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n. 4 APRILE 2006

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 IL SISTEMA TRIBUTARIO ITALIANO

Alla ricerca dell’equità fiscale

di Pier Luigi Fornari
(redattore di "Avvenire" e membro del Comitato tecnico scientifico del Forum delle Associazioni familiari)

Da anni la politica si sforza di individuare azioni efficaci per introdurre, nel campo fiscale, equità per le famiglie. Ecco, in tal senso, l’analisi dei cambiamenti apportati nel passaggio dalla Finanziaria del 2004 a quella del 2005.
  

Per restituire valore al dettato costituzionale ("cittadinanza" alla famiglia) è indispensabile porre termine all’iniquo trattamento fiscale della famiglia con figli, neutralizzando gli effetti negativi della progressività.
   

In questi ultimi decenni si è assistito a un fuoco pirotecnico di ricette di politica familiare (dal "bonus bebé" al baby bond), enfaticamente propagandate come "la svolta decisiva", ma terminate tutte purtroppo in un "eterno ritorno" della medesima inefficacia, con la scusa magari delle scarse risorse disponibili(1). Nel 1985 il Rapporto conclusivo su La Povertà in Italia della Commissione di studio istituita presso la Presidenza del Consiglio dei ministri (Governo Craxi) elaborò l’ipotesi di "un assegno sociale" che unificava detrazioni e assegni. Veniva abbandonato "il concetto di familiare a carico". Destinataria dell’intervento diventava "l’unità di convivenza". Non interessava più la famiglia intesa nella qualità delle sue relazioni, ma solo come aggregato di individui in funzione di una ottimale redistribuzione del reddito.

La sterilizzazione degli effetti della definizione costituzionale di famiglia diveniva effettiva con il combinato disposto del dpr n. 223, del 1989 e con la introduzione dell’Isee. Per restituire valore al dettato costituzionale ("cittadinanza" alla famiglia) viceversa è indispensabile por termine all’iniquo trattamento fiscale della famiglia con figli, neutralizzando gli effetti negativi della progressività.

Si ipotizzi, infatti, che sia possibile proiettare, con le opportune divisioni degli scaglioni, su un solo giorno l’effetto della progressività di aliquote e delle deduzioni decrescenti, stimando il minimo vitale pari a 20 euro al giorno. La famiglia (moglie e 3 figli) con 100 euro disponibili, sarà nell’impossibilità di realizzare il suo compito, perché il fisco gli sottrarrà 20 euro.

Invece il suo vicino di casa, un single che allo stesso modo guadagna 100 euro, pagherà un poco più di tasse, 25 euro, ma avrà di fatto a disposizione 55 euro per andare a teatro, investire in obbligazioni e altro. Ambedue sono obbligati dalla progressività (aliquote + deduzioni) a una solidarietà sostanzialmente identica, ma con una differenza essenziale. Il primo contribuente, la solidarietà la esercita già primariamente nella sua famiglia.

Grafico 1.

L’articolo 53 della Costituzione prevede, però, che «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva». E l’articolo 30 che «è dovere e diritto dei genitori, mantenere, istruire ed educare i figli». Ne consegue che dall’imponibile del genitore deve essere sottratto il minimo vitale per ogni figlio. O, come ha affermato la Corte costituzionale tedesca (il 29 maggio 1990), lo Stato «non può attingere ai mezzi economici indispensabili al mantenimento dei figli nello stesso modo con cui attinge ai mezzi utilizzati per la soddisfazione di esigenze voluttuarie»(2). Dunque il minimo vitale della famiglia non può essere considerato «oggetto di prelievo», sia per i genitori ricchi che per quelli poveri.

Anche in Italia non sono mancati i richiami della Corte(3). La sentenza 179 del 1976 abolì il cumulo. La sentenza del ’98 reiterò i moniti sulla penalizzazione del monoreddito e delle famiglie numerose, ma la Corte si dichiarava impossibilitata a parlare di "incostituzionalità" per evitare buchi di bilancio. Nel 1990 una legge delegava il Governo a introdurre parzialmente il quoziente familiare. Ma la Cgil si mise di mezzo. "Robin Hood alla rovescia" titolava l’Unità (12 aprile 1992). La questione si insabbiò nei lavori di due commissioni di indagine parlamentare.

Nella riforma costituzionale varata recentemente, l’articolo 118 favorisce «l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà, anche attraverso misure fiscali». Nessun riferimento è fatto alla famiglia. Il cosiddetto "più dai, meno versi" consente di dedurre le donazioni (in proporzione del 10% dell’imponibile), fino a 70 mila euro, fatte a organizzazioni di utilità sociale, artistica, e paesaggistica. Ma perché dimenticare la famiglia? A uno stesso livello di reddito di 70 mila euro, se si spendono 18 mila euro, per mantenere moglie e 2 figli, si gode di un’agevolazione fiscale di soli 765 euro, se invece si versano 7 mila euro a una fondazione per la preservazione dell’orso marsicano l’agevolazione è di 2.730 euro. Se a partire da 91 mila euro annuali si mette in gioco il proprio benessere, investendone almeno 32 mila per mantenere 4 figli, l’agevolazione è zero.

