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n. 10 OTTOBRE 2006

Sommario

EDITORIALE
Rispettare i bisogni dei bambini
la DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Rimanere genitori per sempre
GIANCARLO TAMANZA

apep00010.gif (1261 byte) Aiutare i bambini a capire
SILVIA VEGETTI FINZI

apep00010.gif (1261 byte) L'affidamento condiviso
MARINO MAGLIETTA

apep00010.gif (1261 byte) Per non dividere in due il proprio figlio
LAURA FORMENTI

apep00010.gif (1261 byte) Uno sguardo nelle tasche dei separati
MAURIZIO QUILICI

DOSSIER
La mediazione familiare
DANIELA GALLI E CHIARA KLUZER

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BEPPE DEL COLLE

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Come la società ama vedersi
SARA LATTUADA

Dal più piccolo dei grandi festival
CHIARA MACCONI

Un'autobiografia di sadismo e violenza
ORSOLA VETRI (a cura di)

MATERIALI & APPUNTI
Il compimento di noi stessi
CINZIA BOSCHIERO

CONSULENZA GENITORIALE
Agire con comprensione
ARISTIDE TRONCONI

POLITICHE FAMILIARI
Una possibilità per il "dopo di noi"
VITO MARIANI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Adozione: accelerare le procedure
STEFANO STIMAMIGLIO E ORSOLA VETRI

NOTIZIE DAL CISF
Un progetto per prevenire il disagio

LIBRI & RIVISTE

 

LA CONTINUITÀ DEI LEGAMI

Rimanere genitori per sempre

di Giancarlo Tamanza
(professore associato di Psicologia clinica presso la Facoltà di Scienze della formazione dell'Università Cattolica di Brescia)

Non è tanto questione di "buon divorzio" (una retorica razionalista), né di "divorzio psichico" (una retorica psicoindividualista); è questione piuttosto di gerarchia di valori e di riconoscimento di un comune ideale relativamente all’impegno nei confronti dei figli.
  

Il divorzio in sé non può essere assimilato a una condizione patologica, ma non si può nemmeno ignorare il fatto che esso costituisce un evento realmente critico e problematico che richiede ai figli, come minimo, uno sforzo adattivo supplementare.
   

Fin da quando la separazione ha cominciato ad assumere dimensioni sociali non trascurabili, l’attenzione dell’opinione pubblica, così come degli psicologi clinici e sociali, si è focalizzata primariamente attorno agli effetti e alle conseguenze che tale evento provoca nei figli. Molta produzione scientifica è stata realizzata in proposito tanto che, per l’economia di questo contributo, risulta impossibile rendere conto in modo dettagliato di quanto finora prodotto all’interno della letteratura psicologica specialistica. È però possibile soffermarsi su alcuni elementi e considerazioni di carattere generale che hanno contraddistinto lo sviluppo di queste ricerche e le principali evidenze empiriche prodotte.

Va detto anzitutto che, soprattutto all’inizio, gli studi e le indagini condotte su questo tema hanno risentito di una sorta di "influenzamento ideologico", a seconda cioè che la prospettiva degli autori fosse, implicitamente, più o meno favorevole alla separazione e al divorzio. Ciò ha fatto sì che, per un certo periodo, molte ricerche cercassero di verificare la sussistenza di una correlazione tra la separazione dei genitori e la comparsa di forme di disagio personale e sociale, se non addirittura di sintomatologie psicopatologiche nei figli, analizzando comparativamente figli di genitori separati e figli di genitori non separati(1).

Col passar del tempo e con lo sviluppo della ricerca si è poi sostanzialmente abbandonata questa prospettiva ed è stato presto evidente che è del tutto improprio immaginare che tra la separazione dei genitori e le successive condizioni psicologiche e sociali dei figli possa sussistere una correlazione causale unica e universalmente valida. Sia per l’estrema variabilità delle situazioni, sia per la rilevante complessità del processo di separazione medesimo, che non può essere considerato alla stregua di un evento puntuale (ancorché più o meno critico o traumatico), ma che si deve piuttosto considerare come una transizione temporalmente dilatata a cui corrisponde un impegnativo lavoro di riorganizzazione delle relazioni familiari.

