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n. 5 MAGGIO 2006

Sommario

EDITORIALE
Dare un segno di clemenza
la DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) L’isola dei reclusi
GIUSEPPE ANZANI

apep00010.gif (1261 byte) I numeri delle carceri italiane
SABRINA LUPACCHINI E SONIA POSTACCHINI

apep00010.gif (1261 byte) Legami familiari messi alla prova
LIA SACERDOTE

apep00010.gif (1261 byte) Lo Stato deve tutelare le relazioni
GIUSEPPE MASTROPASQUA

apep00010.gif (1261 byte) Mille giorni dietro le sbarre
EMILIA PATRUNO

apep00010.gif (1261 byte) Il dolore si combatte insieme
EMANUELA ZUCCALÀ

DOSSIER
La pena di morte nel pensiero cristiano
LUIGI LORENZETTI

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
"Oltre la soglia": un’esperienza torinese
BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Tra impegno civile e intrattenimento
MASSIMO ZANICHELLI

Il collegio dove studiano i "donatori"
HARMA KEEN

MATERIALI & APPUNTI
Esperienze di volontariato
PIETRO MANCA

CONSULENZA GENITORIALE
Il reinserimento affettivo
DAVID GENTILI

POLITICHE FAMILIARI
Una crescita sostenibile
SIMONA TROVATI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
La legge del "piano inclinato"
STEFANO STIMAMIGLIO

IL CISF INFORMA
Uno strumento contro i conflitti
CISF (A CURA DEL)

LIBRI & RIVISTE

 

 IL DRAMMA DEI "BABY CARCERATI"

Mille giorni dietro le sbarre

di Emilia Patruno
(giornalista)

Solo chi lavora in carcere è in grado di capire la sofferenza dei bambini che vivono detenuti con la mamma. Una situazione assurda per una società civile resa ancora più drammatica dal distacco improvviso che avviene quando compiono tre anni.
  

Tra sei mesi sapremo se un piccolo spiraglio di civiltà si sarà aperto anche in Italia, a Milano. Tra sei mesi: così hanno annunciato trionfanti due ministri (Castelli e Moratti), il presidente della Regione, quello della Provincia, il sindaco e quattro assessori. Quel briciolo in più di civiltà si troverà nella struttura della Provincia, in viale Piceno, dove mamme e bambini potranno trascorrere, in vigilanza attenuata, una vita affettiva quasi normale, fruendo anche di un piccolo giardino.

Così, con un decreto ministeriale, nascerà un istituto-pilota, primo in Italia, che ospiterà tutte le mamme-detenute della Lombardia. Sarebbe quasi una non-notizia: Milano rientra nella legalità. I bambini in carcere, salvo casi eccezionali, non ci possono stare. C’è una legge del 2001 che prevede misure alternative per mamme con figli inferiori a tre anni. C’era un progetto del Comune di Milano che fallì dall’inizio: per un cambio di assessore, e perché il successore ritenne il problema non di sua competenza. Non c’erano fondi sufficienti.

La faccenda si arrestò... Chi frequenta il carcere, come operatore o come volontario, vorrebbe che tutti scoprissero che cosa si prova a veder vivere in carcere bambini appena nati. Bambini dallo sguardo triste, muti che diventano piccoli detenuti, chiedono autorizzazione per tutto, come fanno in carcere le mamme, al personale di Polizia penitenziaria.

«Apri» dice Ivan all’agente di Polizia penitenziaria, «apri» ripete, anche se la "r" si inceppa nella lingua e «apri» diventa «api», ma non importa, perché Ivan ha due anni, vive in un carcere e sa che oltre quella parola c’è il sole, il giardino, il muro di cinta, il cortile d’asfalto. Lì il suo orizzonte si interrompe, la linea si spezza, anche l’immaginazione fatica a nascere, e il mondo sembra una scatola a sbarre piena di regole e di divieti, dove è meglio piangere piano, correre piano, strillare piano. Gli educatori raccontano che i bambini detenuti con le madri nelle sezioni "nido" dei penitenziari femminili tra le prime parole che imparano a pronunciare c’è anche il lessico del carcere: «Mamma», «pappa» e poi «apri», «chiavi», «agente», «aria».

