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n. 4 APRILE 2006

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La grande assente nel nostro Paese
la DIREZIONE

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PIERPAOLO DONATI

apep00010.gif (1261 byte) Il "Libro bianco": cose fatte, cose da fare
FRANCESCO BELLETTI

apep00010.gif (1261 byte) Dall’assistenzialismo alla sussidiarietà
RICCARDO PRANDINI

apep00010.gif (1261 byte) Alla ricerca dell’equità fiscale
PIER LUIGI FORNARI

apep00010.gif (1261 byte) Come leggere i servizi in controluce
LAURA FORMENTI

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Unioni di fatto: la grande menzogna
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MATERIALI & APPUNTI
Ridurre il divario tra le generazioni
FRANCESCO ANFOSSI

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In cammino in mezzo a un deserto
SERENA CAMMELLI

POLITICHE FAMILIARI
Un bene collettivo da sostenere
PRESIDENZA DELL’AZIONE CATTOLICA AMBROSIANA (A CURA DELLA)

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Il comportamento riproduttivo nell’Ue
ORSOLA VETRI E STEFANO STIMAMIGLIO

LIBRI & RIVISTE

 

 MATERIALI & APPUNTI - LUIGI CAMPIGLIO: ECONOMISTA, STUDIOSO "MILITANTE"

Ridurre il divario tra le generazioni

di Francesco Anfossi
  

La differenza tra quanto viene destinato dalla spesa pubblica alla famiglia in Francia e in Germania rispetto all’Italia è elevata: due punti percentuali di Pil. Tale spostamento di risorse potrebbe realizzarsi attraverso la rappresentanza delle famiglie in Parlamento.
  

Luigi Campiglio, economista e docente universitario (e prorettore dell’Università Cattolica di Milano), ha dedicato gran parte dei suoi studi e della sua attività accademica al rapporto tra la teoria economica e temi di rilevante interesse sociale: tra questi citiamo "il costo della vita nelle città italiane", "le dinamiche socio-economiche all’interno della famiglia", "i salari e il costo del lavoro in Italia". Ha pubblicato, per i tipi del Mulino Tredici idee per ragionare di economia (2002), dedicato alle principali teorie economiche e Prima le donne e poi i bambini (2005), un’interessante e rivoluzionaria proposta di voto a vantaggio degli anelli deboli della società italiana (le donne e i bambini, appunto).

Luigi Campiglio.Da sempre la sua attività di studioso si associa all’impegno, potremmo dire, "militante", teso a coniugare al meglio l’efficienza con l’equità, appianando le diseguaglianze sociali. Di recente i suoi interessi si sono concentrati sulle esigenze di ridurre i divari tra le generazioni e tra le famiglie italiane, a cominciare da una maggiore presenza femminile nella classe dirigente. Conti alla mano, Campiglio (nella foto) ha anche calcolato che applicare in Italia il "quoziente familiare" (il sistema fiscale che vige in Francia, collaudato da tempo, basato sul numero di membri della famiglia: più figli e persone a carico si hanno, meno tasse si pagano) costerebbe allo Stato circa un punto di Prodotto interno lordo, pari a 14 miliardi di euro. Una spesa certo non da poco, ma che darebbe ossigeno a una componente rilevante della società italiana che vede ridursi sempre più il suo tenore di vita.

«Ci sono tanti indizi concordanti di una situazione di difficoltà», spiega il professor Campiglio. «Indico un dato significativo: l’ultima indagine della Banca d’Italia rileva che nel 2002 e nel 2004 i redditi da lavoro indipendente sono aumentati del 12 per cento al netto dell’inflazione. Quelli da lavoro dipendente sono diminuiti del due per cento. Una forbice di 14 punti. Inoltre è coerente con questo quadro il fatto che i redditi dei dirigenti sono aumentati, mentre quelli degli impiegati sono diminuiti».

  • Dunque dobbiamo parlare di un peggioramento di determinati ceti sociali?

«Il tenore di vita delle famiglie che hanno un reddito da lavoro dipendente è certamente peggiorato».

  • E le famiglie che hanno un reddito da lavoro autonomo come stanno?

«Dipende dal tipo di lavoro, poiché si tratta di un segmento molto eterogeneo, che include il lavoratore precario, il commerciante o l’avvocato d’affari, che non se la passa certo male. Perciò possiamo dire che nel caso del lavoro autonomo dipende dal tipo di attività, mentre nel caso del lavoro dipendente il peggioramento è molto più generalizzato».

  • In un recente articolo scritto per l’ultimo numero della rivista dell’Università Cattolica "Vita e Pensiero" lei rileva che quanto a spesa pubblica per la famiglia l’Italia è il fanalino d’Europa, insieme alla Spagna.

«Sì, tenendo conto che la Spagna, a differenza dell’Italia, è un Paese sicuramente più dinamico. Parte da una posizione più arretrata, quindi possiamo dire che ha macinato più risultati nel tempo».

  • Lei ha più volte rilevato, nei suoi studi e nei suoi interventi, che le famiglie svolgono un importantissimo ruolo di assistenza sussidiaria: i nonni fanno risparmiare sugli asili nido e sulla baby-sitter, gli adulti assistono i loro genitori anziani oppure pagano pesantissime rette negli istituti di ricovero. Si può dire che lo Stato riceva dalle famiglie più di quanto sia in grado di dare?

