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n. 12 DICEMBRE 2005

Sommario

EDITORIALE
La profondità della sollecitudine vissuta
la DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) L’amicizia che sa accogliere
di CARMELO VIGNA

apep00010.gif (1261 byte) Il fuoco della divina tenerezza
di FRANCESCA DOSSI

apep00010.gif (1261 byte) Uno scambio continuo e circolare
di MARIATERESA ZATTONI E GILBERTO GILLINI

apep00010.gif (1261 byte) Un sentimento da apprendere
di LUCIA PELAMATTI

apep00010.gif (1261 byte) Carezze della mente
di LAURA FORMENTI

apep00010.gif (1261 byte) Per descrivere la natura e l’umanità
di ARISTIDE TRONCONI

DOSSIER
Quello sguardo per sentirci più umani
di ALFREDO TRADIGO

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Come il movimento delle onde
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Ciò che nasce dall’occhio del pubblico
di SARA LATTUADA
Quanto male può fare la scuola
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Trovare ragioni di rinnovamento
di ROSANGELA VEGETTI
Una sorgente di responsabilità
di ROSANGELA VEGETTI

CONSULENZA GENITORIALE
Troppo grande per una carezza?
di ROSSELLA PROCACCIA

POLITICHE FAMILIARI
A proposito di "RU486"
COMITATO SCIENZA E VITA (a cura del)

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Come cambia l’Europa
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

 DOSSIER - LA TENEREZZA E LE SUE IMMAGINI

QUELLO SGUARDO 
PER SENTIRCI PIÙ UMANI

Ci crediamo grandi e autosufficienti ma abbiamo tutti un bisogno profondo di sentirci amati e voluti. Nelle culture primitive questo si esprime con il culto della dea madre; nella Bibbia, con la fede in un Dio che è padre e fa un patto di alleanza con noi. Viaggio nell'arte: dalle Madonne di Masaccio ai contadini di Van Gogh, dalle vetrate di Chartres ai capolavori di Michelangelo e Leonardo; dalla poesia amorosa del Cantico dei Cantici ai Fioretti di san Francesco. Con un tuffo nel mondo delle antiche icone russe e della teologia del colore. Quando l'immagine di Dio scompare dall'orizzonte terreno Millet si rifugia nell'intimismo mentre Van Gogh interpreta la disperazione.
    

L’ARTE RACCONTA
UNA MEDICINA PER IL NOSTRO CUORE
  
di Alfredo Tradigo
(giornalista)

Nel parlare comune ci imbattiamo in frasi fatte del tipo: «Tra quei due c’è del tenero»; oppure: «Quel tale non ha certo un cuore tenero» o «mi fanno tanta tenerezza i bambini»... o ancora «quel tramonto sul mare mi intenerisce il cuore». Parlare seriamente di tenerezza però non è cosa facile. La tenerezza è qualcosa di prezioso, come una stoffa o una perla rara. Qualcosa che manca nella vita di tutti i giorni. E qualcosa di cui c’è bisogno. C’è bisogno di tenerezza a scuola, in famiglia, al lavoro. C’è bisogno di tenerezza verso noi stessi e verso gli altri. Quando si parla di tenerezza tutti sappiamo di che cosa stiamo parlando ma poi non sappiamo definirla, la sua essenza ci sfugge.

Più che attraverso le parole è possibile dire cosa sia la tenerezza attraverso le immagini. La tenerezza infatti è uno sguardo, guardare a qualcosa o a qualcuno. È nello sguardo che la tenerezza si rivela.

