Famiglia Oggi.

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n. 1 GENNAIO 2006

Sommario

EDITORIALE
Non trascuriamo il maltrattamento fisico
la DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Rituali violenti nella storia
di LUCETTA SCARAFFIA

apep00010.gif (1261 byte) L’impossibilità di separarsi dal passato
di ARISTIDE TRONCONI

apep00010.gif (1261 byte) La società si fa carico
di FRANCESCO VADILONGA

apep00010.gif (1261 byte) Minacciati nella propria identità
di EMANUELA BITTANTI

apep00010.gif (1261 byte) La paura di essere giudicate
di ANNA ROZZONI

apep00010.gif (1261 byte) Chi sono le vittime dell’abuso
di DONATA BIANCHI, ERMENEGILDO CICCOTTI, MARINELLA MALACREA, ENRICO MORETTI

DOSSIER
Un importante sistema di monitoraggio
di DONATA BIANCHI, ERMENEGILDO CICCOTI, ROBERTO RICCIOTTI

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Una flebile luce oltre il tunnel
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Dinamiche poco esplorate
di MASSIMO ZANICHELLI
Pensieri di un uomo felice
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Gioventù tormentata
di ROSANGELA VEGETTI
Una realtà difficile: i campi profughi
di ROSANNA BIFFI

CONSULENZA GENITORIALE
Paura tra le mura domestiche
di ALFREDO BODEO

POLITICHE FAMILIARI
Pregi e limiti del "welfare"
di GIOVANNI BURSI e GIANPIETRO CAVAZZA

LA FAMIGLIA NEL MONDO
I divorzi transfrontalieri
di ORSOLA VETRI e STEFANO STIMAMIGLIO

LIBRI & RIVISTE

 

 MASS MEDIA & FAMIGLIA - SUL GRANDE SCHERMO UN RAPPORTO DIFFICILE

Dinamiche poco esplorate

di Massimo Zanichelli
(giornalista)
  

Non è mai stato facile per il cinema affrontare il tema spinoso, e sicuramente poco commerciale, dei maltrattamenti in famiglia. Il perbenismo ha sempre prevalso. I tentativi più riusciti si possono ritrovare nei "serial" televisivi.
  

Disegnare le principali coordinate di una filmografia che ha come soggetto i rapporti tra famiglia e violenza (dove quest’ultimo termine assume un significato puramente interno, di violenza nella famiglia e non verso la famiglia o contro la famiglia) presenta incognite e difficoltà.

Ci si accorge infatti che le dinamiche specifiche della violenza all’interno del seno famigliare sono state solo di rado esplorate frontalmente dal cinema. Pochissimo dal cinema classico, quantomeno, e segnatamente da quello americano, che proponeva soprattutto film per famiglie, e pertanto ben lungi, al di là di una certa ideologia perbenista (causa prima dell’etica di controllo estetico del prodotto filmico – si pensi ad esempio al Codice Hays o al clima oppressivo instaurato da Mc-Carthy proprio nel decennio che precede la rivoluzione dei costumi sociali), dall’intento di turbare le visioni e il sonno di milioni di spettatori paganti. Così, se la violenza familiare entrava nel circuito narrativo delle storie, questo era un innesto più drammaturgico che tematico, per alimentare la carica di suspense in un thrilling.

Esemplare a questo proposito il caso Hitchcock, cineasta della pura emozione cinematografica, spogliata di qualsiasi implicazione sociologica: dal presunto uxoricida del Sospetto (1941) a quello reale del Delitto perfetto (1954), passando per L’ombra del dubbio (1943), dove però il violento di turno è uno zio, quindi una specie di "appendice familiare". In altri casi la violenza coniugale è il precipitato narrativo di storie ad alta tensione nel campo del thriller o del noir: che sia l’omicidio di Verloc da parte della moglie (sempre Hitchcock con Sabotaggio, 1937) per vendicare la morte del fratellino, o quello della perfida Vicki da parte del marito come atto terminale di nemesi ne La bestia umana (1954) di Fritz Lang.

L’Europa, dal canto suo, non era più incline ad addentrarsi nei meandri spinosi di questo tema, preferendo, nelle varie tappe storiche del suo percorso cinematografico, più la sperimentazione (dall’Espressionismo tedesco e dalle avanguardie francesi al Neorealismo, più incline ai temi del disagio sociale, senza contare il lungo periodo di silenzio dovuto ai regimi dittatoriali e totalitari, che si esprimevano soprattutto con una cinematografia di propaganda) che non la scottante analisi di certe problematiche, come i maltrattamenti in famiglia.

