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n. 1 GENNAIO 2006

Sommario

EDITORIALE
Non trascuriamo il maltrattamento fisico
la DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Rituali violenti nella storia
di LUCETTA SCARAFFIA

apep00010.gif (1261 byte) L’impossibilità di separarsi dal passato
di ARISTIDE TRONCONI

apep00010.gif (1261 byte) La società si fa carico
di FRANCESCO VADILONGA

apep00010.gif (1261 byte) Minacciati nella propria identità
di EMANUELA BITTANTI

apep00010.gif (1261 byte) La paura di essere giudicate
di ANNA ROZZONI

apep00010.gif (1261 byte) Chi sono le vittime dell’abuso
di DONATA BIANCHI, ERMENEGILDO CICCOTTI, MARINELLA MALACREA, ENRICO MORETTI

DOSSIER
Un importante sistema di monitoraggio
di DONATA BIANCHI, ERMENEGILDO CICCOTI, ROBERTO RICCIOTTI

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Una flebile luce oltre il tunnel
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Dinamiche poco esplorate
di MASSIMO ZANICHELLI
Pensieri di un uomo felice
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Gioventù tormentata
di ROSANGELA VEGETTI
Una realtà difficile: i campi profughi
di ROSANNA BIFFI

CONSULENZA GENITORIALE
Paura tra le mura domestiche
di ALFREDO BODEO

POLITICHE FAMILIARI
Pregi e limiti del "welfare"
di GIOVANNI BURSI e GIANPIETRO CAVAZZA

LA FAMIGLIA NEL MONDO
I divorzi transfrontalieri
di ORSOLA VETRI e STEFANO STIMAMIGLIO

LIBRI & RIVISTE

 

 DOSSIER - PER AIUTARE GLI OPERATORI

UN IMPORTANTE SISTEMA
DI MONITORAGGIO

Un numero considerevole di casi di abuso sessuale e di altre forme di grave maltrattamento all’infanzia non giunge all’attenzione dei servizi sociali e delle istituzioni di tutela. Il sommerso è la conseguenza di fattori culturali, di impreparazione di coloro che lavorano a contatto di bambini e adolescenti, di assenza di segni visibili agli occhi degli operatori. Ma la misurazione del fenomeno è essenziale ed è necessario un sistema nazionale di monitoraggio dei minori vittime di trascuratezza, violenze e abusi segnalati e presi in carico dai servizi territoriali. A questo è dedicato il progetto del "Centro nazionale di documentazione e analisi per l'infanzia e l'adolescenza".
    

UN CONTRIBUTO ALLA COMPRENSIONE
DELLA VIOLENZA

MISURARE I MALTRATTAMENTI
  
di  Donata Bianchi, Ermenegildo Ciccotti, Roberto Ricciotti
(Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l'adolescenza)

La maggior parte della violenza non ha origine accidentale, trattandosi invece di eventi cronici, ripetuti nel tempo, con una durata media superiore ai quattro anni, come emerge da ricerche su piccoli campioni condotte in Italia (Di Blasio et. al, 1998; .... Varese). Gli effetti di forme lievi, moderate o gravi di abuso subito in età infantile possono essere tali da superare le naturali risorse di resilienza degli individui, cioè possono mutilare drammaticamente la capacità del soggetto di resistere ai "colpi" dell’evento traumatico cui si trova esposto. Il concetto di resilience, si riferisce a un aspetto costitutivo degli individui e presente, a livello potenziale, in tutto il percorso della vita. La resilienza corrisponde alla capacità umana di affrontare le avversità della vita, superarle, riparando gli effetti delle esperienze negative, e uscirne rafforzati.

Da una prospettiva psicosociale, la resilienza può essere sostenuta e potenziata dal lavoro sociale e psicologico a livello di prevenzione, riabilitazione, creazione di legami e relazioni, assistenza alle famiglie e ai diversi gruppi sociali, perché non attinge la sua forza soltanto dalle condizioni naturali degli individui, ma necessita pure di risorse esterne e di un ambiente che faciliti e supporti un positivo sviluppo vitale.