Bambini dietro le sbarre che crescono in luoghi dove le porte restano sempre chiuse, le finestre hanno le sbarre, gli adulti portano la divisa. In tutta Italia sono una cinquantina i "baby carcerati" da zero a tre anni che trascorrono i loro primi mille giorni di vita (i giorni più preziosi, dicono gli esperti dell’infanzia) in una cella, nonostante una legge del 2001 che porta la firma della parlamentare Ds Anna Finocchiaro preveda per le madri detenute arresti domiciliari, pene alternative al carcere o reclusione in strutture protette sul modello delle case-famiglia.

«Quando la sera chiudono le celle Ivan inizia a dare calci alla porta – racconta Anna, 22 anni, altri due figli a casa, un cumulo di furti da scontare fino al 2008 – e corre sempre dietro agli educatori perché ha capito che loro possono uscire, e cento volte al giorno mi prende la mano e mi dice "mamma aria", vuol dire andiamo fuori, vuol dire che non ce la fa più a correre tra la cella e i corridoi, ogni volta che ci sente litigare si nasconde e poi non parla più, la notte si sveglia e grida, ogni rumore lo fa tremare».

Tra un anno Ivan, così dice la legge, dovrà lasciare il carcere, mentre Anna resterà dentro, e la mente e il cuore di Ivan, raccontano gli operatori, che di queste scene ne hanno viste tante, «resteranno segnati per sempre da questo distacco, così come la sua vita è stata già segnata dai mille giorni trascorsi in prigione».

Una separazione insopportabile

Eppure Rebibbia è un caso a parte. Perché qui la sezione nido esiste davvero, è piena di giocattoli e di murales colorati, i bambini vengono portati ogni giorno all’asilo comunale, e diverse puericultrici si danno il cambio per assistere mamme che allattano e minidetenuti che giocano.

Non è così in altre carceri femminili. «La storia di Anna – spiega Leda Colombini, un lungo passato di militanza politica e femminista, oggi anima infaticabile di A Roma Insieme, associazione che dal 1994 ogni sabato porta in libera uscita i bimbi di Rebibbia – è esemplare del dramma delle detenute madri, in particolare delle straniere. Si portano i figli in carcere perché non possono lasciarli a nessuno, qui dentro vivono in simbiosi con i bambini, i quali a tre anni però devono uscire.

È assurdo che crescano in cella ed è una tragedia. Per due motivi. Perché il distacco è insopportabile per entrambi, e perché il futuro di questi bambini, che comunque in carcere sono protetti e curati, diventa ancor più incerto. Tornano infatti in nuclei familiari che non conoscono, in situazioni di degrado. Quando li rivediamo, di solito hanno subito una regressione fortissima. Raramente riusciamo a convincere le madri a darli in affido».

Per questo era nata, nel 2001, la legge Finocchiaro. «La gran parte delle detenute madri è dentro per piccoli reati e potrebbero essere ospitate in case-famiglia protette, dove scontare la pena senza doversi separare dai figli a tre anni e farli crescere in luoghi più umani. I giudici sono però assai restii nel concedere arresti domiciliari, in particolare alle nomadi, vista la loro recidività, e soprattutto le strutture alternative non esistono».

A quanti importa di questi bambini?

E allora? Ivan, che alla fine ti regala anche un sorriso e trova un sasso da tirare, e gli altri 22 piccoli ospiti di Rebibbia sono davvero "colpevoli nati"? Anna Finocchiaro, autrice della legge, dice semplicemente: «La verità è che costa troppo occuparsi di settanta bambini e costruire per loro strutture dove possano vivere con le madri detenute. A quanti importa sapere che i piccoli che crescono in cella soffrono la reclusione assai più che gli adulti? Mi risulta però che fino ad ora soltanto il comune di Roma abbia costruito alcune case protette. Il clima politico non è favorevole, ma in nome di questi bambini ci vorrebbe uno sforzo di civiltà e di fiducia nel ruolo rieducativo e non solo punitivo del carcere» (da la Repubblica, Maria Novella De Luca, 20 marzo 2005).

