Famiglia Oggi.

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n. 8/9 AGOSTO-SETTEMBRE 2005

Sommario

EDITORIALE
L’arte di vivere un tempo a misura d’uomo
la DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) I ritmi dell’anima e la capacità d’attesa
di CARMELO VIGNA

apep00010.gif (1261 byte) Nel presente, tra passato e futuro
di FRANCO BUZZI

apep00010.gif (1261 byte) I tempi della vita quotidiana
di MARIA CLELIA ROMANO e LINDA LAURA SABBADINI

apep00010.gif (1261 byte) L’arte di vivere le relazioni familiari
di LAURA FORMENTI

apep00010.gif (1261 byte) La lunghezza di una favola
di MARIATERESA ZATTONI

apep00010.gif (1261 byte) La conciliazione tra famiglia e lavoro
di FRANCESCO BELLETTI

DOSSIER
Le banche del tempo
di DANIELE MICHIENZI, SARA LATTUADA, ALFONSO MASTRANTONIO

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Una dimensione fisica e palpabile
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Il complesso della mummia
di SIMONE SAIBENE
Quando i ragazzi facevano la rivoluzione
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Dall’alimentazione all’accoglienza
SERENA GAIANI
Determinati a unire le forze
GIUSY BAIONI
Salvaguardiamo la domenica
A CURA DELLE ACLI

CONSULENZA GENITORIALE
Un orologio nella testa
di CARLOTTA BONAITI

POLITICHE FAMILIARI
Prima di tutto incentivare i servizi
di GIUNTA PROVINCIALE DI TRENTO

LA FAMIGLIA NEL MONDO
La salute degli europei
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

TRA "CHRONOS " E "KAIROS "

L’arte di vivere le relazioni familiari

di Laura Formenti
(docente di Psicopedagogia della famiglia, Università di Milano-Bicocca)

C’è bisogno di mediazione tra il desiderio di percorrere vie autonome di realizzazione di sé e la volontà di condividere spazi e tempi con quelli che si amano. La famiglia può puntare sull’arte di vivere il tempo dell’esperienza condivisa, della creatività, della progettualità riflessiva, della negoziazione.
  

Oggi grande enfasi viene posta sulla conquista di un tempo per sé(1), per prendersi cura della propria esistenza. Un tempo progettuale, intenzionale, costruttivo, visto anche come misura autoterapeutica, tentativo di restituire senso e significato a vite sempre più frenetiche e sature di azioni irriflesse. La cura di sé richiede un tempo e uno spazio propri, per poter essere progettisti e architetti del nostro passato, presente e futuro.

Si tratta di una via tracciata dai filosofi fin dall’antichità. E qui nasce il primo problema, per noi che ci occupiamo di relazioni familiari: «Nella tradizione della nostra cultura, il sapiente, il saggio – maschio adulto ben coltivato – persegue un progetto di sviluppo personale che va oltre la famiglia, o meglio non la contempla affatto»(2). Anche Geneviève Fraisse rileva che la storia della filosofia è una storia «di ostinato celibato, se non misoginia, o scelta consapevole di castità. Kant la teorizza e la evoca "come dato di partenza, la causa stessa della possibilità di pensare"»(3). Il tempo familiare, dunque, si pone in antitesi al tempo per sé?

La famiglia è uno dei più potenti sincronizzatori – organizzatori/disorganizzatori – del tempo personale(4); porta la nostra attenzione continuamente "fuori di sé" per attendere a compiti e problemi inevitabilmente altri e di altri; ostacola la ricerca di solitudine, privatezza, segreto, necessari per dedicarci alla nostra interiorità. Il tempo familiare è scandito da routine, abitudini, necessità impellenti e improrogabili: i componenti della famiglia agiscono secondo copione, battute e azioni si ripropongono con puntualità sconcertante, quotidianamente. Per anni. Per intere generazioni.