«L’introduzione del concetto di resilienza modifica radicalmente le classiche concezioni sul rischio, vale a dire la prospettiva della causalità diretta e quella della causalità multifattoriale. Sul piano teorico porta a concludere che qualsiasi agente causale preso singolarmente o in associazione con altri non produce spiegazioni soddisfacenti sulla dinamica che s’innesca tra eventi critici e reazioni degli individui. Sul piano empirico, induce a riflettere sul fatto che un’analisi basata solo sulle condizioni di rischio o di potenziale rischio, non consentirebbe di accorgersi né di osservare o di comprendere la natura della resilienza e indurrebbe un’incresciosa e inevitabile sottostima di eventuali abilità o potenzialità degli individui, che resterebbero occulte e non adeguatamente valorizzate» (Ammaniti, Niccolais, 2003).

È oggi naturale osservare i singoli eventi e il fenomeno nel suo complesso con un approccio più dinamico e flessibile di un tempo poiché i dati di ricerca, sia in ambito clinico sia in quello accademico, hanno dimostrato che gli esiti sono il risultato del variabile combinarsi di elementi definiti fattori di rischio e di fattori di protezione, la cui interazione può dare origine tanto a processi di incistamento dell’esperienza traumatica nella vita di un soggetto, quanto a processi protettivi capaci di agire un’evoluzione di cicatrizzazione della ferita, senza che ciò comporti necessariamente esiti patologici specifici (Di Blasio, 2003).

Un ulteriore contributo alla comprensione del modo in cui fattori di rischio e protettivi interagiscono, è venuto dagli studi nel campo dell’attaccamento. La teoria dell’attaccamento è una teoria evolutiva che tiene conto dell’influenza di situazioni critiche nello sviluppo dei processi di attaccamento e delle differenze della natura e degli effetti di relazioni disfunzionali nelle diverse età della vita (Crittenden, 1997; Crittenden, 1994).

Infine, e questo è particolarmente utile in una prospettiva di policy making, tale approccio permette di valutare anche l’influenza di condizioni e di eventi esterni, cioè ambientali, sulle condizioni interpersonali e sui processi di sviluppo. Tra gli eventi esterni possono essere inclusi la qualità, la direzione e i contenuti degli interventi istituzionali e delle politiche, aspetti che come è noto, influenzano direttamente gli effetti a breve e lungo termine degli abusi all’infanzia, che possono essere tanto più critici, quanto più (Dichiarazione di consenso Cismai 1998, 2001; Commissione nazionale per il coordinamento degli interventi in materia di maltrattamenti, abusi e sfruttamento sessuale di minori, 1998, Proposte di intervento per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del maltrattamento):

  • il maltrattamento resta sommerso e non sia individuato;

  • la rilevazione o la diagnosi o la cura sono assenti;

  • la risposta di protezione alla vittima nel suo contesto familiare e sociale ritarda.

Sia Garbarino (1977) sia Belsky (1980) hanno proposto modelli ecologici comprensivi dell’abuso all’infanzia, che hanno informato l’approccio sistemico proposto dall’Oms nel Rapporto Violenza e salute del 2002, nel quale si fa il punto sullo stato delle ricerche e delle politiche di intervento analizzando eziologia e conseguenze della violenza lungo quattro dimensioni:

  1. a livello individuale, identificando i fattori biologici e della storia personale degli individui che influenzano come i soggetti si comportano e aumentano il rischio che questi commettano o diventino vittima di violenza;

  2. a livello familiare e delle relazioni personali extrafamiliari, indagando come tali relazioni costituiscano elementi che possono accrescere il rischio di vittimizzazione o di agire in modo violento;

  3. a livello sociale, individuando le condizioni che possono favorire la violenza, come, ad esempio, la disoccupazione, la contiguità con centri di spaccio della droga;

  4. a livello ambientale, cioè ricercando quali fattori facilitano il crearsi di un clima che in qualche modo incoraggia o inibisce la violenza, ad esempio la disponibilità di armi da fuoco oppure norme sociali e culturali quali quelle che privilegiano i diritti dei genitori rispetto a quelli dei figli, che legittimano posizioni di dominio maschile su donne e bambini, eccetera.