Maggiore apertura si registrava invece nei confronti dei conflitti generazionali, sia al di là (Gioventù bruciata, di Nicholas Ray, o La valle dell’Eden, di Elia Kazan, ambedue interpretati nel 1955 da James Dean, icona del ribelle tormentato) che al di qua dell’oceano (Peccatori in blue jeans, di Marcel Carné, 1958), spesso localizzando lo sviluppo del contenuto nell’ambito delle metafore del sottotesto.

Le cose non sono molto cambiate con il cinema moderno, più audace nella rappresentazione dopo la rottura di certe barriere (linguistiche, produttive e, talvolta contenutistiche), ma ugualmente costretto a fare i conti, in quanto spettacolo di massa, con la morale corrente, la censura e gli incassi. Né infatti la Nouvelle Vague, in Francia, il Free Cinema inglese o il New American Cinema avrebbero in questo contesto fatto la differenza o apportato sensibili cambiamenti: più che il tema dei comportamenti devianti e aberranti all’interno della famiglia, era centrale quello della contestazione, del disagio o dello scontro generazionale dei giovani (I giovani arrabbiati e Gioventù, amore e rabbia, di Tony Richardson, rispettivamente del 1959 e del 1962; Morgan matto da legare, di Karel Reisz, 1966; Easy Rider, di Dennis Hooper, 1969; Fragole e sangue, di Stuart Hagmann, 1970; La rabbia giovane, di Terrence Malick, 1973; Pugni in tasca, di Marco Bellocchio, 1965; Zabriskie Point, di Michelangelo Antonioni, 1970).

Una scena de "Il giardino delle vergini suicide" (1999) di Sofia Coppola.

Gli ultimi sviluppi

Più tardi, alle soglie della contemporaneità, il cinema sembra affacciarsi con più determinazione, anche se in modo frammentario e discontinuo, al problema della violenza in famiglia, sia come maltrattamento e coercizione psicologica sia come molestie sessuali.

Rari quanto efficaci, ad esempio, sono le opere che hanno esplorato il rapporto repressivo tra madre e figlia. Lo troviamo in due film che scandiscono il passaggio dal periodo moderno a quello contemporaneo: da un lato Carrie (1976), di Brian De Palma, che, sulla falsariga di un teen-age horror, racconta l’ossessione sessuofoba di una madre verso la figlia, tenuta in uno stato d’ignoranza e di paura, con conseguenze devastanti per sé e per la comunità; dall’altro Il giardino delle vergini suicide (1999), dove il delicato tocco registico di Sofia Coppola tratteggia la storia di una madre opprimente e perbenista, la cui autoritaria disciplina porterà le proprie figlie a chiudere anzitempo i conti con la vita. Nella coercizione psicologica vive anche la goffa undicenne Dawn in Fuga dalla scuola media (1995), vittima di una sorta di mobbing familiare: i genitori la umiliano e la trascurano, preferendole il fratello tutto casa e scuola, e la sorella minore, con i suoi futili saggi di danza.

Il regista Todd Solondz, uno degli indipendenti americani più interessanti dell’ultima generazione (e uno dei cineasti più ostracizzati dal nostro circuito commerciale) è anche l’autore di Happiness (1998), sconcertante affresco esistenziale di una borghesia aberrata tra raggelanti spaccati familiari e inquietanti realtà antropologiche. Appartiene alla piccola borghesia anche la giovane protagonista di Family Life (1971), il cui viaggio paranoide verso la schizofrenia viene alimentato da una madre autoritaria, che la costringe all’aborto, e da un padre succube, binomio genitoriale negativo che anticipa, pur nella radicale diversità di toni e accenti, quello del Giardino della Coppola.

Il regista di Family Life è il vigoroso e "arrabbiato" Ken Loach, specialista nel ritrarre il disagio socio-politico delle classi proletarie e nel dipingere allarmanti quadri familiari nel contesto dell’insufficienza delle istituzioni (Ladybird Ladybird, Piovono pietre, Sweet Sixteen). Peter Mullan, suo attore in My Name Is Joe, ne riverbera lo stile e, raccontando la sorte drammatica di un gruppo di ragazze ripudiate dalle proprie famiglie in Magdalene (2002), si riserva la parte del violento Mr. O’Connor, che picchia selvaggiamente la figlia durante i suoi tentativi di evasione dal convento-riformatorio.

