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n. 5 MAGGIO 2006

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 CONSULENZA GENITORIALE - LA PENA È ANCHE PER CHI STA FUORI

Il reinserimento affettivo

di David Gentili
(mediatore sociale presso il carcere di San Vittore a Milano)

  

Cosa sognano di ritrovare fuori dal carcere i detenuti? Le persone care senza dubbio: ancora più importanti del lavoro. Alcune esperienze mostrano quanto conta per un detenuto il sostegno della famiglia. Con la mediazione si può cercare di mantenerlo vivo.
  

«La più grossa difficoltà da quando sono uscito dal carcere è stata quella di ritrovare calze e mutande». La platea della Triennale (presente all’incontro Interviste ai galeotti dello scorso febbraio) è rimasta sicuramente perplessa per alcuni minuti dall’affermazione di Daniele, cinico, intelligente, ironico "ex": alcuni minuti che sono serviti per capire che non si trattava di un tentativo di screditare chi, prima di lui, aveva preso la parola, e con rabbia, aveva posto all’attenzione delle persone intervenute la fatica di trovar lavoro nel momento in cui si rende noto o viene scoperto il proprio passato. Quella di Daniele era una metafora. Sicuramente azzeccata da un punto di vista squisitamente mediatico. Utile per soffermarsi sugli ostacoli che si incontrano al proprio rientro in famiglia dopo alcuni anni di carcere. «Quando ero in carcere mia moglie e mio figlio mi continuavano a dire quanto gli mancavo. Ora che sono costretto a stare in casa, faccio fatica a stare dietro ai loro ritmi e in alcune occasioni mi sento di troppo o meglio, non riesco a trovare ancora un mio spazio». Uno spazio affettivo, un’identità propria, diversa da quella acquisita in quanto persona cara, lontana, forzatamente lontana.

Salvatore è detenuto da sei anni. È oramai entrato negli ultimi mesi di carcerazione. Prossimo all’ottenimento dei primi permessi e alla possibilità di uscire in articolo 21, per svolgere un lavoro, diurno, all’esterno delle mura carcerarie. La moglie tiene un comportamento ambiguo: ai colloqui non salta un appuntamento, non esita a comunicare al marito il desiderio di tornare insieme. Alle assistenti sociali, però, disegna un altro scenario: dubbi, paura a lasciare Salvatore, un forte legame con il figlio, gay, e il timore che il padre non possa accettarlo. A un certo punto lei decide di vendere la casa in cui avevano abitato per anni e ne compra una nuova all’insaputa del marito.

Cominciano le perplessità di Salvatore. La moglie aveva sempre condiviso tutto, anche i frutti delle attività criminose. E ora? Cosa stava succedendo? Lo voleva abbandonare? Senza la disponibilità della moglie a ospitarlo in casa, le possibilità di uscire in permesso si annullavano d’incanto.

Lucia e Francesco hanno due bambini. Da più di un anno non si parlavano né vedevano. Da quando Francesco viene arrestato per possesso di armi e Lucia, incinta, abbandonata e delusa, decide di non andarlo più a trovare in carcere. Francesco era appena uscito da un grave esaurimento trascorso presso il sesto raggio di San Vittore. Lucia aveva una nuova relazione, sostenuta dalla madre che non voleva assolutamente più sapere nulla dell’ex convivente della figlia. Lucia chiede al giudice l’affidamento del primogenito. Il secondo, infatti, non porta neanche il cognome del padre. Ora Francesco cerca il papà di Lucia. Vuole sapere se lui può far avere delle lettere ai figli, può fargli sapere se stanno bene. Riparte da lì per poter essere nuovamente padre.

Il luogo di pena è il luogo in cui gli affetti si amplificano. In cui semplici flirt, diventano storie d’amore idealizzate a cui aggrapparsi per non sprofondare nell’anomia. In cui le relazioni vengono messe duramente a prova, in cui ci si rende conto quanto sono importanti o quanto poco valgano. La prova della difficoltà di comunicare, o, meglio, dell’importanza del comunicare: molto tempo, poche volte, poche carezze e molte parole scritte.

La relazione viene stretta, spremuta e, se ci si riesce, distillata. Provate a immaginare di non vedere vostra moglie o vostro marito, oppure i vostri genitori o i vostri figli per giorni, poi incontrarli per un’ora seduti l’uno di fronte all’altro.

Marco mi ha detto che da quando è in carcere la relazione con i suoi genitori è migliorata: «Non ci siamo mai parlati così. Ascoltavo e sono riuscito a dirgli tantissime cose e, soprattutto, non immaginavo di provare così piacere nel comunicargliele». Il carcere è anche il luogo in cui aspetti due ore che ti chiamino per andare a giocare con tuo figlio di sette anni nella stanza colloqui, piccola, colorata, chiusa. E poi te ne torni in cella con il sacchetto che contiene alcuni disegni che volevi fargli colorare, il thermos con la cioccolata. Senza sapere nulla... Cosa può essere successo?