Dal punto di vista della programmazione delle politiche l’approccio sistemico dovrebbe potersi integrare con quello per processi basato sui fattori rischio e i fattori di protezione.

Per dare senso ai modelli interpretativi è però necessario dotarsi di sistemi informativi sufficientemente dettagliati da ben rappresentare la realtà oggetto di indagine. Si stima che un numero considerevole di casi di abuso sessuale e di altre forme di grave maltrattamento all’infanzia non giunga all’attenzione dei servizi sociali e delle istituzioni di tutela. Il sommerso è la conseguenza dei fattori di tipo culturale – che ancora oggi influenzano l’approccio di molti operatori rispetto alle problematiche familiari –, dell’inadeguata preparazione di coloro che lavorano a contatto di bambini e adolescenti, dell’assenza di segni visibili che possano immediatamente dare "certezza" agli operatori e delle caratteristiche delle dinamiche interne alle situazioni abusive intrafamiliari – il segreto imposto alla vittima, l’isolamento affettivo, la vergogna delle vittime.

La misurazione del fenomeno, compito arduo ma essenziale, non solo per la pianificazione delle azioni a scala globale, regionale e locale, o per il monitoraggio, ma anche per impegnare le istituzioni e i governi ad agire, si scontra con limiti oggettivi rappresentati da: assenza di rilevazioni sistematiche, differenze nei criteri e nelle metodologie impiegate, sottovalutazione della funzione dell’informazione statistica a i fini dell’attività di policy making e della programmazione degli interventi, nonché dalla non adeguata adozione di sistemi informativi statistici nel settore dei servizi sociali.

Un punto di osservazione interessante sulle situazioni di disagio, rischio e pregiudizio che bambini e bambine vivono all’interno degli ambienti familiari, è offerto dai Tribunali per i minorenni. Tra le competenze civili di questi organi giudiziari rientrano, infatti, le disposizioni in ordine alla potestà genitoriale, quali la limitazione o la decadenza di potestà se la condotta di uno o entrambi i genitori sia pregiudizievole per il figlio, sino alla dichiarazione del minore in stato di adottabilità se la prognosi sulla famiglia di origine è assolutamente negativa. All’organo spetta anche la convalida di misure straordinarie di protezione, tra cui l’allontanamento dalla casa familiare predisposto in via d’urgenza ex art. 403 c.c., quando il minore è moralmente o materialmente abbandonato o è allevato in locali insalubri o pericolosi, oppure da persona per negligenza, immoralità, ignoranza o per altri motivi incapaci di provvedere all’educazione del minore (vedi tab. 1).

Tabella 1.
Tabella 1.

Dopo il forte aumento nel numero delle misure di allontanamento verificatosi tra il 1999 e il 2000 (+23%), il numero di provvedimenti precipita a partire dall’anno 2001 con un tasso di variazione negativo che è pari a più del doppio di quello che interessa l’universo complessivo delle misure di protezione (-52% vs -24%), peraltro nuovamente in lieve crescita nell’anno 2002 (+3%).

Una crescita costante hanno avuto i provvedimenti emessi dal Tribunale dei minorenni per disciplinare la potestà genitoriale. Si tratta di dati, che pur nell’eterogenità delle condotte a essi riconducibili, esprimono un disagio familiare rilevato in misura crescente dai servizi e dall’autorità giudiziaria (vedi fig. 1).

I dati ivi illustrati si riferiscono solo ad alcune delle possibili misure di tutela a disposizione dell’autorità giudiziaria minorile quando si tratta di intervenire contro la volontà dei genitori al fine di porre riparo a una situazione di pregiudizio, che può aver già danneggiato il percorso di sviluppo di un bambino. Si tratta di misure che vanno a incidere su nuclei familiari carenziati, nei quali uno o entrambi i genitori si sono dimostrati incapaci di assolvere adeguatamente ai compiti di accudimento e di cura dei figli.