In "Padre e figlio" (1994) di Pozzessere duri contrasti tra le generazioni.

Un indimenticabile ritratto delle tensioni che covano nel grembo familiare si annida nelle pieghe labirintiche di Shining (1980), di Stanley Kubrick, ricavato, dopo Carrie, da un altro romanzo horror di Stephen King. Jack Torrance, scrittore sulla via del fallimento, non regge alle nefaste pressioni dell’Overlook Hotel, di cui è custode e dove vive in perfetto isolamento con la famiglia durante i mesi invernali, scaricando sulla moglie (di cui non sopporta più l’ingerenza) e sul figlio (percepito come una minaccia) frustrazioni, impotenza e volontà omicida. Sotto l’apparenza di un film di genere, si nasconde una lucida e serrata analisi dei meccanismi che governano il potenziale distruttivo latente in ogni famiglia (i Torrance sono una specie di simbolo della middle-class, in cui è facile identificarsi). Più grottesca invece la sorte dei coniugi Barbara e Oliver ne La guerra dei Roses (1989), di Danny De Vito, il cui divorzio rompe gli equilibri di una famiglia apparentemente perfetta dopo 17 anni di matrimonio, scatenando una laida guerra domestica senza esclusione di colpi.

Sul versante del rapporto violento padre-figlio, invece, la memoria non può non partire da uno dei suoi testi filmici più esemplari: Padre padrone (1977) dei fratelli Taviani, storia del durissimo riscatto di un pastore sardo dalle autoritarie angherie del padre, che ne vuole ostacolare a tutti i costi la crescita e l’indipendenza. Più giocati sullo scontro generazionale, ma virati da un’asprezza stilistica che lascia il segno, due film italiani che affrontano il tema con uno sguardo duro e implacabile: Colpire al cuore (1982), di Gianni Amelio, storia di un adolescente che tradisce il padre, professore universitario con frequentazioni terroristiche, in un atto di estrema (e simbolica) ribellione; e Padre e figlio (1994), di Pasquale Pozzessere, serrato "faccia a faccia" fatto di aggressioni e silenzi tra il padre, exoperaio con trascorsi sindacali, e un figlio costretto a subire il lavoro in fabbrica tra malessere sociale e sensualità deviante, nel contesto di una Genova fatiscente.

Fosco e scabro è anche Affliction, di Paul Schrader (1997, dal romanzo Tormenta di Russel Banks), noir ammantato di neve, tragedia familiare localizzata in una zona border dell’immaginario cinematografico come la provincia squallida e anonima del New Hampshire. Qui un poliziotto divorziato in crisi d’identità non riesce a liberarsi del fardello ingombrante di un padre picchiatore, che lo ha allevato in un clima di terrore e sadismo, e che ancora riesce a vessarlo. Oscillante tra affrancamento, ribellione e pulsione (auto)distruttiva, il protagonista verrà fatalmente risucchiato dal vortice di avvenimenti incontrollabili.

Nick Nolte nel film "Affliction" (1997) di Paul Schrader.

Difficile non associare la maschera ferina del James Coburn di questo film (dove interpreta il padre e la cui prestazione gli è valsa un Oscar come miglior attore non protagonista) a quella altrettanto mostruosa di John Huston in Chinatown (1974), di Roman Polanski, un altro noir moderno parimenti nichilista e morboso che si addentra negli interstizi più oscuri della devianza sessuale, raccontando di un padre-padrone (Noah Cross) despota e corrotto, che arriva a concepire un rapporto incestuoso con la figlia: il frutto di questo orribile crimine sarà una nipote-figlia psicologicamente disturbata.

Con il film di Polanski si entra così nella parte più oscura della violenza familiare, quella degli abusi sessuali, meno frequentata dal cinema rispetto agli sviluppi tematici fin qui analizzati per la scabrosità del tema, le implicazioni di carattere morale, le difficoltà nella rappresentazione e la scarsa commerciabilità.

