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n. 5 MAGGIO 2006

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 DOSSIER - SEGUIRE UNA LOGICA UMANA

LA PENA DI MORTE
NEL PENSIERO CRISTIANO

Deterrenza, compensazione e difesa: queste le tre funzioni sulla base delle quali la cultura tradizionale ha considerato la legittimità morale e giuridica della pena di morte. Il pensiero cristiano, nel corso della storia, è stato condizionato da tale cultura e ha dimostrato scarsa capacità di condizionarla e orientarla secondo una logica umana e cristiana. Ancora oggi molti cristiani ritengono che non c’è contraddizione tra essere cattolici e sostenitori della pena di morte e adducono, per avallare la loro posizione, la dottrina della Chiesa, riproposta in documenti come il Catechismo della Chiesa cattolica (1992). In realtà, la morale cattolica ha, in tal senso, aperto un’altra tradizione.
    

DIO NON VUOLE LA MORTE DEL PECCATORE
LA CHIESA E LA PENA CAPITALE
  
di Luigi Lorenzetti
(direttore della rivista "Teologia morale")

La cultura tradizionale – anche cristiana – ha considerato la legittimità morale e giuridica della pena di morte sulla base di una triplice funzione che le si attribuiva: la deterrenza (intimidazione o prevenzione) con lo scoraggiare dal commettere determinati crimini; la compensazione (o retribuzione) con il ristabilire un equilibrio sociale infranto; la difesa o sicurezza sociale da persone socialmente pericolose.

Paradossalmente, la delegittimazione è venuta affermandosi, nella coscienza collettiva, proprio a partire da quella triplice argomentazione che un tempo veniva addotta per legittimarla. Rigorosi studi sociologici, psicosociologici, giuridici hanno dimostrato che la pena di morte non ha funzione deterrente, vale a dire non scoraggia dal commettere crimini e delitti; non è compensatoria, in quanto un omicidio legale e programmato dallo Stato, non compensa il crimine che è stato perpetrato; non è riabilitativa, come esige il diritto penale di ogni società civile. Non è nemmeno difesa sociale da persona socialmente pericolosa, per il semplice fatto che il colpevole, una volta consegnato alla giustizia, non può ulteriormente nuocere. In breve, le motivazioni per legittimare la pena di morte hanno perso progressivamente ogni fondamento sostenibile.

Il pensiero cristiano, nel corso della storia, è stato condizionato dalla cultura dominante e ha dimostrato scarsa capacità di condizionarla e orientarla secondo una logica umana e cristiana. Ancora oggi cristiani, singoli e associati in movimenti, ritengono che non c’è contraddizione tra essere cattolici e sostenitori della pena di morte. Ancora più, pensano di addurre, a sostegno della loro posizione, la dottrina della Chiesa, che sarebbe riproposta in documenti ecclesiali recenti, come il Catechismo della Chiesa cattolica (1992).

In realtà, la morale cattolica ha chiuso con il pensiero tradizionale e ha aperto un’altra tradizione. In questa prospettiva, pare significativa la vicenda della pena di morte nel Catechismo della Chiesa cattolica (1992). L’autorevole testo, al n. 2266, sembra riproporre la posizione tradizionale, ma così non è, se quel numero viene letto unitamente a quello successivo (n. 2267), dove si ricorda alla società e, per essa, allo Stato l’obbligo di ricorrere a vie alternative alla pena di morte. In altre parole, si richiama la dottrina tradizionale ma per superarla (vedi box pag. 58)

Non si può negare, tuttavia, che la posizione del Catechismo era suscettibile di essere strumentalizzata da quanti desiderano pensare, in tema di pena di morte, come si è sempre pensato. Certamente non è pertinente il contesto di legittima difesa entro il quale si colloca la pena di morte. Un individuo socialmente pericoloso, che è in carcere, non è un aggressore alla società e, quindi, non può verificarsi il caso della necessaria difesa.