Figura 1.
Figura 1
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Il numero di delitti di maltrattamento in famiglia o verso fanciulli ha un andamento costante crescente nel periodo, con un’accelerazione a partire dall’anno 2000 che porta sino a un raddoppio dei delitti oggetto di procedimenti. Questo incremento può essere considerato effetto di una maggiore capacità di rilevazione, e può avervi contribuito anche il diffondersi di una maggiore attenzione alla necessità di interrompere e far uscire dal silenzio delle mura domestiche i maltrattamenti ai danni delle donne. L’azione dei centri antiviolenza ha permesso di dare un nome corretto a comportamenti che ancora oggi qualcuno continua a considerare "eccessi di passione" (vedi tab. 2).

Tabella 2.
Tabella 2
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Per quanto riguarda i dati disponibili, tuttavia, la mancanza di maggiore specificazione sulle età delle vittime di tali comportamenti rappresenta un limite rilevante per una riflessione centrata sull’infanzia.

Per quanto riguarda i reati di violenza sessuale su minori, nel corso del tempo le rilevazioni hanno subito improvvise esplosioni e decelerazioni, che possono essere imputate in gran parte a cause di tipo tecnico collegate, da un lato, ai criteri di registrazione delle informazioni e, dall’altro, alle metodologie di indagine (vedi tab. 3).

Tabella 3.
Tabella 3
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Il numero totale delle vittime minorenni segnalate all’autorità giudiziaria e cioè il numero dei soggetti passivi nei reati consumati e tentati per le fattispecie di reato attinenti alla legge 66 del 1996, è in deciso aumento: si passa dai 598 casi del 2002 ai 782 casi del 2004 per un aumento percentuale nel periodo considerato pari al 30%.

Il numero più alto di vittime minorenni segnalate all’autorità giudiziaria per le diverse fattispecie di reato attinenti alla legge 66 del 1996, riguarda la "violenza sessuale" rubricata sotto l’art. 609 bis e ter c.p. con: 475 vittime di violenza sessuale nel 2002, 663 vittime nel 2003 e 671 vittime nel 2004. L’andamento mostra un notevole incremento tra il 2002 e il 2003 (+ 40,0%) e un sostanziale assestamento tra il 2003 e il 2004 (vedi tab. 4).

Tabella 4.
Tabella 4
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Nel periodo 2002-2004 e per ogni anno considerato, tra le vittime minorenni segnalate all’Autorità giudiziaria per i reati attinenti alla legge 66/96, prevale costantemente la componente femminile con un rapporto medio pari a poco più di 2 vittime di sesso femminile per ogni vittima di sesso maschile. Tra le vittime minorenni segnalate all’autorità giudiziaria l’incidenza percentuale delle vittime italiane è molto alta, con percentuali che si collocano sempre al di sopra del 75% ma che nel 2003 toccano addirittura quota 90%. Tra le caratteristiche delle persone denunciate all’autorità giudiziaria è possibile distinguere il tipo di relazione esistente con la vittima che può essere di tipo intraspecifico (autore che conosce la vittima) oppure extraspecifico (autore che non conosce la vittima).

Dai dati disponibili risulta che, tra i contesti di relazione, quello intraspecifico continua a rappresentare il luogo più pericoloso per i bambini: è sempre stata superiore all’80% la quota di violenze che avviene a opera di persone che hanno un legame di familiarità parentale o di conoscenza con il bambino.

L’Istat con le Statistiche giudiziarie penali fornisce i dati sulle fattispecie di reato attinenti alla legge 269/98. Trattandosi in questo caso di una rilevazione corrente che comprende tra gli altri anche questi dati, e non di un sistema informativo ad hoc come quello del Dipartimento della Pubblica sicurezza, i dati disponibili non risultano essere così aggiornati e così dettagliati come i precedenti.

