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n. 8/9 AGOSTO-SETTEMBRE 2006

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L’importante è partecipare
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Germania: minori che compiono abusi
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Come accompagnare al matrimonio
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LIBRI & RIVISTE

 

 ANALISI DI UNA COPPIA

La relazione tra laici e clero

di Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini
(onsulenti formatori e docenti presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II
per Studi su matrimonio e famiglia)

Un modo nuovo di considerare la pastorale familiare parte dalle dinamiche relazionali della coppia. È una "lettura" coniugale che scaturisce dall’applicazione di alcune semplici regole interattive, derivate dalla pratica con le famiglie.
  

Dove trovare il know how per avventurarsi in questa foresta delle relazioni tra laici e clero, senza lasciarsi immediatamente tentare dai contenuti che sono in gioco? I contenuti infatti potrebbero spaziare dal tema sulle strutture ecclesiastiche a quello del significato della laicità per il Regno, oppure dalle considerazioni sociologico-statistiche del numero dei consacrati a quello delle percentuali delle presenze alle messe domenicali rispetto ai battezzati di una parrocchia.

Facendo i consulenti per coppie e famiglie in crisi, vorremmo in questo articolo provare ad applicare alla pastorale alcune semplici regole interattive che derivano dalla nostra pratica con le coppie e le famiglie; insomma, un’interpretazione coniugale della pastorale familiare.

Riteniamo non solo che ciò sia in accordo con i documenti ecclesiali, ma che ciò possa avere un fondamento nella nuova teologia sponsale di cui si sono fatti promotori negli anni ’90, a livello teologico: Angelo Scola(1), Marc Ouellet, Giorgio Mazzanti(2), Francesco Pilloni(3) e, a livello pastorale, Renzo Bonetti(4). Riteniamo ancora che, per quanto possano essere tuttora aperte importanti questioni riguardo alla teologia sponsale, non sia possibile parlare in maniera convincente di nuova pastorale, di coinvolgimento della famiglia come soggetto, se non si dà a questo discorso una fondazione teologica. I puri dati numerici, infatti, sia del calo dei preti e dei consacrati sia dell’abbandono delle famiglie dalla pratica ecclesiale, da soli non possono costituirne il fondamento. Pena una totale banalizzazione e svilimento dell’aiuto della e alla famiglia in pastorale. La nuova pastorale familiare intende, infatti, mettere in discussione il vecchio stile della pastorale. Noi, s’intende, metteremo semplicemente a fuoco alcuni punti dell’attuale pastorale familiare, lasciando ad altri di delineare meglio il cambiamento di prospettiva teologica che la loro attuazione richiede.

Il primo cambiamento di prospettiva consiste nella considerazione degli effetti negativi del sistema delle attese. Cominciamo dalla coppia.

Una fattispecie assolutamente presente sul mercato del disagio di coppia consiste nell’immaginario con cui un coniuge pensa l’altro: «è bravo, intelligente, capace... per cui dovrebbe...». Dovrebbe: capirmi, stimolarmi, farmi divertire, comprendere le sfumature del mio umore e non sottopormi i problemi quando sono stanco ecc. Questa serie di "dovrebbe", come ben si vede, non parte da una crisi in atto, anzi parte da un apprezzamento del coniuge. Ma purtroppo questa serie di "dovrebbe" se usata con "rigore" finisce con il minare la coppia che vorrebbe rafforzare. La stessa prospettiva di promozione del meglio potrebbe essere vista anche in chiave molto cristiana (a parole): «L’altro mi è stato donato da Dio per il bene della nostra famiglia e dei nostri figli; sono stato saggio e l’ho scelto con molte qualità di base perché entrambi siamo due persone serie. Quindi, mi aspetto che funzioni come avevamo convenuto, che è poi come io avevo sognato che la nostra vita coniugale dovesse funzionare!». Il coniuge a cui attribuiamo questo immaginario sta minando le fondamenta del rapporto coniugale: in base ai suoi sacrosanti principi non vede più l’altro come persona, ma lo vede nell’apporto costruttivo che dà/dovrebbe dare al suo progetto.