Una prima acquisizione di queste iniziali ricerche può essere identificata con la convinzione, oggi largamente accettata, che il divorzio in sé non può certo essere assimilato a una condizione patologica o patogenetica, ma che, nello stesso tempo, non si può nemmeno ignorare il fatto che esso costituisce un evento realmente critico e problematico(2) che richiede ai figli, come minimo, uno sforzo adattivo supplementare.

I successivi sviluppi della ricerca psicologica hanno perciò cercato di articolare e scomporre l’analisi di questa complessa transizione e di individuare i fattori e le variabili che possono incidere e determinare i differenti effetti della separazione sui figli. L’attenzione si è così focalizzata principalmente su due aspetti.

In primo luogo sono state prese in esame le caratteristiche sociostrutturali dei soggetti, con particolare riguardo all’età e al genere dei figli. Sotto questo profilo si è potuto immediatamente verificare come le reazioni comportamentali e adattive dei figli, così come gli eventuali disturbi e i disadattamenti, non possiedono affatto un carattere di specificità, nel senso che risultano decisamente differenziati in ragione dell’età e di altre condizioni strutturali dei figli piuttosto che essere direttamente correlati con l’evento separativo. È del resto pacifico che la capacità di comprendere e di rappresentarsi realisticamente il senso e gli effetti di una così significativa modificazione della situazione familiare non possa che essere fortemente influenzata dalle abilità cognitive. Lo stesso dicasi per quanto riguarda gli aspetti emotivi e il repertorio dei meccanismi difensivi che sono direttamente collegati allo stadio di sviluppo del soggetto.

Un secondo importante filone di ricerca ha invece posto al centro dell’attenzione le caratteristiche del processo di separazione, con particolare riferimento all’intensità del conflitto tra i genitori, alla sua estensione temporale e al grado di invischiamento dei figli nel conflitto medesimo. Questa seconda prospettiva di analisi risulta, a mio parere, assai più interessante e produttiva, soprattutto perché appare più coerente con la natura propriamente familiare dell’evento separativo, nella pluralità delle sue componenti dinamiche e relazionali. In quest’ottica appare immediatamente evidente come la questione cruciale riguarda il destino della genitorialità, ovvero la considerazione di quanto la riorganizzazione delle relazioni familiari determinata dalla separazione dei genitori facilita o ostacola la continuità dei legami e la sopravvivenza del senso di appartenenza e di identità familiare.

Il modo con il quale i figli reagiscono alla separazione dei genitori, infatti, non va considerato unicamente nelle sue manifestazioni comportamentali, ma tenendo conto anche di quanto la separazione, e la conseguente trasformazione del sistema relazionale, può compromettere il senso più profondo della propria posizione e identità generazionale. È proprio da questo che deriva primariamente un efficace esercizio della genitorialità e la conseguente possibilità, per i figli, di salvaguardare una percezione di sé integra, sufficientemente libera da conflitti e amata.

Vignetta.

Il processo di transizione

Ciò dipende solo in misura limitata dalla ridefinizione giuridica e materiale dei confini della famiglia (coabitazione, affidamento dei figli, ecc.). Tale "sopravvivenza" dell’efficacia genitoriale e della continuità dell’identità familiare è invece significativamente correlata alla qualità del processo di transizione e alla modalità con la quale la coppia coniugale ha potuto o meno gestire la propria fine.

Affrontare la fine è compito articolato e complesso perché rinvia immediatamente al principio, vale a dire a ciò che al legame era stato affidato reciprocamente in fatto di bisogni, attese, delineazione e perfezionamento di sé, appartenenza familiare e sociale da parte dei coniugi.

In questo senso il divorzio, oltre che essere qualcosa che può accadere alla relazione coniugale, si pone come prova assai dura e impegnativa rispetto alla sopravvivenza del familiare, cioè alla possibilità che la continuità intergenerazionale rispetto non solo ai due genitori, ma anche alle rispettive stirpi di origine, proceda al di là della frattura della coniugalità.