La tenerezza è un atteggiamento affettuoso e partecipe verso chi è debole e delicato, indifeso e bisognoso. Senza tenerezza ci sentiremmo soli e abbandonati nella vita. La madre che abbraccia il proprio bambino, lo coccola, lo riempie di baci e infine lo addormenta al seno è l’immagine stessa della tenerezza. Per questo l’icona della Madonna della tenerezza (Masaccio, Madonna con bambino, Firenze, Uffizi, fig. 1) è, tra le immagini sacre, la più amata e diffusa in Oriente come in Occidente. Di fronte alle ieratiche Madonne bizantine o alle dolcissime Madonne fiorentine, romane e senesi (immagini in cui Giotto, Duccio, Botticelli e Raffaello trasfondono la dolcezza delle donne italiane) viene da chiedersi cosa ci sia di più desiderabile che ritrovarsi tra quelle braccia e sotto la presenza amorosa di quegli sguardi? Quel Bambino, come tutti i bambini del mondo, sente di non essere solo, sente che la presenza fisica della madre colma quel senso angoscioso di vuoto, quello strappo che, al momento della nascita, lo ha ferito. E quel Gesù, unico tra tutti i bambini, presentendo la sua dolorosissima Passione, ecco che si rifugia tra le braccia della Madre, cercando in Lei conforto.

Fig.1.
Fig.1
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Se fin dalla nascita il contatto con il corpo materno, il calore di un seno, la luce di uno sguardo, la carezza di una mano ci hanno fatto sentire "sulla pelle" cosa sia la tenerezza, per raggiungere la fonte della tenerezza occorre risalire più su, al tempo della gravidanza e del concepimento; e ancora più indietro nel tempo, verso quel Mistero che sta all’origine della nostra stessa vita.

Ha scritto Giovanni Paolo II nel suo Trittico romano: «Seno di bosco discende / al ritmo di montuose fiumare... / Se vuoi trovare la sorgente, / devi proseguire in su, controcorrente».

La tenerezza, come abbiamo visto, sta all’origine. È un sentimento impalpabile che può all’improvviso trapelare da un volto, fissarsi in uno sguardo o in una carezza, comunicarsi in una stretta di mano. Ancora è uno stato interiore, una condizione del cuore, simile alla dolcezza e alla compassione, ma che viene prima dell’una e non necessariamente si trasforma nell’altra. La tenerezza è uno sguardo che si ferma sulla soglia e può svanire poi subito dopo, nell’attimo breve di un battere di ciglia.

La tenerezza è la soglia dell’amore e forse rappresenta la sua espressione più pura. Senza l’humus della tenerezza non c’è vita affettiva. E si può provare tenerezza per la propria ragazza, per la moglie o il marito; per un amico che si è fatto vivo dopo tanti anni. Si può provare tenerezza per tutto ciò che è vivo e gratuito, per tutto ciò che appartiene al nostro passato, per tutto ciò che ci commuove nel breve istante del nostro presente.

Se la tenerezza fosse un colore assomiglierebbe al verde delicato dei fili d’erba che spuntano in primavera; se fosse una luce assomiglierebbe a quell’ultimo raggio dorato di sole al tramonto che, se non ritornasse il mattino, lascerebbe il mondo freddo e buio come una terra di ghiaccio, come la nostra ultima Thule.

Anche la vita degli animali ci offre immagini di tenerezza. Non si può rimanere indifferenti di fronte alla tenerezza con cui gli animali, anche i più feroci, accudiscono i loro piccoli. I cuccioli del leone appena nati, per esempio, sembrano senza vita, ma poi dopo tre giorni vengono rianimati dal fiato della leonessa. Questa immagine tenerissima si traduce nell’arte nel simbolo della resurrezione di Cristo. Dai bestiari medioevali – le cui immagini popolano le vetrate, i capitelli e i portali delle immense cattedrali – possiamo attingere altre immagini e metafore riferite alla tenerezza di Cristo. Così il pellicano amoroso che, ferendosi il petto, nutre i piccoli con il suo stesso sangue. O il mitico liocorno che, secondo la leggenda, non si lascia avvicinare da nessuno, ma che diventa docile e mansueto dinanzi a una donna vergine. Nel momento però in cui abbandona confidente il muso sul petto della donna, gli uomini lo catturano. Tutto ciò diventa metafora di Cristo che si incarna nel seno della Vergine e muore in croce per noi. Altri esempi di tenerezza sono le coppie di tortore che dopo la morte del compagno non si riaccoppiano più con altri; e le cicogne che con la stessa cura accudiscono i loro piccoli e i vecchi genitori. La tenerezza per gli animali si trova nei Fioretti di san Francesco che ammansisce il lupo di Gubbio e parla e benedice gli uccelli; la scena è descritta da Giotto nell’affresco La predica agli uccelli (1290 circa) nella basilica superiore di Assisi.