Il supporto alla relazione coniugale, in questi casi, passa non tanto attraverso un aiuto a definire meglio quali sono i massimi sistemi del benessere familiare (che, molto più spesso di quanto sembri, per i due coniugi coincidono), ma attraverso un aiuto che porti ciascun coniuge verso una maggior consapevolezza della diversità tra la comunicazione che parte dal cuore di uno e ciò che arriva all’altro. La nostra esperienza ci dice che quanto, aristotelicamente, sbrigheremmo come accidentale, come semplice forma espressiva, è pragmaticamente molto più importante di quanto ci si possa immaginare.

Vignetta.

Moglie: «Ma insomma, come te lo devo dire che io alla sera ho sonno e non ho assolutamente voglia di far l’amore...!?».

L’autovalutazione dei coniugi tende a concentrarsi sul contenuto, tanto più spesso quanto più il tema è centrale e importante, trascurando la modalità; invece è proprio il modo a generare malessere e si può anche ipotizzare che questa modalità sia presente in tanti altri contesti di minor importanza. «Ma allora tu ce l’hai con me... insomma quante volte ti debbo dire che non mi piace il mare!».

La struttura relazionale che induce malessere è la stessa: il parlante, mentre crede di introdurre un "dato di fatto", scandisce (e questo sì che è un fatto!) tutta una serie di puntualizzazioni che suonano all’altro estremamente dirompenti sulla relazione. Il coniuge che ascolta sente infatti:

  • che «lui è visto dall’altro come uno che pensa solo al sesso e che non è minimamente attento ai tempi dell’altro;

  • che l’altro ha di lui un’immagine rigida che lo squalifica in quanto non ne sottolinea solamente la diversità, ma la colloca in una scala di valori di cui solo l’altro ha la chiave;

  • di essere, ad esempio rispetto ai figli, in un’indubbia posizione di minorità in quanto l’altro ritiene che lui non abbia gli strumenti per capire. Una moglie, con l’aria oggettiva e asettica tipica di certe conclusioni, diceva: «Mio marito, evidentemente, è diseducativo!»; il che era ancor peggio del già grave: «Non ha un progetto educativo», poiché l’espressione aveva un’indubbia quanto vaga base emotiva che, se invece fosse stata portata a tema, avrebbe potuto manifestarsi come pura conseguenza del fatto che il marito aveva un progetto diverso dal suo.

Infatti, il coniuge che sta esprimendosi in questo modo, spesso avverte in sé, a livello di coscienza, solo un piccolo moto di dissenso verso l’altro e non ha una vera e propria intenzione di squalificarlo, per cui:

  • potrebbe ribattere che lui ha semplicemente detto che non gli piace il mare, ma non si accorge di non aver detto: che è invece disponibile e contento di fare un qualsiasi altro tipo di vacanza assieme; non si accorge di star privando il coniuge di un piacere che "all’altro" suona del tutto spontaneo (evidenzia, infatti, in cuor suo solamente quanto l’altro sta chiedendo a lui, ma non viceversa);

  • potrebbe ribattere che lo sta solo mettendo sulla buona strada, che lo educa, che, anzi, gli fa un piacere («è l’altro che ha un brutto carattere e di fronte al rifiuto di un rapporto fa tante storie!»).

Il fatto è che il coniuge che dà queste risposte ha "reificato la relazione" attribuendo le caratteristiche (spiacevoli, quasi sempre) della relazione (coniugale, cioè, di "noi due") all’altro e riposa, in maniera del tutto ingenua sull’affermazione: «Io non c’entro!». Ma nel momento in cui una persona separa se stessa dal suo contesto interattivo, finisce con il formulare giudizi sull’altro che hanno tutto il sapore del... giudizio universale! Infatti, quando decidiamo che il nostro coniuge è..., irrigidiamo la relazione, non ammettiamo più lo scorrere della vita, non produciamo benessere relazionale, anzi evitiamo persino che si possa intraprendere una nuova strada per risolvere il problema («tanto è inutile!»). E si badi che la constatazione che le reificazioni rendano difficile la relazione non è dovuta al fatto che normalmente ingabbiano l’altro nelle sue imperfezioni, ma al fatto che ingabbiano anche il soggetto giudicante(5)!