Gran parte della ricerca clinica, dedicata all’approfondimento delle situazioni più problematiche, ha mostrato come di frequente la fine del legame coniugale, e con esso del dovere reciproco (cioè del sentirsi legati), trascina con sé effetti critici e a volte addirittura nefasti circa impegno e responsabilità (ma anche piacere) nei confronti della cura verso le generazioni successive. Non è tanto questione di "buon divorzio" (una retorica razionalista), né di "divorzio psichico" (una retorica psicoindividualista); è questione piuttosto di gerarchia di valori (l’altro, il figlio, viene prima di me e di noi nel suo diritto a ricevere) e di riconoscimento di un comune ideale relativamente all’impegno nei confronti della nuova generazione che la coppia genitoriale sa istituire al di là del dolore della separazione. È proprio da questo apparente paradosso che discende la possibilità di mantenere viva la fiducia nel valore del legame e in sé come degni di legame, e ciò può avvenire solo nella misura in cui le persone sono in grado di ricercare e di riconoscere ciò che di buono e di giusto è stato fatto (dato e ricevuto) nella relazione.

In questa prospettiva il divorzio non è affatto ridotto a un fatto personale o di coppia. Al contrario esso è inteso come fatto familiare e fatto sociale che sollecita e richiama alla responsabilità sia la famiglia, sia la società. La responsabilità sociale è quella di contrastare l’isolamento a cui facilmente si trovano esposti i singoli e le coppie e di sostenere le persone coinvolte nel divorzio a tenere vivo e operante l’aspetto etico della relazione. Ciò, in particolare, relativamente ai figli e alla loro crescita come persone.

Ma se si tratta di un transito, quale "luogo di passaggio" offre la nostra società alle famiglie provate dal divorzio? Dobbiamo riflettere sulla ritualità del nostro vivere sociale, sapendone trovare non solo le debolezze ma anche le risorse. È fuori luogo il rimando a un bel tempo antico, di fatto un luogo utopico (cioè un "non luogo") in cui ci sarebbe stata una sintonia particolare tra corpo familiare e corpo sociale. In verità ciascun tempo espone gli uomini alla medesima prova, vale a dire se essi sanno far prevalere il legame tra di loro o lo pervertono nei tanti modi che da sempre conoscono e frequentano.

Così, ad esempio, nel nostro vivere sociale, il rito di separazione-divorzio (tagliare certi legami riconoscendone per altro la storia) è affidato alla giustizia. D’altronde tale rito rischia di essere vuota cerimonia se non è sostenuto da una concreta coralità di impegno sociale.

Una società viva non rimanda solo a corpi specialistici separati (tribunale, avvocati, psicologi) il compito di "riparare i danni" e "rimediare agli errori", come se il divorzio fosse qualcosa di anomalo che non la riguarda. Né si rifugia nell’imbroglio rassicurante della "normalità" del divorzio in quanto assai diffuso nel corpo sociale. Piuttosto riconosce di essere parte in causa del problema e si dispone a fornire sostegno.

Così nel periodo di margine che caratterizza ogni passaggio (nel nostro caso quello in cui può avvenire il rilancio da parte delle persone della fiducia e della speranza nel legame dopo la fine del legame coniugale) tocca al corpo sociale fare opera di scambio e di offerta relazionale.

In particolare il problema, come detto, è quello di mantenere saldo il legame di parentela, con la responsabilità che vi si connette. È questo, in definitiva il segno distintivo forte e il criterio discriminativo della permanenza dell’identità familiare nelle diverse forme che la famiglia assume proprio in seguito alla separazione e al divorzio.

Vignetta.

Una seppur rapida e sommaria riflessione sugli aspetti che più fortemente influenzano le modalità con le quali i figli vivono la separazione dei loro genitori non può poi non tener conto di altri due aspetti: le differenti modalità istituzionali del procedimento giuridico di separazione (consensuale o giudiziale) e la possibile costituzione di nuovi nuclei familiari.