Nei testi della Bibbia la parola tenerezza compare solo tredici volte nell’Antico Testamento, soprattutto nei Salmi dove l’anima assetata di Dio è paragonata a una tenera cerva che si disseta al fiume: «Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio». (Salmo 42,2-3). Il Salmo 48 attraverso il linguaggio tenero dei baci profetizza per l’umanità un futuro di pace e concordia: «Misericordia e verità s’incontreranno, / giustizia e pace si baceranno. / La verità germoglierà dalla terra / e la giustizia si affaccerà dal cielo». (salmo 85,11-12). Sullo stesso tema il profeta Isaia dipinge un tenero quadretto idilliaco dove gli animali vivono in pace e un tenero neonato – che immaginiamo zampettare tra l’erba – rappresenta l’Emanuele, il Dio-con-noi: «La mucca pascolerà con l’orso / i loro cuccioli si sdraieranno insieme, / il leone mangerà paglia come il bue. / Il lattante si divertirà sulla buca dell’aspide / e il bambino porrà la mano nel covo della vipera» (Isaia 11,7-8).

La Bibbia ci parla di tenerezza anche attraverso immagini vegetali tratte dal mondo della flora mediterranea. Come i germogli dell’ulivo sono i figli seduti a tavola, ed è facile immaginare lo sguardo tenero di papà e mamma che li osservano orgogliosi: «I tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa» (salmo 127). Nel Vangelo, per spiegare la venuta del Regno, Gesù porta ai discepoli l’esempio del ramo del fico: «Quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina» (Mc 13,28).

Fig. 2.
Fig. 2
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Anche là dove non ricorre esplicitamente, il termine tenerezza segna i passaggi fondamentali del testo biblico e del rapporto tra Dio e il suo popolo. Fin dall’inizio, nel libro della Genesi, Dio plasma l’uomo con le sue stesse mani. A questo proposito il profeta Geremia ricorre a una splendida immagine plastica – «Come l’argilla è nelle mani del vasaio, così siete voi nelle mie mani» (Geremia 18,6) – che lo scultore del portale nord della cattedrale francese di Chartres (fig. 2), tradurrà con grande pathos nella pietra. In un’altra scultura medioevale, la formella ottagonale di Donatello con la Creazione di Eva (Firenze, Museo dell’Opera del Duomo, fig. 3) la prima donna esce come un fiore dal corpo di Adamo assopito e, con immensa tenerezza e filiale abbandono, si getta tra le braccia amorose del Padre che l’accoglie. La stessa tenerezza del padre che accoglie il figlio perduto descritta nella famosa parabola evangelica del figliol prodigo, soggetto di un capolavoro di Rembrandt (S. Pietroburgo, Ermitage, 1666-1669). Questo abbraccio segna il compimento di quel difficile, drammatico percorso dell’uomo verso Dio che si realizza in Gesù. E che nell’Esodo ha avuto tappe e oasi di tenerezza di un Dio che soccorre il suo popolo: per esempio nel deserto nutrendolo di quaglie e di manna, o facendo scaturire per lui acqua dalla roccia.

Fatti che segnano le tappe verso la Terra promessa, il ritorno a quel Dio che nel Giardino dell’Eden scendeva a parlare con l’uomo nel segno della tenerezza: quel vento leggero che, sfiorando i capelli di Adamo ed Eva, preannunciava la Sua presenza; lo stesso vento leggero in cui Dio si rivela al profeta Elia sull’Oreb dopo i segni tremendi del terremoto e del fuoco: «Dopo il fuoco ci fu il mormorio di una brezza leggera» (1Re 19,12).