Il problema sembra riguardare più la donna, costretta a un «tempo unico, indistinto, quello del lavoro riproduttivo, del lavoro di cura, un segmento ininterrotto segnato dall’adempiere a funzioni tese al benessere altrui»(5). Ma anche l’uomo vive contraddizioni profonde oggi, con il passaggio dalla tripartizione rigida (in tempi "di lavoro, di ricostituzione, di loisir") a una segmentazione sempre più flessibile/caotica – soprattutto per quanto riguarda il lavoro. E che dire dei piccoli, adolescenti, anziani, del loro utilizzo del tempo in famiglia? I bambini segnalano tutta la loro (in)sofferenza quando, costretti dai rituali familiari (cibo, igiene, sonno, compiti), sono obbligati ad abbandonare le loro pratiche personali e creative di cura e conoscenza di sé, le loro esplorazioni e fantasticherie, i loro giochi.

Il vivere in famiglia può dunque seriamente ostacolare lo sviluppo di un senso positivo del per sé e il vissuto di benessere che nasce dall’equilibrio – tra natura e cultura, soggetto e sistema, corpo e mente e che viene gravemente pregiudicato ogni volta che i riti forzati di inculturazione comportano una rinuncia a una parte di sé, a un bisogno, a un desiderio.

La famiglia veicola messaggi culturalmente condizionati e condizionanti: il tempo non ti appartiene, è fissato, scandito da regole e misure. Non c’è posto per il tempo soggettivo, vissuto, la cui durata non ha confini precisi e oggettivabili.

Il tempo familiare irrompe nelle nostre personali protezioni, nelle nostre stanze più private, più intime. Questo vale per la famiglia d’origine, ma si rivela tragicamente vero anche nella famiglia voluta e costruita; lì, nemmeno la condizione adulta ci garantisce: il partner pone dei vincoli, vive una temporalità diversa dalla nostra, con la quale dobbiamo fare i conti. Subentra allora un senso di soffocamento. Si arriva a sognare il tempo per sé come una fuga, specie oggi che l’autorealizzazione è diventata un diritto e l’individualità un valore.

Il rimedio può essere drastico: la rinuncia alla famiglia tout court. Aumentano oggi gli uomini e le donne "in fuga" dalla routine, dalle richieste di cure, dalle responsabilità. Hanno progetti, relazioni da coltivare, passioni da seguire. Hanno deciso di vivere fino in fondo la loro incompiutezza costitutiva, la loro immaturità generativa e irrequieta. A volte vivono in famiglia, dove compagne, figli e nipoti sono pronti a riaccogliere il fuggiasco ogni volta che avrà bisogno di un porto sicuro. Altre volte, rinunciano del tutto ai legami e ai vincoli che questi comportano.

Un altro rimedio consiste nell’irrigidire il chronos – cioè il tempo esteriore oggettivato dall’orologio – a scapito del kairos – la scelta del momento opportuno(6): le giornate, le settimane, i mesi, gli anni sono suddivisi in blocchi ben calibrati ed equamente distribuiti all’interno della famiglia. L’obiettivo: garantire a ciascuno, nella famiglia, la sua razione di tempo per sé e di tempo relazionale.

Questo rimedio presenta grandi limiti: tratta il tempo come risorsa finita, misurabile, confrontabile. La domanda è «per quanto tempo?» e non «in quale momento?», «in rapporto a chi, a che cosa?». Si interpretano il tempo per sé e il tempo delle relazioni come forme del tempo sociale, categorizzabili in base alle attività che le caratterizzano. Si dimentica che i vissuti rendono la risorsa tempo incommensurabile: l’equa distribuzione è una chimera se si confrontano tra loro i modi diversi di abitare il tempo secondo l’appartenenza di genere, l’età e le disposizioni/vicende personali.