La prostituzione minorile, la pornografia minorile, la detenzione di materiale pornografico attraverso sfruttamento di minori e il turismo finalizzato allo sfruttamento e prostituzione di minori sono tipologie riferite alle norme penali introdotte dalla legge n. 269/98 relativa alle nuove forme di sfruttamento di minori (vedi fig. 2).

Figura 2.
Figura 2
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I dati relativi a questi reati segnalano un andamento discontinuo, ma crescente, eccetto per il reato di pornografia minorile, e ciò può essere considerato come il frutto di una maggiore capacità di riconoscimento delle situazioni criminose da parte dell’autorità giudiziaria e degli operatori dei servizi. Si inizia, infatti, a contestare la sussistenza di uno di questi reati anche in situazioni intrafamiliari in cui il minore abusato è stato utilizzato anche per riprodurre immagini o video diffusi in Internet, oppure è stato inserito in un circuito extrafamiliare di sfruttamento sessuale.

Un altro aspetto strettamente legato alle tematiche esaminate è quello relativo all’utilizzo di Internet come mezzo di sfruttamento sessuale dei minori. Il crescente utilizzo di un mezzo di comunicazione così globalizzato e tecnologicamente avanzato, insieme alla possibilità che questo offre di mantenere l’anonimato, porta a ritenere che il numero di adulti coinvolti nelle forme di sfruttamento a esso legate sia in realtà anche maggiore del numero di adulti coinvolti nell’abuso sessuale vero e proprio e che il fenomeno sia in aumento.

Con la legge 269/98 sono stati introdotti nuovi mezzi investigativi relativamente alla prevenzione e al contrasto dell’utilizzo della Rete come mezzo di sfruttamento sessuale dei minori, e sono state intensificate le attività di monitoraggio dalle Polizie postale e delle comunicazioni (cui sono state affidate le indagini su questo tipo di reati) (vedi tab. 5).

Tabella 5.
Tabella 5
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I dati summenzionati ci offrono una raffigurazione parziale e incompleta della realtà, non solo a causa delle ben note difficoltà di rilevazione e scarsa propensione alla denuncia di tali reati, ma anche per una carenza insita nella natura stessa delle informazioni, che spesso (eccetto il caso dei dati del Ministero dell’Interno) sono presentate in modo utile a fare valutazioni sull’attività amministrativa della giustizia più che per offrire un’immagine dei soggetti coinvolti, come accade in primis nei dati dei Tribunali per i minorenni che ci parlano dei provvedimenti ma non dei bambini e delle bambine che ne sono stati interessati e perché.

Infine, un altro limite è costituito dal fatto che questi dati si riferiscono solo ai casi segnalati a una qualche autorità giudiziaria, ma tra le situazioni di pregiudizio che meritano attenzione ci sono anche quelle che giungono all’attenzione dei servizi, ma non passano attraverso l’autorità giudiziaria. È questo il caso di talune situazioni di trascuratezza, oppure delle situazioni di violenza assistita nelle quali il contatto con l’autorità giudiziaria, se avviene, produce un dato che riguarda la madre vittima di maltrattamenti, ma non il minore.

Attorno al tema dell’abuso all’infanzia si sviluppa da sempre il lavoro del Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza di Firenze, organismo creato a supporto del lavoro dell’Osservatorio per l’infanzia e l’adolescenza (ex legge n. 451/97), che ha sede presso il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali.

Gli obiettivi specifici che orientano il lavoro del Centro nazionale in questo settore sono:

  • sostenere un lavoro di ricerca e di proposizione di strumenti operativi per migliorare gli interventi di prevenzione e protezione a sostegno dell’attuazione dei diritti di bambini e bambine, nonché della genitorialità e della famiglia nel suo insieme;

  • favorire la diffusione delle migliori pratiche d’intervento;

  • assicurare un livello omogeneo di informazione su tutto il territorio nazionale e la circolazione di un’informazione di qualità sui temi del maltrattamento, dell’abuso e dello sfruttamento sessuale dell’infanzia.

