Famiglia Oggi.

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n. 6/7 GIUGNO-LUGLIO 2005

Sommario

EDITORIALE
Giovani trasgressivi e adulti distratti
la DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Lotta al fumo: un’emergenza mondiale
di STEFANO CENTANNI e ALESSANDRA PISTONE

apep00010.gif (1261 byte) Come uscire dalla dipendenza
di MICHELE G. SFORZA e SARA CRESPI

apep00010.gif (1261 byte) Tempi duri per i fumatori
di MAURO CROCE

apep00010.gif (1261 byte) Sigarette: l’esempio dei genitori
di PIERGIORGIO TAGLIANI

apep00010.gif (1261 byte) Il bisogno di sperimentare
di EMANUELA BITTANTI

apep00010.gif (1261 byte) Alla ricerca di un’adultità maldestra
di EMANUELA CONFALONIERI

apep00010.gif (1261 byte) Riti iniziatici e riti di legame
di MARIATERESA ZATTONI

DOSSIER
Leggi che mutano le abitudini
di EMANUELA ZUCCALÀ

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Il fascino di Humphrey Bogart
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Titoli da prima pagina
di ROSANNA BIFFI
Messaggi di fumo
A CURA DELL’OSSERVATORIO FUMO, ALCOL E DROGA
Le dimissioni da "figlio di papà"
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Con la "stizza" tra le dita
di PAOLA SPOTORNO

CONSULENZA GENITORIALE
Una realtà nascosta per anni
di ARISTIDE TRONCONI

POLITICHE FAMILIARI
Le domande che tutti ci poniamo
A CURA DELLA CONSULTA REGIONALE LOMBARDA DELLE ASSOCIAZIONI FAMILIARI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
In fuga dalla famiglia
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

LE ABITUDINI FAMILIARI

Sigarette: l’esempio dei genitori

di Piergiorgio Tagliani
(psicologo e psicoterapeuta, collaboratore Cospes - Centro di psicologia clinica ed educativa - Milano)

Dire che il tabagismo è causato dal gruppo, così come affermare che è responsabilità di padri e madri è riduttivo. Ma il "modello" offerto ai figli ha un valore ben più significativo di qualsiasi comunicazione razionale.
  

Il dibattito sorto intorno alla legge Sirchia sulle limitazioni al fumo nei luoghi pubblici riporta inevitabilmente l’attenzione su quel complesso ambito nel quale si attiva e si evolve ogni comportamento: la famiglia.

Il gruppo familiare è lo scenario in cui ciascuno di noi costruisce la propria identità. Si tratta di un ambito talmente specifico da poter essere considerato unico, come unico sarà il prodotto delle relazioni fra i suoi membri: l’individuo che, a partire dalle sue caratteristiche biologiche, imparerà a muoversi nel mondo. La famiglia rappresenta dunque l’istituzione educativa fondamentale nella quale si forgiano le idee e le convinzioni personali, che andranno a loro volta a influire sul comportamento quotidiano. I genitori – e gli adulti in generale – sono perciò chiamati ad assolvere i loro compiti formativi pensando all’educazione come l’insieme di quegli «sforzi tesi ad influire sui soggetti umani per modificare o arricchire le loro personalità in taluni o molti aspetti» (Brezinka, 2005).

Tali cambiamenti proposti hanno a che fare con un "ideale di personalità", che ciascuno ha inevitabilmente mediato dalla sua storia familiare ed educativa in senso lato. Ne consegue che, fatti salvi taluni "principi assoluti" che, in teoria, dovrebbero accomunare i modelli educativi familiari della cultura occidentale, esistono tutta una serie di atteggiamenti, regole, norme caratterizzati da una variabilità assoluta. Proprio questa molteplicità di stili educativi risulta particolarmente accentuata sul tema delle "dipendenze" dalle sostanze, che suscita non poche discussioni anche dal punto di vista scientifico e giuridico. In qualche modo, più la società non riesce a fare chiarezza sulle proprie "richieste", più la famiglia è costretta a risolvere complessi sistemi di "conflitti interni" che producono dissonanze, paradossi e aumentano il livello di incertezza.

