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n. 3 MARZO 2006

Sommario

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La vocazione della vocazione
la DIREZIONE

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GILBERTO GILLINI E MARIATERESA ZATTONI

apep00010.gif (1261 byte) L’avventura della conoscenza di sé
SALVATORE CAPODIECI

apep00010.gif (1261 byte) La famiglia di fronte alla chiamata
ROBERTO ROVERAN

apep00010.gif (1261 byte) Testimoni della fede e dell’amore di Cristo
DON ENRICO SOLMI

apep00010.gif (1261 byte) Nati da una scintilla
ENRICA E MICHELANGELO TORTALLA

apep00010.gif (1261 byte) Un processo continuo e permanente
STEFANO STIMAMIGLIO

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SILVIA MARDEGAN

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Autori italiani nel solco della gioventù
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 ACCOMPAGNARE LA SCELTA

La famiglia di fronte alla chiamata

di Roberto Roveran
(formatore)

Qualunque sia la vocazione dei figli la famiglia è chiamata a crescere anch’essa proprio attraverso il passaggio fondamentale del distacco. "Rispettare", "condividere" e "accompagnare" sono i passi concreti di un percorso che la interpella nella sua fondamentale missione educativa.
  

È sempre Dio il soggetto che chiama e che si pone in dialogo con l’uomo e la donna per orientarli a realizzare un progetto che, mentre dà senso alla loro esistenza, risulta essere un servizio per la collettività.
  

A dire di qualche santo sembra che la maggioranza dei giovani (sia ragazzi che ragazze) a un certo momento della propria crescita abbia la percezione di una chiamata verso un progetto di totale consacrazione al Signore. Questa affermazione, che sembrerebbe così lontana dalla mentalità contemporanea, in seria crisi per quanto riguarda le entrate in seminario e nella vita religiosa, trova però riscontro reale nel fatto che a un prete presente sulle chat, le linee di conversazione libera in Internet, viene chiesto espressamente come ha fatto a comunicare ai genitori la sua scelta del sacerdozio. Un segnale evidente di quanto e come la famiglia entri nella dinamica della decisione vocazionale.

Qualunque sia la vocazione dei figli (al matrimonio, alla vita consacrata o sacerdotale o missionaria) va subito detto che la famiglia è sollecitata e chiamata a crescere anch’essa proprio attraverso il passaggio fondamentale del distacco dei figli. Non deve certamente trattenerli sempre con sé e per sé, ma al contrario adempirà adeguatamente alla propria missione vivendo la volontà e la capacità di lasciarli andare...

Affrontiamo ora l’ambito della fede. Per "vocazione" si intende l’orientamento verso un progetto specifico di vita e il termine deriva dal latino "vocare" che significa chiamare. È sempre Dio il soggetto che chiama e che si pone in dialogo con l’uomo e la donna per orientarli a realizzare un progetto che, mentre dà senso alla loro esistenza, risulta essere un servizio per la collettività. Al matrimonio, alla vita religiosa, sacerdotale o laicale, qualunque sia lo stile di vita che si sceglie per il cristiano c’è sempre Dio all’origine. Tale convinzione si colloca in continuità con l’insegnamento biblico che presenta sia nell’Antico come nel Nuovo Testamento le varie modalità attraverso cui Dio guida la grande storia del mondo, del popolo di Israele e insieme la piccola storia di ogni sua creatura. Dio chiama e la persona risponde trovando così il suo posto preciso e insostituibile all’interno del grande progetto di Dio a favore dell’umanità.

La vocazione, dunque, è impegnare bene il dono della vita attraverso un vero e proprio collaborare con Dio, condividendo con lui il destino del mondo: nessuno quindi nasce a caso, ma in prospettiva di una specifica missione.

