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n. 3 MARZO 2006

Sommario

EDITORIALE
La vocazione della vocazione
la DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Conoscersi e apprezzarsi a vicenda
GILBERTO GILLINI E MARIATERESA ZATTONI

apep00010.gif (1261 byte) L’avventura della conoscenza di sé
SALVATORE CAPODIECI

apep00010.gif (1261 byte) La famiglia di fronte alla chiamata
ROBERTO ROVERAN

apep00010.gif (1261 byte) Testimoni della fede e dell’amore di Cristo
DON ENRICO SOLMI

apep00010.gif (1261 byte) Nati da una scintilla
ENRICA E MICHELANGELO TORTALLA

apep00010.gif (1261 byte) Un processo continuo e permanente
STEFANO STIMAMIGLIO

apep00010.gif (1261 byte) Verso la santità attraverso la professione
SILVIA MARDEGAN

DOSSIER
Autori italiani nel solco della gioventù
FULVIO PANZERI

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Governare un Paese o guidare un partito?
BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Pagine alla scoperta di sé stessi
STEFANO STIMAMIGLIO

La realtà dietro al muro di un chiostro
ORSOLA VETRI (A CURA DI)

MATERIALI & APPUNTI
Un gesto tra passato e futuro
STEFANO GORLA

CONSULENZA GENITORIALE
La testimonianza di suor Virginia
ARISTIDE TRONCONI

POLITICHE FAMILIARI
Il diritto ad abitazioni dignitose
HARMA KEEN (A CURA DI)

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Il divorzio rende più poveri
ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

 BAMBINI E ADOLESCENTI

L’avventura della conoscenza di sé

di Salvatore Capodieci
(psichiatra e psicoterapeuta psicoanalitico - Mestre Venezia)

Nei giovani il senso della vocazione nasce gradualmente e si realizza quando il ragazzo si allontana dai modelli genitoriali e avverte una situazione di conflitto, dubbio e incertezza interiori. È il passaggio dall’illusione della propria onnipotenza al riconoscimento del limite.
  

Disse un’ostrica a una vicina: «Ho veramente un gran dolore dentro di me. È qualcosa di pesante e di tondo, e sono stremata». Rispose l’altra con borioso compiacimento: «Sia lode ai cieli e al mare, io non ho dolori in me. Sto bene e sono sana sia dentro che fuori». Passava in quel momento un granchio e udì le due ostriche, e disse a quella che stava bene ed era sana sia dentro che fuori: «Sì, tu stai bene e sei sana; ma il dolore che la tua vicina porta dentro di sé è una perla di straordinaria bellezza». (Bruno Ferrero, 1989).

Non è facile trattare il tema della vocazione perché tocca profondamente la persona nei suoi aspetti più intimi e coinvolge la stessa attività umana; infatti il termine vuol dire "inclinazione, propensione naturale verso una professione, un’arte, un modo di vivere, un genere di studi, ecc.". Possedere una vocazione implica un coinvolgimento in un’attività nei vari ambiti: professionale, intellettuale, religioso, sociale, sportivo, scientifico, politico, sentimentale, artistico, amoroso, ecc.

In un’epoca dove prevale il livellamento, l’egualitarismo e la demitizzazione, discutere di vocazione può apparire controcorrente. L’essere autenticamente sé stessi, infatti, appare oggi sempre più difficile e, al contrario, un diffuso bisogno antielitaristico spinge a curiosare nella vita privata degli altri (meglio se famosi) per rassicurarsi che siano "normali" come chi li osserva, un atteggiamento alla base dell’inspiegabile successo dei tanti reality show messi in onda dalla televisione.

Il discorso sulla vocazione rifugge, invece, dalle banalizzazioni, perché la posta in gioco è davvero alta; il suo significato è vicino a quello di libertà e di autenticità e, per questo, appare complesso.

La vocazione ha una dimensione verticale, nel senso che guarda verso l’alto. Alto che è rappresentato tanto dalle proprie aspirazioni ideali quanto, per il credente, dal profondo vissuto della presenza di Dio. Se la vocazione è autentica sfocia in una dimensione orizzontale, nel senso che il raggiungimento dei propri ideali si estende a macchia d’olio al prossimo attraverso un sentimento che si fonda radicalmente sull’amore e sulla gratuità.

