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n. 8/9 AGOSTO-SETTEMBRE 2006

Sommario

EDITORIALE
Senza clamore, immersi nel quotidiano
la DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) In cammino verso Verona
GIUSEPPE ANFOSSI

apep00010.gif (1261 byte) Nodi e priorità della pastorale familiare
SERGIO NICOLLI

apep00010.gif (1261 byte) La relazione tra laici e clero
MARIATERESA ZATTONI E GILBERTO GILLINI

apep00010.gif (1261 byte) La famiglia e la parrocchia
RENZO BONETTI

apep00010.gif (1261 byte) L’amore tra Cristo e la Chiesa
GIUSEPPE NEVI

DOSSIER
La Chiesa italiana si interroga
PIETRO BOFFI

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Le sfide di una società ostile
BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Un’ampia e ricca produzione libraria
STEFANO STIMAMIGLIO

Un thriller familiare
ORSOLA VETRI (a cura di)

MATERIALI & APPUNTI
L’importante è partecipare
FRANCESCA TONNARELLI GRASSETTI

L’esercizio della speranza
SERENA GAIANI

CONSULENZA GENITORIALE
Unità formale o sostanziale?
ARISTIDE TRONCONI

POLITICHE FAMILIARI
Figlio mio, quanto mi costi?!
DANIELE NARDI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Germania: minori che compiono abusi
STEFANO STIMAMIGLIO

NOTIZIE DAL CISF
Come accompagnare al matrimonio
FRANCESCO BELLETTI

LIBRI & RIVISTE

 

DOSSIER - COME ESSERE "TESTIMONE DELLA SPERANZA"

LA CHIESA ITALIANA SI INTERROGA

Nel corso del 2003 l’Ufficio nazionale per la pastorale della famiglia ha promosso un’indagine tra gli Uffici famiglia di tutte le diocesi italiane per verificare lo stato di attuazione delle indicazioni contenute nel Direttorio di pastorale familiare, emanato esattamente dieci anni prima. I risultati di tale indagine sono stati notevoli: ben 172 diocesi su circa 220 hanno risposto, consentendo di raccogliere numerosi dati. La struttura della pastorale, la preparazione e la celebrazione del matrimonio, la formazione degli operatori e le famiglie in difficoltà: su quanto è emerso in relazione a questi punti nodali il testo ci offre un’interessante riflessione.
    

UN CONTRIBUTO PER L’"AGENDA DEI LAVORI"
I NODI DELLA PASTORALE FAMILIARE
  
di Pietro Boffi
(responsabile del Centro di documentazione del Cisf)

Nel corso del 2003 l’Ufficio nazionale per la pastorale della famiglia ha promosso un’indagine tra gli Uffici famiglia di tutte le diocesi italiane (affidandone la conduzione e la realizzazione al Cisf) per verificare lo stato di attuazione delle indicazioni contenute nel Direttorio di pastorale familiare (Dpf), emanato esattamente dieci anni prima. I risultati di tale indagine sono stati notevolissimi: ben 172 diocesi su circa 220 hanno risposto, consentendo di raccogliere una mole di dati veramente impressionante. Le conclusioni, raccolte nel volume La pastorale familiare in Italia, pubblicato presso le edizioni San Paolo nel 2005, mantengono ancora intatta la loro validità, consentendo di scandire la programmazione dei temi e delle attività dell’Ufficio nazionale sulla base delle indicazioni ivi contenute.

In questo dossier vogliamo presentare sinteticamente alcuni dei dati raccolti dall’indagine, ma soprattutto riproporre la lettura di alcuni nodi critici emersi dalla ricerca, che inevitabilmente la pastorale familiare (d’ora in poi: Pf) si troverà ad affrontare, e che possono essere un contributo alla creazione di una sorta di "agenda dei lavori" nel campo della famiglia per una Chiesa che intende riflettere su come essere oggi, nel concreto della situazione della nostra società, "testimone della speranza".

Il primo, importantissimo dato ricavato dalla ricerca è che un Ufficio diocesano di Pf è presente nel 91,9% delle diocesi che hanno risposto al questionario; inoltre, l’83,1% ha una Commissione famiglia e dall’incrocio dei tabulati si rileva che la Commissione famiglia è sempre presente nelle diocesi che non hanno l’Ufficio: quindi, possiamo affermare che la totalità dei rispondenti (che rappresentano il 76,4% delle diocesi italiane) dispone di un organismo specificamente dedicato alla Pf (tale è il ruolo della Commissione ove manca l’Ufficio). Rispetto al 1990 è esattamente il doppio, e va sottolineato inoltre che nella stragrande maggioranza delle diocesi troviamo sia Commissione che Ufficio.