Chiamata e risposta trovano senso all’interno di un dialogo di fede con Dio che non si limita a un botta e risposta, a una circostanza particolare in cui si rimane affascinati e "sedotti" (termine biblico eloquente) dal Signore. In realtà il dialogo di fede permea tutta la vita del chiamato, dalla nascita fino alla morte, poiché sempre il cristiano intende vivere la volontà di Dio. Ma c’è un momento particolare della vita quando si ricerca il proprio posto attraverso il discernimento e la presa di coscienza dei desideri e delle motivazioni interiori.

La vocazione non è un obbligo, un dovere che opprime l’uomo e la donna, ma una chiamata da riconoscere e interpretare fino ad assumerla nella libertà e personale autonomia.

Nel pieno dell’adolescenza, intorno ai 18-19 anni, il giovane ha da fare un passaggio: da una fede convenzionale, perché ricevuta in qualche modo dalla famiglia a una fede motivata, decisa secondo una personale opzione fondamentale. È un momento piuttosto delicato che vede sì coinvolta anche la famiglia, ma in molti casi con conseguenze relazionali difficili e in una maniera tutt’altro che pacifica... A volte questo snodo dello sviluppo può costituire l’occasione per una impostazione del tutto nuova della relazione coi genitori oppure, altra situazione di sbocco possibile, il passaggio verso una fede più personale viene confuso con una vera e propria chiamata alla consacrazione totale della vita al Signore.

Soprattutto in coloro che non hanno una famiglia praticante può scattare una ricerca di spiritualità e di radicalità in contrasto aperto con lo stile di vita e di relazione affettiva che si sperimenta a casa. Gesù può risultare così affascinante da "travolgere" l’adolescente, facendolo convertire come un colpo di fulmine a ciel sereno e condurlo a una condotta di vita completamente rinnovata e certamente inspiegabile agli occhi sorpresi dei genitori.

La stessa crisi si può presentare anche più avanti in età, dopo qualche esperienza affettiva coinvolgente, ma non così determinante da stimolare l’impegno verso un progetto di vita in coppia.

Solitudine, confusione, paura e insicurezza, tensione e rabbia sono le emozioni sperimentate dal figlio o dalla figlia in queste fasi di crescita e maturazione. Sentimenti spesso accresciuti dalle attese e aspettative che i genitori, direttamente o indirettamente, hanno in qualche modo addossato e inculcato nel corso dello sviluppo. Risulta pertanto a volte difficile ai nostri figli riuscire ad essere se stessi, cioè liberi di scegliere e di aderire al progetto di vita che sentono più bello ed esaltante.

Il mondo affettivo

La paura di deludere, l’ansia di perdere l’affetto, il dubbio circa la durata delle relazioni, la rabbia di fronte ai contrasti entrano nel gioco, nella dinamica del discernimento al punto da produrre reazioni diverse e impensate. Ricordo un giovane che aveva atteso fino all’ultimo giorno per comunicare ai genitori la sua intenzione di entrare in seminario e poi li aveva come messi di fronte al fatto compiuto. Un bel modo di proteggersi da loro, ritenuti un possibile ostacolo alla sua evoluzione interiore.

Oppure penso ad altre situazioni concrete in cui, ad esempio, la ragazza prende parte a incontri spirituali, ritiri o campi estivi di nascosto dai genitori, dando giustificazioni più o meno plausibili, ma soprattutto con tanta sofferenza interiore, perché impossibilitata a manifestare nella verità l’inclinazione del proprio cuore.

C’è indubbiamente un mondo affettivo che non può essere scavalcato a piè pari né rimosso, in quanto le conseguenze si presentano in seguito. Una novizia, letteralmente fuggita da casa per poter perseguire l’ideale di consacrazione presso una congregazione religiosa, si ritrovò ben presto a fare i conti con problemi di salute: non riusciva a dormire e a portare avanti in serenità il suo cammino formativo in quanto avvolta da un forte senso di colpa per aver abbandonato la famiglia. In quel caso non fu difficile spiegare a lei e alla sua formatrice che il quarto comandamento viene prima dei consigli evangelici attraverso i quali ci si consacra a Dio.

