle March, possibili percorsi di emancipazione. Non bisogna dimenticare che la Alcott aderì al movimento femminista e si impegnò a favore dei diritti delle donne.

Oggi, anche in Italia, la produzione editoriale offre una molteplicità di testi e una collana come la "Gaia Junior" (sperando che continui...) ma, a spiegarci il successo di Piccole donne, dobbiamo pensare che per non poche generazioni ha rappresentato l’unico testo in cui specchiarsi ed emozionarsi, cercando altresì risposte ai propri turbamenti e curiosità. Certamente uno dei motivi del successo del libro è dato proprio dall’abilità e dalla vivezza con cui la Alcott ha saputo mettere in evidenza i rapporti fra le quattro sorelle, delineandone altresì con affettuosa precisione ideali e caratteri.

Nell’ultimo libro di Alison Lurie, tradotto in Italia (Bambini per sempre. Il rapporto tra arte e vita, tra finzione e biografia, Mondadori, 2005) trovo a tal proposito un’analisi acutissima e precisa: «Beth è la tipica bambina del primo vittorianesimo: dolce, timida, passiva e domestica, il tradizionale "angelo del focolare". A tredici anni gioca ancora con le bambole. La sua vita è incentrata sulla famiglia, e il suo più profondo desiderio per il futuro è di stare a casa al sicuro con il padre e la madre. Storicamente parlando, Beth rappresenta una forma di femminilità che già all’epoca si stava esaurendo. Il messaggio implicito per chi legge è che rimanere in casa con i proprio genitori significa morire».

Durante la guerra civile le donne iniziarono ad avere maggior potere e responsabilità. Terminato il conflitto «molti scrittori incoraggiarono le donne a conservare quello che avevano conquistato: la possibilità di farsi carico della casa e dei propri figli piuttosto che cederne il controllo alla servitù o all’autorità maschile». E Meg, prima di giungere al matrimonio apprende riguardo alla conduzione della casa tutto ciò che le occorre. «Se ti sposi e hai figli, suggerisce il romanzo, assicurati di riuscire poi a gestire adeguatamente la tua vita».

Vengo ad Amy che, sempre secondo la Lurie, «incarna adeguatamente uno dei nuovi sviluppi avvenuti nella società americana dell’epoca: l’entrata delle donne nel mondo delle arti». E poco più avanti: «Il talento di Amy viene presto riconosciuto, e anche se non diventa un’artista professionista, continuerà a dipingere e creare sculture, e niente indica che i suoi sforzi siano frivoli». Insomma se si vuole «essere un’artista e andare a Roma», questo può anche accadere. «Jo naturalmente rappresenta il movimento femminista; nel linguaggio dell’epoca è una "donna nuova", una che sceglie la carriera. Jo è anche il primo e più famoso esempio positivo di un nuovo tipo di ragazza in letteratura: la ragazza maschiaccio. Nel primo capitolo del libro dichiara: "Mi piacciono i giochi dei ragazzi, e i loro lavori e i loro modi! Non riesco a superare la delusione di non essere un maschio"».

Certo la Alcott intendeva mostrare al lettore quattro diversi, possibili percorsi e tre di questi erano certi volti al nuovo, guardavano in avanti pur da diverse angolature e responsabilità. Non vi è dubbio però che nel dar conto dei loro sogni e delle loro rivendicazioni la Alcott riveli ancora la sua attualità, delinei pur con tutti gli aggiornamenti strade ancor oggi percorribili e talora non facili, irte di ostacoli e tensioni.,

Teresa Buongiorno in un bell’articolo pubblicato sul n. 211 di Andersen. Il mondo dell’infanzia (La realtà è romanzo e viceversa) ci ricorda come Marcela Serrano abbia fatto riferimento allo spirito dell’opera dando vita con Arrivederci, piccole donne (Feltrinelli, 2005) a un romanzo-omaggio, ambientato nel Cile della dittatura fascista di Pinochet. Quattro cugine che mostrano precise consonanze con le sorelle March, trascorrono insieme la solare parentesi delle vacanze. Poi tutto viene spazzato via dal colpo di Stato. Dopo anni si ritroveranno nei luoghi dell’infanzia per fare i conti con sé stesse: «Sono adulte, hanno maturato identità diverse, salvato in qualche modo i propri sogni».