Per il credente si tratta in questo caso di incarnare Dio nella propria vita. Bisogna aggiungere che viviamo in un’epoca piena di contraddizioni e di compromessi di ogni genere; ci troviamo, però, anche in un periodo che più di ogni altro è caratterizzato dalla libertà che rappresenta il presupposto indispensabile per raggiungere la propria vocazione.

L’impedimento al poter raggiungere la propria vocazione può essere dovuto sia a difficoltà interne, come nella nevrosi, sia esterne, come quando è minacciata la sua realizzazione per motivi politici, ideologici o religiosi.

Nell’adolescente il senso della vocazione nasce gradualmente e si realizza quando il ragazzo abbandona la percezione della propria identità unitaria e allontanandosi dai modelli genitoriali avverte una situazione di conflitto, dubbio e incertezza interiori. Sarà, allora, quella parte di sé con cui egli si identifica che connoterà i primi elementi che porteranno all’affermazione della sua vocazione.

Vi è una sola cosa che è nostro vero ed effettivo possesso, sulla quale possiamo esercitare il nostro dominio e che nulla, né il destino né gli uomini, può in alcun modo intaccare: è la nostra vita interiore, dove si celebra il senso più profondo della nostra vocazione.

Si tratta di capire, come nel racconto di Ferrero, che sono la sofferenza e il dolore che fanno crescere perle di straordinaria bellezza.

Vignetta.

Vicissitudini complesse

Nei primi anni la vita psichica è dominata dal principio del piacere che è uno dei due principi che regolano, secondo Freud, il funzionamento mentale: l’insieme dell’attività psichica ha per scopo l’evitare il dispiacere e il procurare piacere. Nell’infanzia le pulsioni istintuali(1) tendono a un appagamento immediato, per trarne appunto piacere. Se, ad esempio, il bambino piccolo ha fame, piange e immediatamente viene accontentato con l’allattamento al seno o con un’altra forma di nutrimento.

Se la realtà non fornisce tale appagamento, il soggetto, utilizzando il fatto che non si è ancora stabilita in lui una netta distinzione fra immagini esterne e quelle endogene (che nell’adulto costituiranno il mondo della fantasia), si procura l’appagamento e il piacere, prescindendo dalla realtà, e "allucinando" l’oggetto desiderato. Questa è la situazione del bambino che, privato del seno materno, si succhia il dito.

L’atto del succhiare si arricchisce delle impressioni di un fluire del latte e la pulsione è momentaneamente appagata. In questa fase il bambino diventa l’immagine che la madre ha di lui e spesso la rappresentazione(2) che ne deriva non è quella più vera, ma costituisce in ogni caso la migliore risposta necessaria al bambino per avere la sensazione di esistere.

Anche nelle circostanze migliori diventare una persona è un fenomeno fragile e incerto e c’è sempre una tensione fra esperienza soggettiva e realtà oggettiva. Tutti noi cominciamo la vita in una totale dipendenza dalle cure materne, che riconoscono e facilitano i nostri bisogni e desideri e ci offrono la possibilità di conoscerci e diventare noi stessi. Questa totale dipendenza implica necessariamente una vulnerabilità alle azioni esterne e alle intrusioni, come se fossimo un computer collegato a Internet senza un buon antivirus.

Rimane, in ogni caso, un residuo di autenticità, uno spazio di realtà soggettiva, che si conserva sempre inaccessibile agli sguardi esterni. Al centro di ciascuna persona c’è un elemento segregato, che è sacro e veramente degno di essere preservato; sarà questo aspetto così "nucleare", nel senso che si trova nel nucleo centrale dell’essenzialità di una persona, che consentirà di poter vivere la propria vocazione nel modo più autentico, se al momento opportuno verrà in superficie.

Essere sé stesso vuol dire prendere le distanze dagli altri, anche da chi ci aiuta e a volte persino dagli stessi genitori, per poter esprimere la propria soggettività. Nel corso della normale evoluzione si sperimenta sé stessi attraverso l’altro, il che permette di conoscersi e di mettersi alla prova.