La traduzione pastorale

Se al posto di due coniugi mettiamo laici e clero in pastorale, le cose cambiano di molto?

Cominciamo con il rilevare che purtroppo nel campo della pastorale (o della sua volgarizzazione quotidiana) ci si imbatte ancora spesso in una critica di tipo generalista e personologica, espressa in termini così vaghi che mostra immediatamente il segno dell’illogicità, in quanto prende in considerazione tutto l’insieme del clero o dei laici, facendo di ogni erba un fascio: «Ma insomma questi preti non si rendono conto...» a cui fa eco: «Questi laici da una parte danno qualche aiuto, ma è più il tempo che fanno perdere che quello che fanno guadagnare...».

Quando non si accoglie il principio della complessità, tutto il sistema relazionale che ruota attorno alla pastorale si sclerotizza e il conflitto laici/clero non fa altro che incancrenirsi: le divisioni religiose e l’incapacità di fare ecumenismo, ce lo testimoniano ampiamente.

Introduciamoci invece alla comprensione di quanto a volte accade nella pastorale familiare con il seguente scambio di battute che avviene in un paesone della bassa milanese, dove la parrocchia è guidata da un parroco e un giovane coadiutore. Precisamente è il terzo coadiutore che la parrocchia cambia in tre anni; e tutti sanno bene perché: per il carattere impossibile del parroco.

Di lì a non molto tempo, un gruppo di laici molto ostile al parroco, dice con astio e sarcasmo: «È arrivato uno che dice che quel che fa il parroco va bene! Possibile? Ma ha venduto la testa al parroco?». Puntiamo la lente di ingrandimento su questo episodio di banale amministrazione parrocchiale.

Consideriamo ora l’astratto "dover essere" dei due soggetti della pastorale familiare. Il disagio inizia, proprio come nella coppia, dalla considerazione di quanto ci si aspetta dall’altro: «Un prete dovrebbe...» (nell’immaginario popolare resta spesso la nostalgia per il prete tuttologo che ha studiato, che sa, che è santo perché prega ecc.; questo immaginario non concede spazio al prete poco dotato, imbranato, che mostra reazioni inadeguate quanto quelle dei ragazzi che gli vengono affidati...).

Viceversa il prete si aspetta dalle famiglie quella maturità che avrebbe voluto dalla famiglia che non ha avuto o misura il comportamento di tutte le famiglie con cui viene a che fare con il metro della sua santa famiglia d’origine (o almeno con quello della sua santa mamma): il che poi produce gli stessi risultati! In un sistema rigido di attese (dove non è chiaro il significato teologico del prete e della famiglia come vedremo al secondo punto) gli equivoci si sprecano per quanto a voce tutti possano rifarsi a una direttiva di eccezionale valore. Il Catechismo della Chiesa cattolica al numero 1.534 dice espressamente che Ordine e Matrimonio sono i due sacramenti ordinati alla salvezza altrui ed esattamente servono alla edificazione del popolo di Dio. Il che significa che il prete non si fa prete per sé stesso, ma per il popolo di Dio; e che i due coniugi si consacrano nel matrimonio non solo per sé stessi, per il loro privato star bene, ma in ordine alla salvezza del medesimo popolo.