Tre anni dopo la promulgazione del Catechismo, l’enciclica Evangelium vitae (1995) ritorna sulla pena di morte e annuncia, tra i «segni di speranza» della cultura della vita, la nuova sensibilità: «Nel medesimo orizzonte (di speranza) si pone altresì la sempre più diffusa avversione dell’opinione pubblica alla pena di morte anche solo come strumento di legittima difesa sociale, in considerazione delle possibilità di cui dispone una moderna società di reprimere efficacemente il crimine in modi che, mentre rendono inoffensivo colui che l’ha commesso, non gli tolgono definitivamente la possibilità di redimers(1).

Il testo riconosce il principio della legittimità della pena di morte, come era scritto nel Catechismo della Chiesa cattolica, ma non a caso osserva che «si registra, nella Chiesa come nella società civile, una crescente tendenza che ne chiede un’applicazione assai limitata anzi una totale abolizione»; inoltre, a riguardo delle situazioni che parrebbero di assoluta necessità nel comminarla, insegna che «oggi[...] a seguito dell’organizzazione sempre più adeguata dell’istituzione penale, questi casi sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti». Detto più chiaramente, propone autorevolmente la possibilità e il dovere di adottare altre forme di repressione che rendono inoffensivo il delinquente e, nello stesso tempo, permettono la sua riabilitazione; e insegna che i casi in cui non ci sono vie alternative alla pena di morte «sono ormai rari, se non addirittura praticamente inesistenti».

Si trattava, a questo punto, di conciliare la posizione dei due testi: quella del Catechismo con quella dell’enciclica. Nel 1997 è stata pubblicata l’edizione tipica latina del Catechismo della Chiesa cattolica che – aggiornando la precedente edizione in base al n. 56 dell’Evangelium vitae – chiarisce la posizione su due punti: in linea di principio, la pena di morte non è esclusa in assoluto; oggi, tuttavia, tale principio non trova praticamente alcuna giusta applicazione(2).

La domanda è inevitabile: la pena di morte è immorale di fatto, perché non lo è anche di diritto? È sufficiente affermare che l’autorità pubblica ha tale diritto, ma che oggi ogni suo esercizio è ingiustificato? Sono domande che rinviano a un ulteriore sviluppo e approfondimento della dottrina cattolica. In ogni caso, una cosa è evidente: la volontà di chiudere con la tradizione del passato e di aprirne una alternativa, così da non prestarsi, nel presente e nel futuro, ad avallare una prassi barbara, inutile, immorale, antiumana e, a maggiore ragione, anticristiana. A conferma di tale impostazione, ci sono ulteriori e autorevoli dichiarazioni del magistero pontificio ed episcopale. «Un segno di speranza è costituito dal crescente riconoscimento che la dignità della vita umana non deve mai essere negata, nemmeno a chi ha fatto del grande male»(3).

Il cambiamento, sebbene non ancora portato alle ultime conseguenze, è dovuto a un ascolto più attento della parola di Dio. In questa prospettiva, l’enciclica Evangelium vitae offre una solida base per una teologia della vita che ha diretta pertinenza anche per l’argomento in questione: solo Dio è padrone della vita e della morte; la vita umana è sacra, perché è posta sotto la sovranità di Dio e, quindi, sottratta a ogni potere umano. Non solo la vita dell’innocente ma anche del delinquente, gode della protezione di Dio. Intenzionalmente, al n. 9, si ricorda che Dio stesso scende in campo perché Caino non sia messo a morte, nemmeno per vendicare l’uccisione di Abele (Gen 4,14-15). La misericordia di Dio raggiunge ogni essere umano, malgrado l’enormità del crimine commesso.