Ascoltiamo le storie che le persone raccontano sul loro modo di usare il tempo: il chronos lascia tutti insoddisfatti, perché dà priorità alla sopravvivenza, rispetto al benessere e alla ricerca di senso. Il tempo per sé e il tempo per le relazioni non sono categorie, ma direzioni, orientamenti, modi di dare senso al nostro essere-nel-mondo e al nostro essere-in-relazione. Il kairos invece appartiene al campo della métis greca – dell’intelligenza contingente, astuta, che permette all’azione umana di esercitarsi in circostanze dove la variabilità è la regola.

Non ci sono infatti regole assolute, valide per sempre. Il modo attuale di intendere il tempo per la famiglia come tempo separato, privato, degli affetti, è un’invenzione culturale recente che solo nel XX secolo diventò un diritto-dovere sancito per tutte le famiglie.

Se l’industria del divertimento oggi prospera, è anche per il diffondersi di una domanda di occasioni per stare insieme in famiglia, che solo oggi si pone come domanda di massa. La famiglia come piccola cellula plurigenerazionale è l’utente ideale del turismo di massa, dei mass media, della società dei consumi.

La famiglia è un dispositivo raffinato ed efficace per sincronizzare il tempo collettivo. Come ottenere che un intero Paese si conformi a una regola? La risposta è: televisione più famiglia.

Chi non ricorda, negli anni ’60 e ’70, «tutti a letto dopo Carosello?». Un rito collettivo consumato nel privato, in grado di sincronizzare trasversalmente i comportamenti di migliaia di persone. Si trattava di un’anticipazione degli odierni palinsesti televisivi, costruiti ad hoc per una fruizione plurigenerazionale del tempo quotidiano nel luogo più intimo e inarrivabile – la casa.

Una dimensione particolarmente cruciale è la scansione tra tempo diurno e notturno. I ritmi circadiani vengono più o meno assecondati dalla famiglia, come la vita e la morte, in una dialettica costante. La notte però è poco tematizzata come tempo educativo, considerata come tempo residuale, non a caso assente dalle teorie educative dominanti (a parte la bellissima trattazione che ne fa Gaston Pineau in molti suoi lavori).

Nella teorizzazione della vita familiare è semplicemente dimenticata. Come se non esistesse. Eppure è un tempo vissuto in famiglia, che marca la transizione tra dentro e fuori, tra famiglia e lavoro, tra famiglia e mondo sociale. Che cosa succede tra le 17.00 e le 8.00? Dalle 17.00 alle 19.00 c’è il rientro a casa. Un tempo di viaggio per chi lavora lontano da casa (un numero di persone sempre più alto), adatto alla meditazione solitaria, nel migliore dei casi. Un tempo di compiti residuali ma fondamentali. Chi se ne occupa? Per quanto tempo? Con quale attenzione per le relazioni familiari? Dalle 19.00 alle 21.00, a parte la cena e il consumo culturale dei media, quali alternative ci sono per vivere un tempo di relazione? Quanto possono essere condivisi gli interessi personali? Dalle 21.00 alle 23.00, forse sarebbe il tempo per la coppia, che però non si incontra più come tale, condizionata dal consumo televisivo (tutta la famiglia indivisa, oppure ciascuno in una stanza diversa a fruire di un programma diverso).

Tutti questi intervalli, e quelli che seguono fino al mattino successivo, meriterebbero un’attenzione specifica per capire come le persone vivono insieme una durata che è lunga, ma scarsamente visibile, e quasi mai pensata come tempo educativo.

L’affermarsi della società dei consumi trasforma quindi l’orizzonte temporale, la scansione della quotidianità, del tempo libero e non, definisce quali azioni, comportamenti, vissuti debbano e possano caratterizzare il tempo familiare e il tempo per sé. La mutazione antropologica di massa cui si è accennato ha investito le famiglie e il loro modo di vivere il tempo. La trasformazione dei rapporti familiari verso l’orizzontalità e la rivendicazione del diritto di ogni persona a realizzarsi comportano una maggiore necessità di negoziazione. Anche le nuove forme del far famiglia propongono modi di vivere il tempo più frammentari e flessibili (si pensi alla complessità di organizzare i tempi in una famiglia separata con affidamento congiunto dei figli).