Per portare avanti una formazione serena alla vita religiosa è indispensabile l’intesa e la riconciliazione con i propri genitori. Pertanto non può essere strumento di pace e di evangelizzazione per l’umanità colui o colei che non è pacificato in sé stesso e con la propria storia evolutiva.

Ai giovani spesso sfugge una considerazione fondamentale e basilare: che la percezione della chiamata/vocazione da parte del Signore non distoglie la persona dalla sua responsabilità verso i genitori. Se quindi in concreto la comunicazione e fiducia con papà e mamma sono state superficiali e fragili lungo gli anni di crescita, tale fragilità si ripresenterà tutta intera al momento delle scelte e decisioni (scuola, lavoro, matrimonio o sacerdozio).

In quanto educatore mi sono ritrovato a dover insegnare a ragazzi e ragazze l’importanza di una reale e più profonda crescita nella relazione coi genitori per ottenere fiducia e libertà e quindi poter avventurarsi sul sentiero della propria vocazione. I giovani hanno bisogno di essere aiutati a cogliere che, se è vero da una parte che papà e mamma devono lasciar liberi i figli, dall’altra è altrettanto vero che loro stessi devono dimostrare di aver raggiunto la maturità necessaria per una buona gestione della libertà che giustamente pretendono.

Il contributo della famiglia

Si evidenzia così che il cambiamento all’interno della relazione familiare è possibile solo in misura che tutti si rimbocchino le maniche in quanto si è parte di un sistema.

Oggi come oggi si fanno sempre più rare le famiglie che sono felici di avere un figlio sacerdote o una figlia suora. L’accettazione di tali scelte dipende certamente dal credo religioso dei genitori. Vi sono comunque, anche se sempre di meno, genitori che pregano per l’orientamento dei propri figli e in particolare perché Dio conceda loro un sacerdote o una suora. Essi, in forza di una fede convinta e testimoniata, riconoscono che Dio fa loro un dono assumendo al proprio servizio il figlio o la figlia. Nell’intimo sono persino fieri e orgogliosi di poter contribuire allo sviluppo di una vocazione.

È chiaro però che questo è possibile in un reale contesto di fede e di impegno cristiano, nel quale si è convinti che i figli sono un dono di Dio, non un possesso e che pertanto devono potersi gestire nella libertà dell’autodeterminazione. In questo caso la famiglia ha contribuito notevolmente con la preghiera, la testimonianza e l’educazione all’evoluzione del germe vocazionale.

Diverso, molto diverso invece è il procedere delle famiglie che vivono superficialmente o che sono lontane dalla fede cristiana. Alla vocazione del figlio reagiscono con lo sconcerto e a volte con l’opposizione aperta in quanto poco disposte a promuovere una sua reale indipendenza.

Il discernimento corretto

Si creano così dei contrasti che possono spingere il giovane ad abbandonare il suo proposito oppure sollecitarlo a sviluppare maggiormente le motivazioni del proprio orientamento vocazionale. Un corretto discernimento, portato avanti non da soli ma con l’aiuto di persone competenti, entra nel merito di una eventuale opposizione dei genitori e accompagna il chiamato a capire come questa rientra nella logica della volontà di Dio e quindi della sua maturazione vocazionale. Come la vocazione ha bisogno di tempo per maturare nel cuore della persona, così c’è bisogno di tempo perché la famiglia capisca ed elabori questa novità.

L’esperienza, infatti, dimostra che è possibile per i genitori far propria e persino gioire della scelta del figlio se aiutati a cogliere il loro coinvolgimento nella particolare prospettiva di vita del figlio. Pur nella fatica, che spesso però aiuta a sciogliere delle relazioni troppo strette e possessive, i genitori capiscono che la felicità dei figli dipende anche dalla libertà di scelta di fronte al progetto di vita.

Domande per la riflessione

Possono sollecitare la riflessione alcune domande di questo genere:

«Voi volete che sia felice vostro figlio, vero? Ma come può esserlo se lo contrastate nel suo desiderio verso una vita di consacrazione totale?».