L’ultimo rapporto dell’Istituto Iard (2002) rivela un aumento del tabagismo nei giovani nonostante le numerose campagne antifumo finalizzate a ridurre il consumo di sigarette proprio nella fase adolescenziale. I dati Istat (2002) indicano che i fumatori abituali sono il 21,4% della popolazione dai 14 ai 24 anni. Allarmante, in particolare, secondo la stessa fonte, il trend in crescita tra gli adolescenti. Se associamo questi dati a quello, altrettanto preoccupante, di una ridotta percezione generale del "rischio" fra i ragazzi, che non corrisponde indubbiamente all’ottimo livello di informazione a cui essi sono esposti, siamo chiamati a interrogarci sui compiti di prevenzione che famiglie ed educatori devono assolvere in questo ambito.

Vignetta.

L’informazione non basta

È ormai nota l’assoluta irrilevanza delle nostre conoscenze (sapere) quando esse non siano adeguatamente accompagnate da un approccio esperienziale (saper fare) indotto da una riflessione sugli atteggiamenti e le emozioni che tali informazioni attivano in noi (saper essere). Bombardare i ragazzi di dati precisi sui presunti danni derivanti dal fumo non li aiuta, di per sé, a ridurre il rischio di abusarne, poiché il tabagismo entra appunto nell’ambito delle addiction (dipendenze), e ha perciò implicazioni affettive talmente significative da rendere le evidenze scientifiche sull’argomento poco rilevanti nell’influenzare le scelte individuali.

A maggior ragione, la difficoltà di prevenire tali comportamenti a rischio aumenta in funzione della particolare fascia di età in cui essi fanno il loro esordio: l’adolescenza, fase della vita in cui il compito di sperimentare (e sperimentarsi) diviene centrale, e nella quale qualsiasi "legge" può essere trasgredita per attestarne la validità. Proprio in questo contesto, la famiglia diviene il contenitore/specchio nel quale il fenomeno si innesta e va a interagire. Winnicott (1971) ci ricorda che, nella prima infanzia, «il bambino è la madre», nel senso che ella contribuisce in modo determinante alla crescita fisica (attraverso l’accudimento primario) ma anche psicologica (attraverso il contenimento mentale – holding) del fanciullo. Con lo sviluppo, ancora per lungo tempo, il bambino (e poi l’adolescente) continuerà a essere la sua famiglia in termini non soltanto relazionali, ma anche valoriali, culturali.

Qualsiasi comportamento individuale subisce, all’interno del gruppo familiare, un processo di accomodamento che dipende in massima parte dall’atteggiamento che i genitori (e le figure educative significative) propongono come risposta.

Potrebbe essere utile il seguente esempio: immaginiamo un bambino che salta entusiasta da un divano all’altro per tutto il tempo in cui rimane in compagnia dei suoi genitori. Tale comportamento può suscitare reazioni molto diverse: da una risposta molto "tollerante" («Si scarica...»; «Quando cresce gli passa...»), a un atteggiamento ansioso o limitante («Potrebbe farsi male...»; «Deve imparare l’educazione!»); nel mezzo, tutta una serie di reazioni (verbali e non) che andranno a rinforzare, deviare, contenere l’eccitazione del bambino.

Lungi dall’interpretare il comportamento comunque inadeguato del fanciullo (se salta, vorrà forse comunicare qualcosa!), è nostro compito rilevare come esso sia comunque in qualche modo elaborato dall’ambiente familiare, che inevitabilmente gli restituisce un messaggio ben preciso.

Questo esempio è utile anche a ribadire la relativa "aspecificità" dell’atteggiamento educativo nei confronti del fumo rispetto ad altri comportamenti più o meno accettabili socialmente. In breve, è impossibile differenziare efficacemente quelli che possono essere i presupposti e/o le reazioni dell’ambiente familiare riguardo al tabagismo da quelli relativi ad altri fenomeni sui quali è lecito interrogarsi dal punto di vista educativo (dalla vita sessuale all’atteggiamento nei confronti dello studio).