Grafico 2.

Viceversa, se la stessa cifra viene erogata a un partito è premiata con un risparmio di imposta di 6.080 euro. Il fatto che la famiglia, «società naturale», sia esclusa dalla sussidiarietà fiscale mostra una concezione dell’associazionismo in parte ancora ipotecata dalla autoreferenzialità delle istituzioni.

Mentre si deve dar atto alla Casa delle libertà di un importante passo avanti con le detrazioni di 516 euro a figlio (universali per le famiglie numerose) introdotte nel 2002, si è costretti a registrare un passo indietro nella Finanziaria del 2005, non tanto per il meccanismo della deduzione, di per sé positivo, ma perché esso veniva applicato con un andamento decrescente rispetto al reddito.

Di quella riforma bisogna tener conto perché è ancora vigente. E perciò l’analisi qui condotta si concentrerà sul cambiamento apportato nel passaggio dalla Finanziaria 2004 alla Finanziaria 2005. La modifica del 2005 si inseriva in una riforma dell’Irpef di 6 miliardi, con l’introduzione di un’aliquota del 23% sino a 26.000 euro, una del 33% sino a 33.500 euro, e del 39% oltre i 33.500 euro. E un contributo del 4% sopra i 100.000 euro.

Alla rimodulazione delle aliquote si aggiunge, in campo di politica propriamente familiare, la trasformazione delle detrazioni di imposta in deduzioni di imponibile. Le deduzioni sono decrescenti al crescere del reddito, fino a annullarsi. La deduzione è di 3.200 euro per il coniuge a carico, 2.900 euro per ogni figlio a carico, 3.450 euro per ogni figlio a carico con età inferiore a tre anni, 3.700 euro per ogni figlio portatore di handicap.

Si fruisce delle deduzioni sulla base di una complessa formula. Si sommano a 78.000 le deduzioni teoriche spettanti e gli oneri deducibili e da questa cifra si sottrae il reddito complessivo. Il risultato ottenuto viene diviso per 78.000. Se tale quoziente è zero o negativo, le deduzioni scompaiono. Se è uguale a 1, le deduzioni sono concesse integralmente. Se il risultato è inferiore a 1 e superiore a 0, si moltiplicano le quattro cifre decimali che lo compongono per la deduzione teorica spettante. Il risultato di questa ultima operazione corrisponde alla deduzione effettiva spettante, che sarà sottratta insieme alla no-tax area dal reddito complessivo prima di calcolare l’imposta. L’operazione di calcolo della deduzione corrisponde alla formula seguente:

Dove:
D = deduzione teorica spettante
OD = oneri deducibili
R = reddito complessivo
K = coefficiente di moltiplicazione
se K>0 allora non spetta nessuna deduzione
se K=1 spetta la deduzione intera
se 0<K<1 si moltiplica DxK e si ottiene la deduzione effettiva spettante.

Un sistema dunque di deduzioni decrescenti con il crescere del reddito. Ad esempio, per un contribuente con moglie e figlio a carico il calcolo sarà così impostato, a seconda delle diverse situazioni di reddito. Si parta da un reddito di 30.000 euro:

La deduzione effettiva spettante è 0,6935x6.100=4.230,35. Un importo che si traduce in un risparmio di imposta di 1.396 euro.

Per un reddito di 60.000 euro la deduzione scende a 1.884,29 euro corrispondenti a un risparmio di imposta di 735 euro.

Per un reddito di 80.000 euro la deduzione si riduce a 320,25 euro con un risparmio di imposta di 125 euro.

Per un reddito di 84.100 la deduzione, come il risparmio di imposta, si azzera.

Alcune considerazioni di merito

Si impongono alcune considerazioni di merito sulla riforma fiscale sotto vari profili: 1 la novità della deduzione; 2 l’entità della deduzione; 3 il confronto delle deduzioni con le detrazioni in vigore nel 2004; 4 la valutazione dell’effetto globale della riforma (aliquote + deduzioni) sulle famiglie con figli; 5 la penalizzazione del monoreddito rispetto al bireddito e il problema della ripartizione delle deduzioni per il bireddito; 6 il problema degli incapienti. E in appendice si riporteranno in sintesi le ragioni che rendono necessaria una riforma organica impostata sul Bif (Basic income familiare), proposta dal Forum delle Associazioni familiari.