«Una famiglia con figli appartenente al ceto medio certamente dà più di quanto riceve dallo Stato sotto forma di imposte dirette e indirette e di contributi. In parte ciò è fisiologico: ai tempi della società rurale i contadini andavano a lavorare nei campi e col frutto del loro lavoro sostenevano direttamente i genitori anziani, che rimanevano a casa a curare i figli. La questione è che la società rurale non c’è più e il divario tra ciò che viene destinato dalla spesa pubblica alla famiglia in Francia e in Germania rispetto all’Italia è elevato: due punti percentuali di Prodotto interno lordo. Uno spostamento di risorse davvero rilevante che è difficile immaginare possa realizzarsi senza una rappresentanza degli interessi generali delle famiglie e dei figli in Parlamento».

  • Quale potrebbe essere una politica per la famiglia realistica, viste anche le poche risorse a disposizione da parte dello Stato italiano?

«Una politica per la famiglia realistica potrebbe essere una strategia in base alla quale le poche risorse che torneranno disponibili come margine di spesa pubblica discrezionale vengano concentrate per la politica familiare. Una politica a favore della famiglia è fondamentalmente indirizzata a realizzare due obiettivi di equità: il primo è tra le generazioni, tra nonni, padri e nipoti; il secondo è quello di un’equità orizzontale, vale dire il medesimo trattamento fiscale di famiglie uguali per composizione. L’ampiezza di una manovra di questo genere è rilevante e quindi richiede oltre che una forte volontà politica un piano realistico che abbracci almeno una legislatura o forse due».

  • Qual è il modello che preferisce dal punto di vista delle politiche familiari?

«La Francia. È un modello che funziona sotto tutti i punti di vista. È un Paese simile all’Italia per cultura, composizione sociale, usi, tradizioni, storia, costumi e via dicendo. Ma potremmo prendere in prestito altri paradigmi di Stati che funzionano dal punto di vista delle politiche familiari: la Svezia, la Finlandia, che destina alla famiglia e ai figli la percentuale di Pil più alta in Europa. Un esempio potrebbe arrivare persino dagli Stati Uniti».

  • Eppure gli Stati Uniti sono un Paese pieno di contraddizioni sociali, in cui la sanità funziona solo per le classi agiate e il divario tra ceti ricchi e medi è altissimo.

«Questo in parte è vero. Stati Uniti e Italia sono Paesi con la percentuale maggiore di bambini poveri. Con la differenza che negli Stati Uniti sono in diminuzione, in Italia in aumento».

  • Quali sono i fattori che hanno portato alla diminuzione di bambini poveri negli Stati Uniti?

«Si è cominciato a invertire il trend ai tempi della presidenza Clinton, grazie a provvedimenti sostenuti dalla sua amministrazione che prevedevano vantaggi fiscali per le famiglie disagiate, nell’ambito di un piano complessivo di lotta alla povertà infantile. Un provvedimento in particolare va sotto il nome di Eitc - Earned Income Tax Credit (Credito d’imposta sul reddito). L’amministrazione Bush ha mantenuto e portato avanti questo piano, anche se probabilmente con quel tipo di provvedimenti non si riesce a fare di più, nel senso che la diminuzione di bambini poveri si è interrotta e l’attuale presidente George Bush purtroppo non ha adottato altri provvedimenti che avrebbero potuto continuare questo trend positivo. In questo senso possiamo dire che la politica dell’amministrazione Clinton è la dimostrazione che qualcosa di positivo per cambiare in meglio si può fare».

  • E in Italia quali provvedimenti potrebbero essere presi?

«La gamma dei provvedimenti per fare della famiglia una genuina risorsa è ampia: ci sono le integrazioni al reddito familiare, così come il sostegno per la nascita dei figli, l’aiuto per l’acquisto o l’affitto dell’abitazione, la riduzione del lavoro precario (che oramai rischia di diventare norma e impedisce di guardare al futuro), la fornitura di servizi come scuole materne e asili nido e più in generale una rinnovata attenzione per la scuola e i suoi contenuti di apprendimento. Così come, più in generale, ciò che nel dibattito corrente va sotto il nome di "politiche di conciliazione" tra lavoro e famiglia.

«Per quanto riguarda il sostegno monetario io privilegerei gli assegni al nucleo familiare, perché costituiscono un sostegno preciso e tangibile ai genitori e soprattutto non corro il rischio di donare risorse, quando si stabilisce un limite di reddito, a una famiglia ricca che magari evade le tasse. Se si adottasse una politica di questo genere la misura degli assegni dovrebbe anche essere indicizzata ai prezzi.

«Una caratteristica del nostro Paese è sempre stato lo stretto intreccio tra imprese e famiglie e famiglie che sostengono indirettamente le imprese con l’integrazione ai redditi da lavoro precario dei figli. In breve: un sostegno di ampio respiro alla famiglia diventa anche inevitabilmente un sostegno al sistema delle imprese».

Francesco Anfossi








 

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