Per quanto riguarda il primo aspetto è di palese evidenza che la maggiore probabilità che la separazione possa provocare effetti problematici per i figli corrisponde ai casi di separazione giudiziale, laddove cioè i genitori (e i rispettivi legali) non riescono a trovare le condizioni necessarie per costruire un accordo sulle modalità di esercizio della genitorialità e sulle conseguenti condizioni economiche. Si tratta, come è noto, di una proporzione limitata sull’insieme delle separazioni e dei divorzi, ma non irrilevante in termini assoluti. Ciò contribuisce a sostenere e alimentare la rappresentazione sempre più diffusa della separazione come evento "normale o fisiologico", circoscritto al disaccordo di coppia e confinato perciò in un registro sostanzialmente privato.

Una lettura più attenta e approfondita di questi stessi dati, però, suggerisce qualche ulteriore riflessione.

Se da un lato, infatti, la crescente diffusione di un comportamento all’interno di un gruppo sociale induce ad attribuirgli il carattere di normalità (almeno in senso statistico), le modalità che contraddistinguono i procedimenti consensuali di separazione coniugale sembrano piuttosto segnalare il bisogno di normalizzare tale evento e per ciò stesso sottrarlo a qualsiasi preoccupazione sociale.

Una facile semplificazione

L’assenza di ritualità, la scarsa personalizzazione, la delega burocratico-tecnicistica, che contraddistinguono la procedura di separazione consensuale, più che costituire un apparato relazionale idoneo a trattare la fine del legame e a sostenere la riorganizzazione familiare che da essa deriva, sembra corrispondere e rafforzare il movimento difensivo messo in atto dai coniugi finalizzato a evitare il confronto con la natura drammatica della conclusione del legame e con i conseguenti vissuti depressivi e di fallimento. Ciò però corrisponde più a un illusorio desiderio di semplificazione, diffuso anche all’interno del corpo sociale, che non alla realtà.

A ben vedere, del resto, la preponderanza delle modalità consensuali di separazione è assai meno solida di quanto può apparire a prima vista se si tiene conto del fatto che una quota non irrilevante di esse, laddove in particolare sono presenti dei figli minori, rientra in breve tempo nel circuito giudiziale attraverso richieste contenziose di revisione delle condizioni di affidamento e di regolazione dei rapporti tra i genitori e i figli. In questo senso i dati empirici rafforzano la considerazione precedentemente illustrata relativamente al fatto che laddove il processo di separazione coniugale si interseca con l’esercizio della genitorialità, esso difficilmente si riduce a un evento critico puntuale, circoscritto al conflitto di coppia, ma si configura piuttosto come una transizione dilatata, all’interno della quale le persone devono confrontarsi con il duplice compito (particolarmente difficile e quasi paradossale) di gestire la fine della propria coniugalità e nello stesso tempo di riorganizzare la comune genitorialità. Un compito che non può che coinvolgere, in senso fattivo e non solo simbolico, l’insieme delle relazioni familiari e che, attraverso il laborioso e prolungato intervento della giustizia, segnala la necessità di trovare al di fuori dell’ambito familiare un sostegno e un intervento atteso come risolutivo circa la ridefinizione dei confini e degli assetti familiari.

Per quanto riguarda il secondo aspetto, vale a dire la trasformazione dell’organizzazione della famiglia a seguito della frattura del legame coniugale, va anzitutto ricordato come essa possa dar luogo a una pluralità di forme familiari che, nell’insieme, costituiscono un universo qualitativamente variegato e quantitativamente rilevante, ma ancora poco studiato e conosciuto, tanto che l’analisi di questo fenomeno è tuttora piuttosto problematica da più punti di vista.