A ragione, i genitori si "difendono" dalle scelte dei figli riguardo al fumo ribadendo l’importanza del gruppo dei pari nell’attivazione e nel successivo sostegno del fenomeno: indubbiamente i coetanei hanno un ruolo chiave nell’innestare il processo («Prova insieme a noi!»), ma le "cattive compagnie" non possono mai essere ritenute una causa, bensì un’ulteriore manifestazione di un disagio al quale i genitori sono comunque chiamati a rispondere. Dire che è colpa del gruppo, così come affermare che è responsabilità dei genitori, oltre a essere riduttivo, è altresì errato: esistono fattori facilitanti un fenomeno (e perciò atteggiamenti che possono prevenirlo o invece sostenerlo), ma la loro presenza non implica, automaticamente, che esso si espliciti. Il tempo passato a studiare, quello trascorso con gli amici, l’esperienza scolastica in generale rappresentano altrettanti elementi predittori che vanno a interagire con famiglia e gruppo sociale e influiscono sulla tendenza al fumo: nessuno di loro, tuttavia, è sufficiente a spiegare il perché quel ragazzo, e non un altro, ha cominciato a fumare, perché in ultima analisi la caratteristica determinante risiede ancora una volta nelle differenze individuali (capacità di regolazione degli impulsi, autostima...). Detto ciò, indubbiamente, gli adulti possono intervenire laddove viene offerta loro la possibilità.

Il consumo di tabacco in adolescenza deve essere considerato un segnale, che ha sicuramente origini precise, ma che viene "letto" dai genitori nei modi più differenti. Partendo dal presupposto che queste chiavi di lettura implicano sistemi di risposta che sono tali anche quando trasmessi in modo inconsapevole, è allora possibile affermare che non esiste un atteggiamento di neutralità di fronte al fumo. Essendo inoltre un comportamento "a rischio", attiva comunque una serie di (pre)giudizi significativi, di cui è necessario avere consapevolezza. Non soltanto perché altrimenti non saremmo in grado di comprendere le reazioni di chi abbiamo di fronte, ma perché verremmo meno al nostro compito educativo di fornire una indispensabile cornice valoriale di riferimento. Proprio in quanto cornice, è necessario rammentare che essa si situa in un quadro difficilmente prevedibile nel suo strutturarsi. Tuttavia, il fatto che esista la possibilità di stabilire un confine, un limite, permette ai ragazzi di percepirne i contorni e, perché no, di superarli, ben consci della loro esistenza.

A tal fine, è utile interrogarsi sulla nostra capacità di porre limiti e, in questo particolare contesto, sulle nostre posizioni riguardo all’argomento che, come accennato, suscita significative ambivalenze:

  • innanzitutto, rispetto ad altre sostanze, il fumo è legale, e rientra perciò in una "normalità giuridica" e, di conseguenza, sociale;

  • si tratta, inoltre, di una situazione problematica che, più di una volta, ha interessato la nostra vita quotidiana (direttamente o indirettamente: partner, amici, famiglia d’origine...);

  • l’atteggiamento nei confronti del fumo, peraltro, risente in modo molto accentuato delle informazioni con cui veniamo in contatto (mass media, medici...), e può essere perciò molto variabile, nel tempo, all’interno del sistema valoriale dello stesso individuo;

  • le figure educative che dovrebbero porsi in modo coerente nei confronti dell’argomento spesso partono da posizioni antitetiche (pensiamo, prima di tutto, all’interno di una coppia di genitori).