Caso singolare, nel 1998 due film – produttivamente e stilisticamente dissimili, per non dire agli antipodi – ne hanno affrontato le problematiche. Il primo è Festen, del danese Thomas Vinterberg, che racconta, con gli eccessi un po’ gratuiti del manifesto "Dogma 95" (camera a mano, fotografia naturale, recitazione improvvisata), la terribile anamnesi di un giovane borghese che denuncia le molestie subite dal padre in occasione della festa per il suo 60° compleanno, gettando scandalo nel clan. Il secondo è Zona di guerra, l’opera prima dell’attore Tim Roth, ricavata dal romanzo choc di Alexander Stuart: parla d’incesto con uno stile rigoroso e cupo, scavando nelle sofferenze individuali di chi assiste al misfatto (il quindicenne Tom) e di chi ha subìto violenza (la sorella Jessie, che riceve le "premurose" attenzioni del padre).

Più recentemente, La bestia nel cuore, di Cristina Comencini (2005), affronta con estrema sobrietà formale un buco nero nella memoria di una doppiatrice in attesa di un figlio. Dovrà oltrepassare l’oceano, incontrare il fratello, schivo professore a Charlottesville con a carico diversi problemi relazionali con i figli, per aprire la camera oscura dei ricordi, dove erano state seppellite le violenze sessuali del padre verso il primogenito.

Massimo Zanichelli
    

DAL PICCOLO SCHERMO
SERIAL TV "MADE IN USA" E ABUSI IN FAMIGLIA

Potrà sembrare una contraddizione, ma i temi della violenza domestica (la coercizione psicologica e fisica, nonché gli abusi sessuali), così raramente trattati dal cinema americano mainstream, penetrano con assai più facilità nel tessuto televisivo dei serial.

Sono cambiati i tempi? Siamo davanti a una rivoluzione culturale del telefilm? La causa è forse nei minor capitali investiti rispetto alle produzioni cinematografiche? O è la diffusione di questi prodotti all’interno del contesto familiare – sotto il potenziale controllo dei genitori, della coscienza individuale o, più semplicemente, della libertà di scelta (la possibilità di cambiare canale) – facendone uno spettacolo esclusivamente privato, a limitarne il coefficiente di turbamento o i rischi d’impresa?

Quali che siano le risposte, è un fatto che non solo il telefilm americano veicoli sempre di più questi temi, ma che oggi rappresenti un formato assai più appassionante e sperimentale (a dispetto della sua serialità) di molti prodotti del circuito commerciale cinematografico (basti pensare, ad esempio, a Oz, 24, Alias, Lost). Così, diverse puntate di serie poliziesche come Homicide (1993), NYPD - New York Police Department (1993, nella foto), Law and Order (1990) e, soprattutto, il suo spin-off Law and Order - Unità Speciale (1999, interamente dedicato ai crimini sessuali), ma anche un serial "ospedaliero" come E.R. (1994), vedono un proliferare di episodi riguardanti i drammi che si consumano all’interno delle mura domestiche, dai litigi agli abusi, dagli abbandoni alle botte, dai ricatti psicologici alle violenze fisiche, in un campionario di casi e situazioni decisamente aderenti alla realtà della cronaca nera, di cui questi telefilm sono spesso uno specchio drammaturgico fedele quanto rigoroso. Insomma, come si dice, sembra proprio che quello che si butta dalla porta (del cinema) rientri dalla finestra (della televisione).

M. Z.

 

WEB & FAMIGLIA
PER AFFRONTARE LA CRISI

Un gruppo di professionisti intende offrire un utile servizio, fornendo un concreto e materiale sostegno a tutte le persone che attraversano una crisi nel loro rapporto matrimoniale. L’intento prevalente del sito www.ilmatrimoniointribunale.it è, infatti, mettere a conoscenza gli utenti delle opportunità offerte dalla normativa vigente (nell’interpretazione giurisprudenziale e dottrinaria) per risolvere i problemi. Si vuole, in sintesi, dare la massima divulgazione al diritto di famiglia in evoluzione.

Scopo del servizio è, quindi, evitare che matrimoni irrimediabilmente in crisi sfocino in cause ostili e violente e portino i due coniugi a compiere atti dannosi per sé e per i figli.

Numerose e interessanti le Faq e le rubriche in particolare quella relativa agli "aspetti psicologici della separazione".








 

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