Tabella 1.

1 Il passaggio dalle detrazioni alle deduzioni è in sé positivo perché sembra imboccare la strada del riconoscimento del valore sociale delle spese sostenute per il mantenimento e l’educazione dei figli, come è avvenuto in Germania, dove sulla base di una sentenza della Corte costituzionale si è introdotta la facoltà di dedurre dall’imponibile una quota pari al minimo vitale, periodicamente adeguato, per ogni figlio (attualmente tutte le famiglie possono dedurre dall’imponibile 15 mila euro per ogni figlio). Nella stessa linea si muove la proposta del Bif (Basic income familiare) elaborata dal Forum delle Associazioni familiari. Rispetto al modello tedesco le deduzioni introdotte con la Finanziaria 2005 presentano alcune significative differenze. In primo luogo non sono concesse a tutti i cittadini nello stesso importo, ma decrescono al crescere del reddito fino ad azzerarsi oltre una certa soglia. Lo strumento della deduzione, invece, come riconoscimento del valore sociale della spesa sostenuta per una determinata finalità, si concilia meglio con una logica di universalità, cioè la concessione della deduzione per tutti i contribuenti che sostengono spese per tale finalità, indipendentemente dal reddito.

Nello stesso sistema tributario italiano la logica della universalità viene applicata, infatti, a spese a cui si riconosce un interesse sociale: spese veterinarie, ristrutturazioni, rottamazioni, investimenti pensionistici, erogazioni a favore di fondazioni operanti nel settore musicale, erogazioni liberali a favore di movimenti e partiti politici. Il confronto tra le detrazioni per le erogazioni ai partiti con le deduzioni per i figli appare stridente. Infatti qualsiasi contribuente, a qualsiasi livello di reddito (misura universale), può detrarre dall’imposta il 19% di una cifra che può arrivare fino a 103.291,38 euro. Di fatto c’è anche una notevole differenza nella generosità con cui il fisco riconosce il valore sociale dell’impiego del proprio denaro. Se un lavoratore con un reddito di 25.000 euro spende mediamente per mantenere due figli 16.000 euro, potrà fruire di un risparmio di imposta di circa mille euro, se la stessa cifra viene versata nelle casse dei partiti, il risparmio sale a tre mila euro.

2 Entità della deduzione. Un altro dato appare in netto contrasto con l’esempio tedesco: l’entità della deduzione. Per quanto riguarda l’importo della deduzione per il figlio si può dire che la deduzione teorica, solo raramente concessa in misura intera, è pari a meno della metà del costo di un figlio, stimato dal Libro bianco del Welfare in una cifra che oscilla dai 6.000 euro ai 9.600 euro all’anno.

Tabella 2.

3 Confronto con le detrazioni dell’anno precedente. Nel 2004 erano concesse le detrazione in base alla tabella 1 e tabella 2.

Il primo elemento di distinzione è che la detrazione, secondo una ininterrotta tradizione tributaria della Repubblica, veniva concessa a tutti i contribuenti, seppure in misura ridotta per i redditi più elevati. Invece la Finanziaria 2005 introduce una discutibile novità: la deduzione per un figlio si azzera da un livello di circa 81.000 euro in su. Quindi considerato il fatto che a tali livelli di reddito non viene erogato l’assegno per il nucleo familiare, ne risulta che per una classe di cittadini scompare ogni forma di riconoscimento pubblico del valore sociale di un figlio. E certamente questa novità non è il segnale culturale che aiuta ad arrestare il declino demografico.

La tabella 3 mostra un confronto tra la detrazione di imposta 2004 e l’effetto di riduzione dell’imposta della deduzione 2005 per un contribuente con un figlio e una moglie a carico.

I risparmi di imposta delle deduzioni dell’anno 2005 si distinguono nettamente per il loro andamento velocemente decrescente, ma come mostra il grafico 1 riportato a pagina 31, hanno un andamento piuttosto erratico per tutti i livelli di reddito.

Viceversa mantenendo fisso il reddito a 32.500 euro, al crescere del numero dei figli il risparmio di imposta corrispondente alla deduzione cresce con un ritmo quasi proporzionale (vedi tabella 4).

Tabella 3.

4 La valutazione dell’impatto globale della riforma (aliquote + deduzioni) sulle famiglie con figli, mostra l’effetto paradossale dell’andamento decrescente della deduzione: il vantaggio goduto dai single è in molti casi superiore a quello delle famiglie. Si veda la tabella 5 con i risparmi complessivi ottenuti rispetto al 2004 a vari livelli di reddito da diverse tipologie familiari.