Il Sé può essere definito come quel nucleo della coscienza autoriflessiva permanente e continuativa che caratterizza l’esperienza individuale. Secondo Winnicott, i bambini, le cui iniziative vengono costantemente distorte da genitori che non riescono a recepirle o a validarle, troveranno modi alternativi per entrare in contatto con loro. Queste strategie possono portare allo sviluppo di un "falso Sé", che i genitori apprezzano, e, così, il "vero Sé" può restare nascosto con la conseguente perdita di un certo grado di autenticità.

Tra il principio del piacere, che caratterizza le modalità di appagamento dell’infanzia, e il principio di realtà, che caratterizza il comportamento adulto, non vi è contrapposizione, ma continuità.

Il passaggio dal primo al secondo avviene quando comincia a funzionare l’esame di realtà: in altre parole la capacità di distinguere fra appagamento soltanto apparente e appagamento reale. In base a una tale distinzione, lo schema della soddisfazione "allucinatoria" viene più o meno completamente abbandonato per essere sostituito da un comportamento attivo sulla realtà, finalizzato al raggiungimento di una situazione realmente appagante.

Il nuovo schema comporta tutta una serie di adattamenti per aggirare gli ostacoli interposti e per arrivare alla meta attraverso compromessi e eventuali rinvii nel tempo. Il bambino si sente dire dall’adulto di essere ragionevole, di non pretendere l’impossibile, di aspettare il momento propizio per avere quello che desidera e di limitare i suoi desideri in ragione delle effettive possibilità di esaudimento. L’adulto parla così al bambino perché sa che quello che dice vale sempre anche nel mondo degli adulti e non solo per chi sta crescendo. Il bambino si trova così a trasformare il comportamento infantile (dominato dal principio del piacere) nel comportamento adulto (regolato dal principio di realtà).

Più avanti sapendo distinguere la realtà dalla fantasia, impara ora a preferire un appagamento più completo, anche se differito nel tempo, all’illusione di un appagamento immediato.

Una volta riconosciuta la realtà e accettata la legge che la soddisfazione delle pulsioni va ricercata nella realtà medesima, l’individuo si trova, però, alle prese con nuove frustrazioni. Alcune di queste sono collegate al fatto che, vivendo in mezzo ad altre persone, si è costretti a tener conto delle esigenze altrui.

Il bambino deve, dunque, soddisfare le proprie pulsioni compatibilmente con i principi della organizzazione sociale in cui si trova a vivere. È il momento in cui vive l’esperienza dell’uscita dal proprio narcisismo primario(3), con la scoperta di non essere onnipotente e di dipendere da una persona esterna per la soddisfazione dei propri bisogni e desideri.

Il confronto con il limite dell’onnipotenza rappresenta il passaggio al mondo reale, limite su cui il bambino potrà sviluppare la vocazione autentica rappresentata dall’insieme degli ideali e della consapevolezza dei propri limiti. Il crescere comporta il confrontarsi continuamente con questa "perduta età dell’oro" dell’infanzia, quella brevissima stagione della soddisfazione ottenuta per atto magico del desiderio; ma l’Eden è stato perduto e questa epoca non tornerà più.

Questa frustrazione(4) può comportare per l’adolescente una distruttività legata al non sopportare l’idea che nel reale non esiste il potere magico della fantasia oppure, attraverso nuovi investimenti(5), riuscire a superare l’aggressività e l’odio provocati dalla frustrazione stessa e riscoprire nuovi valori importanti.

Ogni volta che siamo di fronte al rifiuto di accettare e integrare i limiti, che consistono nel dover sottostare ai divieti e a ciò che è impossibile, notiamo che si afferma l’illusione dell’illimitato.

Negare che occorra partire per questa appassionata avventura, piena di difficoltà e di paure, che porta alla meta della conoscenza di sé e del mondo e di una maggiore maturità, fa sì che ci si trovi di fronte alla tentazione di imboccare scorciatoie dove regna l’illusione, che con i suoi miraggi e immagini idealizzanti porta a una risoluzione "artefatta" del conflitto tra spinte vocazionali da un lato e resistenze al cambiamento dall’altro.

Questa appassionata avventura fa evolvere l’uomo dalla sua tendenza a rappresentare sé stesso e il mondo circostante secondo un pensiero orientato dall’illusione, che mira all’appagamento del desiderio, verso la scelta della libertà di essere padrone del proprio destino: un’aspirazione alla perfezione comune a tutti gli uomini, un pungolo che senza sosta li spinge a progredire, a sfidare i limiti imposti dalle dure leggi della natura e dalle esigenze della cultura, a fare arretrare i confini dell’ignoto e dell’impossibile.

