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n. 5 MAGGIO 2006

Sommario

EDITORIALE
Dare un segno di clemenza
la DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) L’isola dei reclusi
GIUSEPPE ANZANI

apep00010.gif (1261 byte) I numeri delle carceri italiane
SABRINA LUPACCHINI E SONIA POSTACCHINI

apep00010.gif (1261 byte) Legami familiari messi alla prova
LIA SACERDOTE

apep00010.gif (1261 byte) Lo Stato deve tutelare le relazioni
GIUSEPPE MASTROPASQUA

apep00010.gif (1261 byte) Mille giorni dietro le sbarre
EMILIA PATRUNO

apep00010.gif (1261 byte) Il dolore si combatte insieme
EMANUELA ZUCCALÀ

DOSSIER
La pena di morte nel pensiero cristiano
LUIGI LORENZETTI

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
"Oltre la soglia": un’esperienza torinese
BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Tra impegno civile e intrattenimento
MASSIMO ZANICHELLI

Il collegio dove studiano i "donatori"
HARMA KEEN

MATERIALI & APPUNTI
Esperienze di volontariato
PIETRO MANCA

CONSULENZA GENITORIALE
Il reinserimento affettivo
DAVID GENTILI

POLITICHE FAMILIARI
Una crescita sostenibile
SIMONA TROVATI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
La legge del "piano inclinato"
STEFANO STIMAMIGLIO

IL CISF INFORMA
Uno strumento contro i conflitti
CISF (A CURA DEL)

LIBRI & RIVISTE

EDITORIALE

Dare un segno di clemenza

La Direzione
   

Ci basta la reclusione del colpevole e la protezione degli innocenti, oppure abbiamo il dovere morale e sociale di progettare la riabilitazione e il reinserimento nella società?

Pochi parlano di carcere, pochi sanno o vogliono sapere cosa succede dietro quelle mura. Vogliamo, per questo, coinvolgere e provocare i nostri lettori e l’opinione pubblica a non distogliere lo sguardo: senza giudizi moralistici, senza condannare le persone, ma attenti alle questioni di etica, di politica e, in particolare, alla dimensione familiare.

Dal punto di vista etico, è infatti irrinunciabile domandarci che progetto ha la nostra società nei confronti di chi sbaglia, di chi compie un delitto, a volte piccolo e banale, ma spesso anche efferato e imperdonabile. Ci basta la reclusione del colpevole e la irrinunciabile protezione degli innocenti, oppure abbiamo il dovere morale e sociale di pensare e progettare la riabilitazione e il reinserimento nella società? Analogamente, non possiamo non riaffermare, come ben argomentato nel dossier, che la pena di morte poco ha che fare con la giustizia, con la protezione della società, con la prevenzione di ulteriori delitti, e molto ha invece a che fare con la vendetta, con la cancellazione del colpevole, totalmente identificato con la sua colpa, e quindi non più umano.

La politica ha poi la responsabilità di dare regole, concretezza e possibilità operative a questa scelta di civiltà, attraverso una giustizia più rapida, un maggiore impegno per i percorsi alternativi (domiciliarità, strutture detentive leggere, un maggiore uso del lavoro come strumento di reinserimento sociale), una maggiore apertura delle strutture detentive: la presenza di volontari nelle carceri è spesso fattore decisivo per umanizzare la reclusione.

È necessario, quindi, ricordare le dimensioni familiari dell’esperienza carceraria e confrontarsi con una sofferenza che non riguarda solo i quasi 60.000 carcerati, ma tutte le loro famiglie. A partire dagli oltre 21.000 figli di detenuti, spesso tenuti all’oscuro della condizione dei padri fino alla vasta rete di mogli e mariti, fratelli e sorelle, genitori anziani che vengono spesso giudicati e condannati insieme al proprio parente, reclusi anch’essi da una stigmatizzazione che costruisce nuove mura attorno a chi ha già sofferto a causa di un parente.

Non possiamo non ricordare, in conclusione, la vibrante richiesta di Giovanni Paolo II, nel suo storico discorso al Parlamento italiano, il 14 novembre 2002, quando implorava che «senza compromettere la necessaria tutela della sicurezza dei cittadini, merita attenzione la situazione delle carceri, nelle quali i detenuti vivono spesso in condizioni di penoso sovraffollamento. Un segno di clemenza verso di loro mediante una riduzione della pena costituirebbe una chiara manifestazione di sensibilità, che non mancherebbe di stimolarne l’impegno di personale ricupero in vista di un positivo reinserimento nella società».

La direzione








 

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