Vignetta.

C’è bisogno di mediazione tra il desiderio di percorrere vie autonome di realizzazione di sé e il desiderio, altrettanto forte, di condividere spazi e tempi con quelli che ami. Una mediazione che si fa sempre più locale, provvisoria. Richiede la disponibilità a (ri)negoziare, e quindi una cultura del conflitto che in larga parte invece manca. Richiede la capacità di sviluppare senso, di costruire storie plausibili, al fine di poter condividere, se non i tempi, almeno il senso del progetto.

Dall’immagine organizzativa della pianificazione dovremmo passare a quella orchestrale dell’improvvisazione. La musica è un’eccellente metafora per una temporalità complessa, dove individuale e collettivo, regola e creatività, non si contrappongono, ma come nella musica jazz servono per meglio improvvisare. Un duetto, una coppia senza figli, appare relativamente armonioso quando gli adulti sanno suonare da soli, quando non c’è troppa asimmetria, quando la gestione della quotidianità, il carico di lavoro domestico e di responsabilità, sono equilibrati.

L’arrivo del terzo nella relazione porta nuove segmentazioni tempo-rali, nuove note, nuovi ritmi con cui bisogna fare i conti. Saper suonare è necessario, ma non basta: bisogna riuscire a trasformare le dissonanze, gli errori, di volta in volta in possibilità. Aumenta la necessaria consapevolezza di un gioco a tre nel quale le relazioni vengono continuamente negoziate e riconfermate. Dal punto di vista degli adulti, questo significa vivere il patto di coppia e genitoriale come compiti creativi e impegnativi, come un’opera da realizzare(7).

Se è così, il tempo familiare diventa un tempo di crescita affettiva e relazionale, di autorealizzazione. Altrimenti, dove non c’è consapevolezza, non c’è scelta. Il tempo delle relazioni è sacrificio assoluto e il progetto finisce per centrarsi sull’altro, sul partner, sui figli, sui propri genitori.

Dal tempo privato al tempo sociale

La casa è per molti ancora il luogo del privato, contrapposto alla vita pubblica, extra familliare, ma la famiglia è agente attivo di socializzazione, di costituzione della rete relazionale, di mediazione effettiva tra privato e pubblico. Ci sono famiglie che giocano un ruolo oppositivo, iperprotettivo, trasmettendo il pregiudizio negativo sul mondo esterno; la loro vita sociale è ridotta a zero, anche quando i singoli vivono tempi relazionali extrafamiliari.

Il tempo domestico appare qui come una gabbia dorata: difficilmente sprona al nuovo, al cambiamento, alla scoperta di sé. Fenomeni recenti e dibattuti, come quello della lunga adolescenza dei giovani adulti, sembrano confermare una tendenza di molte famiglie all’autoconferma, alla chiusura su sé stesse.

Il bisogno di gesti d’amore

Se poi l’abuso di potere, la mistificazione, il disconoscimento del Sé sono sistematici, come avviene in alcuni casi, si annulla la possibilità stessa di pensare un "per sé", e tutto il tempo è pensato da altri, colmato delle aspettative, delle richieste di quelli che in famiglia hanno più potere. Nel tempo/spazio domestico di queste famiglie risulta difficilissimo entrare, fare breccia, portare una progettualità educante.

Il privato, lo spazio domestico, dunque, non garantiscono affatto un’apertura evolutiva, se non a certe condizioni, che devono essere ricreate e riverificate di volta in volta. Se riduciamo il tempo delle relazioni alle strette relazioni della famiglia nucleare, se identifichiamo la casa con il privato, allora non possiamo che gridare al pericolo. Il tempo che si gioca "tra il dentro e il fuori" diventa quello più interessante, sul piano educativo.