Crudele Pel di Carota

Vi è poi da citare, ancora fra i classici, il Pel di Carota di Jules Renard che appare nel 1894. Il romanzo ha conosciuto in passato un grande successo e ancor oggi, talora, lo si ripubblica. Da ragazzino non mi piacque, complice certo la mancanza di accadimenti e sorprese e una non esaltante riduzione della Fratelli Fabbri di metà anni ’50. A ben vedere, poi, è, come altri, un libro che parla dell’infanzia ma non è un vero libro per l’infanzia. L’ho poi parzialmente riscoperto in anni recenti grazie anche a due magnifiche edizioni francesi illustrate. L’una di Francisque Poulbot e l’altra di un grande artista come Félix Vallotton.

Il protagonista ha i capelli rossi, da qui il titolo, ma val la pena di ricordare come nelle tradizioni popolari un tal colore della chioma assumesse di per sé una connotazione negativa: «De peì rosso no l’è manco bon a vitella», di pelo rosso non è buona neppure la vitella, recita un proverbio del genovese. Lui, comunque, è il più piccolo dei fratelli Lepic. Ci sono una sorella che lo ignora e un fratello che ne fa il soggetto preferito delle sue beffe e angherie. Il padre è praticamente assente e spetta alla madre il compito di tiranneggiarlo, in un crescendo di avversione e rancore. D’altro canto Pel di Carota non fa nulla per apparirci simpatico: non è bello, è crudele con gli animali, non si lava, è perennemente inadeguato e maldestro.

L’illustrazione è tratta da Pel di Carota (Giunti).

Il romanzo però ci appare certamente anticonformista e, paradossalmente, attuale. Osa darci un ritratto crudo e quasi spietato della figura della madre, delle cui crudeltà e meschinità nulla si tace. Rovescia con decisione uno stereotipo e anticipa i tempi, mostrandoci che, più spesso di quanto appaia, la famiglia può rivelarsi un inferno, un piccolo universo concentrato, torvo e cupo.

Per certi versi, pur mostrando un saldo ancoraggio alla realtà, un’opera come Pel di Carota si rifà al mondo delle fiabe popolari che, come scrive Robert Darnton nel suo magistrale saggio compreso ne Il grande massacro dei gatti (Adelphi, 1988), «dipingevano un mondo di brutalità nuda e cruda». Certo il racconto fiabesco è ricco di fratelli che, una volta abbandonati dai genitori, affrontano prove rischiose, cementando così il loro rapporto d’affetto (basti pensare ad Hänsel e Gretel o a Pollicino). Prevalgono però, in una società che attraverso il frazionamento del patrimonio favoriva il figlio maggiore, emarginazione, rivalità, astio. Se nella celebre fiaba perraultiana de Il gatto con gli stivali il protagonista se la cava in virtù di un felino scaltro e razionale e degli altri due fratelli si tace, così non accade in molti altri racconti. Nel tema ricorrente dei tre fratelli che l’uno dopo l’altro si mettono in viaggio alla ricerca di qualche portentosa medicina capace di guarire il padre ammalato o errano per trovare un altro magico dono o una principessa da impalmare, non si risparmiano tradimenti e inganni, crudeltà ed efferatezze. E Caino irrompe sulla scena non poche volte. Spetta all’ultimogenito, buono e fedele o più spesso accorto e intelligente, il trionfo e sovente i fratelli maggiori perdono la stessa vita. Ma ciò accade giacché nella loro avidità si rivelano totalmente incapaci di pietà e, soprattutto, non sanno o non vogliono rispettare i tempi e i ritmi della natura che così si vendica.