Il numero dei bambini conviventi con le madri detenute si è visibilmente ridotto negli ultimi anni, anche in virtù delle nuove previsioni normative introdotte dalla legge 8 marzo 2001 n. 40 che consente l’ammissione alla detenzione domiciliare per le madri di figli di età inferiore a dieci anni. Il fenomeno, se pur di ridotte dimensioni, se di "ridotte dimensioni" si può parlare, visto che sono più di 50 bambini, merita comunque alcune osservazioni.

La maggior parte delle madri che tengono i figli (minori di tre anni), presso di sé sono extracomunitarie, e se italiane, di etnia Rom. La decisione di tenere il bambino si configura come una soluzione che si assume solo quando non sono possibili sistemazioni alternative, perché inesistenti o perché difficilmente praticabili. Per la quasi totalità delle donne più che da una libera scelta, la decisione è dettata da situazione di emergenza: figlio nato in carcere, altri numerosi figli già affidati a familiari, assenza o eccessiva lontananza della famiglia.

La scelta, qualora si configuri come tale, viene motivata con il desiderio di seguire da vicino la crescita del bambino sia pure in un ambiente tanto sfavorevole. Ma c’è da chiedersi se ciò che viene identificato come scelta non esprima piuttosto una «condizione ancora più estrema di mancanza di alternative, tanto da rendere la detenzione del piccolo preferibile alle condizioni materiali e affettive di vita che si troverebbe ad affrontare all’esterno».

I bambini che vivono in cella si trovano in situazioni di quasi totale deprivazione affettiva, relazionale e sensoriale. Per la maggior parte del tempo vivono nello spazio ristretto di una stanza, o del cortile del carcere; godono di limitatissime occasioni di incontro con persone esterne, e praticamente nessuna con le figure parentali, in particolar modo di quella paterna. La possibilità, per questi piccoli reclusi, di avere rapporti con altri bambini, se non gli altri residenti in carcere, è limitata alla frequentazione dell’asilo comunale, che rappresenta quindi l’unico canale di socializzazione esterna. Per il resto il loro mondo di relazioni si conclude con il contatto con la madre, le altre detenute, e il personale penitenziario, o qualche volta con i volontari.

Il problema ancora più drammatico è rappresentato dalla mancanza di prospettive per questi bambini al compimento del terzo anno di età a cui è conseguente l’obbligo di uscire. Alcuni di essi vengono affidati a parenti, quando possibile, ma per la maggior parte dei casi in cui non esistono figure parentali alternative alla madre, il percorso conduce obbligatoriamente all’affidamento, in istituto, o se possibile in famiglia.

Una giustizia implacabile

Tenendo presenti le finalità punitive e preventive di ogni tipo di privazione della libertà personale, la prima conseguenza dell’attuale impianto normativo è quella di far perdere la centralità dell’innocenza del bambino e di sacrificarla a favore dell’espiazione della pena del genitore. Ciò accade quando il bambino minore di tre anni non è altrimenti affidabile o tutelabile dall’altro genitore, il quale spesso è anch’egli sottoposto a contemporanee misure cautelari. Viene meno così l’applicazione del dettato costituzionale che, agli articoli 30 e 31, prevede il diritto-dovere dei genitori di mantenere i figli, concedendo a questo scopo anche agevolazioni economiche e di altra natura, il tutto finalizzato alla protezione della maternità e dell’infanzia. Tali principi vengono accettati e tutelati da tutte le nazioni democratiche (cfr. Convenzione sui diritti del fanciullo, Onu, 20 novembre 1989, recepita e applicata dal Governo italiano con la legge 27 maggio 1991, n. 176). Un documento più recente in materia è stato adottato dall’Unione europea.