Da quanto si è detto, il tempo delle relazioni familiari appare sempre più contrassegnato dalla variabilità, dalla frammentarietà, dalla necessità di mediare e coordinare. C’è un tempo "al maschile" e "al femminile" che richiede sofisticate sincronizzazioni. Ci sono tempi diversi per età diverse. Le brusche accelerazioni del ritmo di vita si scontrano con il bisogno di fermarsi, quasi di annullare il tempo per ritrovare sé stessi(8).

La capacità di sincronizzare le relazioni familiari è un’arte di vivere che non può prescindere dal "fare anima": se arte è «tutto ciò che ci invita alla contemplazione» e «intensifica la nostra presenza del mondo»(9), allora non può fiorire in un mondo ad alta velocità, perché la vita interiore ha bisogno di tempo.

Nel tempo delle relazioni familiari, "fare anima" significa prendersi cura dei dettagli, anche nelle attività ordinarie, ripetute, portandole avanti con consapevolezza e attenzione. L’arte del vivere in famiglia è un’aspirazione ideale per molti di noi, che vagheggiano momenti incantati di condivisione, magari silenziosi, comunque armoniosi. Piccole cose, gesti particolari fatti con cura. Gesti d’amore. Abbiamo bisogno di gesti d’amore, ma questi gesti sono repressi e soppiantati da abitudini che sostituiscono la cura – cioè il processo – con il "rimedio", il prodotto, l’oggetto. Da possedere, da acquistare.

Nel tempo familiare prevalgono gesti e comportamenti profondamente anti ecologici e anti estetici; le operazioni che richiedono cura, apprendimento, impegno e passione sono bandite. Il raccoglimento, la concentrazione, la creatività sono attivamente impediti, per tutti, a tutte le età, in una quotidianità abitata da un costante "rumore di fondo", fatta di distrazioni e divagazioni, ma soprattutto appiattita su una desolante massificazione del gusto (nel cibo, nel vestire, nell’arredare la casa, tutti vogliono avere le stesse cose).

Impazienza o attesa

Tutto ciò che nutre la nostra anima e il nostro tempo interiore appare bandito dalla vita familiare. L’attesa – tendere a – è un vissuto temporale che dice molto del nostro rapporto con il tempo(10); è l’intervallo cosciente tra il bisogno e la sua soddisfazione, è il germe dell’idea di futuro. L’impazienza prevale. Eppure mettersi in coda, aspettare il proprio turno, vivere il "contrattempo" non come tempo morto o perso o sprecato, ma come momento positivo di emergenza di un intervallo è una situazione che può generare una temporalità immaginaria, fatta di sogni, di gioco, di libere associazioni(11).

L’arte di vivere è arte della pausa: la famiglia gode un vantaggio su altri luoghi, ma solo se i compiti domestici, l’organizzazione quotidiana non diventano ulteriori spinte all’iperattività. L’arte di vivere è arte del prender tempo: pochi minuti ogni giorno di riflessione quieta, di non-far-nulla. In fondo, la ricetta è semplice: la cura del tempo familiare si sposa con la creatività. Rifugge la routine disattenta e scontata. Riesce a rendere i compiti quotidiani (lavare i piatti, stendere il bucato, riassettare i letti, cucinare, accompagnare i figli) attività piacevoli, momenti da coltivare, da eseguire con cura.

Alcune routine, se assumono un carattere di vero e proprio rituale, generano uno stato di rêverie, di meditazione, di concentrazione assoluta. Generano il piacere di fare insieme. Le attività creative come il bricolage, il ricamo, il lavoro a maglia, il patchwork hanno la stessa qualità(12). Non a caso molte persone di tutte le età, donne e uomini, riscoprono il piacere di costruire, di decorare, e la loro vita domestica diventa un atelier di passioni condivise.