«Non vi pare che vi chieda di capire e, se possibile, anche condividere piuttosto che contrastare il suo orientamento? Volete il suo vero bene: ma gli state dando fiducia?».

«Lo avreste certo sostenuto se avesse scelto il matrimonio, vero? E allora perché tanta vostra resistenza di fronte alla sua scelta del sacerdozio o della vita religiosa?».

L’esperienza dimostra che con il tempo e l’impegno dall’una e dall’altra parte si possono raggiungere buoni risultati nell’intesa fra genitori e figli in merito alla vocazione. Si è verificato più volte, ad esempio, che la perseveranza unita alla pazienza nei figli abbiano contribuito a modificare atteggiamenti contrari o ostili nei genitori. Oppure che la ferma e serena convinzione della figlia abbia pian piano aiutato la madre a modificare il proprio atteggiamento.

I motivi della resistenza o avversione dei genitori sono legati per lo più alla psicodinamica del sistema familiare, ossia alla trama interna di relazioni affettive e di comunicazione. La partenza del figlio porta squilibrio, altera un sistema consolidato da anni e quindi può essere sentita come una minaccia in quanto la casa si svuota, in particolare quando c’è un solo figlio o una sola figlia, e i genitori devono tornare a preoccuparsi di sé stessi e del loro rapporto.

In questi casi può accadere che sia sentito più facile occuparsi di un figlio, anche se ormai grande, anziché tornare a concentrarsi sul rapporto di coppia. E così non si vuole lasciarlo andare...

La comprensione dopo lo strappo

Un modo per aiutare a superare il distacco e a volte addirittura lo strappo consiste nel far ricordare ai genitori il loro modo di scegliersi il progetto di vita, come cioè loro stessi da giovani hanno lottato per conseguire alcuni obiettivi esistenziali.

Far ripensare alla propria storia matrimoniale produce molto spesso un effetto benefico in termini di comprensione e fiducia verso i figli. Ci sono coppie che dopo qualche mese o anno di matrimonio hanno cambiato casa e luogo di residenza per prendere decisamente le distanze dai genitori di lui o di lei, sentiti troppo invadenti nella loro vita familiare.

Ogni persona ha il sacrosanto diritto di gestire sé stessa e di trovare nei genitori non degli ostacoli, ma una solidarietà e vicinanza affettiva che favorisca e sostenga al meglio la risposta vocazionale. Pur sollecitando la prudenza contro i tiri di testa e le decisioni troppo impulsive, è impegno di ogni genitore accompagnare nella libertà l’orientamento progettuale dei figli. Il distacco è momento doloroso, certo, ma anche occasione di maturazione e di responsabilità per tutti, genitori e figli.

Il compito educativo

Il Direttorio di pastorale familiare della Cei presenta così il compito educativo della famiglia a servizio dei figli: «Consapevoli della fondamentale responsabilità della famiglia circa la vocazione dei figli, attraverso l’ascolto della parola di Dio, la vita di preghiera, l’esercizio della carità, una condotta vigile e sobria, una generosa partecipazione alla via ecclesiale, i genitori creino le premesse per scelte vocazionali mature e responsabili. Non ostacolino, ma rispettino, condividano e accompagnino con trepida fiduciosa gioia il cammino di quei figli che intendessero verificare e seguire una vocazione al sacerdozio, alla consacrazione religiosa o secolare, o alla vita missionaria» (144).

Non solo un auspicio, ma un’evidente sollecitazione a cercare insieme il bene, il meglio nell’orientamento e progettazione dei figli. "Rispettare", "condividere" e "accompagnare" sono i passi concreti di un percorso che interpella la famiglia nella sua fondamentale missione educativa. A dispetto delle diverse agenzie pseudoformative, essa rimane ancora il contesto più affidabile per insegnare a vivere e a realizzare un progetto carico di senso per Dio e per il mondo. Purché si impegni a lasciar andare i figli per le loro strade...

Roberto Roveran








 

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