Dopo la caduta e prima della cacciata troviamo ancora, nel Libro della Genesi, un gesto di estrema tenerezza da parte di Dio che «fece all’uomo e a sua moglie due tuniche di pelli e li vestì» (Genesi 3,21) perché non si sentissero abbandonati. In una splendida icona russa Creazione dell’uomo e cacciata (porta diaconale nord, Museo di storia e arte di Sol’vycegodsk) Adamo ed Eva vengono rappresentati nel Giardino terrestre con le vesti regali che simboleggiano la Grazia, di cui Dio li ha rivestiti fin dall’origine; poi in un angolo, seduti fuori dal cerchio del Paradiso, vediamo in nostri progenitori tristi e con le vesti opache della terrestrità.

Fig. 3.
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Un Dio che è madre

Le immagini bibliche della tenerezza hanno ispirato gli artisti di ogni epoca. Dagli antichi mosaici di Ravenna a Picasso l’immagine della colomba che, con l’ulivo nel becco, scende sull’arca di Noè annunciando la fine del diluvio, è simbolo di pace; e l’immagine dell’arcobaleno che si apre nel cielo segna la fine dell’inimicizia tra Dio e l’uomo. Nel Sacrificio di Abramo di Caravaggio (1603, Firenze, Uffizi) la mano dell’angelo, che ferma il coltello del patriarca che sta per sacrificare il proprio figlio Isacco, vibra della vigorosa tenerezza di un Dio forte e pietoso che salva.

Un Dio che è anche madre, come sottolineò Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato, e che raduna in sé ogni tenerezza. Già nelle culture primitive le statuette votive dedicate alla dea madre, dea dell’amore e della fertilità (Mater Matuta, Firenze Museo Archeologico, fig. 4), esprimono il grande bisogno di tenerezza e di protezione che l’uomo cerca e proietta nella divinità. Nella cultura ebraica, fortemente aniconica, mancano sculture di questo tipo, proibite perché riportavano il popolo eletto all’idolatria dei vicini popoli pagani. La paternità di Dio nell’autore del testo biblico si esprime però con immagini letterarie intense e tenere: «Io sono tranquillo e sereno / come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, / come un bimbo svezzato è l’anima mia» (Salmo 131,2).

L’abbandono filiale a Dio è paragonato al rapporto madre-figlio e il paragone del seno evoca la fisicità dell’esperienza di Dio da parte del credente. L’immagine del seno è la più plastica e concreta per evocare il luogo del riposo dei giusti, il "luogo di Dio" dove le anime sante morte prima della venuta di Cristo riposano nel seno di Abramo. Come nelle icone del Giudizio universale (da quella bizantina del monastero di Santa Caterina a quella russa all’Ermitage) dove i patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe tengono teneramente sul petto, tra le pieghe delle vesti, le piccole anime dei giusti morte prima di Cristo.

Fig. 4.
Fig. 4
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Appoggiando il capo sul petto di Gesù nell’ora del buio (quando nell’ultima cena risuona il drammatico annuncio: «Uno di voi mi tradirà») Giovanni compie un gesto di tenerissimo abbandono, in ascolto dei battiti del cuore stesso di Gesù. Di fronte al capolavoro di Leonardo tutti vorremmo essere al posto di Giovanni che, su invito di Pietro (Leonardo in realtà fissa il momento del colloquio tra i due) si abbandonerà poi sul petto del Redentore, nella tenera luce azzurrina del controluce serotino, mentre intorno già esplode la tempesta dei volti interrogativi degli apostoli: «sono forse io Maestro?».

Se c’è un grande artista che ha fatto della tenerezza il manifesto stesso della sua pittura quell’artista è Leonardo; egli inventò addirittura una tecnica – lo sfumato – per rendere i moti più sottili dell’animo umano. Tenerezza nei volti e negli incarnati, tenerezza nelle vesti e nei paesaggi che sfumano azzurri sull’orizzonte delle Prealpi lombarde. Lo stesso paesaggio si ritrova nella grande tavola Sant’Anna e la Madonna con bambino e l’agnellino (Parigi, Louvre, 1510-1513, fig. 5): un’onda di tenerezza scende dal volto di sant’Anna alle braccia di Maria protese verso Gesù che trattiene – e vorrebbe cavalcare per gioco – un tenerissimo agnellino. Gesù e l’agnellino provocano nelle due madri un moto di affettuosa tenerezza che vibra sugli incarnanti, nella luce calda e dorata del tramonto.