La legge italiana, negli artt. 146 e 147 del codice di procedura penale, prevede la sospensione obbligatoria della pena dal settimo mese di gravidanza fino al compimento del sesto mese di vita del neonato per tutte quelle donne in gravidanza che abbiano subito una condanna (si parla tecnicamente di "rinvio obbligatorio dell’esecuzione della pena": art. 146); dal sesto mese al primo anno di vita la sospensione è facoltativa (art. 147) e si applica se non c’è la possibilità di affidare il minore ad altri che alla madre.

Entrambe le norme prescindono dall’entità della pena dando quindi maggiore rilievo all’unitarietà del rapporto madre-figlio. L’art. 275, n. 4, del codice di procedura penale sottolinea ancora una volta l’importanza dell’applicazione dei precedenti articoli, salvo eccezionali esigenze cautelari. Tali norme possono essere anche applicate ai padri qualora la madre fosse deceduta o impossibilitata ad accudire alla prole. Al termine del periodo di sospensione la donna deve necessariamente ritornare in carcere, con o senza il bambino. Inoltre, al compimento del terzo anno di età (il giorno dopo il compleanno) il bambino non può restare in carcere e viene obbligatoriamente allontanato dalla madre.

Accanto a questa descrizione di quello che succede in quel giorno, vorremmo spiegare la drammaticità dell’evento. Ma le parole vengono fuori a stento. Succede che la giustizia si mostra implacabile, che l’evento fausto del terzo compleanno sarà ricordato per sempre come l’allontanamento dalla madre, dalla casa (la cella), come la fine di un equilibrio.

Se, nel frattempo, non sono mutate le condizioni per cui le era stato affidato in carcere (assenza di supporti esterni o parenti all’estero, padre assente o detenuto), il bambino viene affidato a una famiglia affidataria o a un istituto assistenziale, il che rende particolarmente complessa la futura reintegrazione nel proprio nucleo familiare. Una volta che madre e figlio sono in carcere, vengono alloggiati in spazi a loro riservati denominati «asili nido»; questi luoghi sono sottoposti all’ordinamento penitenziario, il quale all’art. 11, comma 9, del vigente Ordinamento penitenziario prevede che «per la cura e l’assistenza dei bambini sono organizzati appositi asili nido». L’art. 15, comma 1, rafforza questo concetto richiamando l’attenzione sulla necessità di mantenere gli affetti familiari come uno degli elementi essenziali del trattamento; concetto ulteriormente ribadito all’art. 28. Mancando una disciplina specifica, tuttavia, questo aspetto viene ampiamente disatteso. L’art. 19, nn. 5 e 7, del nuovo Regolamento di esecuzione riprende questi delicati aspetti della continuità affettiva tra madre e figlio e coinvolge anche il Centro di servizio sociale per adulti e alcuni non meglio precisati «enti per l’assistenza all’infanzia».

Alcune strutture residenziali («case-famiglia»), talora anche autogestite, consentono di ospitare madri e figli in applicazione di pene alternative alla detenzione. Queste strutture sono finanziate dai Comuni tramite cooperative sociali o associazioni di volontariato. Qualche spiraglio di maggiori possibilità viene oggi dato dall’applicazione della cosiddetta "Legge Simeone" (l. 27 maggio 1998, n. 165) che, modificando l’istituto della detenzione domiciliare, offre prospettive migliori in tema di applicazione di pene alternative alla detenzione.

L’alternativa delle "custodie attenuate"

La stragrande maggioranza delle donne che vengono incarcerate con minori di tre anni di età appartengono sostanzialmente a due ben noti ambiti problematici: la tossicodipendenza e l’etnia zingara. La donna tossicodipendente con figli – specialmente se priva di terapia sostitutiva specifica – rappresenta un rilevante problema di cura, sia per quanto riguarda la donna stessa al momento dell’arresto (crisi di astinenza) e il bambino, sia per ogni ipotesi di piano terapeutico personalizzato. Ancora molto rare e distribuite in modo disomogeneo sul territorio sono le comunità terapeutiche che accolgono madri con bimbi e non sempre sono in grado di farlo per la scarsità di posti a disposizione.