Tutti questi fattori, che interagiscono costantemente fra loro, influenzano in grande misura le risposte educative riguardo al fumo. Innanzitutto, è importante sottolineare come il tabagismo sia considerato il comportamento a rischio "meno grave"(1): proprio perché legale, esso è ben tollerato dalla società, e non produce danni immediati. Quest’ultimo fattore è di peculiare importanza: la nostra "parte adolescente" continua a vivere nel "qui e ora" e fatica a percepire il pericolo quando esso è lontano nel tempo. Poiché l’adolescenza dei figli rimette in gioco i conflitti irrisolti in quella fase della vita dai genitori, è frequente l’attivazione di un meccanismo di negazione del rischio: è il caso di quella mamma che passeggia con il proprio figlio adolescente fumando tranquillamente insieme a lui, o di quei genitori che dichiarano: «Finché è solo una sigaretta...». Tali atteggiamenti educativi riflettono da un lato una collusione rispetto alla presunta non pericolosità del fenomeno in sé, e dall’altro finiscono per fornire un’approvazione implicita del comportamento. È come se alcuni genitori scegliessero di contrattare su un "male minore" purché esso non presenti caratteristiche di devianza che potrebbero suscitare preoccupazione: se l’insorgenza, per esempio, fosse precoce, oppure se lo considerassero un "vizio" a cui il figlio non riesce a rinunciare, o ancora se nella propria esperienza personale si fossero confrontati con situazioni che hanno rimandato loro la nocività del fenomeno.

L’influsso della propria storia

A questo proposito, è considerevole l’influenza della storia individuale rispetto alle scelte educative: l’impatto che i danni del fumo potrebbero aver avuto sulla vita di una persona (morte o malattia di un parente, ma anche, per le donne, l’inizio di una nuova gravidanza) contribuisce in modo determinante ad alzare il livello di guardia sul comportamento dei figli. Al contrario, un percorso personale di fumatore più o meno abituale rende automaticamente più permissivi o addirittura accondiscendenti. In questo contesto, esistono genitori che, pur fumando, sembrano in grado di trasmettere comunque un messaggio importante rispetto al loro comportamento inadeguato. Come i genitori di Andrea, 17 anni, che racconta: «Io i miei compagni non li capisco. Tutta questa storia delle sigarette, il macello perché la scuola ha tolto gli spazi per fumare... E poi le menate che qualche genitore gli fa: se li beccano con un pacchetto di sigarette gli requisiscono il motorino... Ora: i miei fumano, mi hanno sempre detto di sapere benissimo che fa male, me lo hanno fatto capire talmente bene che a me non è mai venuta voglia neanche di provare...».

È tuttavia altrettanto vero che il "modello" offerto ai figli ha un valore ben più significativo di qualsiasi comunicazione razionale. I dati Istat (2002) rilevano come il fumo dei genitori e di altri componenti della famiglia (fratelli maggiori, per esempio[2]) possa condizionare significativamente il comportamento adolescenziale. I dati indicano che se tutti e due i genitori non fumano, solo il 15,5% consuma tabacco; se entrambi fanno uso di sigarette, la percentuale di fumatori tra i loro figli si alza notevolmente (35,4%); si abbassa, pur restando elevata, se a fumare è uno solo dei genitori (22,7 % se il fumatore è il padre; 28,5% se è la madre).

Il comportamento della madre sembrerebbe influire in misura maggiore sul comportamento dei ragazzi, in particolare nel caso di figlie femmine: in questo caso le adolescenti che fumano sono nettamente più numerose se a fumare è la madre rispetto al padre (da 13,8 %a 23,5%). Secondo altre ricerche (Bonino et al. 2003) uno dei fattori di protezione più importanti è proprio il «modello genitoriale di non implicazione nel fumo di sigarette»: l’identificazione con degli adulti in grado di assumere un modello di vita salutare ha perciò una rilevanza fondamentale nel comportamento dei ragazzi.

Abbiamo già accennato come, per l’adulto stesso, l’atteggiamento riguardo al fenomeno subisca frequenti modificazioni nel tempo e come tali cambiamenti siano spesso legati alle informazioni che riceviamo dai mezzi di comunicazione di massa. È forse utile qui ricordare il problema dell’Aids, che nella mente di molti di noi appare ridimensionato semplicemente perché meno "amplificato", ma che invece continua purtroppo a rappresentare un pericolo in costante crescita e non solo nei Paesi in via di sviluppo.