L’esame della tabella 5 evidenzia che dal livello di 65.000 euro i vantaggi ottenuti dai single sono notevolmente più ampi di quelli delle famiglie. Viceversa nelle fasce più basse di reddito il miglioramento rispetto al 2004 per le famiglie è più consistente e cresce al crescere del reddito fino al livello di 45-50 mila euro per poi decrescere fino a quota 70 mila euro, da dove risale la china per effetto della riduzione delle aliquote, ma con incrementi dei coniugati e delle famiglie con figli che restano costantemente inferiori a quelli dei single. Tale categoria appare dunque il primo beneficiario della riforma. Il grafico 2 (a pagina 33) evidenzia quanto affermato sopra nel confronto tra un lavoratore con moglie e due figli a carico e un single.

La differenza 2005-2004 diviene addirittura negativa per alcune famiglie con almeno 4 figli che perdono la detrazione universale di 516 euro. A un livello di circa 91.110 euro con quattro figli si pagherebbero 58,13 euro in più rispetto al 2004, se non si potesse far ricorso alla "clausola di salvaguardia" che permette al contribuente di servirsi del sistema di imposizione precedente, se ritenuto più vantaggioso. Il livello delle perdite virtuali aumenta al crescere del reddito e all’aumentare del numero dei figli.

Tabella 4.

5 Penalizzazione del monoreddito. La riforma continua ad agevolare la famiglia bireddito nei confronti della monoreddito. C’è uno svantaggio di partenza che è mantenuto, ad esempio, al livello di redditi medi per cui due redditi di 30.000 euro con un figlio pagano complessivamente circa 13 mila euro di imposta, mentre un monoreddito di 60 mila euro con moglie e figlio a carico ne paga circa 17 mila e 500. Anche le deduzioni in alcuni casi posso acuire la penalizzazione del monoreddito. Infatti se una coppia con due figli ha un reddito familiare complessivo di 80 mila euro, avrà un risparmio di imposta di circa 300 euro se si tratta di un monoreddito, di circa 1.200 euro, se ciascuno dei coniugi guadagna 40 mila euro. A ciò si aggiunge il fatto che il bireddito, diversamente dal monoreddito, ha la facoltà di recuperare la deduzione, da cui è escluso a causa di reddito troppo alto, caricandola sul coniuge a più basso reddito, purché quest’ultimo non risulti incapiente. Così un contribuente con 150 mila euro annuali, che quindi ha già un beneficio di ben 3 mila e 200 euro per la riduzione delle aliquote, può "incaricare" la moglie (40 mila euro) di racimolare un maggior beneficio di circa mille euro per i quattro figli a carico. Mentre una famiglia monoreddito con circa 92 mila euro, sarebbe costretta a registrare un arretramento se non facesse ricorso alla "clausola di salvaguardia". Questa chance offerta alla famiglia bireddito, la spingerà a risolvere un complesso problema di "tax planning": ricercare quella ripartizione tra i coniugi del carico dei figli che massimizza il vantaggio fiscale. Si tratta di bilanciare due fattori contrastanti: al crescere del reddito, da un lato diminuiscono le deduzioni, dall’altro crescono le aliquote da cui sono esentati gli importi dedotti. Come si è visto dal grafico riportato sopra i risparmi di imposta derivanti dalle deduzioni hanno un andamento erratico per toccare un picco a un livello di reddito di circa 35 mila euro, per poi discendere fino a 0 in modo quasi proporzionale al crescere del reddito. Da tale livello infatti la diminuzione della deduzione ha un effetto prevalente. Alla coppia dunque il compito di questo difficile calcolo.

6 Gli incapienti. Il concentrarsi delle deduzioni sui livelli bassi di reddito è solo virtuale, perché si tratta di contribuenti già incapienti che non possono fruire del risparmio di imposta derivante dalla deduzione.

Tabella 5.

Le proposte del Forum

La proposta del Basic income familiare elaborata dal Forum delle associazioni familiari prevede la facoltà di dedurre dall’imponibile il minimo vitale per ogni figlio, periodicamente adeguato al costo della vita. Non introduce soglie di reddito, perché in un sistema, come quello italiano, dove l’imposta sul reddito è di natura individuale, penalizzerebbe la famiglia monoreddito, specie se numerosa. Può essere esteso anche agli incapienti con un rimborso della entità della deduzione non goduta.

Nel suo manifesto per le elezioni politiche 2006 (il cui testo è pubblicato alle pagine 43-46 di questa stessa monografia) il Forum delle Associazioni familiari si è detto disponibile a discutere nel merito altre proposte di riforma del trattamento fiscale della famiglia, come il quoziente familiare, purché garantiscano l’equità orizzontale, cioè un’imposizione che tenga effettivamente conto della ridotta capacità contributiva di una famiglia con figli. È comunque importante chiarire che il quoziente familiare non va confuso con una forma di redditometro.

Pier Luigi Fornari








 

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