Una sistemazione detentiva migliore, in cui non fosse applicabile la pena alternativa, sarebbe costituita dalle cosiddette "custodie attenuate", cioè istituti o sezioni penitenziarie con norme peculiari e regime di bassa custodia che favorisce una forma migliore di trattamento della tossicodipendenza. Ma fino ad oggi nessuna di tali strutture è attrezzata per accogliere bambini.

Altre soluzioni giudiziarie potrebbero essere rappresentate da una più estesa applicazione degli arresti domiciliari e dalla realizzazione di strutture protette al di fuori del carcere (fatto salvo il già citato "caso Milano" del quale verificheremo la fattura tra qualche mese). Una buona opportunità, viene dall’approvazione e attivazione della legge n. 419/98 che trasferisce alle Regioni e alle Aziende sanitarie locali ogni competenza in materia di sanità in carcere. Si delinea quindi una positiva prospettiva con l’ipotesi di un opportuno intervento dei servizi materno-infantili nell’ambito di specifici Dipartimenti per la salute in carcere, volti a favorire l’attivazione della rete socio-assistenziale esterna e il coinvolgimento degli asili nido comunali che permetterebbero almeno una presenza esterna dei bambini nell’arco della mattinata e lo stabilimento di solidi contatti con l’esterno. Per quanto riguarda gli asili comunali, molti di essi da tempo prevedono dei posti riservati ai figli di donne detenute con l’organizzazione del trasporto a mezzo di scuolabus che transitano nei penitenziari.

Infine, coinvolgendo specifiche altre professionalità (neuropsichiatri infantili, puericultrici e pediatri), si verrebbe a ridurre la quota di danno conseguente all’ambiente sfavorevole (insalubrità dei locali chiusi, malattie infettive). A tale proposito ricordiamo come il rapporto tra madre e figlio può essere squilibrato per un atteggiamento iperprotettivo ed esclusivo che la mamma mette in atto, a sua volta indotto dalla coercizione del contesto. Vengono segnalati anche alcuni effetti patologici ambientali sul bambino che vanno da una irrequietezza che può essere anche molto pronunciata, a crisi di pianto frequenti e immotivate; frequente è la difficoltà ad addormentarsi e a mantenere il sonno, con risvegli bruschi nella notte; inappetenza e significative variazioni di peso sia in eccesso che in difetto sono anch’esse frequenti. Difficilmente rilevabile è invece il danno emozionale e relazionale, soprattutto quello che si presenterà negli anni seguenti.

La struttura edilizia degli "asili nido" è molto variabile: da un unico stanzone-camerata a diverse celle singole con due letti; in ogni caso gli standard di igiene sono molto bassi. Assente del tutto è la privacy, almeno intesa come la si conosce nella condizione di libertà... Nel caso che la detenuta sia di etnia zingara o extracomunitaria, al resto si aggiunge anche la difficoltà di comunicazione a motivo di usi ed espressioni religiose differenti.

Le varie iniziative

L’Ordinamento penitenziario, agli articoli 17 e 18, prevede e regolamenta una serie di interventi della società civile – privati cittadini, istituzioni o associazioni pubbliche o private – all’interno del carcere, con finalità rieducativa o di socializzazione, educativa e culturale, assistenziale, ricreativa, di preparazione al reinserimento e, più in generale, allo scopo di «promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera» (art. 17, cioè i volontari). In questo quadro si inseriscono specifiche iniziative a beneficio dei bambini in carcere e delle loro madri.

Una iniziativa che merita di essere segnalata è quella dell’associazione Telefono Azzurro denominata "Infanzia in carcere"; questo progetto è stato studiato appositamente per tentare di diminuire il livello di stress cui i bambini sono sottoposti all’interno del carcere e prevede due principali iniziative. La prima consiste in un asilo nido all’interno del penitenziario, adattato per offrire al bambino positive esperienze relazionali anche grazie alla presenza di personale volontario il quale, attraverso il gioco, ne sollecita l’attenzione in modo positivo e attivo.