L’effetto della legge Sirchia ha in questo senso avuto il pregio di ricordarci (con decine di servizi televisivi e articoli giornalistici) come il fumo sia effettivamente nocivo, in un’epoca in cui sembravamo essercene dimenticati. L’espulsione delle sigarette dai locali pubblici ha riaperto la diatriba tra ricercatori "pro" e "contro" e, anche se il tema trattato non aveva nulla di nuovo né di originale, ha contribuito a mettere in discussione le posizioni che avevamo in proposito. Nell’esperienza di centinaia di colloqui all’anno con gli adolescenti(3), si è potuta constatare un’attenzione improvvisamente accresciuta dei genitori riguardo al fumo dei figli, come se soltanto un provvedimento così netto potesse favorire un esame di realtà. Al di là delle inevitabili considerazioni sociologiche, è interessante osservare come, ancora una volta, i limiti (in questo caso sanciti dalla legge) servano a rendere consapevoli anche gli adulti di ciò che li circonda (come il provvedimento delle targhe alterne per accorgersi dell’inquinamento...).

In riferimento al nucleo familiare, l’alleanza educativa fra i genitori non può essere considerata un punto di partenza scontato, bensì un faticoso processo di contrattazione fra sistemi valoriali a volte molto differenti. In qualche modo, quando parliamo di atteggiamento educativo, tendiamo a pensare ai genitori come a un’entità unica, situazione che è ben lungi dall’essere reale. Proprio sui comportamenti a rischio, tale identità educativa può essere ancora più relativa. Non stiamo qui riferendoci a manifeste conflittualità di coppia (separazioni…), anche perché non sembrerebbero affatto collegate alla tendenza dei figli al consumo di sigarette (Bonino e al., 2003), bensì alla fatica con cui una coppia "sufficientemente buona" cerca e trova un’alleanza interna in grado di fornire messaggi coerenti ai ragazzi. Come in tutte le questioni, anche quella relativa al fumo non dovrebbe essere sollevata solo di fronte alla constatazione del fenomeno: «Dal momento che nostro figlio fuma, allora cerchiamo di rimandargli un punto di vista condiviso».

Al contrario, dovrebbe essere un tema che rientra nel dibattito familiare sul significato formativo dei limiti e che può essere affrontato già a partire dal momento in cui i membri cominciano a concepirsi come futuri genitori e sviluppato in seguito di fronte al comportamento effettivo dei figli. Per non incorrere in spiacevoli "incidenti" che minano alla base la fiducia dei ragazzi nell’alleanza educativa dei genitori, come è accaduto a Claudia, 15 anni: «Dall’anno scorso i miei mi hanno scoperta a fumare... Ovviamente me lo hanno proibito, anche se... mio padre fumava tantissimo da giovane, ma si è imposto di smettere da qualche anno e ce l’ha fatta! Perciò è anche più severo... Invece mia madre... Anche lei fumava, ma aveva deciso di mollare... Aveva promesso che, per darmi il buon esempio, avrebbe smesso sul serio... L’altro giorno sono tornata a casa un po’ prima da scuola e l’ho vista affacciata al balcone... col fumo che le usciva dalla bocca! Appena mi ha vista entrare ha buttato la sigaretta e mi ha sorriso imbarazzata...».

Purtroppo, oggi, la coppia è lasciata sola a perseguire compiti così complessi e impegnativi. Nonostante siano bombardati da informazioni mediche e indicazioni psicopedagogiche, anche i genitori, come i figli, si ritrovano in difficoltà di fronte ai propri compiti educativi. Spesso madri e padri hanno la tendenza a delegare all’esterno (scuola, Tv, Internet) il compito di fornire le "risposte giuste", dimenticando che solo in seno alla famiglia essi stessi hanno costruito il loro sistema di valori.