Dal punto di vista organizzativo, l’Ufficio vede una presenza forte dei sacerdoti (vi operano abitualmente nell’84,8% dei casi), raramente però sono disponibili a tempo pieno: solo in 14 diocesi, presenti sia tra le piccole come tra le medie e le grandi. Incrociando le risposte con l’ampiezza delle diocesi, otteniamo che solo il 27% delle grandi diocesi dispone di un sacerdote a tempo pieno.

La direzione è prevalentemente collegiale: il modello "coppia più sacerdote" è presente nel 60,1% delle diocesi, a cui si può aggiungere l’1,9% delle diocesi che valorizzano anche a livello direttivo la figura del religioso/a. Anche per la Commissione la forma di direzione prevalente, sia pure in misura minore, è quella condivisa: "coppia più sacerdote" compare nel 44% dei casi.

L’invito ad attribuire una pari responsabilità direttiva a coppia e sacerdote, esplicitamente contenuto nel Dpf(1), era una difficile scommessa: i dati dimostrano che è stata una scommessa sostanzialmente vinta, anche se sarebbe interessante indagare e riflettere sulla qualità di questa collaborazione e delle relazioni instauratesi. In ogni caso, la tipologia prevalente di conduzione degli Uffici diocesani è la co-direzione coppia-sacerdote, una modalità molto innovativa per la nostra Chiesa. Non essendo stato oggetto di indagine, dal questionario non emerge nulla riguardo a come stia funzionando questa collaborazione. Potrebbe essere interessante, a questo proposito, indagarne i risultati, per verificare se fosse possibile una ricaduta positiva anche a livello di base, in ordine a un diverso, più armonico ed equilibrato rapporto tra coniugi e presbiteri (e consacrati in genere), e più precisamente tra il sacramento del matrimonio e quello dell’ordine, con le ministerialità(2) che ne discendono. Sullo sfondo, si affaccia anche il tema della reciprocità celibato/matrimonio, su cui l’Ufficio nazionale per la Pf ha organizzato una serie di convegni che non hanno purtroppo visto la partecipazione che avrebbero meritato, a riprova che il cammino in questa direzione è ancora lungo e la sensibilità ancora scarsa.

Molto meno positivo il dato riguardante l’impegno dei sacerdoti: l’87% di essi impegnati a tempo parziale è un dato preoccupante, che non può non far riflettere, rispetto all’investimento di risorse reali, non verbali della Chiesa italiana sulla famiglia.

Il dato della così scarsa presenza di sacerdoti a tempo pieno, oggettivamente uno dei più negativi dell’intera ricerca, non può non suggerire la necessità di interrogarci su cause e rimedi. L’immagine che sembra emergere è quella di una Chiesa ripiegata sulle proprie necessità istituzionali, che fa fatica a sganciarsi dalla figura del presbitero come uomo dell’istituzione e quindi sovraccaricato di incarichi e ruoli (anche a causa del crescente calo numerico dei sacerdoti). Immaginare un maggior investimento di risorse "istituzionali" sulla Pf (cosa che certamente andrebbe a beneficio dell’intera pastorale, e anche – ne siamo fermamente convinti – del trend delle vocazioni al presbiterato) comporta quindi pensare a una Chiesa capace di riformare con creatività le proprie strutture di base, promuovendo ove possibile e necessario le responsabilità laicali all’interno di comunità locali "totalmente ministeriali".

La preparazione al matrimonio

I corsi di preparazione al matrimonio sono ormai una realtà capillarmente diffusa, da cui emerge un modello di forte impegno nei confronti dei fidanzati che chiedono il matrimonio religioso. I dati sono molto significativi: i corsi che prevedono tra i sei e i dodici incontri hanno una prevalenza schiacciante (nel 43,6% delle diocesi sono la maggior parte, e nel 44,8% addirittura la totalità, sfiorando quindi insieme il 90%), mentre le due ipotesi estreme (meno di sei incontri o più di dodici) raccolgono solo poco più del 5%. Anche la domanda sulle modalità di animazione dei corsi ha dato risultati molto positivi: nel 47,7% delle diocesi sono animati prevalentemente da un’équipe, e nel 37,8% dei casi l’équipe è addirittura la modalità esclusiva di conduzione. Solo nell’11% delle diocesi i corsi sono prevalentemente animati dal solo sacerdote.