Questa iniziativa tende anche a facilitare alle madri la creazione e/o il mantenimento di una situazione spazio-temporale personale. La seconda parte del progetto prevede la creazione di una ludoteca allestita in modo da rappresentare un positivo modo di accogliere i bambini in attesa del colloquio con i genitori; il gioco rappresenta qui uno strumento di comunicazione tra bambini e adulti.

Nel 1998 questo progetto è stato attivato in via sperimentale con la collaborazione della Direzione del carcere di Monza. Un’altra iniziativa altamente qualificante, realizzata dal volontariato presso il carcere femminile di Rebibbia, a Roma, è quella dell’associazione A Roma Insieme. Gli associati, una o due volte alla settimana, in genere nei fine settimana, portano in uscita esterna i figli delle detenute ricoverati presso l’asilo nido penitenziario interno. Sporadiche iniziative simili sono segnalate anche presso le quattro sezioni femminili degli istituti per minori di Roma, Nisida (Na), Milano e Torino, dove accanto al ginecologo opera anche il pediatra.

D’altra parte, però, associazioni come il Tribunale del malato continuano a non essere autorizzate all’ingresso testimoniando la durezza del regime carcerario. Un problema che merita di essere evidenziato è il fatto che i bambini in visita dall’esterno ai genitori detenuti vengano molto spesso sottoposti a perquisizioni personali alla ricerca di armi o droga. Tale pratica non risolve né il problema dell’eventuale presenza di armi o siringhe all’interno degli istituti, né quello della presenza di droga ed è pertanto da considerare quanto meno inutile, senza considerarne gli intuibili risvolti umani.

Dal nuovo Regolamento penitenziario emerge un maggior senso di rispetto per la condizione umana, come celle più vivibili e spazi per l’affettività familiare; verrà migliorata l’assistenza alle detenute gestanti e a quelle con figli minori di tre anni. Saranno costruiti «appositi reparti di ostetricia e asili nido»; «le camere dove sono ospitate le [...] madri con i bambini non devono essere chiuse, affinché gli stessi possano spostarsi all’interno del reparto»; «sono assicurati ai bambini [...] attività ricreative e formative proprie della loro età»; inoltre i bambini, «con l’intervento dei servizi pubblici territoriali o del volontariato, sono accompagnati all’esterno [...] per lo svolgimento delle attività predette, anche presso gli asili nido esistenti sul territorio» (art. 19, n. 5). Anche i rapporti familiari ne dovrebbero trarre giovamento, in quanto l’art. 61, n. 2, prevede una maggiore libertà nei colloqui e visite dei familiari con la possibilità di «trascorrere parte della giornata insieme a loro in appositi locali o all’aperto».

La minore tutela della figura paterna nel suo ruolo genitoriale, raramente contemplata (una positiva eccezione è il disegno di legge sopra presentato), a differenza della tutela assicurata al ruolo materno della donna, appare essere un ulteriore grave ostacolo allo sviluppo dell’affettività del bambino.

Emilia Patruno
   

PAROLE DEL LUPO

Copertina del volume.Parole e voci di detenuti che scrivono favole per i loro figli. Si tratta di undici racconti pubblicati nel volume Il lupo racconta. Parole dalla Nave, e registrati sul cd audio allegato, grazie all’iniziativa di Emilia Patruno (con la collaborazione di chi vive o lavora dietro le sbarre) il tutto nell’ambito del Progetto Relais che da anni si occupa del rapporto tra genitori detenuti e figli. L’idea di questa raccolta nasce dalla vista delle lunghe file, in viale Papiniano, di donne e bambini in attesa e dallo struggimento pensando all’orgoglio con cui i padri detenuti mostrano le foto dei loro figli e ai silenzi di quest’ultimi prima e dopo i colloqui.

Un piccolo passo per permettere a tanti bambini e adolescenti di essere orgogliosi dei propri papà.