A proposito della scuola, inoltre, diventa ancora più difficile per i genitori stabilire un’alleanza educativa con tale istituzione, perché essa è ben lungi dall’aver elaborato un’etica sufficientemente coerente sul tema del tabagismo. Vi sono istituti che impediscono tout court di fumare all’interno delle mura scolastiche, altri che, in spazi adeguati, lo permettono purché i fumatori abbiano almeno 16 anni; altre scuole hanno solo recentemente stabilito limiti riguardo alle aree per fumatori a cui possono accedere adulti e ragazzi. In questa confusione di regole, dettate da una presunta autonomia, si riflette ancora una volta il paradosso istituzionale che sta dietro al tabagismo: comportamento lecito ma criticabile, permesso entro certi spazi ma su cui è necessario agire a livello preventivo! Come possono fare i genitori, a fornire un messaggio "coerente" ai loro figli?

Ascolto e fermezza

Innanzitutto, essi devono rendersi consapevoli del proprio stile educativo: una recente ricerca (Bonino e al., 2003) sostiene che «uno stile educativo autorevole, caratterizzato da alto sostegno ed elevata supervisione, svolge un ruolo protettivo sia riguardo al coinvolgimento che allo smettere di fumare, vale a dire nel limitare il comportamento alla fase di sperimentazione». I genitori dunque devono sforzarsi di assicurare un atteggiamento empatico di ascolto (sostegno) ma anche una fermezza (supervisione) che fornisca limiti precisi. Come nel caso di Davide, 12 anni:«Non ce la facevo più a tenere il segreto, anche se sapevo bene che i miei l’avrebbero presa male, soprattutto mia madre... Durante l’ora di pranzo, ho confessato che da qualche tempo avevo provato a fumare con gli amici. Ero terrorizzato dalla loro reazione, e guardavo la mamma aspettandomi che mi fulminasse con lo sguardo... invece mi ha messo una mano sul braccio e tutta seria mi ha detto: "Cerca di non farlo più... Tu sai che né io né tuo padre fumiamo e che non vogliamo che tu ti faccia male". Giuro, quasi non ci credevo... però è stato un bel sollievo!».

Non altrettanto efficaci risultano atteggiamenti autoritari (basso sostegno, alta supervisione) o permissivi (scarso sostegno e bassa supervisione), che invece favoriscono il passaggio dalla sperimentazione al consumo abituale (Bonino e al., 2003).

È molto importante l’influenza del "modello" di comportamento genitoriale e gli «atteggiamenti di disapprovazione esplicita» (Bonino e al., 2003) e va ribadita la necessità da parte dei genitori di concepire un sistema valoriale con il quale il ragazzo deve confrontarsi, al di là delle influenze micro (gruppo) o macro (mass media) sociali.

In virtù dei processi di identificazione che gli adulti significativi attivano negli adolescenti, è possibile rimandare a quel "saper essere" a cui si faceva cenno, offrendo loro, in ultima analisi, la possibilità di scegliere cosa fare. Nella speranza che ciò che abbiamo seminato, in termini di informazioni e, soprattutto, di modelli di valori, possa essere raccolto e proposto, a sua volta, come sistema di riferimento per le generazioni future.

Piergiorgio Tagliani
   

    
BIBLIOGRAFIA

  • Bonino S., Cattelino E., Ciairano S., Adolescenti e rischio - Comportamenti, funzioni e fattori di protezione, Giunti, Firenze 2003.

  • Brezinka W., Scopi dell’educazione nelle famiglie e nelle scuole pubbliche in situazione di pluralismo, in "Pedagogia e Vita", n. 1, Brescia 2005.

  • Buzzi C., Cavalli A., De Lillo A. (a cura di), Quinto rapporto Iard sulla condizione giovanile in Italia, IlMulino, Bologna 2002.

  • Istat, Indagine Multiscopo sulle "Condizioni di salute e Ricorso ai servizi sanitari" 1999 - 2000, Roma 2002.

  • Winnicott, D. (1971), Gioco e realtà, Armando, Roma 1974.

   








 

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