C’è poi il tempo del gioco, della lettura, del fare esperienza insieme, tra le mura domestiche o all’esterno, con le passeggiate, le vacanze, le attività sportive e culturali. Un tempo che si nutre del contatto con la natura, con l’arte e con la comunità umana. Anche i tragitti, brevi o lunghi, in auto creano momenti di isolamento, prossimità fisica, comunicazione, aprono possibilità educative specifiche sviluppate dal viaggio.

La vita familiare non è dunque necessariamente un ostacolo, può diventare stimolo e occasione per una temporalità diversa. I figli rappresentano un’apertura sul mondo per i genitori: favoriscono l’incontro con altre famiglie, motivano un rinnovato impegno politico e sociale. Forse, a queste condizioni e accettandone le contraddizioni e i limiti, il tempo delle relazioni familiari può diventare "tempo per sé".

Laura Formenti
   

LO SPAZIO PER RITROVARE IL SENSO DI SÉ

Ci lamentiamo quasi sempre per non avere adeguato tempo da occupare per le proprie fantasie, per il proprio piacere, ma davvero si sa sempre occupare il tempo perché sia o divenga un tempo per sé? La sociologa Marina Piazza ne ha fatto un interessante studio (Un po’ di tempo per me. Ritrovare sé stessi, vivere meglio, Mondadori 2005, pp. 135, € 15,50); ha indagato, ricercato e interrogato su come si possa definire il tempo per sé e se valga la pena riconoscerlo e inserirlo nel menu della nostra giornata.

La copertina del libro.Fra tante incombenze, di lavoro, di cura, pubbliche e private, il tempo per sé è «in un certo senso un tempo invisibile», eppure presente e necessario, frequentato più dal mondo femminile che da quello maschile, perché le donne hanno sempre dovuto cercare uno spazio temporale dove sentirsi in pienezza, senza condizionamenti. Ben altra cosa dal semplice tempo libero da destinare al divertimento o a ciò che è altro da sé.

Tante esperienze generano anche tante definizioni del tempo per sé: «La grande maggioranza delle risposte poggia su due pilastri: da una lato la concezione del tempo liberato dal tempo obbligato del lavoro e dalle pastoie della routine quotidiana, dall’altro quella del piacere», per cui si va dal senso del riposo, del non dover pensare a nulla, del dedicarsi a un’attività piacevole, dell’incontrare persone amiche, dell’andare al cinema o a teatro, fino al "tempo della solitudine" che può essere ricco di suggestioni quanto buio e deprimente. Ma anche il lavoro si può scoprire – o si può saper tradurre – in tempo per sé. Quanto più si procede nella riflessione sul tempo e su ciò che si può trarre da esso, tanto più ci si avventura nel proprio spazio interiore e si può scorgere «sotto l’ombrello del tempo dell’esperienza tempi diversi, ma in certo senso riconducibili alla presenza di sé». Sembra, infatti che ciò che si percepisce nella leggerezza del tempo per sé sia proprio la sensazione di sentirsi vitali, di essere dentro le cose, di vedere ciò che ci circonda con occhiali diversi, certamente più positivi. «Ma si può provare questa sensazione di pienezza di sé – dice Marina Piazza, vagliando varie esperienze di vita – anche all’interno di gesti quotidiani, che assumono allora un significato più pieno, si amplificano e diventano leggibili». E si può parlare di un tempo per sé anche per la famiglia che necessita di punti di unità e di incontro profondo.

Il tempo per sé varia dunque da persona a persona, muta col passare degli anni, acquista dimensione diversa a seconda del modello sociale e lavorativo entro cui si è immersi, e proprio questo nostro tempo storico, così centrato nel lavoro, nelle relazioni brevi, nel successo, pone in rilievo il tempo per sé come spazio necessario per ritrovare il senso di sé, del proprio rapporto col mondo che ci circonda, del sentirsi viventi nella storia. Così il tempo per sé diventa riflessione, immersione nel proprio vissuto per rintracciare frammenti e ricomporre segmenti di vita.

Rosangela Vegetti








 

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