Non si tratta, naturalmente, di una variabilità indefinita, almeno per quanto attiene l’aspetto strutturale. Anzi, in questo senso le possibilità sono tutto sommato limitate e possono, in prima approssimazione, essere ricomprese all’interno di due differenti percorsi. I genitori che divorziano, infatti, possono decidere di intraprendere una nuova relazione di coppia, dando così origine a una famiglia ricostituita (step family), oppure rimanere "single", dando origine a una famiglia con genitore unico (di solito one-mother family), che può anche rientrare nella propria famiglia di origine(3). Anche sotto questo profilo è del tutto improprio immaginare che vi possa essere una correlazione semplice e generalizzabile tra le modalità con le quali i figli vivono la separazione e la nuova organizzazione familiare che da essa ne consegue. Occorre piuttosto, ancora una volta, interrogarsi sul grado di "famigliarità" che le differenti aggregazioni relazionali che nascono dalla separazione e dal divorzio riescono a garantire. Ciò che è decisivo, cioè, è che, al di là delle diverse forme di rapporto, del loro grado di legalizzazione e dei vari assetti abitativi che ne conseguono, ciò che nei fatti rende questi variegati insiemi di persone una famiglia è la possibilità per i figli di riconoscere e accedere alla propria origine generazionale.

Dal punto di vista della dinamica relazionale ciò significa che il problema da affrontare è relativo all’articolazione dei legami e alla gestione dell’incertezza in merito ai confini.

Dal punto di vista concettuale l’impresa sembra essere meno complicata laddove non c’è una ricomposizione familiare attraverso la costituzione di una nuova coppia, almeno per quanto riguarda la ridotta numerosità degli attori e delle variabili in gioco. Questo non significa affatto che in questi casi le cose siano più semplici, ma soltanto che ciò che è cruciale e fa la differenza è circoscritto al processo di separazione e alla modalità con la quale è stato possibile gestire la fine della relazione coniugale.

Nel caso delle famiglie ricostituite, invece, lo scenario è più affollato e per ciò stesso il compito appare più complicato. Non bisogna dimenticare infatti che sotto l’etichetta di famiglie ricostituite si raggruppano situazioni anche differenti, a seconda che uno solo o entrambi i componenti la nuova coppia abbiano alle spalle una precedente relazione ed, eventualmente, convivano nel medesimo nucleo i figli che uno solo o entrambi i partner hanno avuto dal precedente matrimonio. La situazione può poi ulteriormente complessificarsi qualora il nuovo nucleo familiare sia arricchito da un figlio nato dalla nuova relazione, il che introduce una nuova differenziazione non solo dei rapporti genitoriali, ma anche all’interno della fratria.

In ogni caso, anche nel suo assetto minimale, la famiglia ricostituita è caratterizzata proprio dalla comparsa sulla scena di un "terzo genitore", ovvero del nuovo partner della madre o del padre che, direttamente o indirettamente, non può che trovarsi confrontato e implicato nella relazione genitoriale originaria. La comparsa della nuova relazione coniugale, infatti, non può che provocare il bisogno di ciascuno all’esclusività del legame, introducendo elementi di rivalità non solo tra il vecchio e il nuovo partner, ma anche tra il nuovo coniuge e il figlio acquisito, aprendo un piano di conflittualità che rende difficili le relazioni tra le diverse generazioni presenti nella nuova famiglia.

Appare ancora una volta evidente, insomma, come l’esercizio della genitorialità sia strettamente influenzato dalle caratteristiche e dall’esito del processo di separazione. L’indicazione della riuscita o del fallimento del processo di separazione, vale a dire delle modalità con le quali le persone hanno saputo e potuto transitare oltre la fine oppure no, si ritrova nel rapporto con i figli. Chi è generato abbisogna, per crescere mentalmente, di alimentarsi della relazione. Non bastano però relazioni diadiche (madre-figlio, padre-figlio, nonni-nipote...): ci vuole piuttosto quella totalità relazionale che è rappresentata dall’unione tra i doni della madre e del padre.

Madri e padri, in quanto coniugi, possono andare incontro al fallimento del loro legame, ma è la conferma della loro relazione in quanto genitori che aiuta le generazioni successive ad alimentare la fiducia e la speranza nel legame medesimo e a decidere così del loro benessere.

Giancarlo Tamanza








 

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