Un ritorno alla Sacra Scrittura

Il ritorno alla Sacra Scrittura è doveroso per un duplice motivo. Anzitutto perché è la fonte primaria della morale teologica; e anche perché la teologia morale ha avallato, nel passato, la legittimità della pena di morte, anche in nome della parola di Dio, in particolare di alcuni passaggi dell’Antico Testamento. Tali riferimenti vanno ripensati per una ragione quasi istintiva: è impensabile che il Dio della vita, quale si è rivelato, possa mettersi a disposizione di qualche causa di morte. Non si tratta, certo, di contrapporre il Vecchio al Nuovo Testamento e optare per il Nuovo Testamento, quanto piuttosto di verificare come e perché la posizione legittimatrice della pena di morte sia superata all’interno della rivelazione stessa nel suo processo storico ed evolutivo. La Sacra Scrittura non va soltanto letta, ma interpretata, per non rischiare di trasmettere per parola di Dio quanto è addebitabile alla cultura del tempo. Gesù di Nazareth è il primo ermeneuta e interprete delle norme dell’Antico Testamento: impedisce l’uccisione dell’adultera e di altre persone colpevoli di violazioni punibili – secondo la legge mosaica – con la pena di morte. Dio, in Gesù, si rivela definitivamente come colui che combatte il male, ma offre al peccatore spazio di conversione e di ritorno alla vita buona. Soltanto Dio è padrone della vita e della morte. Il diritto alla vita si fonda sulla vita stessa, quindi su Dio. Innocente o non innocente, la vita umana è sotto la sua protezione. «Dio impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato» (Gen 4,15). Al riguardo, l’enciclica Evangelium vitae offre un lucido commento e scrive: «Gli dà, dunque, un contrassegno, che ha lo scopo non di condannarlo all’esecrazione degli altri uomini, ma di proteggerlo e difenderlo da quanti vorranno ucciderlo fosse anche per vendicare la morte di Abele» (n. 9). Dio si è rivelato come colui che non vuole la morte del peccatore, ma che «si converta e viva». Nel disegno di Dio, l’intera esistenza è tempo di conversione e nessuno ha diritto di interrompere questa possibilità. La pena di morte si fonda sul pregiudizio e sulla indimostrata persuasione che la persona sia irredimibile e inconvertibile.

D’altra parte, il cristianesimo storico riconosce di non aver sempre testimoniato il Vangelo della vita e, peggio ancora, di averlo reso funzionale alle idee e comportamenti del proprio tempo. Più che condizionare la cultura dominante, è stato condizionato, offrendo addirittura avallo e legittimazione religiosa. Non sempre tutte le tematiche sociali e morali sono maturate adeguatamente tra i cristiani del tempo. Uno dei casi – ha affermato riconosciuto un autorevole uomo di Chiesa – è proprio la pena di morte. Ma oggi tutti i cristiani sanno, come ha ricordato Giovanni Paolo II, che soltanto Dio è padrone della vita e della morte.

In base al magistero della Chiesa, fondato sulla parola di Dio, prende avvio un nuovo modo di pensare. E questo è dovuto a tre fattori diversi ma convergenti nel comprendere l’immoralità della pena di morte. Il primo rinvia a un dato, per così dire giuridico-penale: la pena di morte non soddisfa, come è stato precedentemente chiarito, a nessuna delle tre motivazioni addotte per la giustificazione della pena in generale: dissuasione, compensazione, riabilitazione. Il secondo fa riferimento alla crescente coscienza collettiva che si esprime nella contrarietà alla pena di morte (opinione pubblica, movimento abolizionista anche di matrice laica). Tale fenomeno, puntualmente registrato, costituisce un chiaro segno dei tempi da interpretare come altamente positivo e, quindi, da promuovere. Il terzo fattore è frutto maturo di un ritorno più evidente ed esplicito da parte della teologia morale, dopo il Concilio Vaticano II, alla parola di Dio, che ha dischiuso chiaramente l’orizzonte su due principi fondamentali: la dignità e il valore della vita umana, di ogni vita umana, e l’assoluta signoria di Dio sulla vita.

Tutto questo è compreso e condiviso a mente fredda, ma è messo in questione ogni volta che eventi criminali, come omicidi di bambini dopo violenze sessuali, mettono a dura prova l’opinione pubblica. Simili reazioni sono comprensibili a livello emotivo, non lo sono in base alla ragione e alla fede. Scienza ed esperienza sono concordi nel dimostrare che la lotta alla delinquenza e alla criminalità non ha bisogno della pena di morte. Questa può rappresentare addirittura un alibi per non affrontare alla radice la prevenzione della criminalità. I familiari delle vittime hanno diritto alla giustizia, ma la loro disperazione non troverà certo sollievo nell’esecuzione programmata di un’altra crudeltà e barbarie.