Questo tema è stato magistralmente ripreso in una splendida fiaba d’autore che Einaudi Ragazzi ha riproposto pochi anni or sono. Parlo de Il Re del Fiume d’Oro di John Ruskin (1851). Qui i due fratelli maggiori (Schwartz e Hans) sono i prototipi di un capitalismo selvaggio e senza scrupoli che piega la natura (la Valle dell’Abbondanza) al loro volere, depredando e accumulando senza sosta. Un giorno alla casa dei Fratelli Neri, così venivano chiamati, si presenta Messer Vento di Sudovest. Maltrattato dai due si vendica portando nelle loro terre una spietata siccità. Sarà Glück, il minore, a superare le dure prove poste dal Re del Fiume d’Oro, non esitando a sacrificare le ultime gocce d’acqua della sua borraccia per dissetare un povero cagnetto. Gli altri due vengono invece mutati in due Rocce Nere «contro cui ogni giorno, al tramonto, le acque s’infrangono con lugubre suono».

Ecco, riprendendo alcune considerazioni che svolgevo all’inizio, la odierna letteratura per l’infanzia sembra riprendere i motivi tipici delle fiabe classiche, aggiornandoli e togliendo soprattutto ogni velame metaforico. La povertà materiale e spirituale, la durezza del vivere, l’angoscia della metropoli, l’endemica fragilità della famiglia che sovente diventa un incubo. Tutto viene detto e rappresentato senza infingimenti, talvolta con crudezza. E non sempre il finale è aperto alla speranza. Due fratelli (La Biblioteca, 2002, collana "Altrimondi") di Antonio Santa Ana racconta l’incontro a distanza di anni di Ezequiel con il fratello minore. Una presenza lontana giacché allora il piccolo aveva cinque anni e ora il grande ritorna per morire in casa sua di Aids e narrare la sua tragica diversità, come in una sorta di ammonimento. Accade così che l’altro si faccia uomo «specchiandosi – come ha scritto Anselmo Roveda – nel dramma del fratello e della famiglia».

Se irrompe la morte

Fratelli (Aer, 2002) è un libro al confine fra adolescenza ed età adulta, straziante e doloroso; capace altresì di grande coraggio nell’affrontare il delicato tema dell’omosessualità. Il fratello minore (il quattordicenne Mus) muore e il maggiore, Luuk, ne salva il diario. Dapprima non lo legge ma stabilisce una sorta di singolarissimo dialogo con lo scomparso scrivendo sulle pagine bianche che ha lasciato o fra le righe.

Avvincente e amaro è invece, recentissimo, Fratelli di sangue del francese Mikaël Ollivier (Mondadori, collana "Junior Giallo"). Il fratello maggiore di Martin, Brice, viene arrestato con l’accusa di aver commesso ben cinque efferati omicidi. Le prove sono schiaccianti, Brice poi non ha nessun alibi. Addirittura alcune telecamere hanno registrato la sua presenza sul luogo del delitto. I genitori stessi, davanti a una situazione del genere, non sanno cosa fare se non appellarsi a una presunta infermità del figlio. Martin non si arrende e riesce a scagionare il fratello. Ma la verità che ne vien fuori è analogamente penosa e cela un lontano, rimosso segreto di famiglia.

In alcune opere emerge poi il difficile rapporto con la diversità, il dover fare i conti, quotidianamente, con la presenza in casa di un fratello handicappato. Paula Fox ha saputo affrontare, con straordinaria bravura, l’argomento in un breve racconto pubblicato nella serie degli "Shorts" (Mondadori, 1998). Si tratta di Festa di compleanno, introdotto da una splendida, intensa copertina di Nicoletta Ceccoli. Coraggioso e duro e al tempo stesso delicato, il testo della Fox ci racconta di Paul che, a cinque anni, ha visto la sua vita mutare con l’arrivo di un fratellino Down che attira su di sé tutte le attenzioni. Paul cresce così fra gelosia, solitudine e rancore, in un rifiuto di quel fratello sgraziato e rumoroso che gli ha sottratto cure e affetti. Ma al tempo stesso inizia per lui durante la festa di compleanno un lento, faticoso processo di riconoscimento e accettazione.