Tali obiettivi sono stati perseguiti attraverso un programma di attività a medio-lungo termine articolato su tre linee di azione:

  1. la realizzazione di iniziative editoriali e di informazione;

  2. l’organizzazione di attività informative e seminariali;

  3. l’avvio di programma di ricerca e documentazione.

Alla costituzione di un sistema informativo nazionale sui minori in situazioni di pregiudizio è dedicato il progetto volto alla sperimentazione di una scheda di rilevazione dati per la creazione di un sistema nazionale di monitoraggio dei minori vittime di trascuratezza, maltrattamento e/o abuso sessuale segnalati e/o presi in carico dai servizi territoriali.

Il progetto è stato avviato in attuazione del Piano nazionale di azione per l’infanzia 2002-2004, che colloca tra le azioni prioritarie «l’individuazione di sistemi di registrazione costanti e omogenei dell’incidenza del fenomeno dell’abuso all’infanzia in tutte le sue forme, con l’adeguata definizione di sub-categorie e degli elementi caratterizzanti».

Il progetto si pone gli obiettivi di sperimentare modalità di rilevazione condivise dei casi di sospetto o accertato maltrattamento e abuso sessuale ai danni di minori e di raccogliere dati statistici comparabili. Le informazioni raccolte ci permetteranno di riflettere sulla rilevanza del fenomeno a livello locale, regionale e nazionale e di leggere meglio alcuni aspetti inerenti la natura dello stesso sia dal punto di vista del minore coinvolto sia della sua famiglia e dei servizi.

Gli attori della rilevazione devono considerarsi in primo luogo gli operatori dei servizi territoriali, in particolare gli assistenti sociali e più in generale tutti coloro che operano in servizi di tutela minori siano essi incardinati all’interno dei servizi sociosanitari di base oppure di équipe specializzate.

Per la realizzazione del progetto, il Centro nazionale ha costituito un gruppo di lavoro nazionale composto da ricercatori del Centro e da importanti esperti italiani nel settore della ricerca e dell’intervento sull’abuso all’infanzia. Il gruppo ha avuto il compito di impostare il disegno generale della ricerca e di predisporre lo strumento di rilevazione.

Nella definizione dell’architettura del progetto, il gruppo di lavoro ha tenuto presente alcune esperienze europee già in atto, una in particolare si segnala per maggiore completezza e durata nel tempo, quella del Child Protection Register inglese. Si tratta di un sistema informativo gestito a livello decentrato dai servizi sociali delle amministrazioni locali e a livello centrale dal Dipartimento della Salute. Il registro contiene i dati di tutti i minori residenti nell’area (inclusi quelli che vi sono stati trasferiti per motivi di protezione da un’altra autorità locale o agenzia), che sono considerati a rischio di abuso o di rivittimizzazione e per i quali è stato attivato un progetto di protezione. Ma nella determinazione dell’impianto generale del progetto, sono state considerate anche le esperienze italiane già in atto, in particolare i sistemi informativi e le raccolte di dati realizzate con continuità in Piemonte, Veneto, Emilia Romagna e Toscana.

L’oggetto specifico della rilevazione è rappresentato dai minori segnalati e/o presi in carico dai servizi territoriali in quanto identificati come esposti o sospettati/e vittime di maltrattamenti o abuso sessuale.

La definizione di violenza all’infanzia adottata dal Centro nazionale è quella formulata in sede di Consultation on Child Abuse and Prevention dell’Oms (1999): «Per abuso all’infanzia e maltrattamento devono intendersi tutte le forme di cattiva salute fisica ed emozionale, abuso sessuale, trascuratezza o negligenza o sfruttamento commerciale o altro che comporti un pregiudizio reale o potenziale per la salute del bambino, per la sua sopravvivenza, per il suo sviluppo o per la sua dignità nell’ambito di una relazione caratterizzata da responsabilità, fiducia e potere». Questa definizione riesce, infatti, a catturare un’ampia varietà di condotte che pregiudicano il normale percorso di sviluppo di un bambino, a prescindere dalla loro intenzionalità.