Liberare le coscienze

In presenza di crimini atroci che periodicamente insanguinano le società, tengono banco e ottengono ascolto, presso larga parte della popolazione, i promotori della reintroduzione della pena di morte nel codice penale italiano. È abbastanza facile denunciare la familiarità e la simpatia di questi per la morte da usare come strumento di ordine e di tranquillità sociale. D’altra parte, l’esteso favore popolare per la pena di morte non trova adeguata spiegazione e non può essere fatto rientrare con la sola individuazione della fonte da cui proviene un simile appello. Non basta neppure denunciare che l’idea della pena di morte è barbara e che nulla ottiene se non estendere l’area della morte.

Occorre piuttosto riflettere sul significato di una richiesta che viene definita barbara, ma che è avanzata da gente che barbara non è. Non basta riconoscere che nel Paese c’è esasperazione e reazione feroce a certi delitti. In presenza di atroci omicidi, sequestri di persona, delitti mafiosi, è comprensibile che esploda l’indignato furore dei cittadini onesti. Il consenso popolare alla pena di morte, è sintomo, manifestazione di un problema più profondo: come mai si perviene a credere che la morte, da dare per mano dello Stato, è risposta efficace alla delinquenza e alla criminalità?

Che la gente comune, quella semplice e onesta per intenderci, si lasci condurre nel vicolo cieco della morte, prima subita e poi data, è una prima riflessione che s’impone. Che si faccia appello alla morte per distruggere la morte, è un dato sul quale è necessario confrontarsi per non rischiare di fare del moralismo o dell’accademia sul pro o contro la pena di morte. La gente, quei morti stesi sul selciato delle strade, quelle stragi sulle piazze e alle stazioni ferroviarie, li ha interiorizzati, li ha accompagnati con una risorgente speranza che fossero sempre gli ultimi, ma inutilmente.

Giustizia o soltanto vendetta?

Lo Stato italiano ha abolito la pena di morte nel 1944. La Costituzione italiana sentenzia: «Non è ammessa la pena di morte se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra» (art. 27,4). Quando è stata abolita, si è scritto che era un gran giorno per l’Italia, un giorno da festeggiare e celebrare. Che periodicamente si riprenda il dibattito e si voglia ripristinarla, significa forse che allora si è peccato di umanitarismo e di ingenuità?

Occorre demistificare l’idea della pena di morte per toglierle ogni fondamento e ogni favore. La pena di morte non è altro che un delitto commesso con i crismi della legge. Certamente la società e, per essa, lo Stato può e deve garantire la sicurezza e tranquillità sociale, con il prevenire e punire i delitti e i delinquenti con mezzi e strumenti a sua disposizione senza ricorrere all’eliminazione fisica del delinquente. Nel caso si ricorra a questo mezzo, altro non è che vendetta nel senso deteriore del termine. Quale altro aggettivo qualificherebbe tale società se non quello di disumana e barbara? L’idea della pena capitale costituisce uno sfogo per la violenza repressa delle masse, ma non rappresenta alcun deterrente per chi ha scelto la via del delitto, del fanatismo. Si sa che l’indice statistico dei delitti non s’abbassa con la minaccia del patibolo.