Un’appassionata avventura, quella della nascita della vocazione, che viaggia attraverso il mondo della fantasia, dell’immaginazione e del sogno da una parte e della realtà dall’altra.

Così il mondo psichico appare situarsi nel quadro dell’opposizione tra soggettivo e oggettivo, fra un mondo interno che tende alla soddisfazione attraverso l’illusione e un mondo esterno che impone progressivamente il principio di realtà.

Esiste una ben definita situazione psicologica che impedisce un’armonica crescita della vocazione. Si tratta di una situazione antica, rintracciabile in ogni bambino e che, in forma inconscia, permane parzialmente negli adulti. Talora si rende manifesta in ben precisi sintomi nevrotici.

L’angoscia infantile ha un suo primo modello nella paura dell’ignoto e nel bisogno di ritrovare situazioni familiari: fondamentalmente la presenza materna. Con la formazione dei primi nuclei del Super-io(6) e quindi dei primi divieti nei confronti delle pulsioni istintuali, si impone quel rapporto dialettico fra pulsioni libidiche ed aggressive da un lato, e meccanismi di difesa dall’altro, che può avere esiti molto diversi.

Possiamo dire che la nascita della vocazione coincide con l’armonico sviluppo della persona e precisamente nel raggiungimento di un equilibrio dove l’Io, in veste di mediatore, bene integrandosi con la realtà, soddisfi sufficientemente le esigenze dell’Es(7), senza turbare i propri rapporti con il Super-io. Ma se questo equilibrio non regge, l’Io è costretto a rinsaldare la propria dipendenza dal Super-io, sviluppando di conseguenza reazioni ansiose di fronte alle richieste dell’Es. È questa la situazione tipica dei disturbi fobici e ossessivi. Di fronte alle pluralità delle istanze psichiche può darsi che l’Io non stia con alcuno, non prenda posizione, né per il Super-io, né per le spinte pulsionali.

La paura di sentire la propria vocazione è anche paura di assunzione di responsabilità. L’Io può evitare di scegliere e quindi, esimendosi da ogni responsabilità, lasciare che agiscano le norme del Super-io o le norme sociali di cui il Super-io si fa portatore, senza tuttavia solidarizzare con esse e abdicando così in modo totale alla propria vocazione. Questo è il modo d’essere del conformista.

Vignetta.

La costruzione su un "falso Sé"

Nel mio lavoro di psicoterapeuta, nei colloqui con gli adolescenti, mi trovo spesso a chiedere: «Qual è il tuo progetto di vita?» e in modo sempre più frequente la risposta che ricevo è: «Non lo so».

La generazione degli adulti ha in questo, probabilmente, le sue responsabilità perché sempre più di rado è capace di trasmettere l’entusiasmo e la passione che dovrebbero essere alla base delle proprie scelte nei vari ambiti professionali, personali e sociali. Un’indagine riporta che la maggioranza dei figli dei medici ha scelto di non svolgere il lavoro dei genitori e un po’ tutte le professioni di tipo scientifico presentano una vera e propria crisi di vocazioni. Gli insegnanti non riescono a testimoniare la loro vocazione per la didattica e le cosiddette helping profession trovano sempre meno proseliti nelle nuove generazioni.

Sono sempre più numerosi, invece, i giovani che desiderano lavorare nel marketing, nei settori della moda e dell’estetica e per la televisione o nel mondo dello sport (il calcio in particolare); uno scorretto utilizzo dei mass media sta creando sempre più il desiderio di lavorare in ambienti che raramente riescono ad accogliere le nuove generazioni e consentire loro di sviluppare i propri talenti.