Un cammino mai concluso

È necessario che i due soggetti della pastorale arrivino a dismettere le grandi attese sull’altro per non essere preda di un proprio sogno di progettualità pastorale in cui non c’è posto per l’altro e la sua diversità di persona. Le astratte attese di marca efficientistica e umana sostengono, infatti, le faziosità tra parroco e parrocchiani al punto che ci sembrano quasi naturali! Ci sarà chi difende l’operato del coadiutore e chi sostiene l’operato del parroco; e, per un malinteso zelo per Dio e la sua Chiesa, le fazioni sono sempre a portata di mano. Al punto che, nella nostra storia, un coadiutore che non si mette alla guida della propria fazione sembra un incapace, un inetto che non capisce le regole del gioco. Naturalmente non c’è chi non veda quanto a un sistema di fazioni siano congeniali le reificazioni sul parroco, sul coadiutore e sulle singole famiglie della parrocchia... Una coppia impiega tutta la vita nel compito di superare queste reificazioni, pena il suo smembramento. Uno stile coniugale e familiare per la parrocchia significa allora, innanzi tutto, applicare con costanza e fiducia alle relazioni tra parroco e parrocchiani questo stile.

Il cammino può svolgersi e continuare, molto probabilmente portando alla luce il sogno (e la fragilità che vi è sottintesa) di entrambe le parti, così come si sono venuti plasmando nella storia evolutivo-relazionale di ciascun soggetto. Questo vale a livello dei coniugi che arrivano al matrimonio con la loro esperienza storica di esseri umani in accordo o in opposizione con la famiglia d’origine in cui sono vissuti, ma anche a livello di pastorale quando il piano educativo, proposto dalla Cei o dal vescovo, deve concretizzarsi in proposte operative definite per quel territorio parrocchiale. Qui, infatti, troviamo in azione sia la famiglia d’origine del prete, sia l’input che gli ha fornito il tempo storico in cui ha frequentato il seminario, sia le attese che il suo immaginario di clero porta con sé. Attese che hanno anche il loro aspetto prezioso: il sogno di una moglie su come gestire una casa porta con sé il fascino dell’avventura e della novità, così come il sogno di oratorio per un prete. Ma questo fascino ha anche un limite: essendo stato sognato per tanto tempo potrebbe essere diventato rigido e persino... controproducente. Si potrebbe dire che in molte coppie il sogno del meglio produce il peggio del disaccordo. Ma anche nella pastorale le due parti possono non solo perdere di vista che hanno un solo obiettivo, ma possono perdere di vista l’altro.

Un secondo cambiamento di prospettiva nella pastorale è analogo al cambiamento che matura nella coppia quando si arriva a chiarire meglio le reciproche competenze. Dal punto di vista della divisione dei ruoli, oggi anche i papà sanno cambiare il pannolino, dare il biberon, fare le pappe come le donne, che pure hanno un addestramento millenario. E ciò va d’accordo con la messa in discussione da parte delle scienze umane che la figura paterna sia assegnata solo al papà e la figura materna solo alla mamma. Ma questo non toglie che la coppia abbia a che fare con la differenza tra quel particolare modo di essere maschio (che è quello di quel marito) e quel particolare modo di essere femmina (che è "l’edizione unica", di quella moglie).

Questo ci dice qualcosa di importante anche per la pastorale dove, al di là dei possibili cambiamenti, restano sempre presenti dati che segnalano la differenza, la cui composizione nella relazione non può essere data dal suo abbattimento. Al presbitero spetta presiedere l’assemblea eucaristica e agire in Persona Christi. Il dono della presidenza di coloro che sono convocati dallo Spirito nella sua Chiesa, perché essa sia la lampada per il mondo, è un dono fondante, non un optional! Ed è indipendente dai carismi personali del prete. Non solo è ingenuo e irrispettoso quel diacono sposato (sentito con le nostre orecchie) che affermava: «La funzione religiosa è più viva e più animata quando la presiedo io; quando arriva il parroco (che ha tre parrocchie) c’è la Messa, sì, ma il tutto è molto sbiadito, perché lui non sa fare una "bella predica"... e la gente non gusta...». Ma è semplicemente terribile. Un prete non vale perché è culturalmente efficace, gradito, originale ecc... ma perché è prete. Sta qui tutta la sua competenza e, se i laici non imparano ad amarlo proprio per questo, per le parole che pronuncia sul Pane e per la mano che ha il potere di assolvere, perdono proprio l’essere Chiesa: se non ci fosse il prete, essa si ridurrebbe a un’associazione magari splendida, efficiente, caritatevole, bella: come può essere bello il... Wwf! Niente direbbe della Chiesa di Dio nel mondo, cioè della Sposa adorna per il suo Sposo che attende e brama.