Il paesaggio delle Prealpi lombarde, che si stempera alle spalle dei protagonisti, è lo stesso paesaggio del celebre Addio di Lucia a quei «monti sorgenti dall’acque» del lago di Como che attrassero le prime esplorazioni geologico-artistiche di Leonardo da Vinci; e da cui nacque anche la sua stupenda Vergine delle Rocce (1495-1508, Londra, National Gallery). Nel canto più alto dei Promessi Sposi, autentica poesia, Manzoni descrive tutta la tenerezza e lo struggimento di chi è costretto a lasciare il paesaggio familiare, i luoghi dell’infanzia e degli affetti più cari: «Addio monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendio, come branchi di pecore pascenti; addio!».

Fig. 5.
Fig. 5
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Il cantico dell’amore vero

Ma dobbiamo tornare alla Bibbia per incontrare nel Cantico dei Cantici – il canto più alto dell’amore tra l’uomo e la donna che sia mai stato scritto – tutta la tenerezza esclusiva che c’è tra due innamorati. Lo stesso amore e la stessa tenerezza che c’è tra Dio e il suo popolo; e, in forma più personale, tra l’anima stessa e Dio, come intuì san Giovanni della Croce, mistico spagnolo del ’600 amico di santa Teresa d’Avila, componendo il suo Cantico spirituale sul calco del cantico biblico.

Nel Cantico dei Cantici ogni espressione dell’intenso dialogo poetico tra i due amanti nasce dalle profondità del cuore della sposa che si rivolge al suo promesso sposo (e viceversa) con parole di estrema tenerezza; parole che prendono spunto dalla bellezza fisica che attrae e seduce l’anima attraverso il gioco degli sguardi. «Come sei bella amica, mia, mia colomba... i tuoi capelli sono come un gregge di pecore, i tuoi seni somigliano a due caprioli gemelli di gazzella... mi baci con i baci della tua bocca. Sì le tue tenerezze sono più dolci del vino». Il dialogo tra l’amato e l’amata risuona in uno sfondo agreste di orti e vigne, di creature del bosco e del prato che vengono rese partecipi, quasi complici, del tenero e appassionato rapporto: «Prendeteci le volpi, le piccole volpi che devastano le vigne: le nostre vigne sono in fiore» (Cantico 2,15).

Il Cantico dei Cantici resta, anche dal punto di vista strettamente letterario, la più alta espressione poetica dell’amore coniugale. Che nel sacramento del matrimonio diventa segno visibile e concreto del Mistero stesso del Dio presente. In questi anni la teologia ha sviluppato una grande attenzione a questo tema dell’amore coniugale, della bellezza e della tenerezza. L’immagine che più di ogni altra esprime la tenerezza dell’atto coniugale, nel suo significato ma anche nella sua corporeità viene ancora dal mondo dell’iconografia bizantina. Vi troviamo rappresentato l’abbraccio di Gioacchino e Anna, i nonni di Gesù, della cui vicenda non parlano i Vangeli canonici ma il protovangelo di Giacomo, un testo apocrifo molto usato come fonte nell’iconografia medioevale. L’immagine è ripresa dallo stesso Giotto che nel 1303 a Padova, sulle pareti della Cappella degli Scrovegni, narra in sequenza, come lo storyboard di un filmato, l’intera vicenda dei due.

Il loro ménage familiare subisce quella che, con linguaggio moderno, potremmo definire una "crisi coniugale": non avendo potuto avere figli, Gioacchino si vede rifiutare l’offerta rituale al tempio; così si allontana da Anna e si rifugia nel deserto tra i pastori, mentre la moglie per la vergogna rimane chiusa in casa guardando con tristezza gli uccelli nel giardino fare il nido. A questo punto entrambi sono visitati da un angelo che annuncia loro la nascita di Maria. Esplode la gioia: i due anziani coniugi si cercano, si corrono incontro e si abbracciano davanti alla Porta d’oro del tempio di Gerusalemme. Questo gesto nell’iconografia bizantina profana, che seguiva il rituale di corte, significava il concepimento del figlio del re. Anna accenna a un passo di danza verso Gioacchino che la contraccambia e la stringe a sé con passione. Non si può non provare tenerezza per questa coppia di "veterani" dell’amore che si ritrovano felici nell’abbraccio del loro stesso amore.