Le situazioni di rischio e pregiudizio esplicitate nella scheda sono:

  • abuso sessuale (nella sua specificazione operativa sono state incluse anche le situazioni di sfruttamento sessuale a fini commerciali);

  • trascuratezza/patologia delle cure;

  • maltrattamento fisico;

  • maltrattamento psicologico;

  • violenza assistita.

Ogni forma di violenza è stata "operazionalizzata" attraverso comportamenti e atteggiamenti caratteristici per favorirne un riconoscimento il più possibile univoco da parte degli operatori e delle operatrici partecipanti alla ricerca.

L’inclusione della "violenza assistita" quale tipologia a sé stante di violenza all’infanzia consentirà di raccogliere dati specifici su un fenomeno che resta ancora oggi largamente misconosciuto e sottovalutato, come segnalato dallo stesso Piano nazionale per l’infanzia e l’adolescenza nel quale si auspicava l’avvio di indagini ad hoc.

La scheda di rilevazione si compone di sei sezioni da compilare, di cui l’ultima facoltativa perché impone un livello di approfondimento anamnestico della situazione che non è sempre raggiungibile dato l’attuale livello organizzativo dei servizi e le diverse prestazioni erogate. Nelle sei sezioni devono essere registrati dati di tipo quali-quantitativo su:

  1. il minore (dati socioanagrafici anonimi);

  2. le cause e la fonte della segnalazione del minore al servizio;

  3. gli interventi attuati dal servizio a favore del minore, del nucleo familiare e del maltrattante/abusante,

  4. le caratteristiche del disagio e delle forme di violenza segnalate;

  5. le caratteristiche dell’autore o autori dei maltrattamenti/abuso;

  6. le caratteristiche del contesto familiare (struttura della famiglia, dati socioanagrafici anonimi dei genitori, presenza di altri minori).

La scheda è stata tradotta in un software user friendly di archiviazione dei dati predisposto dal Centro nazionale; il software è stato distribuito a tutti i servizi coinvolti affinché sia eseguito il trattamento informatico delle schede.

I dati del minore e dei genitori restano noti solo agli operatori del servizio competente, che partecipa alla sperimentazione, poiché l’analisi dei dati avviene a livello aggregato su base provinciale. I dati raccolti su base provinciale sono aggregati in report statistici.

Il progetto è adesso applicato in via sperimentale in alcuni servizi territoriali di quattro regioni italiane. Ogni regione aderente al progetto ha individuato un proprio referente a livello regionale e un certo numero di servizi che sono stati impegnati nell’applicazione della scheda come strumento di rilevazione per i nuovi casi segnalati e presi in carico nel corso dell’anno 2005.

Il referente regionale ha assunto compiti di coordinamento e la responsabilità della raccolta e dell’inoltro dei dati al Centro nazionale.

All’interno di ogni servizio territoriale è stata identificata una persona responsabile avente la funzione di contatto con il Centro nazionale per l’assistenza tecnica nell’uso della scheda o del software di archiviazione dei dati.

I servizi individuati sono sia unità di tutela minori afferenti ai Comuni, sia unità specializzate interne alle Asl. Le differenze sono il prodotto dell’attuale fase di riorganizzazione dei servizi sociosanitari e riflettono la situazione esistente in Italia nell’area della tutela minori.

Gli incontri informativi/formativi di introduzione all’uso dello strumento e i successivi incontri di monitoraggio in itinere costituiscono gli snodi cruciali del percorso. Oltre a finalità di addestramento, i seminari organizzati nelle aree campione sono stati pensati come momenti di riflessione su:

  • le rappresentazioni mentali e culturali del maltrattamento e dell’abuso all’infanzia;

  • il riconoscimento dei segnali;

  • il significato dei dati statistici e le possibilità di utilizzo per il monitoraggio dei casi e delle prestazioni erogate dal servizio.