Il tempo si dilata in carcere deformandosi: anni che si sciolgono in minuti, in secondi. Uomini al rallentatore, li vedremmo. Le parole assumono nuovi significati, sezionate così come sono da chi le ha aspettate da tempo. La comunicazione diventa arte. Regole, ma anche estro, creatività, sentimento.

Qual è la causa delle recidive?

La pena riguarda chi è dentro e il familiare che sta fuori, vittima anch’esso del crimine. Magari un tempo, connivente o consenziente. La pena è un’esperienza unica, terribilmente formativa.

In un questionario, semiserio, distribuito a una cinquantina di detenuti ubicati a San Vittore, redatto dalla redazione del mensile Oblò (distribuito gratuitamente anche presso le librerie Feltrinelli di Milano), alla domanda: «Quali sono le tre cose che gradiresti ritrovare all’uscita del carcere?» almeno una delle tre risposte previste viaggia in un’unica direzione: gli affetti (i miei magnifici bambini non troppo cresciuti, i miei cani, tutte le mie donne, la famiglia come l’ho lasciata, il sorriso di mia figlia e di mia moglie, gli amici più cari, la mia famiglia più vera di prima...). Il lavoro è al secondo posto con solo un terzo di preferenze.

Probabilmente è giusto cominciare a parlare di reinserimento affettivo, ancor prima di quello lavorativo. Ma come aiutare chi aspetta fuori? Chi vive celando malumori per non aggiungere ansia a chi è in carcere, chi è terrorizzato che, finita la carcerazione, le buone intenzioni finiscano e per l’ennesima volta ci si penta di aver offerto l’ultima chance, chi vive attendendo che il proprio congiunto esca e che, colpo di magia, sia in grado di prendere sulle sue spalle le difficoltà della famiglia e la conduca verso la serenità e il benessere?

Sono convinto che non sia la mancanza di un lavoro o di un alloggio che causa la maggior parte della recidiva. Piuttosto la solitudine, l’incomprensione, l’inadeguatezza che si riappropria dell’esistenza. E allora è giusto che questa sofferenza detentiva possa essere arricchita di percorsi di comprensione dell’altro, di graduale reinserimento nell’alveo affettivo famigliare, di graduale ri-accoglimento, di percorsi di consapevolizzazione di dinamiche patologiche intrafamigliari.

Presso il carcere di San Vittore a Milano, dal 2001, esiste un progetto di Mediazione dei conflitti in carcere, che propone l’introduzione nel contesto carcerario di un nuovo modello di regolazione dei conflitti basato sulle tecniche della mediazione. Il progetto ha alternato, fino a settembre 2005, momenti di sensibilizzazione alla mediazione dei conflitti, con periodi di apertura di uno sportello di ascolto, presso il II raggio.

Durante la sensibilizzazione, vengono apprese tecniche, ma soprattutto sviluppate sensibilità atte alla mediazione dei conflitti; vengono dibattuti temi legati al conflitto, al suo significato, alla sua evoluzione; ci si esercita a riconoscere e a dare dei nomi a stati d’animo, emozioni, sentimenti e soprattutto ci si allena a essere accoglienti, non giudicanti, neutrali e ad apprezzare e a riconoscere l’utilità dell’assoluta mancanza di potere nel gestire situazioni conflittuali.

Offrire spazi d’incontro

In questo contesto si sono avviate cinque mediazioni familiari, là dove emergeva palese un conflitto tra i coniugi o tra i genitori e i figli e emergevano evidenti le difficoltà che si sarebbero incontrate una volta che il detenuto fosse uscito dal carcere.

Ai familiari e al detenuto sono stati offerti spazi personali e incontri (di mediazione) con l’altro, gestiti da tre mediatori, utilizzando anche luoghi all’interno del carcere. Il conflitto viene quindi proposto come momento di incontro, confronto-scontro; occasione di espressione personale e di conoscenza di sé e del proprio caro; opportunità di crescita personale e di maturazione delle relazioni.

Durante gli incontri di mediazione viene offerto uno spazio, in cui un terzo non assume su di sé, delega o si arroga capacità di giudizio. Anzi, restituisce piena responsabilità alle parti e facilita tra esse la comunicazione, dando cittadinanza alle emozioni. Come dice il criminologo Castelli: «La mediazione mira a ristrutturare il dialogo tra le parti per poter raggiungere un obiettivo concreto: la realizzazione di un progetto di riorganizzazione delle relazioni che risulti il più possibile soddisfacente per tutti».

L’obiettivo finale della mediazione si realizza una volta che le parti si siano creativamente riappropriate, nell’interesse proprio e di tutti i soggetti coinvolti, della propria attiva e responsabile capacità decisionale.

Di Daniele non vi so ancora dire nulla. Posso dirvi, però, che Salvatore continua a ringraziare gli operatori che contattando la moglie e il figlio hanno permesso di affrontare già dall’interno del carcere tutte le perplessità che non dette, ma percepite, avevano contaminato gli affetti e acceso rabbia e tensioni. Francesco e Lucia, intanto, sono tornati insieme.

David Gentili








 

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