È importante, però, chiedersi se queste vocazioni siano autentiche o se non si tratti, invece, di inclinazioni che si strutturano sulla base di un "falso Sé". Se il bambino non sperimenta la prima fase, quella dell’onnipotenza soggettiva, perché non ha avuto la fortuna di avere una «madre sufficientemente buona» (Winnicott[8]), sarà costretto a scontrarsi troppo presto con gli ostacoli che presenta il mondo esterno e, al posto del "vero Sé", nascerà un "falso Sé" compiacente alle esigenze degli altri perché non ha fiducia di poter realizzare le proprie. Questo aspetto psicopatologico è, purtroppo, conforme alle pressioni esercitate dalle società conformiste e massificate; torna, inoltre, di grande utilità a chi guida i mercati, che preferisce gli individui che pensano per "omologazione" piuttosto che in base alla propria creatività.

Il "falso Sé" si forma su una base di compiacenza e costituisce una parte scissa dell’individuo, non l’"intero". Il riconoscimento dell’aspetto psicopatologico è difficile perché in apparenza l’individuo sembrerebbe avere soddisfatto le sue ambizioni, in realtà falsi obiettivi lontani dall’autenticità del soggetto. La strutturazione del "falso Sé", che possiamo anche definire come una sorta di vocazione coatta, impedisce all’individuo di far affiorare quell’aspetto "nucleare" della propria dimensione più autentica, il solo che offre l’opportunità di realizzare la propria vocazione.

Una vocazione mancata non è un dramma come può esserlo lo sviluppo in età giovanile di problematiche come la tossicomania, l’anoressia, il disturbo ossessivo-compulsivo o la personalità borderline, può però portare a fenomeni che, anche se meno preoccupanti, sono diffusi e alla base di numerosi disagi in questa età particolare e che possono arrivare a scompensi psichici e a disturbi depressivi fino ai tentativi di suicidio.

Alcuni adolescenti sulla spinta del "falso Sé" arrivano a organizzare una forma raffinata di "bullismo", che non si caratterizza per le forme esasperate e tipiche di quello delle realtà metropolitane con violenze agite sul piano fisico o con l’estorsione di denaro. Il fenomeno, pur diverso nella sua espressività, raccoglie però gli stessi contenuti di violenza anche se confinata ad aspetti psicologici.

Tutti ricorderanno l’episodio dell’allagamento di un liceo classico di Milano avvenuta un paio d’anni fa ad opera di un gruppo di giovani che, non essendo sufficientemente preparato, voleva far rinviare il compito in classe. Si tratta di piccoli clan di adolescenti che frequentano per lo più il liceo e che si trasformano in gruppi di potere nei confronti del resto della classe. I loro obiettivi sono di avere votazioni alte studiando poco, assumere la leadership sul resto della classe, ponendo i coetanei in condizioni di sudditanza psicologica.

Le strategie utilizzate sono raffinate. I più bravi della classe vengono minacciati e ricattati se non "passano" i compiti durante l’esercitazione in classe o se non eseguono per loro esercizi e ricerche per casa. Il ricatto si basa su fenomeni di isolamento («nessuno deve parlare con Tizia o con Caio») oppure su comportamenti come il sequestro del cellulare dal quale vengono inviati messaggi che possono risultare dannosi come, ad esempio, notizie di ipotetici tradimenti spediti al fidanzato/a della vittima. Questi gruppi a differenza dei "bulli di periferia", che non sono motivati allo studio, hanno al contrario l’obiettivo di avere le votazioni più alte dei coetanei che studiano con impegno continuativo e sacrificio. Le strategie per ottenere questo, oltre alla sottomissione dei compagni più bravi, si avvale di un’organizzazione capillare. Ecco alcuni esempi tratti dalle narrazioni di giovani che mi hanno consultato: «Il giorno del compito in classe il clan, che occupa sempre i banchi più lontani dalla vista dei professori, ottiene tramite sms sul cellulare la traduzione della versione di latino o la soluzione del problema di matematica o di fisica. Il complice è per lo più un amico che si trova all’esterno collegato a Internet».

Questi "scippi" non vengono condivisi con il resto della classe, ma rimangono appannaggio del piccolo gruppo di bulli che così "misteriosamente" ottiene votazioni più alte di chi si prepara con metodo e sacrificio. Tutti questi fenomeni quasi mai vengono raccontati ai genitori o agli insegnanti per pudore o perché si teme che gli aspetti ricattatori possano comportare ritorsioni peggiori. Questi giovani sono lontani dall’autenticità e seguono una vocazione coatta che risponde al dover ottenere un preconfezionato titolo di studio, ma rimane lontana dalle proprie passioni e dalle vere inclinazioni (se si escludono quelle di tipo delinquenziale).