Dall’indagine emerge quindi che la preparazione dei fidanzati al matrimonio è un’attività intensa, impegnativa, praticata su larga scala: praticamente, la si potrebbe definire "l’attività di massa" della Chiesa, nelle sue articolazioni di base, nel campo della Pf. Nello stesso tempo, è un settore su cui si concentrano ancora grandi attenzioni e per il quale vi sono ancora grandi richieste di sussidi, formazione, indicazioni autorevoli sull’orientamento da dare a questa attività. Una richiesta maggiore che non in tutti gli altri settori: come spiegare questo apparente paradosso?

La risposta forse sta proprio nella sua caratteristica di attività generalizzata, capillare, che discende dalla sua sostanziale obbligatorietà. In sostanza, in un modo o nell’altro le parrocchie non possono esimersi dal confrontarsi con tale attività, sono obbligate a farsene carico, e quindi manifestano le loro preoccupazioni e le loro richieste di aiuto. Richiesta legittima, ma che nello stesso tempo potrebbe nascondere una inadeguatezza pastorale e culturale: cioè, il fatto che non solo la preparazione al matrimonio, ma probabilmente la Pf tout court viene vista come una cosa (in più) da fare in mezzo a tante altre, e non come quel famoso "centro unificatore" della pastorale di cui parlano i vescovi(3), un’articolazione "normale" – anzi, l’articolazione principale – della vita delle nostre comunità.

Questa ipotesi sembra essere corroborata anche dal fatto che le comunità in quanto tali sono scarsamente coinvolte in questa attività, come sarà confermato anche dai dati che illustreremo commentando il successivo capitolo del questionario, "La celebrazione del matrimonio". Allora, la prima prospettiva che si delinea riguarda l’impegno a trasformare la mentalità con cui viene vista e praticata la Pf nelle nostre parrocchie, a partire proprio dal grande e capillare lavoro svolto per la preparazione al matrimonio. Detto in altri termini: se anche le altre attività di Pf – dai gruppi coniugi alla promozione della loro soggettività sociale ed ecclesiale, dalla preparazione degli operatori alla cura delle situazioni difficili – diventassero obbligatorie, susciterebbero la stessa se non maggiore richiesta di aiuti, sussidi, sostegni. Alla quale non si potrebbe rispondere se non attraverso un’autentica "conversione pastorale" che porti a concepire la parrocchia come una "famiglia di famiglie", alla cui base va posto in tutto il suo valore, la sua pregnanza, la sua ministerialità il sacramento del matrimonio.

All’interno di questa prospettiva generale, si situano poi le altre domande che affiorano dalle risposte al questionario. Ad esempio, dai questionari emerge spesso l’esigenza che i corsi di preparazione al matrimonio siano proposti come "cammini di fede", visto che nella grande maggioranza i fidanzati che vi accedono sono lontani da tempo da qualsiasi discorso di fede e dalla pratica religiosa. Come possono diventare tali? Sono proponibili a tutti? La risposta potrebbe essere in una effettiva attuazione di quelli che sono stati definiti "percorsi differenziati", cioè proposte di corsi diversi secondo il grado di vicinanza o lontananza dalla fede dei fidanzati? In che rapporto stanno i percorsi di preparazione al matrimonio più ricchi e articolati con gli altri corsi e con la pastorale ordinaria? E ancora: è meglio procedere a maggiore uniformità o a maggiore pluralismo? È bene che esistano strumenti e indicazioni uniformanti, e se sì, a che livello: diocesano, regionale(4) o nazionale?

L’accenno alla pastorale prematrimoniale "in ogni sua articolazione" fatto dal Dpf ci introduce alla seconda prospettiva principale che emerge dall’indagine: la questione della preparazione remota al matrimonio, e della collaborazione con la pastorale giovanile. Dando per scontata la sua importanza (come pensare di preparare al matrimonio cristiano persone che da anni sono avulse da qualsiasi discorso cristiano, non solo, ma che anche se sono rimaste nell’orbita della vita ecclesiale spesso non hanno ricevuto nessun annuncio sulla visione cristiana dell’amore, dell’affettività, sul valore sacramentale e vocazionale del matrimonio?), sottolineata anche da un discreto numero di diocesi, dobbiamo purtroppo rilevare come attualmente vi siano esperienze più che altro a livello pionieristico, e deve quindi porsi il problema di come svilupparle e diffonderle. Una pastorale giovanile totalmente avulsa dal matrimonio e dalla famiglia, infatti, non solo non fornisce quella preparatio remota che predispone il terreno all’effettiva possibilità di una semina dell’evangelo del matrimonio che sia feconda, ma costituisce – se così possiamo dire – una controtestimonianza di quella "unitarietà" che deve costituire la caratteristica precipua della Pf. Si tratta quindi di un terreno su cui molto deve essere fatto: dall’indagine abbiamo potuto rilevare come la coscienza della sua importanza – premessa essenziale per la sua praticabilità – si stia diffondendo.