Un cambiamento di prospettiva

Se questo costituisce un aspetto assodato nella storia della Chiesa, ci sembra importante esaminare la presenza della famiglia. Rifacciamoci a un prezioso documento: Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, il numero 43: «L’amore coniugale è segno sacramentale dell’azione di grazia di Gesù Cristo per l’edificazione della sua Chiesa». Diciamolo in modo un tantino polemico: in questa definizione i laici non sono genericamente dei singoli, ma coppie e famiglie che finalmente si affacciano al loro sacramento non come bene privato, ma come bene spendibile per costruire comunità-Chiesa. Ma ancora un punto viene in risalto: la coppia mette al servizio della comunità cristiana il proprio carisma-ministero, quello di amarsi, di esportare amore («La coppia produce più amore di quanto ne possa consumare!», diceva in una conferenza quel profeta entusiasmante sul matrimonio che è monsignor Bonetti).

Diciamolo in altro modo: se le famiglie come luoghi d’amore fossero richieste di sparire dalla faccia della terra (e da più parti questo tentativo è in atto) allo stesso modo che se non ci fossero i preti, non ci sarebbe più comunità cristiana, non ci sarebbe più Chiesa. Ed è forse questa la ragione del tanto accanimento mondano contro la famiglia fondata sul matrimonio: il "mondo" (nel senso giovanneo di luogo di rifiuto di Dio) non la capisce, anzi tenta di espungerla, di annacquarla come una delle tante possibili forme di aggregazione.

I testi che abbiamo letto non inducono certo una sorta di "manovalanza" da parte dei laici (che in un’interpretazione di un parroco del secolo scorso, sentita con le nostre orecchie, «servono per mettere al mondo figli da mandare a catechismo»!), ma la posizione di una corresponsabilità che non può venir meno.

Siamo soliti dire, nel nostro lavoro, che la famiglia è una strana nave, che ha due capitani a pari titolo: e i guai succedono quando un capitano (per le sue ragioni, che a lui paiono buonissime) si sente un po’ più capitano e qualifica l’altro come capitano in seconda. Perché non si potrebbe pensare che, nella sua complessità, anche la parrocchia è una strana nave con due capitani? Con un accorgimento, ovviamente, e non certo secondario introdotto dal nostro secondo cambiamento di prospettiva: la ricerca, da compiersi sempre e di nuovo, del rispetto delle competenze reciproche. Ma cosa significa essere capitani in due?

Partiamo da un caso concreto di marca pastorale, sempre con l’intento di vedere in controluce parrocchia e famiglia, cioè i due ministeri.

Ottobre 2005, ingresso del nuovo parroco in una realtà parrocchiale di circa 3.000 persone. Quindici giorni dopo la festa di accoglienza, il parroco cambia la serratura dei locali parrocchiali; attenzione, non del suo appartamento privato (dove è legittimo e necessario che egli custodisca una sua privatezza), ma dei locali comuni, tipo le sale di riunione, la stanza bar, la stanza delle fotocopiatrici, quella della piccola biblioteca. Prima i collaboratori ne avevano le chiavi, poi improvvisamente si sono trovati con chiavi inservibili tra le mani, senza preavviso. Quando qualcuno ne ha chiesto il perché, il parroco ha risposto: «Perché i laici non devono spadroneggiare in parrocchia e ha aggiunto «Basta chiedermi le chiavi (di volta in volta!) e tutto sarà a vostra disposizione come prima». Per uno strano miracolo, il gruppo dei "laici" cui il precedente parroco aveva caldamente raccomandato di collaborare con il nuovo parroco, non si squagliò. Anzi. Né d’altro canto il parroco li aveva allontanati o sostituiti; per giunta egli a ogni riunione esprimeva il principio che la parrocchia è la famiglia di tutti, che occorre collaborazione, che lui mai e poi mai ce la farebbe da solo a portare avanti la parrocchia.