Il "falso Sé", pertanto, oltre a danneggiare il giovane che ne è affetto può diventare dannoso anche per i coetanei che con impegno e consapevolezza del senso del limite tentano di dar vita alle proprie spinte vocazionali.

«Cosa sono dunque, Dio mio? Qual è la mia natura? Una vita varia e multiforme, smisurata e veemente», scriveva sant’Agostino ne Le confessioni(9).

La vocazione è la stessa unità armonica della persona. Dipende, cioè, da quel lavoro continuo determinato dal passaggio da un narcisismo primario dove l’altro non esiste, se non come strumento per il raggiungimento del piacere, alla condizione del riconoscimento del bisogno dell’altro per raggiungere le proprie mete. È il riconoscimento che esiste altro da me e che con ciò devo confrontarmi.

È il passaggio dall’illusione della propria onnipotenza al riconoscimento del limite, attraverso cui può essere costruita una dimensione realistica della propria potenza (relativa e non più assoluta). Questo determina l’esperienza di distinguere tra ciò che si desidera (fantasia) e ciò che è possibile (realtà). La vocazione va di pari passo, sulla linea del superamento del narcisismo primario, con la capacità di tollerare la frustrazione, che in primis è quella della scoperta dei propri limiti, nei confronti della realtà. È questa esperienza che consente di sviluppare la capacità di costruire un approdo reale e soddisfacente al desiderio.

Quell’appassionata avventura tra l’illusione e la verità permette di difendere l’uomo dalla perversione del negare i conflitti, i limiti, le leggi, in altre parole la realtà, evitandogli esperienze cocenti legate alla caduta dei paradisi illusori, dove tutto era possibile senza fatiche e rinunce. Ecco che allora la vocazione è legata alla capacità della costituzione psichica di sentire, se in tutto quello che si fa c’è una chiamata all’amore che implica un dialogo personale interiore, spesso difficile da portare all’esterno.

Don Bosco affermava che un giovane su tre ha qualità che possono essere indizio di una vocazione. Questa affermazione deve sollecitare chi si occupa di adolescenti a rivolgere la propria attenzione all’autenticità dei ragazzi che gli sono stati affidati.

Educatori, insegnanti e genitori debbono vigilare sui fenomeni che, frutto del "falso Sé", anche se all’apparenza relativamente pericolosi, di fatto portano a un disagio diffuso sia nell’individuo sia nei coetanei con cui l’adolescente viene in contatto. Indicare ai giovani l’importanza di far emergere la loro dimensione più vera consente, inoltre, di abbattere la credenza che il mondo si divida in furbi e vittime stupide, e impedisce lo sviluppo di un pensiero "ipocrita" che sottostà alle tante false vocazioni che attirano le nuove generazioni.

Lo psicoterapeuta di orientamento dinamico cerca in ogni paziente una verità soggettiva unica e cerca di riconoscere e validare il suo "vero Sé". Questa ricerca degli aspetti nascosti può comportare per il paziente lo smascheramento di tutta una serie di autoinganni e la coraggiosa esplorazione dei desideri, delle paure e delle fantasie più recondite. Questo essere capito e riconosciuto per ciò che è può essere, per il paziente, la dimensione fondamentale per riuscire a provare amore per sé stesso e per gli altri.

L’ingrediente indispensabile per arrivare a una vocazione autentica è, infatti, proprio la capacità di amare.

Salvatore Capodieci
  

BIBLIOGRAFIA

  • Ferrero B., La perla, in: Quaranta Storie nel Deserto, ElleDiCi, Torino 1989.

  • Fonagy P., Target M., Psicopatologia evolutiva. Le teorie psicoanalitiche, Raffaello Cortina, Milano 2005.

  • Freud S. (1911), Precisazioni sui due principi dell’accadere psichico. In O.S.F., vol. VI.

  • Gabbard G.O., Introduzione alla psicoterapia psicoanalitica, Raffaello Cortina, Milano 2005.

  • Laplanche J., Pontalis J.B., Enciclopedia della psicoanalisi, Laterza, Bari 1968

  • Winnicott D.W., La distorsione dell’Io in rapporto al vero e al falso Sé. In: Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma 1970.








 

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