La celebrazione del rito

La valutazione sul grado di coinvolgimento/attribuzione di significato nei confronti del rito vero e proprio da parte sia dei protagonisti (gli sposi) che dell’intera comunità appare discordante.

Accanto a una valutazione molto lusinghiera sulla consapevolezza e il coinvolgimento degli sposi (oltre l’80% delle diocesi li percepisce in crescita), ritenuti il frutto dei corsi di preparazione al matrimonio (alcune diocesi segnalano come talvolta questi diventino addirittura occasione per una riscoperta del cammino di fede, fino a parlare di vere e proprie "conversioni": vedi la sintesi delle risposte alla domanda sulla crescita di consapevolezza e l’attivo coinvolgimento degli sposi nel box), si nota per converso la scarsa presenza della comunità: alla domanda sulla maggiore partecipazione della comunità risponde affermativamente solo il 32% delle diocesi.

Da un lato, quindi, gli sposi sembrano capaci di maggiore attenzione al gesto che stanno celebrando, mentre al contrario appare prevalente l’affievolirsi di tale atteggiamento partecipativo nella comunità in quanto tale, al punto che sembra lecito domandarsi se non parta proprio da qui la perdita di contatto con le famiglie di nuova formazione, che vedremo segnalata nel prossimo paragrafo dell’indagine.

Si ha l’impressione di un aspetto, quello della celebrazione, un po’ rimosso dalla coscienza ecclesiale, forse perché di difficile gestione, specie verso le persone più lontane. Peraltro, nella realtà la celebrazione del matrimonio e la relativa festa, con i suoi spesso defatiganti preparativi, la sua ritualità anche laica quando non addirittura "pagana", è un momento fortemente sentito, sia dagli sposi che dalla loro parentela allargata e da tutta la rete amicale. Caricato, talvolta fin troppo, di grandi valenze simboliche, indubbiamente rappresenta un grosso investimento di tempo, denaro ed energie per le famiglie coinvolte (e di riflesso, impegna nella sua gestione e "contenimento" anche i presbiteri), anche se talvolta per le sue modalità di svolgimento, in contrasto con i contenuti dell’annuncio cristiano sul matrimonio, suscita scandalo e fornisce un’immagine negativa del matrimonio cristiano.

La dimensione di festa è assolutamente connaturata alla realtà del matrimonio e certamente rappresenta un’insopprimibile esigenza antropologica, ma non per questo la si deve ritenere "esterna" alla celebrazione cristiana del matrimonio, e quindi lasciare nell’attuale semiprivatezza. Si pone quindi il problema di come fare a intercettare, in quanto comunità cristiana, questo aspetto fondamentale dell’esistenza, che nel matrimonio trova una delle sue espressioni più significative. Seppur necessaria, è sufficiente che vi sia una normativa diocesana relativamente ai luoghi, i tempi e le modalità di celebrazione, che peraltro talvolta, per immaturità o per quieto vivere, immaginiamo, non viene rispettata(5)?

Evidentemente no, e bisognerà piuttosto pensare a una crescita di sensibilità nell’intera comunità locale. Cosa fattibile, se il matrimonio e la famiglia fossero messi realmente al centro della vita comunitaria e valorizzati in quanto tali – per il semplice fatto di esistere, come avviene ad esempio nel caso di vocazioni religiose o sacerdotali – perché la comunità stessa si senta coinvolta nella celebrazione del matrimonio almeno come nella celebrazione degli altri sacramenti, e individui quegli strumenti concreti che possono rendere possibile un coinvolgimento, un accompagnamento, un orientamento discreto degli sposi anche in questo momento, che peraltro non è solo il punto d’arrivo del cammino di preparazione, ma il punto di partenza per l’avventura familiare.

Anche gli aspetti più mondani della festa di nozze (inviti, bomboniere, pranzo, viaggio) insieme alla preparazione degli aspetti liturgici della celebrazione possono così diventare occasioni di annuncio evangelizzatore e di gesti di fraternità, in cui la comunità in quanto tale gioca un ruolo essenziale di proposta e suggerimento, e pone le basi per garantire continuità di contatti con le nuove famiglie.