La vicenda di Gioacchino e Anna richiama quella di altre coppie sante dell’Antico Testamento. Sara e Abramo ad esempio che, anch’essi ormai avanti negli anni e senza figli, ospitano nella loro oasi, all’ombra del querceto di Mamre, nell’ora più calda del giorno, tre angeli-pellegrini che annunciano loro la nascita di Isacco. L’immagine dei tre pellegrini seduti alla mensa si trasformerà poi, nella poesia liturgica e nell’iconografia che ne deriverà, nell’icona della Trinità angelica (Mosca, Galleria Tret’Jakov, 1411 circa, fig. 6), capolavoro del monaco pittore russo Andrej Rublev. Nell’unità di questi tre angeli racchiusi nel cerchio perfetto della divinità l’artista ha reso visibile il mistero del Dio uno e trino. La comunione tra Padre Figlio e Spirito Santo prende così la forma di un’indicibile e misteriosa tenerezza nelle forme e nei colori di quei tre angeli chini e adoranti intorno alla mensa del sacrificio eucaristico.

Fig. 6.
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Se oggi si riscopre la figura dell’angelo custode, nell’Antico Testamento la presenza degli angeli era familiare e accompagnava gli uomini con premurosa tenerezza. Tutta l’arte cristiana, dal Medioevo al barocco, ha avuto come protagonisti gli angeli. Nel libro di Tobia l’arcangelo Raffaele, sotto le spoglie del giovane Azaria, si fa compagno del lungo e difficile viaggio che Tobia, figlio di Tobi, deve compiere fino allo sposalizio con Sara e alla guarigione del vecchio padre. Anche qui Dio interviene attraverso Raffaele – colui che guarisce – addirittura fin nel talamo nuziale, nel momento dell’intimità e della tenerezza, salvando l’amore.

Il testo biblico, spesso usato come lettura nei matrimoni, racconta infatti come Tobia, prima di congiungersi a Sara, bruci nell’incensiere, su indicazione di Raffaele, il fegato e il cuore di un pesce scacciando così il demonio che aveva fatto perire i sette precedenti mariti della donna. Poi, nella notte, Tobia invita Sara alla preghiera: «Alzati, sorella, preghiamo e supplichiamo il Signore perché abbia misericordia di noi e ci protegga». Con il fiele dello stesso pesce Tobia guarirà gli occhi del padre cieco. Nel quadro di Filippino Lippi I tre arcangeli (1480-1482 Torino, Galleria sabauda, fig. 7) sono addirittura tre angeli – Michele, Gabriele e Raffaele – ad accompagnare il ragazzo Tobia. Li segue uno scodinzolante cagnolino bianco, che poi ritroveremo accovacciato ai piedi del vecchio padre malato prima della guarigione. Tutta la storia di Tobia è percorsa da questo filo sottile di tenerezza, guarigione e serenità.

Fig. 7.
Fig. 7
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Il volto santo