«E poi, di botto, aveva sparato tutte le domande tenute segrete fino ad allora, vergognandosi del suono ragliante e misterioso della sua stessa voce. – Jacob impara di continuo – gli aveva risposto la psicologa. – Tua madre insegna pianoforte, perciò dovresti sapere qualcosa sul ritmo. Il ritmo di Jacob è diverso dal tuo, più lento. Ma è comunque un ritmo».

Ricordo poi Mia sorella è un mostro di Marta Heesen (Feltrinelli, 2002, collana "Sbuk"). Stella ogni giorno deve fare i conti con Nelly, imprevedibile, bizzosa, caparbia, astuta, talora crudele ma al tempo stesso tenera, fragile, indifesa, ingenua. E i genitori non sembrano accorgersi delle crescenti difficoltà di Stella, del suo diritto a essere amata e considerata. Travolti dall’imponderabile comportamento di Nelly sembrano scaricare tutto su Stella. In questo modo, pagina dopo pagina, in un crescendo appena accennato, di cui il lettore si rende poco conto, il romanzo conosce una drammatica accelerazione e un finale amarissimo e lancinante.

Ma, infine, vi è chi trova la forza di affrontare anche le difficoltà più forti o gli imprevisti della sorte proprio rafforzando il legame di fratellanza. Mi limito a elencarne in breve alcuni. Elinor, Matthew e Judy passano una vita tranquilla con il padre e, proprio perché gli vogliono bene, sopportano la presenza della giovanissima matrigna. Un giorno, però, il padre viene arrestato ed è duro scoprire che si tratta di un poco di buono, un truffatore. Ma è possibile non volergli più bene? È questa in breve la trama di un romanzo coinvolgente e dal taglio nervoso scritto daVivien Alcock, Una valigia alla Victoria Station, Mondadori, 1991, collana "Junior +10".

L’ombra di Danny di Phyllis Reynolds Naylor è invece un "Delfini" della Fabbri, edito nel 2000. Prevale un felice tono umoristico e il romanzo mi è parso leggero e brioso, elegante e fresco. Qui risalta l’affetto profondo che T.R., il fratello minore, nutre per Danny, la sua volontà di imitarlo e di seguirlo per ogni dove. Consapevole del fascino che esercita su di lui ma conscio, altresì, che con Danny è facile finire nei guai e che quindi è bene proteggerlo, stargli accanto.

Nella medesima serie, ma siamo nel 1994, ecco Voglio tornare a casa di Cynthia Voigt. Ordinaria storia di abbandono lungo le strade degli Stati Uniti, ma capace di citare, fin dalla seconda pagina, Hänsel e Gretel. I protagonisti sono Dicey, James, Sammy e Maybeth Tillerman. Un giorno la madre («Si mise la tracolla della borsa sulla spalla e si allontanò, ciabattando con i sandali che avevano i cinturini rotti, i gomiti ben visibili attraverso i buchi del maglione troppo grande, i jeans scoloriti e sformati») li abbandona all’ingresso di un ipermercato, nuovo bosco in cui perdersi. Restano così soli ma Dicey, la più grande (ha appena tredici anni) non demorde. E il loro viaggio inizia fra fame e insidie, rischi e avventure. Superando gli ostacoli rappresentati, come in una queste medievale, da assistenti sociali e individui più o meno caritatevoli, sceriffi e psicologi, finché non raggiungeranno la loro isola, il loro porto sicuro.

Ma quello che li salva più e più volte è proprio la loro volontà di restare sempre e comunque insieme, di essere fratelli nel senso più vero e alto del termine.

Walter Fochesato
   

NOTE

Le illustrazioni presenti in questo testo sono di: Lucia Salemi (da Pollicino, Rcs-Corriere della Sera); Jame’s Prunier (da Piccole donne, Piemme); Giulia Orecchia (da Hänsel e Gretel, Rcs-Corriere della Sera); Alenka Sottler (da Nicolò desidera un fratellino, Bohem); Desideria Guicciardini (da Una sorellina per Camilla, Piemme).

 








 

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