 

DOVE SONO GLI ASILI NIDO

Le detenute e i bambini usufruiscono di tutte le risorse di personale medico-infermieristico e tecnico presenti in istituto. Inoltre deve essere assicurato loro l’intervento di altri operatori appositamente dedicati e nello specifico: specialista in pediatria, specialista in ginecologia, puericultore e, se possibile, psicologo specializzato in psicologia dell’età evolutiva.

L’art. 11 della legge del ’75 dell’Ordinamento penitenziario al comma 9 prevede che alle detenute madri sia consentito tenere presso di sé i figli fino all’età di tre anni. Per la cura e l’assistenza dei bambini l’Amministrazione penitenziaria deve organizzare appositi asili nido secondo le modalità indicate dall’art. 19 del Regolamento di esecuzione - D.p.r. giugno 2000. L’art. 47 ter della citata legge prevedeva, tra le misure alternative alla detenzione, che le detenute madri di bambini di età inferiore ai tre anni conviventi potessero espiare la pena presso la propria abitazione o in altro luogo pubblico di cura o di assistenza, entro i limiti consentiti dalla legge. L’art. 4 della legge 165/98 ha esteso la possibilità di usufruire della detenzione domiciliare alle detenute madri di bambini di età inferiore ai dieci anni, sempre che non debbano scontare pene per gravi reati di cui agli art. 90 e 94 del testo unico 309/90. La legge 40/2001 ha modificato il citato articolo estendendo i benefici mediante la "detenzione domiciliare speciale", prevedendo anche la possibilità di revoca. Tale concessione è legata ad alcuni limiti previsti dalla normativa secondo i quali le detenute madri devono restare in carcere con i loro bambini.

L’Amministrazione penitenziaria, da sempre consapevole che la condizione delle madri detenute richieda una particolare attenzione, sin dall’anno 1976, al fine di dare attuazione alla normativa, ha autorizzato l’istituzione di asili nido presso gli istituti penitenziari destinati esclusivamente alle donne, situati a Pozzuoli, Roma Rebibbia, Trani, Perugia e Venezia. Ha altresì autorizzato l’organizzazione di asili nido anche presso le sezioni femminili presenti negli istituti penitenziari destinati prevalentemente agli uomini, su richiesta delle direzioni interessate.

Il numero di donne ristrette in carcere costituisce una minima percentuale dell’intera popolazione detenuta, attestandosi su valori pari a circa il 4%, specie se raffrontato con la popolazione maschile; del pari i reati commessi generalmente si connotano per il minor tasso di pericolosità sociale.

I reati ascritti alla popolazione detenuta femminile sono essenzialmente relativi al traffico di stupefacenti (che presentano peraltro un alto tasso di recidiva) ovvero a reati contro il patrimonio; rari i casi di condanne per reati di tipo associativo. In prevalenza la popolazione detenuta femminile è di origine extracomunitaria, ovvero di etnia Rom.

Al 26 febbraio 2004 le donne detenute con prole risultavano essere 52 così distribuite nei carceri delle seguenti città: Avellino (4); Bologna (1); Como (3); Sollicciano (8); Lecce (1); Milano San Vittore (4); Perugia (3); Roma Rebibbia (12); Teramo (1); Torino Le Vallette (8); Venezia (7). Questo dato ha carattere fluttuante poiché, a volte, la permanenza dei bambini nelle strutture penitenziarie è legato soltanto ai tempi tecnici necessari per la concessione delle misure alternative alle madri detenute.

Per la cura e l’assistenza dei bambini delle detenute madri, l’Amministrazione penitenziaria deve organizzare asili nido secondo le modalità indicate dalla normativa. Quando è possibile, il servizio è ubicato al piano terra al fine di annettere spazi verdi per il gioco dei bambini; prevede inoltre: 2 stanze a un posto letto e culla, con wc annesso; un cucinino; la sala giochi; i servizi igienici e locali pulizie; il cortile esterno arredato con giochi e verde; locali di servizio (locale agente, locale colloqui).

(Dal sito del Ministero della Giustizia, www.giustizia.it)








 

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