Nei testi del Nuovo Testamento, curiosamente, la parola "tenerezza" non compare neppure una volta. Ma, a ben pensarci, non c’è più bisogno di nominarla: la tenerezza – attributo di Dio e dei suoi angeli – nei Vangeli è diventata carne, ha preso il volto, le mani, lo sguardo di un uomo, Gesù di Nazareth. Egli è la tenerezza del Dio-con-noi. Le icone del volto di Cristo, che l’arte ci ha tramandato fin dai primi secoli, anche quando esprimono la corrucciata e austera severità bizantina del Dio Giudice (come il famoso Pantocrator del mosaico absidale di Monreale) nascondono tutte un’ineffabile tenerezza, che si rivela a uno sguardo attento e contemplante. È il segreto delle icone: pregando davanti a quei volti, nel tremolio incerto delle lampade, riceviamo vibrazioni di dolcezza, tenerezza e benedizione. Quel Dio, che nell’Antico Testamento non ha mai avuto un volto, ora ci parla "faccia a faccia". L’icona infatti è il volto stesso di Dio che nei tratti dell’uomo della Sindone si offre come modello agli artisti che lo possono copiare. Come testimoniano ormai studi avanzati (tra cui quelli del gesuita padre Heinrich Pfeiffer) nelle icone dei primi secoli si ritrovano infatti i tratti fisiognomici del Cristo della Sindone di Torino. Quel volto dolcissimo e ineffabile che, deposto dalla croce, Maria fissò con indicibile pietà, mentre il corpo senza vita restava adagiato nel suo grembo purissimo. È l’immagine della Pietà che Michelangelo scolpì molte volte, da quella in San Pietro del 1498 all’incompiuta Pietà Rondanini del 1552. Tenerezza scolpita nel marmo che traduce in ogni piega, quasi fosse cera, quella divina maternità trafitta dal dolore.

Quando il corpo del Redentore sarà deposto dalla croce il pianto di Maria esploderà alto nelle laudi dei trovatori come negli affreschi dei pittori medioevali Cimabue, Giotto, Duccio. Il compianto, la compassione e le lacrime avranno il sopravvento sulla tenerezza che vibra nella Pietà rinascimentale di Michelangelo. Nella Deposizione di Sandro Botticelli (Milano, Poldi Pezzoli, fine sec. XV, fig. 8) Maria Maddalena che abbraccia i piedi di Gesù, stringendoli al volto, tocca vertici di altissima tenerezza e abbandono che indicano quanto quell’uomo fosse diventato il centro della sua vita affettiva. Viene in mente la Samaritana: più di quanto avessero fatto i suoi sei mariti Gesù l’abbracciò nello Spirito, con la profonda tenerezza e libertà di uno sguardo vergine. E ancora la parola consolante e tenera di Gesù di fronte al figlio morto della vedova di Naim (Luca 7,13): «Donna non piangere!». E Gesù le risuscita il ragazzo. Chi ha mai ha parlato così all’umanità? «Lo fissò e lo amò» dice l’evangelista parlando di Gesù davanti al giovane ricco. Chi ci ha mai guardato così?

Fig. 8.
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Duccio da Boninsegna, nei riquadri della Pala della Maestà dipinta per il Duomo di Siena, racconta altri gesti di tenerezza che Gesù ha compiuto nella sua vita terrena. Il suo chinarsi sul cieco per ridargli la vista, il suo chinarsi sugli apostoli per lavare loro i piedi, il suo chinarsi infine morente dalla croce per affidare la Madre al discepolo e il discepolo alla Madre. Tenerezza e condiscendenza di un Dio che si china sull’umanità. E che si lascia toccare da una donna, bagnare i piedi dalle sue lacrime, asciugare dai suoi capelli; un Gesù che ascolta la preghiera di Marta e Maria teneramente inginocchiate ai suoi piedi; e che resuscita il loro fratello Lazzaro.

Nella stessa grande Pala della Maestà di Duccio gli angeli che si affollano intorno al trono di Maria guardano ciascuno in una direzione diversa, così che in qualsiasi punto ci mettiamo essi ci fissano negli occhi, icone della tenerezza di Dio.

I pastelli di Millet

Se la durezza del marmo, sotto lo scalpello di un artista come Michelangelo, si era fatta così tenera e sensibile da esprimere sentimenti di pietà, tre secoli dopo un francese, Jean François Millet, (l’autore del famoso Angelus) racconta attraverso la delicata tecnica del pastello un mondo contadino, fatto di sentimenti familiari e profonda religiosità. Guardò a lui come a un padre Vincent Van Gogh che iniziò a dipingere da autodidatta, copiando e ricopiando da piccole stampe proprio i quadri di Millet. Li copiava esattamente nel soggetto e anche nel titolo, ma ingranditi e trasfigurati dai suoi colori e dalla vivacità della sua pennellata "a virgola". Van Gogh trovò in Millet l’idealizzazione di quella tenerezza paterna che gli era mancata nella vita, lui figlio di un rigido pastore protestante di cui aveva inizialmente provato, senza successo, a seguire l’esempio. Fino ai suoi ultimi giorni nella clinica di Saint Remy, Van Gogh copiò Millet come una terapia, come un balsamo, come chi sa di seguire qualcosa di sicuro nella tempesta dell’animo sconvolto.