La formazione degli operatori

I molti strumenti per la formazione degli operatori di Pf sono differenziati, con varia capacità di penetrazione:

  • oltre l’80% delle diocesi svolge attività formative per i propri operatori, coinvolgendo un numero di partecipanti spesso significativo (quasi la metà delle diocesi ha coinvolto oltre 60 persone);

  • oltre il 60% delle diocesi ha beneficiato di iniziative formative a livello regionale, con partecipazione più selezionata (in genere sotto le dieci unità per ogni diocesi, sia individui che coppie, con prevalenza delle seconde);

  • non marginale l’attività indirizzata a presbiteri e operatori pastorali, anche se segnalata da una quota di diocesi inferiore al 50% (precisamente il 45,9%); rispetto al ruolo dei presbiteri, è inoltre significativa la quota relativamente bassa di diocesi che ritengono "soddisfacente" il grado di attenzione prestata nei seminari alla pastorale familiare (poco più del 30%);

La presenza di coppie disponibili e qualificate per poter svolgere attività di Pf, oggetto di una specifica domanda, è molto differenziata, anche se quasi in ogni diocesi si riscontra tale presenza. Meno della metà delle diocesi (precisamente il 46,5%) indica un numero inferiore a 30 coppie, quasi il 20% ha oltre 60 coppie in grado di gestire iniziative di Pf, diocesi quasi tutte di ampiezza media e grande (con più di 200.000 abitanti). Da questo punto di vista, è comunque interessante la situazione delle diocesi medio-piccole (tra 100.000 e 200.000 abitanti), che presentano modelli differenti: tra le 59 diocesi di questa fascia che forniscono la stima del numero delle coppie, in venti casi vi sono almeno 30 coppie "disponibili e qualificate", e tra queste ben cinque superano quota 60. Un segnale che tale disponibilità è legata più all’attività promozionale svolta che alle caratteristiche demografiche.

Alla luce dell’insieme di questi dati, appare innanzitutto estremamente significativo il fatto che le non molte persone che hanno frequentato la formazione regionale siano soprattutto coppie: testimonia di una disponibilità e di un’esigenza reali, e del fatto che sempre di più le coppie si comprendono come gli operatori, i soggetti attivi della Pf.

A fronte di questa forte crescita laicale, stenta l’aggiornamento dei presbiteri, come abbiamo visto, e anche la formazione dei futuri sacerdoti presta ancora troppo poca attenzione alle tematiche familiari. Analizzando le risposte alle specifiche domande sulla formazione seminaristica, si nota come solo il 30,8% delle diocesi ritiene che i corsi teologici dei seminari diano sufficiente spazio alle tematiche matrimoniali e familiari, e come spesso questa attenzione si riduca a iniziative di scarso rilievo – che definirei "minimaliste", quali ad esempio "due ore l’ultimo anno", "una sola mattinata" – oppure in cui l’attenzione alla famiglia rimane tutta interna alla teologia sacramentaria o a quella morale, ignorando o quasi la pastorale. Ed è evidente che iniziare la propria attività pastorale con una scarsa dimestichezza con la realtà concreta delle famiglie e delle iniziative pastorali che le riguardano, è gravido di conseguenze (negative) per il futuro.

Alla luce del notevole divario di partecipazione che emerge dai dati, la dialettica tra la formazione diocesana e quella regionale (ed anche quella nazionale, di cui parleremo tra breve) va approfondita: sono concorrenti, complementari, alternative? Quali caratteristiche distintive possono avere? È meglio andare verso modelli formalizzati o liberi? Quali indicazioni è possibile fornire sulla base delle esperienze attuate?

I numeri delle persone che hanno partecipato a queste attività formative sono comunque rilevanti. Sarebbe ora interessante verificare come sono impiegate queste persone, se hanno trovato un ruolo all’interno della Pf, se sono valorizzate e a quale livello, anche in considerazione del fatto che l’aggiornamento e la formazione del clero funzionano meno di quello dei laici.

Più che nell’aspetto strettamente conoscitivo, però, in questo caso sembra che le carenze maggiori siano da riscontrarsi rispetto alla sensibilità del clero verso la famiglia. All’interno del questionario vi era una specifica domanda, relativa a quanto i presbiteri considerino la famiglia una risorsa per la vita pastorale (vedi tabella a lato). Era una domanda che prevedeva una risposta secca (sì/no), e che, venendo alla fine di un lungo elenco di domande tese a quantificare la presenza di attività per le famiglie, intendeva indagare quanto queste fossero anche pensate e attuate con le famiglie, costituendo quindi una cifra sintetica della sensibilità con cui i pastori si relazionano a queste attività.