Da parte di molti, tuttavia, si sostiene che, al di là dell’efficacia della deterrenza, la pena capitale si giustifica «come una necessità del vivere civile: una funzione che deve essere adempiuta, costi quel che costi, senza preoccuparsi che serva o non serva, per stabilire e mantenere un equilibrio di delitto e castigo che è – questo sì – sacro». A delitto massimo quindi, castigo massimo, e così l’ordine morale e sociale, come giustizia vuole, sarebbe ristabilito. A ben considerare le cose, si avverte chiaramente che neppure per questa strada, forse la più sottile e subdola, si perviene a dare una patente di giustizia alla pena di morte. Infatti, per essere sicuri di ristabilire la giustizia e l’equilibrio tra delitto e castigo, bisognerebbe valutare con accuratezza la responsabilità personale del reo, cosa umanamente impossibile. Così l’equivalenza tra delitto e castigo diviene equivalenza tra delitto e delitto: anziché ristabilimento dell’ordine morale e sociale, si ha nuova rottura e ulteriore ingiustizia. Inoltre, l’esecuzione della pena di morte rende irrimediabile la sentenza, qualora fatti nuovi obbligassero a una riapertura del processo che potrebbe scagionare in tutto o in parte il condannato.

Da ultimo, ma non di importanza, non si può dimenticare che il soggetto, anche se autore di delitti che meritano il massimo della pena, può, con il passare del tempo, ravvedersi e pentirsi. Non si tratta soltanto di credere nella possibile riabilitazione, ma anche e soprattutto di favorire tale processo. La pena deve corrispondere a criteri di umanità e offrire la possibilità di rieducazione e ricuperabilità del reo. Tale alta e nobile espressione di umanità viene sanzionata nella Costituzione italiana (art. 27). In tale prospettiva, non soltanto risulta ingiustificabile la pena di morte, in quanto si fonda, in modo arbitrario e gratuito, sulla irrecuperabilità del condannato. I cristiani che credono in un Dio che non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva, che dà a tutti la possibilità del ritorno a una nuova vita, potranno manifestarsi meno sensibili dei non credenti, nel percepire e nel fare avanzare consapevolmente la contrarietà alla pena di morte? La pena di morte è l’estremo ricorso alla violenza degli Stati deboli, vi introduce la crudeltà e l’arbitrio senza per questo restaurare l’auctoritas.

La denuncia dell’immoralità della pena capitale trova significative convergenze con diverse correnti culturali. La visione cristiana, tuttavia, offre un orizzonte più vasto per comprendere la dignità, l’inviolabilità e l’indisponibilità della vita umana, di ogni vita umana e, nel contempo, per tradurre il valore della vita nelle leggi e nelle strutture sociali e politiche.

La vita e la morte dell’uomo sono sotto la Signoria di Dio. Nessun essere umano è padrone della vita e della morte dell’altro: sia esso innocente o reo. La distinzione tradizionale tra essere umano innocente, che avrebbe diritto alla vita, ed essere umano non innocente, che tale diritto avrebbe perso, può trovare un’applicazione nel caso della legittima difesa, dove si dà conflittualità tra vita (dell’aggredito) e vita (dell’aggressore). Ma la pena di morte, come si è dimostrato ampiamente, non ha nulla a che vedere con la legittima difesa, dal momento che può essere assicurata senza ricorrere all’eliminazione fisica della persona socialmente pericolosa.

Per liberare le coscienze dall’idea della pena di morte occorre liberarle dallo spirito di vendetta che insorge anche nell’animo dei buoni. La morte buona è solo quella che arriva da sola. Quella che si produce in anticipo è sempre cattiva, sia che la commini lo Stato o una banda armata. Rispettare la morte significa non usarla come rimedio o strumento di affermazione di sé, di difesa sociale o di qualsiasi altro progetto sociale di cambiamento.

Il no alla pena di morte, come a qualsiasi altro delitto contro la vita, deve trasformarsi in partecipazione civile e politica, perché la società possa organizzare e promuovere misure giuste di difesa sociale e rinunciare a quelle barbare e incivili.

Luigi Lorenzetti
   

NOTE

1 Evangelium vitae 56.

2 Catechismus Catholicae Ecclesiae, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 1997, n. 2267: «Casus in quibus absolute necessarium sit ut reus supprimatur, "admodum raro [...]intercidunt [...], si qui omnino iam reapse accidunt"».

3 Giovanni Paolo II, omelia del 27 gennaio 1999 a St. Louis, Usa.

Segue: La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo








 

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