La sua drammatica esistenza finì, come sappiamo, con un colpo di pistola alla nuca in quei campi di grano maturo e sotto quel cielo tormentato dai corvi che tante volte aveva dipinto. Ma noi ricordiamo Van Gogh nella tenerezza di due capolavori ripresi da Millet. Nel primo, La siesta (1889-1890, Parigi, Musée d’Orsay), una giovane coppia di contadini (la stessa dell’Angelus, forse) durante la mietitura si riposa, nel meriggio assolato, all’ombra di un covone d’oro e sotto un cielo azzurrissimo. Nel secondo, I primi passi (New York, Metropolitan, 1890, fig. 9) nell’orto dietro casa, presso un albero in fiore, il contadino smette di vangare e tende le braccia verso la sua piccola figlia che, dalle braccia della madre, tenta i suoi primi timidi passi verso il papà.

Fig.9.
Fig.9
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Il primo presepio vivente

A Greccio, il 24 dicembre del 1223, nasce il primo presepio vivente. San Francesco d’Assisi lo "inventa" mettendo nella paglia un neonato in carne e ossa, tra un asino e un bue presi da una stalla: sacra rappresentazione che vuole suscitare la tenerezza dei presenti di fronte all’umiltà del Dio incarnato. Questo primo presepe vivente sarà per l’arte fonte inesauribile d’ispirazione. Accanto alla tradizione tuttora diffusa del presepe vivente si affianca la sua versione "statica" fatta di statue a grandezza naturale; o ridotte, come nella grande tradizione del presepio napoletano di ceramiche e stoffe preziose, o nel più modesto e familiare presepe di casa nostra. Rievocazione della tenerezza di Dio cui i grandi pittori hanno dedicato un numero infinito di affreschi e tele. L’Adorazione dei pastori di Caravaggio, per esempio, sembra fatta apposta per farci immedesimare in quei rudi uomini inginocchiati accanto alla Vergine sdraiata mentre al collo le si aggrappa il bambino. La tenerezza che Maria prova per Gesù è la stessa che commuove i pastori e noi attraverso di loro. Nelle natività barocche, da Jacopo da Bassano a Poussin, i pastori assomigliano a giganti che aprono le braccia stupiti adorando l’infinitamente piccolo. Ricordando il tenero contrasto dell’iconografia di san Cristoforo, che attraversa il fiume portando sulle spalle, senza saperlo, il piccolo bambino Gesù. Nel momento più difficile del passaggio il neonato gli si rivela, facendo fiorire il bastone con cui Cristoforo (il cui nome significa appunto portatore di Cristo) riesce a superare la corrente.

Nella Adorazione dei Magi, per esempio quella di Gentile da Fabriano, la tenerezza nasce dallo stupore di vedere quei nobili re d’Oriente, ricoperti di pellicce e vesti preziose, chinarsi di fronte a un semplice bambino in braccio a un’umile ragazza ebrea. L’immagine a mezzo busto di Maria con il bambino sulle ginocchia (Odigitria, colei che mostra Gesù-via) si trasforma poi in quella, umanissima, del bambino teneramente abbracciato al suo collo: è l’immagine della Madonna della tenerezza (Eleousa) di cui abbiamo già accennato all’inizio. E a cui torniamo per concludere. Di fronte alla tenerezza di quel volto, a quegli occhi profondi di madre che ci guardano, presagendo il mistero della morte in croce del figlio, non si può rimanere indifferenti. Il santo curato d’Ars diceva che ci sono immagini che hanno convertito anime. L’icona della Madonna della tenerezza è una medicina per il nostro cuore.

Alfredo Tradigo








 

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