Il dato (ancorché riferisca solo una sensazione, non un fatto certificabile) è molto rivelatore: solo il 37,2% delle diocesi risponde sì! Considerando che la tendenza che ci si poteva aspettare, stante che i compilatori del questionario sono stati principalmente i direttori degli Uffici diocesani per la famiglia, era verso la restituzione di un’immagine dei pastori tendenzialmente positiva, forse più ottimistica del vero, questo dato da un lato depone a favore della serietà dei compilatori, dall’altro con grande onestà segnala però che, a fronte di un lavoro pastorale indubbiamente notevole, ricco e articolato, permane una ancor gravemente insufficiente considerazione della famiglia come risorsa da parte dei presbiteri.

Il lavoro da fare si situa soprattutto, quindi, sul tema della "reciprocità" e "complementarietà" tra i sacramenti dell’ordine e del matrimonio, e sugli aspetti relazionali che molto spesso la formazione presbiterale tradizionale non ha valorizzato a sufficienza. E non si tratta tanto di fornire un’infarinatura sulle dinamiche psicologiche (il sacerdote come "piccolo psicologo"), quanto di approfondire – facendo nel contempo sperimentare concretamente, nel vissuto delle comunità – la dimensione della "sponsalità" quale categoria fondamentale sia del matrimonio che della verginità, cifra simbolica della relazione Cristo-Chiesa(6), in vista di una reale "pastorale di comunione" tra preti e coniugi.

Tabella: un dato rivelatore.

Un nervo scoperto

La cura pastorale delle coppie e delle famiglie in difficoltà, separate, divorziate, ecc. è certamente un nervo scoperto della Pf in Italia. Lo conferma una lettura complessiva delle risposte all’ottavo capitolo del questionario, che era specificamente dedicato a questo tema.

La prima domanda (Le coppie di sposi che vivono un momento di difficoltà di relazione si rivolgono ancora a qualche sacerdote?) intendeva indagare se le famiglie in condizioni di difficoltà relazionale si rivolgono ancora in modo significativo ai religiosi, in quanto guida e rappresentanti della comunità locale, e in connessione con la seconda (Quali risposte di accoglienza e accompagnamento trovano in diocesi o in zona?) verificare quali risposte eventualmente trovano. Ora, se da un lato sembra che le famiglie in difficoltà si rivolgano ancora alla Chiesa in percentuale considerevole, superiore al 50% (precisamente, il 54,1%, delle diocesi alla prima domanda ha risposto sì), dall’altro cosa trovano? Le risposte alla seconda domanda (vedi sintesi nel box) variano da "disponibilità personali all’ascolto e all’accompagnamento" di sacerdoti o coppie (di cui raramente viene segnalata la preparazione specifica), al rinvio ai consultori, a chi risponde "poco o niente".

In sostanza, molto poco, anche se si inizia a segnalare qualche iniziativa specificamente studiata per l’accoglienza e l’accompagnamento di queste situazioni, come ad esempio la Casa della tenerezza di Perugia o il Telefono amico della famiglia di Iglesias, che già nella denominazione lasciano intendere la loro finalità e il loro approccio.

Se questa è attualmente la situazione, non desta meraviglia che alla domanda successiva, che chiedeva come viene vissuta dai sacerdoti e dalle comunità il problema dei fallimenti coniugali, ben 60 diocesi abbiano risposto "con rassegnazione e senso di impotenza". Era una domanda su una percezione, e la risposta sembra essere stata molto sincera, come viene confermato dal fatto che anche alcune delle diocesi che così rispondono segnalano comunque qualche iniziativa, almeno allo stadio embrionale, per affrontare il problema.

Ma la conferma principale, e una fotografia più oggettiva della realtà, viene dalle risposte alla domanda che chiedeva dell’esistenza di gruppi di accompagnamento spirituale per separati e divorziati. Le diocesi che hanno risposto sì sono solo il 20%, anche se altre segnalano l’intenzione o la speranza di riuscire a creare simili gruppi in un prossimo futuro(7). In sintesi: le forme di accompagnamento esistenti si presentano ancora frammentarie, con sporadiche presenze di sacerdoti, prevalentemente a titolo personale, in quanto il coinvolgimento degli Uffici diocesani è scarsamente segnalato. Alcune diocesi, inoltre, affermano di essere nella fase della discussione preliminare, a partire dalla ripresa del capitolo del Dpf specificamente dedicato a questa problematica. A questo proposito, va sottolineato che solo un terzo delle diocesi ritiene sia conosciuto e recepito in modo soddisfacente, mentre la maggior parte dichiara essere poco o punto conosciuto, e un certo numero di diocesi sostiene che abbia addirittura un impatto negativo.