La scheda in fase di sperimentazione è uno strumento (indubbiamente molto complesso), finalizzato a ricostruire la storia della segnalazione e della presa in carico di un bambino esposto a situazioni di rischio o violenza intra o extrafamiliare.

Si parla di storia perché la scheda permette di registrare tutte le informazioni che normalmente si raccolgono passo dopo passo nel graduale passaggio da una prima fase di rilevazione, a quella dell’assunzione di misure di protezione, agli interventi di valutazione e di trattamento.

Inoltre, specialmente nella parte dedicata a registrare le caratteristiche della famiglia e del minore, le informazioni che gli operatori saranno in grado di rilevare potranno costruire una mappa utile all’analisi dei fattori di rischio e delle risorse attivabili a livello individuale e familiare per far accedere il bambino e il nucleo familiare a un processo di cambiamento.

La scheda potrà diventare anche uno strumento per creare una memoria organizzata dei casi all’interno del servizio, facilitando un lavoro di documentazione che aiuta a contenere i rischi di dispersione delle informazioni collegati al turnover degli operatori e alla difficoltà di documentare in modo sistematico i percorsi e i dati raccolti. In tal senso, i dati sugli interventi attivati e sugli altri enti coinvolti, renderanno evidente anche il grado di attivazione della rete di tutela e la capacità di operare in modo multidisciplinare e interistituzionale.

Lo strumento di rilevazione in fase di sperimentazione è destinato ad essere semplificato e ridotto a un set minimo essenziale di variabili, che sia condivisibile con il maggior numero di regioni possibile.

Infine, sia singole variabili (es. la durata del maltrattamento) sia indici sintetici delle stesse (es. presenza di altri minori del nucleo precedentemente segnalati, precedenti segnalazioni dello stesso minore e interventi pregressi attuati) potranno permettere di costruire indici di gravità da utilizzare nella definizioni di priorità interne al servizio, destinazione di risorse e analisi della casistica.

Donata Bianchi, Ermenegildo Ciccotti, Roberto Ricciotti
   

   
BIBLIOGRAFIA

  • Ammaniti M., Nicolais G., Speranza A. M., La prevenzione del maltrattamento: il sostegno ai genitori in D. Bianchi (a cura di), La prevenzione del disagio nell’infanzia e nell'adolescenza, Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza, Istituto degli Innocenti, Firenze 2004.

  • Belsky J. (1980) Child maltreatment: an ecological integration, American Psychologist 35, pp. 320-335

  • Bianchi D. (2005), Le attività di prevenzione del disagio dell’infanzia e dell’adolescenza e il piano di lavoro sull’abuso e il maltrattamento all’infanzia, in Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza, I progetti nel 2003, (Questioni e documenti, n. 34), Firenze, Istituto degli Innocenti.

  • Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza, (2001), Le violenze sessuali sui bambini (Questioni e documenti, n. 19), Firenze, Istituto degli Innocenti.

  • Crittenden, P. M., Nuove prospettive sull’attaccamento, Guerini, Milano 1994.

  • Crittenden, P. M., Pericolo, sviluppo e adattamento, Masson, Milano 1997.

  • Cyrulnik B., Il dolore meraviglioso, Frassinelli, Milano 1999.

  • Di Blasio P., Acquistapace V. (2004), La prevenzione della violenza all’infanzia tra fattori di rischio e fattori protettivi in D. Bianchi (a cura di), La prevenzione del disagio nell’infanzia e nell’adolescenza, Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza, Istituto degli Innocenti, Firenze.

  • Di Blasio, P. (1997), Abusi all’infanzia: fattori di rischio e percorsi di intervento, Ecologia della mente 20, 2, pp. 13-37.

  • Garbarino, R. (1977), The human ecology of child maltreatment: a conceptual model for research, Journal of Marriage and Family 39, pp721-727.








 

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