Ma, al di là delle buone intenzioni di tutti, ciò che passò fu un altro approccio alla realtà parrocchiale. Proviamo a esaminarlo: c’è un potentissimo non-verbale (la sostituzione della serratura) che dice qualcosa di fondamentale: la parrocchia è affare del parroco! Egli se ne sente responsabile in prima persona, perciò è legittimo e necessario che tutto dipenda da lui; naturalmente, egli è molto grato per la collaborazione da parte dei laici che dice di stimare e di apprezzare. Osiamo un paragone un po’ brutale: per questo parroco la parrocchia è una sorta di azienda che ha un unico direttore responsabile, che è anche unico proprietario, cioè lui stesso; a nessun direttore verrebbe in mente di poter fare a meno di operai e maestranze: per questo riconosce il loro impegno e... li paga! La firma però (le decisioni di fondo sull’investimento e l’utilizzo dei capitali) resta sempre e solo sua. Il paragone pare particolarmente dissacrante, anche perché non funziona per un "particolare" non certo irrilevante e che cioè in questo stranissimo caso gli operai-laici non ricevono nessuna paga... anzi molto spesso ci rimettono di persona (il loro tempo, il loro coinvolgimento, perfino i loro denari).

La sola verità è amarsi

Questo sarebbe un ottimo nome per un raggruppamento parrocchiale che persegua l’unanimità come primo obiettivo. E se, allora, il coadiutore della storia precedente, invece di essere un inetto che non capisce le regole del gioco, avesse capito un gioco di squadra più alto? Forse è vero che nella storia così come ci è stata narrata è venuta meno la trasmissione di questo valore più alto: se il coadiutore se ne fosse reso conto pienamente avrebbe cominciato, assieme al parroco, a spiegare e rispiegare e ancora a rispiegare che cosa è il dono dell’unanimità, che può nascere tra parroco e coadiutore per diffondere il suo profumo su tutta la parrocchia e promuovere l’unanimità di parroco e laici perché questa è la sfida, a nostro modo di vedere, che deve affrontare una nuova pastorale familiare. Una sfida che punta sulla scommessa dell’unanimità e cioè che ci sia sempre una lunga serie di obiettivi perseguibili... da entrambi!

Questa è la competenza specifica del co-capitano laico: non quella di scimmiottare il prete o di mettersi in concorrenza con lui, non quella di volerlo a propria misura, (come abbiamo visto sopra) perché tutto ciò indurrebbe asfissia nei rapporti dei due co-capitani (esattamente come succede all’interno del rapporto di coppia, quando la coppia cerca l’equilibrio dell’essere co-capitani)(6).E, se l’amore coniugale è "segno sacramentale" esso non può non raggiungere gli stessi presbiteri: come il presbitero porge all’assemblea il Pane consacrato, così le famiglie porgono l’amore consacrato, per così dire "apparecchiano la tavola dove quel Pane può posarsi per essere consumato" per la vita del mondo.

Concludiamo tornando al nostro parroco che cambia la serratura ai locali parrocchiali; se avesse il sospetto che sta facendo fuori il co-capitano, e che quindi questo viene a scapito anche suo, si arresterebbe, forse, e porrebbe il problema al consiglio parrocchiale e magari ne uscirebbe che non può accadere che chiunque tenga le chiavi dei locali parrocchiali (forse inizialmente ha temuto proprio questo) e insieme si deciderebbero le condizioni indispensabili per custodire tali chiavi (e si arginerebbe lo strapotere dei laici); ma in ogni caso il cambio di serratura non sarebbe una frattura unilaterale, anche se dettata dai migliori propositi.

Chi l’ha provata, lo sa: la forza dell’accordo di due co-capitani è infinitamente maggiore di tutte le migliori strategie (personali e pastorali) che ciascuno possa mettere in atto in proprio per il bene della parrocchia.

Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini








 

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