Certamente esiste nel nostro Paese, ormai da alcuni anni, una tendenza costante alla crescita dell’instabilità matrimoniale. La percezione comune, però, tende addirittura a sopravvalutarla, al di là del dato numerico segnalato dalle statistiche(8). E questo è certamente un fattore che favorisce la rassegnazione e il senso di impotenza. La prima cosa da fare, allora, consiste nell’opporsi a una cultura che considera, contro le stesse evidenze empiriche, in determinate situazioni ineluttabile e irrimediabile la rottura.

A questo proposito, può essere opportuno promuovere la conoscenza e l’approfondimento dei metodi e dei risultati di esperienze come Retrouvaille, che ha precisamente l’obiettivo di dimostrare, partendo dalla pratica, che i coniugi in crisi, o addirittura già separati, se adeguatamente sostenuti e aiutati, possono ritrovare fiducia reciproca e armonia, talvolta addirittura dando al loro legame matrimoniale quello slancio che non ha mai avuto(9).

In secondo luogo, va segnalato come motivo di riflessione il fatto che una buona parte delle, non molte, iniziative intraprese per l’accompagnamento dei separati e divorziati siano nate su spinta di gruppi o associazioni quali Famiglie separate cristiane. Il fatto che siano gli stessi separati che diventano operatori di Pf per gli altri separati (come in Retrouvaille le stesse coppie che hanno sperimentato il conflitto diventano guida di quelli che lo stanno vivendo) può indicare una strada da seguire con interesse, in quanto rende visibile in una situazione particolare, ma proprio per questo paradigmatica, quello che è un leitmotiv che percorre un po’ tutta la ricerca, e cioè che le famiglie stesse sono soggetto di Pf. Si consideri inoltre che varie esperienze straniere, in Paesi in cui il problema è ancora più ampio e di vecchia data, vanno esattamente in questo senso(10).

Collegato alla riflessione precedente, c’è il problema, segnalato da molte diocesi, della scarsa o cattiva ricezione delle norme contenute nel Dpf e in generale delle indicazioni del Magistero. Probabilmente, senza un diverso approccio alle persone coinvolte in questi drammi, che discenda da una autentica "conversione del cuore", da un cambio radicale di mentalità(11), e senza strumenti di accoglienza reale, le norme faticano a essere recepite e accettate.

Non si può dichiarare che anche i separati, i divorziati e i divorziati risposati sono membri della comunità, senza proporre atteggiamenti aperti e strumenti specifici per la loro accoglienza e il loro accompagnamento. Pena, appunto, la non comprensione, il rifiuto o la non incidenza delle norme che la Chiesa ha stabilito.

Pietro Boffi
    

Il coinvolgimento degli sposi

Vi sono segnali di una crescita di consapevolezza e coinvolgimento attivo degli sposi nella preparazione e nella celebrazione del loro matrimonio? Se sì, potete indicarne alcuni... (hanno risposto affermativamente 139 diocesi)

I fidanzati danno ormai per scontata la necessità della preparazione al matrimonio. Questo, lungi dall’essere un semplice "obbligo", è invece sentito come una opportunità che è loro offerta per riflettere e interrogarsi. Essi credono in questa scelta e ciò si evidenzia nell’anticipo con cui frequentano il corso (Pescia); nell’apprezzamento che manifestano (San Miniato); nell’interesse (attraverso dubbi, domande, perplessità…) su aspetti specifici del matrimonio sacramento e sulle "direttive" della Chiesa (Vittorio Veneto, Reggio Emilia-Guastalla, Biella, Assisi-Nocera-Gualdo, Avezzano, Pitigliano-Sovana-Orbetello, Piacenza-Bobbio, San Benedetto del Tronto, Udine, Campobasso, Sessa Aurunca, Belluno, Pavia, Gaeta, Isernia, Bari, Albenga) e nella partecipazione ad incontri "supplementari" di preparazione (Bergamo, Bolzano-Bressanone, Pescara-Penne, Cerreto Sannita, Teramo, Pozzuoli).

Se tutto ciò riguarda la quasi totalità delle coppie, per alcuni fidanzati il corso di preparazione al matrimonio si configura addirittura come una occasione per la riscoperta del cammino di fede (Cosenza-Bisignano, Cagliari, L’Aquila, Forlì - Bertinoro, Verona) che in qualche caso porta a delle vere e proprie "conversioni" (Ischia). Questo si manifesta soprattutto nella ripresa della frequenza ai sacramenti (Chieti-Vasto) e nel desiderio di rinnovare il proprio battesimo (Bari).

Quasi come esplicitazione visibile di questa ripresa del cammino di fede, diverse coppie partecipano a ritiri o esercizi nell’immediata vicinanza del matrimonio (Vigevano, Velletri-Segni, Saluzzo, Fano, Treviso, Trieste, Padova, Ancona, Nocera Inferiore-Sarno, Ariano Irpino, Sassari) o organizzano una veglia di preghiera coinvolgendo amici e testimoni (Fano, Rimini, Porto Santa Rufina, Albano Laziale, Molfetta). Spesso poi vi è desiderio di proseguire il cammino di crescita anche dopo la celebrazione del matrimonio (Ragusa, Salerno-Campagna-Acerno, Vicenza, Gaeta, Firenze, Vallo della Lucania).

Un dato segnalato da ben 81 diocesi (pari al 58,2% di quelle che hanno risposto affermativamente) e che va di pari passo con quanto sopra, è la partecipazione degli sposi alla preparazione della liturgia nuziale attraverso la scelta delle letture, dei canti e la predisposizione di un apposito "libretto" da lasciare anche come ricordo agli invitati accanto (o al posto) della più "mondana" bomboniera. A questo proposito, infatti, sono sempre di più le coppie che cercano una certa sobrietà nella celebrazione in vista di una maggiore solidarietà, trasformando appunto le spese superflue in adozioni a distanza o altri gesti di solidarietà, quasi a voler condividere la gioia di quel giorno innanzitutto con i più poveri.

    

Coppie in difficoltà

Le coppie in difficoltà quali risposte di accoglienza e di accompagnamento trovano in diocesi o in zona?

Ciò che colpisce immediatamente è il divario esistente tra le varie risposte, che vanno dall’estremo di "poca o nessuna accoglienza", a volte addirittura con giudizi negativi e di condanna su tali coppie (19 diocesi), al vertice opposto di "ottima risposta e accoglienza amorevole" (5 diocesi).

All’interno dei due estremi sopra citati, si pongono le varie iniziative delle diocesi che possono essere raggruppate secondo modalità piuttosto simili:

  • disponibilità personale di sacerdoti e/o coppie per l’ascolto e l’accompagnamento (54 diocesi), a volte appositamente preparati (Concordia-Pordenone), ma assai più spesso con una buona sensibilità umana e poca o nulla preparazione psicologica. Tre diocesi (Casale Monferrato, Cagliari e Vercelli) segnalano la disponibilità a tempo pieno del responsabile diocesano;
  • altra modalità assai frequentata è l’aiuto offerto dai consultori (57 diocesi), cui va aggiunta l’esperienza di Catanzaro-Squillace dove si trovano consulenti all’interno del Centro di pastorale familiare in collaborazione con il consultorio diocesano. Certamente le coppie trovano qui un aiuto più qualificato, ma la comunità cristiana in quanto tale rischia di demandare agli "specialisti" la cura pastorale di questi suoi membri più deboli. L’intervento degli operatori del consultorio dovrebbe quindi essere sempre affiancato da qualche forma di avvicinamento "amicale", magari attraverso il tentativo di inserire le coppie in difficoltà nelle attività della parrocchia (Trapani);
  • cominciano a diffondersi i "centri d’ascolto", diocesani o parrocchiali, (7 diocesi), qualche centro o gruppo specifico di lavoro (5 diocesi), gruppi di sposi e case-famiglia (4 diocesi);
  • anche alcune associazioni operano in tale campo: oltre all’Associazione famiglie separate cristiane e Retrouvaille, a carattere nazionale, troviamo l’Associazione laica famiglie in difficoltà (Trento, Concordia-Pordenone), l’Asdi (Bolzano-Bressanone), associazione "La Famiglia" (La Spezia) e altre varie (Roma).

Un dato interessante riguarda l’aiuto concreto a tali famiglie, che spesso hanno bisogno, oltre che di sostegno e conforto, anche di far fronte a necessità pratiche: ecco allora i tentativi di Lungro, Amalfi, Aversa, Pisa (soprattutto per coppie con difficoltà economiche, che rappresentano un ulteriore fattore di rischio in situazioni già fragili), fino alle esperienze di Pompei e Cerreto Sannita che offrono accoglienza e ospitalità duratura ai figli e un servizio di sostegno alle ragazze madri.








 

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Famiglia Oggi n. 8/9 agosto-settembre 2006 - Home Page